Dell'Amore di Clitofonte, e Leucippe

A translation of Achilles Tatius' Greek romance.

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            <title>Tatius' Amore di Clitofonte (1617): A Basic TEI Edition</title>
            <author>Galileo’s Library Digitization Project</author>
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               <title>ACCHILLE TAZIO ALESSANDRINO. Dell'Amore di Clitofonte, e Leucippe. Tradotto di lingua Greca in Toscana dal Sig. Francesco Angelo Coccio. Nuovamente Ristampato, Con licentia de Superiori, &amp; Privilegio. IN FIORENZA, Appresso i Giunti. M.DC. XVII.</title>
               <author>Tatius, Achilles</author>
               <pubPlace>Florence</pubPlace>
               <publisher>Giunti</publisher>
               <date>1617</date>. 
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            <p>This TEI edition is part of a project to create accurate, machine-readable versions of books known to have been in the library of Galileo Galilei (1563-1642).</p>
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         <samplingDecl>
            <p>This work was chosen to maintain a balance in the corpus of works by Galileo, his opponents, and authors not usually studied in the history of science.</p>
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            <correction>
               <p>Lists of errata have not been incorporated into the text. Typos have not been corrected.</p>
            </correction>
            <normalization>
               <p>The letters u and v, often interchangeable in early Italian books, are reproduced as found or as interpreted by the OCR algorithm. Punctuation has been maintained. The goal is an unedited late Renaissance text for study.</p>
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               <p>,,</p>
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               <p>Hyphenation has been maintained unless it pertains to a line break (see "segmentation").</p>
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               <p>Word breaks across lines have not been maintained. The word appears in the line in which the first letters were printed. Words broken across pages appear on the page on which the first letters appear. Catch words are not included.</p>
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<pb n= "unnumbered i recto"/>
<lb/>ALLI
<lb/>BENIGNI LETTORI.
<p>IN tutte le azzioni humane quasi di necessità convien che succedano de gli errori : ma dove piu facilmente, in più diversi modi, e piu ne possano accadere , che si avvengaro nello stampare i libri, non ne so immaginare alcuna. E parmi la impresa della correzzion di essi veramente poterla assimigliare al fatto di Hercole intorno all’Hydra de i cinquanta capi i perciocche si come quando egli col suo ardire,  e forze le tagliava una testa , ne rinascevano due; cosi parimer te mentre co’l sapere, e con la diligenza, si emenda un’errore; le piu volte s'imbatte, che ne germogliano non pui due; na a anco tre, e quattro, spesse fiate ci maggior importarza, che i on era il primo. Et a voler raccontare in che modo ciò possa in trauvenire; si richiedetia molto piu lungo discorso, che si convenga a questo luego . hora è a bastanza che coloro, i quali in qualche parte n’hanno fatto la prova, molto bene intendono il mio parlate .&amp; quante fiate avviene, <pb n= "unnumbered i verso" />che si commettono errori non in una parola ponendovi una lettera per un’altra, non in levarla dal suo proprio luogo, &amp; traportarla altrove ; ma anchora, il che è gravissimo fallo, nel lasciar fuori le sentenze intere. onde a buona fortuna puo riputarsi colvi, che trouerà le fue opere meno incorrette, che corrette del tutto. non sia alcuno, che per molta diligenza, che vi ponga, se lo possa in alcun modo promettere. Io veramente posso affermare, che con tutta quella diligente cura che vi ho posta , non ho potuto assicurarmi, si che in' quest'opera non siano corsi quegli errori, i quali in parte sono proprij della negligenza di coloro, che sostengono un cotal carico; &amp; in parte di varij accidenti, che sopravvengono continuamente nello stampare. Non voglio dir di quei, che traducendo posso hauer commessi per mio poco sapere, o perche anco tradussi con l’aiuto solamente d’un’essemplare, il quale peravventura non era si ben corretto, che del tutto io me ne sia potuto star sicuro. Voi, se leggendo troverrete di quei, che stampando sono avvenuti ; secondo il vostro buono, e discreto giudizio gli potrete facilmente emendare: que sti veramente, che per colpa del mio debile intelletto saran nati da me, a me come di natura atto a poter errate, per cortes a del vostro animo benignamente perdonerete .</p>
<pb n= "1 recto"/>
<lb/>DI ACCHILIE TAZIO,
<lb/>Alessandrino dell’amor di Leucippe, &amp; Clitophonte.
<lb/>LIBRO PRIMO.
<p>SINDONE città posta apresso la marina, il mare è degli Assirij la città è la principale de i Phenici, &amp; dal suo popolo di scesero i Thebani . ha due porti di seno larghissimi. i quali tranquillamente, &amp; a poco a poco serrano dentro l'acqua del mare: percioche dove il seno dal lato della destra parte è cavo, è stata cavata la seconda bocca , &amp; di nuovo l’acqua corre dentro, &amp; fassi un’altro porto del porto, di maniera che in questo il verno, &amp; in quello la state le navi possono in bonaccia dimorar sicure. Essendo io venuto in questo luogo . spinto dalla gran fortuna, per gratia di havermi condotto a salvamento faceva sacrificio alla Dea da gli Phenici adorata . i Sidonij la chiamano Astarte.  Andato adunquee per vedere il resto della citta, &amp; riguardando i doni offerti a i Dei, mi venne veduta quivi appiccata una tavola, nella quale insiemomente, &amp; terra, &amp; mare era dipinto. La pittura era di Europa , il mare de Phenici, la terra di Sidone. nella terra era un prato, &amp; una  brigata di fanciulle , nel mare era un toro, che'notaua, sopra i cui homeri sede va una bella giovane, che co’I toro navigava verso <pb n= "1 verso"/> Candia. il prato era adorno di molta copia di fiori: fra i quali era mescolato una moltitudine, &amp; ordinata schiera di alberi &amp; di piante. gli alberi erano spessi ,&amp; spesse le frondi, rami congiungevano le frondi, &amp; le frondi congiugendosi  facevano tetto a i fiori. haveva l’artefice dipinta sotto le frondi l'ombra: et i raggi del Sole a poco a poco sparsamente a baffo trapassavano nel prato tanto, quanto il pittore haveva aperto, dove si congiungevano le chiome de gli alberi i haveva dipinto un circuito di mura, colquale circondava tutto il prato. sotto le frondi delle piante in altuni quadri di terra erano con bell’ordine, &amp; pari distanzo, i Narcisi, le Rose, e i Mirtí. l’acqua discorreva nel mezzo del prato della dipintura, parte sorgendo di sotto terra, &amp; parte spargendo si tra i fiori, e trà le piante. Eravi dipinto un giardiniero, il quale tenendo una zappa in mano, &amp; chinatosi intorno a un solco appriva la strada al corso dell’ acqua. Nella estremità del prato, dove la terra arrivava al mare, l’artefice haveva di pinte alcune donzelle, il cui sembiante mostrava et le titia &amp; timore, &amp; havevano la testa cinta di ghirlande &amp; le chiome sparse sopra gli omeri, &amp; le gambe tutte nude &amp; discoperte, si la parte di sopra, che è tenuta ascosa dalla vesta; si anco la parte da basso, che suol esser coperta dale scarpe: percioche con la cintura si haveano alzate le vesti insino al ginocchio. pallide nel volto, le guancie ristrette, gliocchi volti verso il mare, la bocca alquanto aperta, quasi per la pavra dovessero mandar fuori la voce, le mani estendevano  <pb n= "2 recto" />quasi verso il toro. entravano nella estremità del mare tanto avanti, quanto l’onda avanzava un poco sopra la parte dinanzi del piede. parevo che volessero correre al toro, ma per rispetto del mare temerssero di procedure pià avanti, il color dell’acqua marina era di due sorti: dalla parte verso terra era alquanto rosseggiante, &amp; azzurro, &amp; in quelle verso il pelago vi era dipinta la spuma, i scogli, &amp; le onde i scogli erano elevati sopra la terra. la spuma faceve d’ogn’intorno biancheggiar gli scogli. le onde gonfiate s’inalzavano, &amp; poi rotte intorno a i scogli si risolvevano inspuma. Nel mezzo del mare era dipinto il toro portato dalle onde, &amp; dove la sua gamba piegata s’inalzava; l’onde ascendeve in alto a guise di montagna. sopra gli omeri fuoi sedeva la giovane, non come huomo siede a cavallo, ma in lato havendo nella destra parte accomandati ambedue i piedi, con la sinistra mano tenendo il corno, nella guisa che il cavalcatore suol regger il freno. &amp; in vero che in toro, quasi co’l freno fosse governato, era rivolto più in quella parte, che dalla mano era tirata. Il busto del corpo della giovane insino alle parti vergogniose era coperto di una bianchissima camicia. da indi le parti inferiori del corpo da una veste di porpora erano ricoperte, le fattezze delle quali sopra la detta veste apparivano: l’ombelico profondo, il ventre disteso, i fianchi ristretti, &amp; quel ristretto pervenuto in acutezza si allargava. Le mammelle erano dal petto alquanto rilevate, &amp; la sopraposta cintola stringeva  <pb n= "2 verso" />insieme le mammelle, &amp; la comicia, la quale era specchio del suo corpo. le mani ambedue erano distese, l’una al corno, e l’altra alla coda: &amp; da ogni lato con amdedue tenevan sospeso il velo sopra la testa, sparso intorno ogli homeri, &amp; il seno del velo gonfiandosi per tutto si allargava, &amp; questo avveniva per il vento fattovi dal dipintore. Ella sedeva sopra il toro a guisa di nave solcante il mare, quasi usando il suo velo in vece di vela. intorno al toro saltavano i Delphini, scherzavano gli amori, &amp; si potria dire, che vi fussero anco dipinti i lor movimenti. Amore picciolo fanciullo tirava il toro, haveva le ali tese, da lato gli pendeva la pharetra, teneva il fuoco, &amp; era rivolto quasi verso Giove, &amp; rideva, quasi schernendolo; che per sua cagione era divenuto toro. Io veramente lodava tutte le cose della dipintura, &amp; sopra tutto, come innamorato, più curiosamente riguardava Amore, che conduceva il toro, &amp; mecolistesso diceva, Come un faciullino signoreggia il Cielo, il mare, &amp; la terra. Mentre io cosi parlava, un giovanetto, il quale si trovava esser quivi presente, disse, Vi potrei ben render io ragione di queste cose, che per amore infiniti affanni, &amp; ingiurie ho sopportate. Allora diss’io, cortese giovane, dimmi che hai tu patito? percioche mi par vedere nel iuo aspetto, che tu non sei rozzo delle cose d’Amore. Tu fai destare disse egli, una moltitudine di pungenti parole. percioche i miei accidenti sono simili alle favole (cioé incredibli, &amp; maravigliosi.) Non ti sia grave, soggiunscie, ti prego per  <pb n= "3 recto"/> Giove, &amp; per esso, Amore, di essermi in questo modo di giovamento, ancora che siano simili alle favole. Et cosi parlando lo presi per la mano, &amp; lo condussi in un bosehetto vicino, dove erano, &amp; molti &amp; ispessi Platani: &amp; oltre a ciò vi discorrevano acqua chiara &amp; fresca, qual suole uscire dalla neve dianzi li quefatta. &amp; fattolo sedere in un certo seggio quivi basso in terra, et postomi ancor’io asedere appresso di lui: tempo è diss’egli, che tu mi ascolti, &amp; questo luogo in vero e del tutto dilettevole, &amp; degno di amorose narrationi i &amp; cominciò a dire in questa maniera, Io per natione sono di Phenicia. la mia patria è Tiro, il nome Clitophonte, mio padre Hippia, il fratello di mio padre Sostrato, ma non però del tutto fratello, ma in quanto ambedue eran nati d’un padre medesimo. percioche la madre di Sostrato era Binzantina, &amp; quel la di mio padre era da Trio. Sostrato adunque, percio che egli haveva hauto grande heredità di sua madre, habitò in Costantinopoli. continuamente: &amp; mio padre haveva sempre dimorato in Tiro. Mia madre io non la conobbi, percioche essendo io bambino, ella trapassò di questa vita. si che a mio padre fu di bisogno prender un’altra moglie, della quale mi naque una sorella chiamata Calligone: &amp; parve a nostro padre di congiugnerci in matrimonio. ma i fati, che hanno più possanza de gli huomini, mi serbarono </p>
<lb/>,, a un’altra moglie. Sogliono spesse vilte gl’Iddij a 
<lb/>,, gli huomini in sogno annuntiar le cose future, non 
<lb/>,, per difender che non vengano a patirle, percioche essi  <pb n= "3 verso" />
<lb/>,, non posson vincere ne ritenere il fatto; ma a fin che 
<lb/>,, quei i qualile hanno da patire, più leggermente le 
<lb/>,, sopportino. percioche i subiti &amp; non aspettati mali 
<lb/>,, sopravenendo ad un tratto, spaventano &amp; sommergo 
<lb/>,, no l’anima: quegli poi che innanzi che si patiscano
<lb/>,,, si aspettano, &amp; a poco a poco sono considerati, consumano 
<p>,,il vigor della passione. Poscia che io hebbi disciannove anni, &amp; che mio padre hebbe apparecchiato per l’anno seguente di far le nozze: cominciò la: fortuna a mostrar i suoi tristi effetti. Parevami in sogno haver le parti inferiori insino all’ombelico tutte congiunte a una fanciulla e da indi insuso esser due corpistavami sopra una donna terribile &amp; grande. ella haveva il sembiante feroce, gli occhi sanguigni, le guancie horribili, le chiome di serpenti. nella destra mano teneva una scimitarra, nella sinistra una face, &amp; con isdegno venendo sopra di me, &amp; alzando la cimitarra lasciava cadere il colpo nel fianco, dove erano le congiunture de i due corpi, &amp; dividenva da me la fanciulla. Spaventato adunque mi lievo suso per pavra. questa cosa io non la dico a persona alcuna ma fra me stesso pensava di cattivi avvenimenti. In questo mezzo tempo occorre, che Sostrato, si come ho detto, fratello di mio padre, da Bizantio manda uno portando sue lettere, le quali erano di questo tenore. Sostrato al suo fratello Hippia salute. Vengano a te mia figlivola Leucippe, &amp; Panthia mia moglie: percioche i Thraci han mosso guerra a’Binzantini, serbami queste due piu care cose ch’io habbia, insino a tanto, che si veggia il  <pb n= "4 recto" />successo della guerra. Il che subito che mio padre hebbe letto si levò suso, &amp; corse alla marina, &amp; poco dopo ritornò, dietro di lui seguitando una gran moltitudine di servi &amp; di serve, che Sostrato havea mandati in compagnia delle sue donne. Era nel mezzo una donna grande, &amp; riccamente vestita. ma quando io rivolgo gli occhi verso di lei; ecco dal sinistro lato veggo una fanciulla, &amp; il suo aspetto abbarbagliava i miei occhi. simile già ho visto alcune volte la Luna dipinta sopra’l Tauro. ella havea lo sguardo acerbo, mescolato con la dolcezza, &amp; la chioma bionda &amp; crespa, le ciglia negre, &amp; cotal negrezza era pura, le guancie bianche, &amp; quel bianco nel mezo divenina; rosso tale che simigliavala porpora, con la quale sogliono le Vonne Lidiane tinger l’avorio, la bocca era come fior di rose, quando ella comincia ad aprir le </p>
<lb/>,, labbra delle sue foglie. Subito che io la viddi; restai 
<lb/>,, morto. Percioche la bellezza più acutamente ferisce 
<lb/>,, che la saetta, &amp; per gli occhi trapassa nell’anima
<p>,,, essendo l’occhio la via alla ferita amoro, sa. Erano in me insiememente laude, stupore, tremore, vergogna, e prosuntione. io lodava la grandezza, mi stupina della beltà, mi tremava il cuore, guardava prosontuosamente, &amp; mi vergognava di essere scoperto che io fussi preso d’amore, &amp; faceva tutto il mio sforzo di rimover gli occhi dalla fanciulla, ma essi non volevano. anzi tirati d’allettamento come da una fune della bellezza, da se medesimi vi si conducevano, &amp; finalmente vinsero. Pervenuto che esse furono alla nostra  <pb n= "4 verso"/> </p>
<p>habitatione: mio padre havendo una parte di quella separatamente assegnata loro, fece apparecchiar da cena. Venuta che fu l’hora, ci mettemmo a mangiare, a due a due distribuiti alle mense percioche mio padre cosi haveva ordinato. egli &amp; io eravamo in quella di mezzo, le due madri nella sinistra, nella destra le fanciulle. Inteso ch’io hebbi questo bell’ordino, quasi m’appressai per abbracciare, &amp; baciare mio padre, che a tavola havesse posto la fanciulla a l’incontro de gli occhi miei. Ma io quel che mangiassi, per Dio che non sâprei dirlo; percioche io era simile a quei che si sognano di mangiare, &amp; essendomi colgomito appoggiato alla mensa, &amp; inchinatomi alquanto, era con tutto il volto rivolto verso la fanciulla, &amp; quasi furando gli sguardi mi schifava di esser veduto: è questa era la mia cena. Poi che havemmo cenato, venne un giovanetto servidore di mio padre con la lira accordata, &amp; prima con le mani solamente giua toccando le corde, &amp; havendo un breve suono con le dita. che sottilissimo strepito facevano, bassamenta sonato; dipoi con l’archetto cominciò a toccar le corde, &amp; hauendo sonato alquanto, si diede poi insieme col suono a cantare. La Canzone era si come Apollo si doleva di Daphne, &amp; persegvendola egli era vicino per prenderla, &amp; come ella si trasformò in verde pianta, nella quale Apollo se ne fece corona. Questa cosa cotanta viè più m’infiammava l’anima: Per </p>
<lb/>,, cioche le amorose parole sono le fiamme detta concu 
<lb/>,, piscevza. &amp; benche la persona conforti se medesima  <pb n= "5 recto" />
<lb/>,, alla pudicitia: non dimeno ella è stimolata, &amp; mossa 
<p>,, a seguitar quel che l’altrui esemplo le dimostra, &amp; massimamente quando l’esemplo è di persona degna: </p>
<lb/>,, percioche la vergogna che si suol hauer degli errori
<lb/>,,, che si commenttono, diventa audacia per l’autorità 
<p>,, di huomo degno. io allora dentro di me stesso diceva queste parole, Vedi che anchora Apollo à innamorato, &amp; anch’egli ama una donzella, &amp; amando non si vergogna, ma seguita l’amata pulzella; &amp; tu hai pavra, &amp; ti vergogni, &amp; fuor di proposito stai continente; sei tu da più di lui; Poi che fu sopravvenuta la notte, primamente andorono a dormir le donne, &amp; poco dopo anchora noi vi andammo. Gli altri veramente havenvano dal ventre misurato, &amp; istimato il piacere: &amp; io me ne portauva il conuito ne gli occhi, &amp; essendo ripieno de i sembianti della fanciulla. &amp; satio del suo puro sguardo, mi partiva inebriato</p>
<lb/>,,, di Amore Venuto che fui nella camera, dove io era 
<lb/>,, solito di dormire; non poteva prender sonno. Et in vero 
<lb/>,, che naturalmente &amp; le altre infermità, &amp; lefer 
<lb/>,, te del corpo sono di notte molto più noiose, &amp; magi 
<lb/>,, giormente muovono il dolore, &amp; ci tormentano mentre 
<lb/>,, noi riposiamo. perchoche quando il corpo piglia 
<lb/>,, riposo; all’hora le piaghe attendono a dar più noia. 
<lb/>,, Ma le ferite dell’anima non si muovendo il corpo, dan 
<lb/>,, no molto maggior dolore. Percioche gli occhi &amp; le 
<lb/>,, orecchie il giorno, essendo ripiene di molte curiosità; 
<p>,, diminuiscono il vigore della malattia, ritirando l’anima , dall’hauer ozio di dolersi, ma se il corpo sarà legato  <pb n= "5 verso"/> </p>
<lb/>,, dalla quiete, l’anima ritirata in sestesia fota è 
<lb/>,, combattuta dalle onde del mare. percioche all’hora 
<lb/>,, tutte, le cose addormentate subitamente si destano; a 
<lb/>,, i dolorosi le maniconie, a i pensierosi i pensieri, a 
<lb/>,, quei che sono in pericolo, le pavre, agli amanti l’ardore. 
<p>,, Appresso all’apparir dell’ alba appena un certo son, havendomi compassione, mi diede un poco di riposo. ma ne ancho all’hora la fanciulla si volse partir del mio animo. tutti i miei sogni adunque erano di Leucippe. con essa lei ragionava, seberzava, cenava, &amp; l’abbracciava. io haveva maggior bene, che non hebbi di giorno; percioche la baciava, &amp; il bacio era vero. onde poi che il servidore ni hebbe desto: gli dicea villania, &amp; lo riprendeva della importunità, havendomi fatto perdere un cosi dolce sogno. Essendomi adunque levato suso; studiosamente me ne vo dentro nella parte della loro habitatione all presenza della fanciulla, &amp; tenendo io un libro in mano, in quello riguardando leggeva, ma quando io giugneva alla porta abbassava gli occhi a terra: &amp; havendo alquante volte passeggiato, &amp; con gli sguardi havendo bevuto l’amore, apertamente me ne partì con l’anima tutta afflitta. &amp; cositre giorni continuamente me ne stetti ardendo. Haveva io un consubrino chiamato Clinia, il quale era rimaso privo di padre &amp; di madre, &amp; giovane che avanzava la mia età di due anni, molto ammaestrato ne l’amore. teneva egli amicitia con un giovanetto, &amp; era verso di lui talmente liberale; che havendo comprato un cavallo, &amp;  <pb n= "6 recto"/> il giovanetto vendendolo, &amp; lodandolo grandemente; egli subito per far gli cosa grata, glielo donò. Io adonque mi faceva beffa di lui, &amp; del suo poco pensiero, che di continuo attendesse all’amore, &amp; fusse servo dell’amoroso piacere. &amp; egli ridendosi di me, &amp; crollando le testa diceva, verrà tempo che anchor tu sarai servo. A costuime n’andai subitamente, &amp; salutatolo, &amp; postomi a sedere appresso di lui gli dissi, O Clinia già sono io punito delle beffe, ch’io mi faceva di te. sono anchor io fatto servo d’Amore. &amp; egli per segno d’allegrezza percuotendo insieme ambe le mani se ne rideva, &amp; levatosi suso mi baciò il volto, il quale dimostrava l’amorosa veglia, &amp; dissemi, Tu sei innamorato, tu sei innamorato veramente, gli occhi tuoi lo manifestano. Mentre che egli cosi parlava; ecco Charicle (cosi era chiamato il giovanetto suo amico) che ne vien dentro tutto turbato &amp; confuso, Io diss’egli vengo a dirti o Clinia &amp; Clinia in un tempo insieme con lui sospirò, quasi dall’anima del giovane dispendesse la sua, &amp; con voce tremante disse, Tu mi uccidi tacendo. che cosa ti da cagione di attristarti? con chi ti bisogna combattere? Et Charicle disse, Mio padre apparecchia di darmi moglie, &amp; moglie una brutta giovane, accioch’io sia a doppio ma </p>
<lb/>,, le congiunto. percioche la donna, anchora che bella 
<lb/>,, sia; è cosa pessima: &amp; se per mala ventura sara brutta;
<p>,, è doppio male ma mio padre riguardando alla richezza, sistudia difar questo parentado. Io infelice son dato a i denari di lei, accioche venduto io prenda  <pb n= "6 verso"/> </p>
<p>moglie. Ilchè havendo Clinia udito, diventò pallido Confortava adunque egli il giovane a lasciare star di prender moglie, sommanmente biasimando le donne. Tuo padre, diss’egli, già ti da moglie? che in giuria gli hai tu fatto, che egli ti lega? Non sai tu le parole. che dice Giove?</p>
<lb/>Io darò loro in pena del rubato 
<lb/>Fuoce un tal mal, del qual tutti ne l’alma
<lb/>Ne prenderan diletto, amando’l proprio
<lb/>Danno.
<p>Questo è il piacer de mali, che è simile alla natura delle Serene, le quali con la dolcezza del canto uccidono altrui. Tu puoi conoscere la grandezza del male dall’ apparecchio istesso delle nozze, dal rimbombar de i suoni, dallo strepito delle porte, &amp; dal portar del le faci. alcuno, che vedesse, &amp; udisse cotal romore: di rebbe che chiunque ha da prender moglie è infelice. a me par veramente ch’egli sia mandato in battaglia. Quando tu eri ignorante della musica, potevi dir di non saper le Canzoni delle cose, che le donne han no operato, ma hora tu hai da dir altramente. Le don nedi quante tragedie hanno riempite le scene? eccoti il monile d’Eriphile, la mensa di Philomela, la calunnia di Sthenobea, l’incesto di Aerope, &amp; lo scannamento di Progne. Se Agamennone desidera la bellezza di Chriseida, fa venir la peste nell’esercito de Greci. se Achille ama la beltà di Briseida; apparecchia a se medesimo il pianto. se Candaule hebbe moglie bella; la moglie l uccise, il fuoco delle nozze  <pb n= "7 recto" />di Helena accese un’altro fuoco in Troia, le nozze della casta Penelope non furon cagione di far uccider tanti giovani, che la dimandavano? Phedra amando fece morir Hippolito, &amp; Clitennestra non amando </p>
<lb/>,, uccise Agamennone. O malvagie donne, che hanno 
<lb/>,, ardimento di fare ogni cosa. Se ti amano, ti ucci dono:  
<p>,, se non ti amano ti tolgono la vita. Doveva egli Agamennone esser ucciso, la cui bellezza era celeste? che haveva gli occhi &amp; la testa simile a Giove saettatore? &amp; pur donna fu quella che gliela tagliò. Ma alcuno direbbe, che queste cose siano solamente nelle done belle, &amp; all’hora la disaventura è men grave: percioche la bellezza è il conforto del male: et questo è nelle infelicità esser felice. ma se ella è brutta, si come tu di; la miseria è raddoppiata: &amp; in qual maniera alcuno potrebbe ciò tollerare, &amp; massimamente un giovane cose bello? Non far Charicle, io te ne prego per Dio non diventare anchora servo; &amp; non guastar innanzi al tempo il fiore della tua giovanezza. percioche oltra le altre. il tor moglie apporta seco questa infelicità che fa divenir languido il vigore della età. Non Charicle, te ne prego, non mi ti consumare anchora, non dar acogliere; &amp; goder cose bella rosa a un brutto agricoltore. Et Charicle soggiugnendo disse, lasciane di questo la cura alli Dei &amp; a me percioche insino al termine della nozze vi à spazio di tempo di qualche giorno: &amp; molte cose potriano avvenire in una notte. ce ne consiglieremo con piaagio, questo tempo, che hora mi avanza io lo voglie  <pb n= "7 verso"/> spendere in cavalcare percioche dapoi che tu mi donasti quel bel cavallo; io non hò goduto anchora del tuo dono, e l’esercizio del corpo mi allegerirà la malinconia dell’animo. Egli adunque se n’ando nell’ultima strada, dovendo l’ultima &amp; la prima volta cavalcare. io rimanendo racconto a Clinia la cosa mia come era passata, come io hebbi passione, come le viddi venire, la cena, &amp; la bellezza della fanciulla &amp; finalmente vergognandomi di più parlare, dissi, non posso, o Clinia, sofferir l’affanno: percioche Amore con tutte le sue forze è venuto sopra di me, &amp; perseguita il sonno de i miei occhi. tutte le mie imaginationi &amp; pensieri si volgono verso di Leucippe: non è mai ad alcun’altro avvenuta simile infelicità: percio, che il mio male habita meco. Tu sei stolto, disse all’hora Clinia, a parlar di questa maniera, essendo tu nell’amore cosi felice. percioche non ti conviene andaralle altrui porte ne ancho pregare i ministri. la fortuna ti ha dato la donna, che tu hai da amare, &amp; portandolati l’ha posta dentro nel tuo albergo. A un’altro amante fia a bastanza il solamente veder la custodita pulzella, &amp; reputa grandissimo bene l’haverventura di verderla. &amp; altri si stimano felici sopra gli altri amanti, se ottengano solamente gratia di parlar con l’amata donna. &amp; tu la vedi sempre, &amp; sempre la senti, &amp; mangi &amp; beui con essa lei. &amp; havendo queste felicità, tu ti lamenti? &amp; sei ingrato de i doni, che ti ha fatti Amore? Non conosci tu che cosa sia il veder l’amata donna? egli ha in se maggior piacere,  <pb n= "8 recto"/> </p>
<p>,, che l’effetto istesso percioche gli occhi scontrandosi, &amp; con le luci ripercuotendosi, ricevono come che </p>
<lb/>,, in uno specchio le imagini de i corpi, &amp; quella sembianza 
<lb/>,, che si diparte dalla bellezza, &amp; per la via de 
<lb/>,, gli occhi discende nell’anima, ha una certa mistione 
<lb/>,, in quel dipartirsi, et è un picciolo congiungimento, et 
<p>,, nuovo legame &amp; abbracciamento di corpi. Io veramente t’annunzio che tosto la cosa ti succederà, percioche </p>
<lb/>,, è grandissima occasione &amp; aiuto per indurre a  
<lb/>,, far si amare, il praticar continuamente con l’amata. 
<lb/>,, l’occhio è mezzano della benivolenza l’uso della compagnia 
<lb/>,, è molto atto ad acquistar gratia. percioche 
<lb/>,, se le bestie più fiere si fanno divenir mansuete con la 
<lb/>,, consuetudine; molto maggiormente con la medesima 
<lb/>,, farassi diventar piacevole ancho la donna. oltra 
<lb/>,, di ciò l’amante di equale erà ha in se un certo che
<lb/>,,, che tira le giovani ad amare. &amp; similmente quel che 
<lb/>,, nel fior della età muove la natura, &amp; ancho lesser 
<lb/>,, con sapevole di esser amato, spesse volte partorisce 
<lb/>,, amore. Non è pulzella niuna, che non desideri di esser 
<lb/>,, bella, &amp; essendo amata, ne prende allegrezza, &amp; loda 
<lb/>,, l’amante di cotal testimonianza, &amp; se alcuno non 
<p>,, l ama anchora non si da a credere di esser bella. una cosa adunque solamente io ti voglio rammentare, che tu opri di modo, che ella si creda di esser amata da te, che subitamente t’imiterà. In che maniera, risposi io, questo tuo annunzio potrà seguire? mostrami tu il modo &amp; prestami aiuto. percioche tu sei più antico discepolo, &amp; gia più assuefatto nelle cose d’Amore,  <pb n= "8 verso"/> </p>
<p>che io non sono Che dico? che debbo fare? come potrei ottener l’amata giovane? che in vero io non se trovar la via. Non cercar, disse Clinia, di queste cose niente impararne da altrui: percioche questo Iddio è savio si, che da se stesso è dotto senza maestro. Si come a i bambini, ancora che dianzi sian nati, nessuno insegna a cibarsi, ma da se medisimi imparano, &amp; conoscono la lor mensa esser posta nelle mammelle, cosi il giovane, che si ritrovava ne i primi parti d’amore, non ha bisogno di ammaestramenti al partorire. Et veramente quando vengano i dolori del parto, &amp; che il determinato tempo della necessità soprastia, non ti smarrir punto, anchora che tu sij ne primi parti amorosi: percioche tenendo cura di te Amore; tu troverai il modo di partorire. Ma tutte le cose che sono comuni, &amp; nelle quali non fa bisogno di attendere opportuna occasione, queste ascoltando impara. Non richieder la giovane del piacer venereo: ma cerca come </p>
<lb/>,, tu possi venire all’effetto tacitamente. Percioche 
<lb/>,, i giovanetti &amp; le giovanette nel vergognarsi sono d’u 
<lb/>,, na medesima conditione: ma quanto al congiungimento 
<lb/>,, amoroso, avennga che ne habbiano desiderio: 
<lb/>,, non vogliono pero udire quello che fanno, riputando 
<lb/>,, essi la vergogna esser posta nelle parole: le donne poi 
<lb/>,, mature ancho delle parole pigliano dilettatione. ma 
<lb/>,, la donzella fa prova de gli esteriori &amp; leggieri assalti 
<lb/>,, de gli amanti, et subito acconsente co i cenni: ma se 
<lb/>,, tu appressandoleti la ricercherai dell’amoroso piacere
<lb/>,,, con simil voce le percuoterai &amp; offenderai le orecchie,  <pb n= "9 recto" />
<lb/>,, et arrossiranne, et haverà in odio cotal parlare; 
<lb/>,, &amp; istimerà di esser oltraggiata, &amp; benche ella habbia 
<lb/>,, desiderio dicompiacerti, nondimeno ne ha vergogna: 
<lb/>,, percioche all’hora le pare di far la cosa con effetto; 
<lb/>,, quando maggiormente ne sente la prova per la dilettatione
<lb/>,, delle parole. ma se un’altra fiata verrai a tentarla
<lb/>,,, &amp; l’harai disposta a condurvisi facilmente; all’hora 
<lb/>,, con maggior piacere si sottometterà. 
<p>Adunque, si come si fa ne i sacri misteri, tacerai molte cose: &amp; poco a poco apprenssandotele la bacierai. </p>
<lb/>,, percioche il bacio dell’amante dato all’amata, la quale 
<lb/>,,  habbia animo di acconsintire, è un tacito dimandare: 
<lb/>,,  &amp; se ella è di natura ritrosa; è un prego da farla 
<lb/>,, divenir humile, anchora che non venga alla promissione 
<lb/>,, di far la cosa. &amp; benche spesse fiate volontariamente 
<lb/>,, le donne vengano a condedere il piacere amoroso; 
<lb/>,, nondimeno vogliono parer di esser sforzate: accioche 
<lb/>,, cn’l nome della necessità possano scusar la vergogna
<lb/>,,, nella quale di propria volontà si sono lasciate 
<p>,,  cadere. Non dubitare adunque, se ben tu vedrai ch’el la faccia resistenza: ma osserverai in che modo a ciò fare ella simuova. percioche ancora in questi casi bisogna esser prudente. &amp; se sarà costante nel resistere; rimanti da farle violenza, percioche non è anchora persuasa. ma se vorrai ch’ella divenga piacevole; usa lasimulatione per non guastare il fatto tuo. Tu mi hai dato, dissi io, o Clinia un grandissimo aiuto, &amp; mi do vanto di ottenerla: condimeno io temo, che la felicità non mi sia principio di mali più acerbie, &amp; mi  <pb n= "9 verso"/> trasporti a più intenso amore: &amp; se per disaventura questo male prende aumento; che farò io? torla per moglie non potrei: percioche son dato per marito  a un’altra giovane. &amp; a questo si aggiugne mio padre, che da me non ricerca se non cosa giusta, &amp; prendo non una forestiera, ne brutta fanciulla, &amp; non mi compra con le ricchezze. come aviene a Charicle; ma egli mi dà una sua figlivola, &amp; di aspetto, eccettuando Leucippe, veramente bellissimo. ma hora intorno alla sua bellezza io son cieco, &amp; tengo solamente gli occhi volti a rimirar Leucippe. Io son posto nel confine di due contrarij. l’Amore, e’l padre contendono. questi da un lato stà, seco havendo la riverente vergogna; queglo dall’altro siede tenendo le sue fiamme. come determinerò io questa lite? la necessità, &amp; la natura combatton. padre io vorrei dar la sententia a favor tuo ma hò un’avversario più possente. egli tormenta il giudice. mi stà davanti con le saette. dice le sue ragioni co’l fuoco. padre se io non gli ubbidisco; mi arde &amp; mi abbrucia. Noi adunque stavamo ragionando di queste cose d’Amore; &amp; ecco subitamente ne vien correndo un giovanetto servidore di Charicle, nel cui aspetto si scorgeva l’annuntio del male: onde Clinia vedendolo, subito gridò, qualche disaventura è avenuta a Charicle. Et in quel punto che Clinia cosi parlava; il servidore diceva, è morto Charicle. al quale annuntio Clinia rimase senza voce &amp; tramortita, da cotai parole come da saetta percosso. Il servidore sequitò di narrar dicendò, Egli montò sopra il tuo cavallo, &amp;  <pb n= "10 recto"/> da principio lo spinse leggiermente, &amp; fattolo correr due o tre volte; lo ritenne: &amp; cosi fermato sedendovi sopra, &amp; havendo abbandonate le redine fregava il cavallo, che sudava: &amp; asciugando i sudori della sella; fù fatto strepito quivi dietro, &amp; il cavallo spaventato saltò alzandosi erto in aria, &amp; furiosamente era trasportato: percioche mordendo il freno, inarcato il collo, iscuotendo i crini, punto &amp; messo in fura dalla pavra, volava per aria, &amp; de i piedi quei dinanzi andavano saltando, &amp; quei di dietro cercando di arrivar quei davanti, sequitando il cavallo si affrettavano di correre: &amp; cavallo inalzato dal combattimento de i piedi, saltando hor altro hor basso. per la fretta de gli uni &amp; de gli altri, a guisa di nave combattuta dalla fortuna con la schiena ondeggiava &amp; l’infelice Charicle quasi bilanciato da queste onde, dalla sella a guisa di una palla era gittato, hor cadendo all groppa del cavallo, &amp; hora a capo chino verso il collo, &amp; la tempesta delle onde gravemente l’affliggeuvano: &amp; non potendo più regger le redine, &amp; havendo dato se stesso al vento del corso, era in mano della fortuna. Il cavallo correndo con grandissimo impeto usci della strada publica, &amp; saltò in un bosco, &amp; subitamente fece lacerar il misero Charicle a un’arbore, &amp; cosi lacero quasi da una macchina avventato, è gittato fuori di sella, &amp; da i rami dell albero gli vien guasto tutto il volto, &amp; è da tante ferite lacerato; quante erano le punte de i rami: &amp; le redine avvolte intorno a lui non volevano lasciare il corpo; ma lo tiravano conducendolo  <pb n= "10 verso"/> nella via della morte. Il cavallo impedito del cor so calpestava il corpo del misero Charicle, &amp; dava di calci all’impedimento della sua fuga, di maniera che chiunque lo vedesse, non lo riconoscerebbe. Clinia havendo udito queste cose, percosso dalla doglia tacque per alquanto spazio: di poi quasi destatosi dal dolore, si lamentava grandemente, &amp; affrettavasi di correre a trovar il corpo di Charicle. io le seguina consolandolo come meglio poteva. Intanto Charicle vien portato morto. il che era spettacolo miserabile &amp; con passionevole: percioche tutto era pieno di ferite, di mode che niuno, che fusse iui presente, potè ritener le lagrime. Il padre suo con altissimi gridi cominciò il la mento dicendo: Qual it partisti da me figliuolo, &amp; qual mi ritorni? O maladetto cavalcare. tu non mi sei morro di morte ordinaria, ne ti mostri morto di convenevole aspetto. percioche gli altri morti benche non serbino i vestigi de gli ornamenti, &amp; la vaghezza del l’aspetto sia guasta; nondimeno ritengono la imagine, &amp; simigliando persone, che dormano, consolano chi rimane afflitto. l’anima veramente è tolta dalla morte, &amp; nel corpo resta la sembianza dell’huomo: ma la fortuna hà in te queste cose tutte insieme guaste. tu mi sei morto di doppia morte, &amp; di quella del’animo, &amp; di quella del corpo, talmente è ancho morta l’ombra della tua imagine. percioche la tua anima è fuggita, ne anco ti riconosco nel corpo. Quando, o figlivol mio, prenderai moglie? quando farò festa per le tue nozze, cavaliero, e poso? ma sposo non compiutamente,  <pb n= "11 recto"/> &amp; cavalliere infelice. La sepoltura, figliuol mio, è la tua camera. le nozze è la morte. il lamento è l’bimeneo &amp; questo pianto sono i canti delle nozze. In aspettava, figliuol mio, di accender per te altri fuochi: ma la cattiva fortuna &amp; te &amp; loro inseiemo hà estinti, &amp; hatti accese facelle di mali. o maladette faci. le essequie ti sono in vece delle faci nuzziali. Queste cose cosi piangendo suo padre diceva: &amp; dall’altra parte Clinia, &amp; era un combattimento di lamentanze, &amp; dell’amico &amp; del padre. (Io diceva Clinia) ho fatto perire il mio signore. perche gli diedi io cotal dono; non haveva io una tazza di argento e con la qual e sacrificando &amp; bevendo egli havesse con gioia goduto il mio dono? io infelice donai una bestia ferocea un giovanetto cosi mansueto &amp; bello: &amp; haveva io ornato quel pessimo cavallo di frontale, di pettorale, &amp; di altri guarnimenti d’argento, &amp; di freno dorato. Abi lasso me Charicle, io con l’oro hò adornato il tuo ucciditore. Cavallo sopra tutte le bestie crudelissimio, malvagio, ingrato, &amp; in nessuna parte conoscitore della bellezza. Egli ti ascugava il sudore, ti prometteva darti più biada, ti lodava del correre. &amp; tu essendo da lui lodato, l’ai ucciso? non ti allegravi tu di esser tocco da un simil giovane? cotal cavaliero non ti era di gioia &amp; diletto? ma tu privo di ogni amore gittasti a terra la bellezza. Hai disaventurato me, io ti comprai chi ti uccidesse. Doppo l’essequie io me n’andai a trovar Leucippe, ch’era nel nostro giardino. il giardino era un boschetto, cosa che a riguardarla  <pb n= "11 verso"/> era a gli occhi di grandissimo conforto. era circondato il boschetto di mura sufficietemente atte, &amp; tutti i lati della mura, i quali erano quatro, stavano coperti di un tetto sostenuto da un’ordine di colonne, di dentro vi era molta copia di alberi insieme racolte. i rami verdeggiavano, &amp; cadevano l’uno sopra l’altro, &amp; le vicine frondi &amp; frutti si abbracciavano insieme, tanto erano spesse le piante, appresso alcuni abori grandi era nata l’Hedera &amp; la Smilace, questa pendendo dal Platano, con le sotili &amp; dilicate foglie gli faceva corona d’intorno; &amp; quella rivolgendosi attorno al Paccio abbracciandolo faceva domestico l’arbore, il quale era sostegno all Hedera, &amp; ella a lui era corona. Le Viti da ogni lato dell’albero portate &amp; sostenute dalle canne con le lor frondi verdeggiavano, &amp; i frutti havevano i vaghi fiori, &amp; pendeano da fori delle canne &amp; erano quasi inanellati crini dell’arbore. &amp; le frondi che di sopra pendeano sotto’l Sole, contrastando co’l vento facevano che la terra di verdi ombre risplendeva. poscia i fiori di colori diversi a gara mostravano la lor bellezza. &amp; la porpora della terra era il Narciso &amp; la Rosa, il calice della Rosa &amp; del Narciso inquanto alla forma era simile, &amp; era quasi nappo della pianta. La Rosa intorno al calice delle partire foglie haveva il color di sangue insiememente &amp; di latte nella inferior parte della foglia. il Narciso era del tutto simile alla parte inferior del fior della Rosa, ma non gia del calice, che haveva il colore, quale e quel del mare, quando è quieto. Nel mezzo de i fiori sorgeva  <pb n= "12 recto"/> </p>
<p>una fonte, intorno alla quale era stata fatta a mano una fossa di forma quadrata, dove potesse discorrer l’acqua, la quale era lo specchio de i fiori, di maniera che parevano due giardini: il vero l’uno; &amp; l’altro l’ombra del vero. Gli uccelli parte domestichi, che con l’esca da gli huomini erano stati allevati, se n’andavano intorno al boschetto pascendo, &amp; parte havendo libero il volo; nelle sommità de gli arbori scherzavano, alcuni cantando quei canti, che a gli ucelli si con vengono; &amp; alcuni vagheggiando si l’ornamento delle lor penne. I cantori erano le cicale &amp; rondini: quelle cantando il letto d’Iò; &amp; queste la mensa di Tereo. i domestichi erano il Pavone, il Cigno, e’l Pappagallo. il Cigno si pasceva intorno all’acque: il Pappagallo in una gabbia appiccata a un’arbore, il Pavone tra i fiori, tirandosi dietro’le sue vaghe penne, &amp; l’aspetto de i fiori allo incontro de i coloril de gli uccelli risplendeva: i fiori de’quali erano le penne. Volendo io adunque disponer la fanciulla all’amore; cominciai a ragionar insieme con Satiro, prendendo al Pavone l’occasione del partare. percioche Leucippe per avventura insieme con Clio passeggiava, &amp; era si poi fermato allo incontro del Pavone, il quale per sorte allhora haveva alzata &amp; allargata la sua bellezza, &amp; mostrava il theatro delle sue penne. Veramente l‘uccello diss’io fa questo non senza cagione, ne senza arte: ma cio fa egli perche è innamorato; &amp; quando vuol tirar la sua amata; all’hora egli si adorna di questa maniera. Vedete quell’uccello vicino al Platano?  <pb n= "12 verso"/> (&amp; mostrava io loro il Pavone femina) a questa hora egli mostra i fiori &amp; prato delle sue penne. Ei in vero il prato del Pavone era molto più bello, &amp; più fiorito. percioche nelle sue penne tutte ripiene d’occhi, era nato l’oro, &amp; intorno all’oro con ugual cerchio si raggirava la porpora. Satiro havendo compieso la mia intenzione; a fin che io potessi più largamente parlar sopra di ciò, disse, Ha egli Amore cosi gran forza; che mandi del suo fuoco insino a gli uccelli? Non pur insino a gli uccelli, rispos’io, percioche questo non è maraviglia, havendo anche egli le ali; ma anchora a gli animali serpeggianti, &amp; alle piante, &amp; parmi anche insino alle pietre. Ecco la calamita ama il ferro, &amp; solamente vendendolo &amp; toccando lo a se lo tira, come ch ella habbia dentro dirse stessa cosa che induca ad amare. &amp; questo non è il bacio dell’amante pietra, &amp; dell’amato ferro? Delle piante dicono i philosophi (&amp; si diceva ciò esser favola. se non era confermato da gli agricoltori) che una pianta ama l’altra. ma che spezialmente l’amore gravemente molesta la palma: la qual dicono essere &amp; maschio &amp; femina. il maschio adunque ama la femmina: la quale se nell’ordine del piantare è separata; il maschio innamorato si vien seccando. l’agricoltore conosce la maninconia della pianta: &amp; andato in parte, dove possa ben vedere; guarda dove ella accenna. (percioche si piega verso l’amata pianta) &amp; ciò conosciuto, egli porge rimedio alla infermità dell’arbore, con pigliare un ravauscello della palma femina, &amp; metterlo  <pb n= "13 recto"/> nel core del maschio: &amp; cosi ponge ristoro &amp; refrigerio all’anima della pianta, &amp; il corpo morente ripiglia vigore, &amp; lieto si releva suso nel congiuguimente della sua amata. &amp; questo è il maritaggio del la pianta. Enni un’altro maritaggio dell’acque nel mare. l’amatore è il fiume Alpheo, &amp; l’amata è Aretbusa fontana di Sicilia. percioche il fiume come per una pianura discorre per il mare, il quale con le salse onde non guasta il dolce amatore: concio sia che egli dividendosi dia luogo al suo corso, &amp; cotal divisione del mare fa letto al fiame, &amp; à questo modo conduce lo sposo Alpheo ad Arethusa, quando adunque sono venute le feste Olimpice; molti gettano nell’acque del fiume chi un dono, et chi un’altro: et egli subito il porta alla sua amata. &amp; questi sono gli sposareschi doni del fiume. Trovasi anche ne gli animali serpeggianti un’altro secreto d’Amore, non solamente in quei che sono della medesima generazione, ma in quei che sonò di specie diversa. Egli è un serpente terrestre chiamato Vipera, il qual è stimolato &amp; in furiato dall’amor verso la Murena, la quale è una serpe marina inquanto all figura, ma nel vero si usa per pesce quando adunque si vogliono insieme congiugnere; quello venuto al lito fischia verso il mare; facendo cenno alla Murena: la quale conoscendo il segno, esce fuori del l’onde, non però subitamente accostandosi allo sposo, percioche ella conosce, ch’egli porta la morte ne i denti; ma se ne và in qualche scoglio e stà aspettando, che lo sposo habbia purgato la bocca, stanno adunque l’un  <pb n= "13 verso"/> l’altro guardandosi, questi amatore in terra ferma; &amp; quella amata nell’isola. quando l’amatore ha vomitato quello, onde nasce la pavra della sposa, &amp; che alla vede il veleno sparso per terra; all’hora discende dello scoglio, &amp; ismonta in terra ferma &amp; abbraccia il suo amatore, &amp; non ha più pavra di baciarlo. Mentre io diceva queste cose; poneva anche mente con qua le attentione la fanciulla ascoltava l’amorosa narrazione. et in vero mostrava di ascoltar non senza piacere. La risplendente bellezza del Pavone mi parena molto minore di quella dell’aspetto di Leucippe. percioche la bellezza del suo corpo contendeva con quella de i fiori del prato. il volto riluceva del color del Narsico, &amp; mandava fuori dalle guancie quel delle rose, &amp; la luce de gli occhi risplendeva come la viola. le chiome inanellate si avvolgevano attorno piu che non fa la edera. Tale era il prato nel viso di Leucippe: la quale poco dopo partendosi se n’andò via. percioche l’hora del sonar la Citera la chiamava. &amp; io volsi ritrovarmivi presente: che partendosi ella , tol se via la bellezza da gli occhi miei. Io &amp; Satiro insieme ci rallegravamo, &amp; gloriavamo di noi stessi: io di me medesimo per la favola raccontata; &amp; egli, per havermente dato occasione. &amp; dopo piccolo spazio venne l’hora della cena, &amp; di nuovo nella medesima maniera ne ponemmo a tavola. </p>
<pb n= "14 recto"/>
<lb/>DI ACCHILLE TAZIO,
<lb/>Alessandrino dell’amor di Leucippe, &amp; Clitophonte.
<lb/>LIBRO SECONDO.
<p>MANO I cosi rallegrandoci con noi stessi; caminavamo per andare alla camera della fanciulla come per udire sonare. percioche io non potea star pure un minimo punto di tempo senza veder lei. Ella primamente sonando cantò la pugna del Porco contra il Leone descritta da Homero; dipoi cantò alcuna cosa di più vagha, et piacevole materia, imperoche la canzone era in laude della Rosa, et con parole sciolte senza cantare diceva in somma cioche si conteneva nella canzone, &amp; le parole erano tali. Se Giove havesse voluto fare un Re sopra i fiori, certamente la Rosa sopra di loro haurebbe regnato. ella è ornamento della terra, splendor delle piante, occhio de i fiori, rossezza de i prati, fiore che a guisa di folgore risplende. ella spira Amore, ella è mezana a far con seguir i placeri venerei, ella nutrisce belle, &amp; vaghe frondi, &amp; gioisce de i suoi rami facilmente mossi, &amp; che ridenti verso Zephiro si mostrano. Queste tai cose cantò Leucippe, &amp; veramente a me pareva di veder la Rosa nella sue labbra, quando huomo volesse assimigliar la circonferenza del calice dalla Rosa alla forma del corpo. &amp; di _uou vien l’hora della cena Era all’hora la festa di Dionisio, ò vogliamo dir  <pb n= "14 verso" />Baccho. la quale si faceva avanti la vendemmia. percioche i Tirij; stimavano Dionisio a simil tempo esser venuto nel lor paese, &amp; cantano la historia di Cadmo, &amp; reputano l’origine della festa cotal historia. Dicono il vino non esser stato appresso altre gente prima che appresso di loro, non il negro vino di Anthosmia, non quello della vite Biblina, non qual di Maro ne di Tracia, non quel dì Chio della Lacedemonia, non quel della Isola d’Icaro, ma tutii a guisa di colonie esser discesi da gli huomini di Tiro, &amp; la prima madre de vini esser nata appresso di loro. percioche narrano, che quivi fu: un bifolco amatore &amp; albergatore de forestieri, (qual dicono gli. Athenie si essere stato Icaro) &amp; in questa historia che cantano mostra che costui in tutto fusse Attico. Pervenne Dionisio a questo bifolco, il quale di quel che produce la terra &amp; il carro de buoi, gli pose davanti. &amp; appresso di loro si beuea quello che beveano i buoi concisia che anchora non fosse ritrovato il vino. Dionisio lodò &amp; ringratiò il bifolco della benigna accoglienza, &amp; gli porse un nappo invitandolo a bere, &amp; il beveraggio era il vino. Egli havendo bevuto, cominciò dal gran piacere a divenir oltra misura allegro. &amp; dimando a Dionisio, o forestiero d’onde hai tu hauto quest’acqua purpurea? dove hai tu trovato questo sangue cosi dolce? percioche non mi par che sia quella che discorre per la terra. questo veramente discende nel petto, &amp; porta seco un piacere, che penetra acutissimamente, &amp; prima rallegra l’odorato  <pb n= "15 recto" />che’l gusto, &amp; nel toccarlo si sente esser freddo &amp; disceso che egli è nel ventre, respira da basso un fuoco di piacere. A cui Dionisio rispose, questa è l’acqua d’un frutto, cio è il sangne de i grappoli. &amp; conducendo il bifolco alla vite, &amp; pigliando i grappoli, &amp; premedoli, &amp; mostrando gli la vite disse, questa è l’acqua, &amp; questa è la fonte. Egli poi se n’ando alle altre genti, si come dicono i Tirij. &amp; in quel giorno celebrano a quel Dio festa solenne. Mio padre adunque volendomostrar sua magnificenzia, havend ogni cosa fatto apparechiar per la cena; avenne ch’ella fu molto più sontuosa, &amp; più magnifica, &amp; fece poner in tavola una tazza sacrato a Bacco, dopo quella di Glavco Chio la seconda, tutta di cristallo. &amp; intorno intorno era coronata di viti, che nasce nano dalla istessa tazza, &amp; i grappoli per tutto pendevano d’intorno; &amp; ciascuno di essi era acerbo finche la tazza era vota, ma mettedovi ndentro in vino a poco a poco i grappoli si facevano maturi, &amp; negri, &amp; l’agresta diventava vua. &amp; fra i grappoli era scolpito Bacco per coltivar la vite. Ma seguendosi tuttavia di bere, già senza vergogna alcuna guardava </p>
<lb/>,, Leucippe. Amore, &amp; Bacco sono due Iddij, iquali 
<lb/>,,  usano grandissima violenza, che occupando l’anima 
<lb/>,, muovono altrui con furore a operare sfacciatamente
<lb/>,,, quegli infiammandola col solito fuoco, &amp; questi 
<lb/>,, ardendola con la occulta! fiamma del vino, il quale 
<p>,,  è il nutrimento di Amore. Già la fanciulla hauevo preso ardire di guardarmi più fisamente. &amp; questo  <pb n= "15 verso"/> noi facemmo per ispazio di diece giorni, &amp; fuor che sguardi niente altro guadagnammo, ne havemmo ardimento di fare altra cosa. Io comunico il tutto a Satiro. &amp; lo prego che mi porga aiuto mi disse che prima, che da me l’havesse inteso, egli se n’era accorto: ma haver dubitato di scoprirmi, conoscendo che io cercava di nascondere il mio amore. Conciosia </p>
<lb/>,, che chiunque ama nascosamente, se egli da alcuno è 
<lb/>,, discoperto, gli porta odio, come se da lui havesse ricevuto 
<p>,, grandissimo oltraggio. Ma già (disse egli) la fortuna ha proveduto a i casi nostri, percioche Clio, la quale ha cura della camera di leucippe, si è meco dimesticata, &amp; mostra di portarmi affezzione come a suo amante, io a poco a poco la disporro a esser tale verso di noi che ci dara aiuto in questa impresa. ma oltra di questo è di bisogno, che tu facci prova della fanciulla non solamente ne gli sguardi; ma anchora in dirle qualche pungente parola, &amp; di poi aggiugniui la seconda machina, toccale la mano, e stringele le dita e stringedole sospira. Et fe facendo tu queste cose, essa le sopporterà, &amp; riceve il tuo amore; officio tuo è chiamarla signora &amp; padrona, &amp; barciarle il collo. In vero (dissi io) tu molto acconciamente mi ammaestri &amp; indirizzi alla impresa. ma io haveva sospetto, essendo timido &amp; pigro non esser buon soldato di Amore. Amore (disse egli) non comporta la pavra. non vedi tu il suo aspeto, com’egli ha sembianza militare? l’arco la faretre, le saette, e’l fuoco? le quai tutte cose dimostrano audacia  <pb n= "16 recto"/> e fortezza. Adunque havendo dentro di te un ta le Iddio, tu fei pigro &amp; pavroso? ma guarda che tu non dica falsamente di esser innamorato. Io comincierò a indrizzarti nella via, percioche menerò via Clio quando mi parrà che sia commoda occasione, che tu possa ritrovarti solo insieme con Leucippe sola. &amp; ciò detto se n’usci fcori della porta. Io essendomi solo rimaso, mosso dalle parole di Satiro esercitava me stesso, &amp; mi confortava a prender ardimunto verso di leucippe, &amp; meco diceva, insino a quanto vile che tu sei, starai come muto? perche hai tu pavra essendo soldato di si valoroso Iddio? tu aspetti che la giovane ti venga a trovare? Et appresso agiugneva, infelice te, perche non ti rauvedi? perche non ami quelle cose, che a te è convenevole di amare? tu hai in casa un’altra bella giovane, ma lei mira lei, lei ti è lecito di tor per moglie: &amp; parevami d’hauer persuaso me stesso, ma allo incotro quasi dal profondo core Amor mio mi gridava, Ahi temerario, tu hai ardire di venir a combattere contra di me, &amp; farmi resistenza? io volo, saetto, &amp; infiammo, come potrai fuggire, se tu schiferai li strali, non haverai modo da guardarti dal fuoco, &amp; se con la castità estinguerai questa fiamma; io ti prenderò con l’ali. Essendo io in questo contrasto, non mi accorsi che alla sprovista mi ritrovai esser vicino alla fanciulla, &amp; vedendola subito m’ipallidi, &amp; poseia divenni rosso. Ella era sola, non vi essendo Clio con essa lei, nondimeno come a huomo consuso non mi souvenendo che dirle; la  <pb n= "16 verso"/> salutai dicendo; Padrona mia Iddio ti conceda viver lietamente. ella dolcemente ridendo, &amp; col riso mostrando che haveva inteso con che animo io haveva detto Padrona mia Iddio ti conceda viver lietamentte, rispose, io son tua Padrona? non dir cosi. &amp; quale Iddio mi t’ha venduto come Hercole a Omphale? se forse tu non vuoi dir Mercurio, alqual Giove ha data il carico del vendere, et insiememente si diede a ridere. Qual Mercurio di tu? (le diss’io) &amp; perch’entri in ciancio intendendo tu chiaramente quel ch’io dico? et essendo passato d’uno in altro ragionamento, la sorte mi diede aiuto. Per aventura il giorno passato, quasi nel mezo di Leucippe sonando la citera stavasi a cantare. io era allo incontro di lei, &amp; Clio li sedeva allato, &amp; mentre che io andava passeggiando; eccoti in un subito un’ape non so donde volando, punse la mano di Clio. &amp; ella si diede a gridare. Leucippe posta giu la Citara, &amp; levatasi suso, la premeva dove era stata punta, &amp; insiememenue la confortava dicendole, che non pigliasse dispiacere, ch’ella le acquetarebbe il dolore incantandola con due parole, le quali da una certa donna Egittia le erano state insegnate contra le punture delle vespe &amp; delle api, &amp; cosi detto cominciò a far l’incantesimo. &amp; poco dopo Clio diceva sentir si meglio. All’hora per ventura un’ape, o vespa ch’ella si fusse, mormorando mi andava attorno al volto, &amp; io prendo occasione di usare un’astuzia, perche postami la mano al viso fingeva di esser statò punto, et di hauer grand dolore. La fanciulla appressandomisi,  <pb n= "17 recto"/> &amp; tirandomi via la mano , mi dimandava dove io fussi stato punto; io le risposi la puntura esser nelle labbra; ma perche, o padrona carissima, non le m’incanti? Ella venne, &amp; accostò la sua bocca alla mia come per acquetare il dolore, &amp; bassamente diceva non so che parole, toccando le mie labbra appena nella somità: &amp; io tacitamente la baciava, occultando il suo no de i baci. ella apriva &amp; chiudeva la congiuntura della labbra col mormorìo dell’incantesimo, &amp; i baci facevano l’incantamento. All’hora io havendola abbracciata a ertamente la baciava. Il che ve dendo ella, disse, che cosa fai? ancho tu allo’ncontro incanti me? L’incantagione diss’io, è che amo, &amp; che cerco di medicare il mio dolore. Ella havendo inteso quel che io diceva; si diede a ridere: onde assicurato arditamente dissi, Ahime padrona carissima, che di nuovo sono ferito più gravemente; imperoche il colpo è disceso al core, il quale per rimedio ricerca il tuo incantamento: &amp; in vero credo per fermo che tu porti le api nella bocca: percioche sei piena di dolcezza, &amp; i tuoi baci pungono: ma ti prego incantami un’altra volta, &amp; non finir cosi tosto l’incantamento, per non inacerbir di nuovo la ferita. &amp; insieme con le parole l’abbracciai più strettamente, &amp; più liberamente la baciai. ella facendo vista di ributtarmi, se lo comportava. Intanto vedendo noi da lontano venir la servente; ci separammo: io veramente contra mia voglia, &amp; con grandissimo dispiacere: ma ella non so con qual’animo lo facesse. Io adunque andava migliorando,  <pb n= "17 verso"/> &amp; era ripieno di speranza: &amp; sentiva il dato bacio sedermi nelle labbra non altramente, che se egli havesse corpo, &amp; come thesoro diligentemente lo serbava</p>
<lb/>,,, Che veramente il bacio è la principal dolcezza
<lb/>,,,  che sia da gli amanti gustata. percioche egli è partorito 
<lb/>,, da i più bei membri del corpo. La bocca è istrumento
<lb/>,, della voce, &amp; la voce è ombra dell’anima, &amp; 
<lb/>,, le congiunture delle bocche mescolate insieme mandano 
<p>,, il piacer ne i petti &amp; tirano le anime ne i baci, Et certamente il mio core non haveva cotal cosa gia mai prima sentito. &amp; all’hora la prima volta imparai, che ni un piacere si puote agguagliare a quello che si prova nel bacio amoroso. Ma essendo venuta l’hora della cena; di nuovo insieme ci mettemmo a bere nel medesimo modo. Satiro dava da bere a noi &amp; faceva una cosa che è da innamorati: egli scambiava i nappi, &amp; porgeva il mio a Leucippe, &amp; quel di lei a me, &amp; mescendo ad amendue porgeva da bere. Io havendo posto mente qual parte del nappo ella bevendo toccava con le sue abbra; a quello ponendo le mie bevea, mostrando che questo fusse il bacio mandato, &amp; poscia io baciava il nappo. Il che poi che la fanciulla hebbe veduto; conobbe che io baciava anche l’ombra delle sue labbra. Satiro dandoci di nuovo a bere, scambiava i nostri nappi: &amp; all’hora viddi, che la fanciulla faceva il medesimo, che io haveva fatto. di che io tuteavia ne sentiva maggior allegrezza &amp; ciò si fece tre &amp; quatro volte, &amp; tutto il rimanente del giorno cosi l’un dell’altro bevemmo i  <pb n= "18 recto" />baci. Doppo cena Satiro vendendomi a trovare mi disse. Hora è il tempo di portarsi animosamente: percioche la madre della fanciulla, come tu sai, sentendosi male è gia sola andata a ritosarsi. La fanciulla se ne va a fare le sue naturali bisogne, prima che vada a dormire solamente, seguitata da Clio, la quale io feco ragionando la ti leve ò via. Et ciò detto deliberammo di assalire egli Clio, &amp; io Leucippe, &amp; cosi fu fatto, che Clio fu da lui menata via, &amp; la fanciulla rimase nel Cortile. Io havendo osservato il tempo, che il molto splendor del lume cominciava a mancare, &amp; essendo divenuto più ardito per lo primo assalto già vinto, &amp; fatto poca stima della battaglia; percioche in quell’ora vi erano molte cose, che mi armavano di ardimento, il vino, l’amore, la speranza, la solitudine. io non dissi cosa alcuna, ma andai come se a ciò fare mi fusse convenuto con essa lei: &amp; subito ch’io l’hebbi abbracciata; la baciai: &amp; quando io tentava di faro era migliore; fu fatto un certo strepito quivi dietro di noi, &amp; ispaventati ci levammo via: &amp; ella da una parte se n’andò alla sua camera; &amp; io dall’altra rimasi gravemente afflitto dalla maninconia, havendo perduto di far cosi bell’opra, &amp; malediceva cotale strepito. Intanto Satiro mi viene incontra con lieto sembiante, di modo che mostrava che egli havesse veduto cio che noi havevamo fatto, essendo si nascoso dietro a un certo abore, fin che niuno venisse dove noi era vamo: &amp; egli era stato, che havendo veduto venire <pb n= "18 verso"/> un non so chi. haveva fatto strepito. Trapassati che farono alcuni pochi giorni; mio padre cominciò apparechiar le mie nozze più tosto, che egli non haveva deliberato: percioche i sogni gravemente lo molestavano: arevagli di celebrar le nostre nozze, &amp; havendo già accese le facelle; essersi estinte: &amp; quel che più lo tormentava, era che gli pareva, che ambedue noi eravamo menati via. Il giorno seguente fu fatto que sto apparecchio: egli comprò alla fanciulla quelle cose che facevano di bisogno per le nozze, una collana di varie pietre preziose, &amp; una veste tutta di porpora, &amp; i fregi, che nelle altre vesti sono di porpora, in questa erano di oro le pietre preziose contendevano insieme l’una con l’altra di bellezza, &amp; di splendore. Il Diacinto fra esse era come Rosa, &amp; l’Amethisto rosseggiava come oro: nel mezzo erano tre gioie di variato colore, che insieme erano congiunte: il piano della gioia era negro, il corpo di mezo appariva bianco nel negro, &amp; doppo il bianco, il rimanente che era nel sommo, andava in color rosso, la gioia essendo di oro circundata, haveva simiglianza di un’occhio di oro. la veste era tinta non di color di porpora comune &amp; vile; ma di quella sorte che i Tirij dicono essere stata ritrovata dal cane di un pastore, &amp; della quale insino a questi tempi ne tingono il velo di Venere. Et fu già tempo, che dell’ornamento della porpora non e ne haveva notizia appresso gli huomini: una picciola conchiglia la teneva ascosa dentro di se in ritondo &amp; occulto luogo: un pescatore, sperando che fusse  <pb n= "19 recto" />un pesce, andava cercando di pigliar questa preda: ma poi che hebbe veduto la durezza della conchiglia; maledicendo cotal preda, la gittò via come superfluità &amp; sterco del mare. Il cane trovò questa cosa trovata dal pescatore, &amp; la ruppe con i denti, &amp; dalla bocca del cane colava giu il sangue di cotal fiore, il quale gli tingeva il mento, &amp; con le labbra tesseva la porpora: il pastore vedendo le labbra del cane imbrattate, &amp; pensando che la tintura fusse una ferita, andò a lavarlo nel mare. Ma il sangue all’hora molto più lucidamente porporeggiava: &amp; subito che lhebbe toccato con le mani; nelle mani si ritrovo haver la porpora. Finalemente conobbe la nature della Conchiglia, ch’ella haveva dentro di se la pianta di cosi vabo &amp; bel colore. &amp; piglianto della lana, la mise nel foro, ricercando di dentro i secreti della Conchiglia, &amp; poscia insanguinava intorno al mento del cane. &amp; cosi all’hora imparò la tintura della porpora. &amp; havendo egli preso alcun sossi; rompevano d’intorno intorno il guscio, che a guisa di muro teneva dentro serrato il colore, &amp; aperto il secreto luogo della porpora; trovò il thesoro della tintura. Mio padre adunque celebravano le primitie delle nozze: io subito che l’hebbi inteso: rimasi tutto smarrito &amp; perduto, &amp; cercavano ogni via &amp; modo da poterle prolungare. Mentre io mi stava pensando; ecco in un subito si fa romore dentro della nostra casa, nella stanza dove si cenava: percioche avvenne che havendo mio padre uccise le vittime, &amp; postole sopra gli <pb n= "19 verso"/> altari un’aquila volandovi sopra, rapi il sacrificio. &amp; benche cercassero di cacciarla; nondimeno non fecero effetto, che l’uccello non se n’andò via, se non portando la preda. Pareva adunque, che ciò non fusse buono augurio, e per questo in quel giorno fu lasciato di far le nozze. Mio padre havendo fatto chiamar gl’indo vini, &amp; gl interpreti de’prodigij, narra loro l’augurio essi dissero, che bisognava far sacrifico a Giove hospitale, nella meza notte andando al mare, essendo l’uccello volato a quella parte. &amp; la cosa era avvenuta cosi, che l’aquila volata verso il mare, non fu poscia mia più veduta. Io essendo seguite cotal cose, lodava supremamente l’aquila, &amp; diceva che meritamente ella era regina di tutti gli uccelli. &amp; non trapassò molto spazio di tempo, che seguì l’effetto annunziato dall’agurio. Et un giovane Bizantino chiamato Callisthene. privo di padre &amp; di madre, &amp; molto ricco, ma di utta prodiga &amp; lasciva costui intendendo che Sostrato havea una belle figlivola, la quale egli non havea giamai veduta, desiderava haverla per moglie</p>
<lb/>,,, &amp; erane innamorato per fama. Percioche la 
<lb/>,, morbidezza de i lascivi è tanto, che anchora per via 
<lb/>,, de gli orecchi vengano a innamorarsi, &amp; dalle parole 
<lb/>,, ricevono la medesima passione, che porgono all’anima 
<p>,, gli occhi mentre sono amorosamente feriti. Egli andato a trovar Sostrato prima che fusse stato mossa la guerra a i Bizantini; gli domando la fanciulla. Sostrato havendo in odio la pessima e dissoluta vita del giovane; glie la negò. Calisthene di questo prese  <pb n= "20 recto"/> sdegno, &amp; si riputava di esser poco stimato, &amp; di ricever ingiuria da Sostrato: nondimeno egli rimaneva innamorato. &amp; fingendosi dentro della sua mente la bellezza della fanciulla, &amp; imaginandosi le cose che non vedeva; se ne stava tutto solo di pessimo animo, &amp; attendeva a volersi con insidie vendicar della ingiuria fattagli da Sotrato, &amp; di adempire il suo desiderio. Hanno i Bizantini una legge, Che se alcuno havesse rapito una donzella, &amp; più volesse torlasi per moglie, le nozze fossero la violenza usa tale. Callisthene havendo molto ben pensato sopra di questa legge; cercava occasione di mandarla ad effetto. In tanto che si faceva la guerra, &amp; che la fanciulla era serbata appresso di noi, egli haveva inteso ciascuna di queste cose, nondimeno si mise a farle insidie, &amp; a ciò gli fu in aiuto questo, che i Bizantini hebbero dall’ora colo una risposta tale,</p>
<lb/>Un’isola è, che di sua gente il nome
<lb/>Prende la pianta, e stendesi da un lato
<lb/>In terra ferma nn collo stretto, &amp; poscia
<lb/>Da l’altro il mare la bagna, ove Vulcano
<lb/>Minerva havendo si rallegra &amp; gode;
<lb/>Là ti comando che tu vada tosto,
<lb/>Conducendo animai per offerire
<lb/>Ad Hercole un solenne sacrificio.
<p>Et stando essi in dubbio qual’ Isola si dovesse intender per le parole dell’oracolo. Sostrato, il quale era Capitano della guerra. Disse, Bisogna haver cura di mandare il sacrificio a Hercole in Tiro: percioche <pb n= "20 verso"/> ivi è tutto quel ch’è stato detto dal l’oracolo. l’Iddio ha detto l’Isola prender nome dalla pianta: con ciosia cosa che l’Isola sia de Phenici, &amp; la Phenice (cioè la palma) è pianta. Di questa isola ne contendono il mare, &amp; la terra, questa la tira a fe, &amp; quello quinci et quin di la bagna: onde ella giace in mare, &amp; non abbandona la terra; percioche la congiunge con la terra ferma una stretta gola, la quale è come collo dell’Isola; &amp; non è ella fondata in mare; ma l’acqua sottentra: &amp; il seno del mare giace sotto allo stretto, &amp; è un nuovo &amp; maraviglioso spettacolo, essendo città in mare, &amp; Isola in terra. Et mentre l’oracolo dice, Vulcano haver Minerva: egli oscuramente parlando, vuo le intender l’uliva e’l fuoco: le quali due cose appresso di noi habitano insieme congiunte: imperoche un luogo sacro circondato di mura produce l’uliva di rami verdissimi, &amp; con essa nasce il fuoco, che sparge grandissima fiamma intorno a i rami, &amp; la cenere del fuoco coltiva &amp; nutrisce la pianta, tal è l’amicizia del fuoco &amp; della pianta, &amp; cosi Minerva non fugge Vulcano. Cherphonte collega maggiore di Sostrato, percioche egli di patria era da Tiro, riputandolo &amp; lodandolo per huomo divino, disse, Io ti narrerò una cosa bella &amp; vera, &amp; non ti dei maravigliare della natura del fuoco solamente; ma anche di quella dell’acqua. io ho veduto cotai secreti. E un’acqua in Sicilia, che ha in se mescolato il fuoco, &amp; vedesi da essa saltar in alto la fiamma; ma se toccherai l’acqua? la troverai fredda come neue, &amp; fuoco non è estinto dall’acqua, <pb n= "21 recto"/> ne l’acqua è abbraciata dal fuoco. ma co’l fuoco col’acqua nel fonte se ne stà in compagnia. Similmente in Hispagna è un fiume, che vedendolo nulla più altro che fiume lo stimerai, ma volenda sentir l’acqua sonare; fermati al quanto, attentamente porgendo le orecchie: percioche per picciol vento che percuota sopra i rivolgimenti dell’acqua; ella rende suono some corda di stormento: &amp; il vento è il plettro dell’acqua; &amp; il corso di lei suona come una citara. E anche vua palude in Africa simile a quella d’India: &amp; le vergini Affricane hanno il secreto di conoscer quando l’acqua sia ricca, la qual serba la richezza nel fondo me scolata nel fango, &amp; quivi è il fonte dell’oro. Mettono adunque nell’acqua una pertica impeciata, &amp; aprono i ritegni del fiume. La pertica è all’oro come al pesce l’amo, percioche ella il pesca, &amp; la pece è l’esca della preda: che tutto quel seme di oro ‘ che s’imbatterà in essa. si attacca solamente, e la pece poi tira interre la predo: di questa maniera nel fiume d’Africa si posca l’oro. Havendo Clitophonte narrate queste cose; di consentimento di tutta la città fece inviar le vittime verso Tiro. Callisthene finge di esser un di quei che hanno ad hauer cura del sacrificio: &amp; essendo in picciolo spazio di tempo giunto a Tiro, havendo imparato la casa di mio padre: pose insidie alle donne: le quali, essendo il sacrificio molto magnifico e suntuoso; era no uscite a vederlo. Era una gran pompa di vittime un lungo orine di huomini, profumi di cassia, d’Incenso di Croco, fiori di nerciso, di Rose. e di Mirthi: gli odori  <pb n= "21 verso" />de’fiori contendeaano con quei de’profumi. Il vento trascorrendo per l’acre mescolava la soavità de gli odori talmente, che era venuto pieno di dilettatione. Le vittime erano molte &amp; varie, &amp; fra loro le più eccellenti erano i buoi del Nilo: percioche il bue di Egitto non solamente di grandezza; ma anche di colore avanza gli altri: in quanto alla grandezza, egli è in tutto grande. Ha il collo grosso, le spalle larghe, il ventre grande, &amp; le corna le ha non basse: come quei di Sicilia, ne brutte come quei di Cipro, ma dalle tempie ascendendo a poco a poco da amendue i lati piegandosi, conducono le lor sommità tanto appresso, quanto sono distanti i principij delle corna, tale che hanno somiglianza della luna ritonda: il colòre egli l hà qual’Homero lodavano ne i cavalli di Thracia. Questo bue Egizzio ne va col collo elevato, quasi con questa maniera dimostrando che egli è Rede gli altri buoi. &amp; se la favola di Europa è vera, Giove pigliò ia similitudine del toro egizzio. Avvenne adunque che all’hora Panthia madre di Leucippe si sentiva alquanto mal disposta. &amp; Leucippe fingendo di esser ammalata, rimase a casa: percioche noi havevamo posto ordine di ritrovarci insieme. Callisthene non havendo mai veduta Leucippe, &amp; vedendo Calligone mia sorella, &amp; istimando ch’ella fusse Leucippe (percioche la moglie di Sostrato egli la conosceva) senza dimandar nulla, &amp; essendo gia dal l’aspetto della fanciulla preso, a un suo familiare, che gli era fidelissimo, la mostra, &amp; gli comanda <pb n= "22 recto" /> che raguni alquanti corsali per rapirla: &amp; dicegli che modo in cio habbia da tenere, &amp; si come gia si avvicinava la festa, nella quale egli haveva inteso che tutte le donzelle della città andavano al mare. Havendogli cosi detto, facendo poco stima di andar a vedere il sacrificio si diparti con una sua nave, la quale egli prima che si partisse da Bizantio; haveva apparecchiata, se per avventura gli fusse accaduto di poter fare quel che si haveva pensato. Gli altri che havevano cura del sacrificio, navigaron via; ma egli si allontanò al quanto da terra, havendo date le ancore a fondo, parte per parer di seguitar gli altri cittadini: &amp; parte accioche stando la nave vicina alla città di Tiro, dopo la rapina non potesse esser reso. Poi che fu giunto presso a Sarapta città de Tryrij posta nel mare: quivi arriva, &amp; assegna una barchetta a Zenone: cosi era chiamato il familiare, del quale egli si serviva a far la rapina: era costui &amp; robusto &amp; per natura corsale, &amp; havendo subitamente trovati alcuni corsali pescatori di quella villa, navigò verso Tiro. E non molto lontano da Tiro una isoletta, che ha una piccola spiaggia, che i Tirij la chiamano la sepoltura di rodope, dove la barachetta stava in agguatto attendendo l’occasione. Innanzi l’universal festa da Callisthene con sommo desiderio aspettata, è messo ordine di far quel che l’agurio dell Aquila, e gl’indouni dimostrava. Noi la notte per il giorno sequente ci apparecchiammo per andar a far sacrifizio a Giove: &amp; niuva di queste cose era nascoca a Zenone: ma essendo ga <pb n= "22 verso" /> venuta la mezza notte; noi andammo innanzi, &amp; egli seguiva dopo noi, &amp; mentre eravamo a lavarci nelle sponde del mare; egli fa il segno ordinato fra loro. la barchetta in un subito navigando giunse a riva. Erano in essa dieci giovani, &amp; altri otto ne erano in terra in aguato, i quali portavano vestimenti da donne, et si ha vevano rase le barbe. &amp; ciascuno portava sotto le vesti la sua spada: &amp; anch’essi conducevano le vittime per non dar cagione di sospetto alcuno: &amp; veramente noi pensavamo che fussero donne. Poscia che noi havemmo accesa la massa delle legne per offerir il sacrifizio; subitamente gridando corsero, &amp; estinsero le nostre facelle, &amp; noi per lo spavento confusamente ci demmo a fuggire, &amp; essi tirate fuori le spade rapirono mia sorella, &amp; messonla in barca, &amp; subito montativi dentro se ne volarono a guisa di uccello. Di noi alcuni fuggiavano, ne sapendo, ne vedendo cosa alcuna; &amp; altri in un tempo medesimo vedevano &amp; gridavano, i corsari hanno presa Calligone, e la barchetta già haveva trapassato in mezzo del mare. Ma appressandosi loro a Sarapta, Callisthene da lontano vedendo il segno, andò a incontrarli con la nave, e ricevette la fanciulla, &amp; navigo subitamente via per alto mare. Io essendo si le nozze cosi disciolte fuori di ogni mia openione; mi confortai; nondimeno mi doleva, che mia sorella fusse caduta in cotalo infelicità. Et havendo lasciati passare alcuni giorni; parlai con Leucippe dicendole, insino a quanto padrona mia carissima, staremo su i baci? in vero sono bei principij, ma  <pb n= "23 recto" />aggingamoci hormai qualche cosa altra amorosa. hor sù poniamoci l’un l’altro la obligation della fede. percioche fe Venere ne conducerà nelle sue cose sacre; troveremo ni un’altro Iddio esser migliore di lei. Et facendole io spesse volte di queste incantamenti; la persuasi a ricevermi di notte nella sua camera con l’aiuto di Clio, la quale era sua cameriera. La sua camera stava posta di questa maniera. Era uno spazio grande, che haveva quatro camere: due a mandestra, &amp; due alla sinistra, nel mezzo era un’andito stretto, per il quale si passava andando alle camere. nel principio di questo andito si serrava una porta. questo era l’albergo delle donne: nelle camere più a dentro, che erano allo incontro l’una dell’altra, stavano la fanciulla &amp; la madre; nelle altre due più addietro vicine all’entrata dell’andito, in una albergava Clio oppresso la fanciulla; &amp; l’altra serviva per salva robba. La madre sempre metteva a dormir Leucippe, &amp; serrava di dentro la porta dell’andito, &amp; un’altro la serrava di fuori, &amp; per un foro gittava dentro le chiavi, &amp; ella prendendole le serbava, &amp; all’alba chiamando colvi che haveva questo carcio di nuovo gli porgeva le chiavi, accioche egli aprisse. Satiro adunque havendosi ingegnato di farne fare altre simili a queste, &amp; havendo trovato che si poteva aprire; persuase a Clio essendone con sapevole la fanciulla, che non impedisse la fanciulla in cosa alcuna, &amp; cio fu fatto con astuzia. Era un certo servidore curioso; cicalone, &amp; geloso: &amp; ogni altra  <pb n= "23 verso" />cosa che di peggio si possa dire il cui nome era Conope, cioè Zenzara. Costui parmi che di nascoso poneva mente atutto ciò che noi facevamo: &amp; massimamente sospettava, che noi la notte facessimo qualche male: onde egli insino a passata mezza notte vegghiava, tenendo aperta la porta della camera, si che era difficil cosa schifarsi da lui. Alla fine Satiro volendo farlosi amico molte volte scherzava con lui, &amp; chiamandolo Zenzara, &amp; ridendo lo motteggiava del suo nome. Egli conoscendo l’astuzia di Satiro; allo’ncontro auch’esso fingeva di motteggiare, &amp; al motteggio aggiugneva la perfida intenzione del suo animo, &amp; diceva verso di Satiro. Poi che tu biasim i il mio nome; horsu lascia ch’io ti dica una novella della Zenzara. Il Leone si lamentava spesse fiate di Prometheo, &amp; diceva che egli l’haveva formato bello &amp; grande; &amp; gli haveva armate le mascelle di dentri, &amp; fortificati i piedi di unglie, &amp; l’haveva fatto più possente de gli altri animale, ma che essendo tale gli haveva pavra del Gallo. Allo’ncontro Prometheo gli rispondeva veramente tu m’incolpi senza ragione: conciosia che tu habbia da me tutto ciò che formadoti hò potuto fare. Ma in questo salamente la tua anima è debole &amp; vile. Il Leone adunque piangeva di se medesimo, &amp; accusava la sua viltà &amp; voleva finalmente morire. &amp; essendo in questo oppenione; per aventura s’incontrò nell’Elephante, &amp; salutatolo si fermò a parlar seco. &amp; vedendo che di continuo crollava gli orecchie; gli disse, che hai? &amp; donde procede, che  <pb n= "24 recto" />non passa pur piccol momento, che le tue orecchie non tremino? &amp; l’Elephante per sorte volandogli adosso una Zenzara; disse vedi tu questo piccolo animaletto? s’egli entra nella via del mio udito; io son morto. Et il Leone seco stesso, disse. Ache fine voglio io morire. se io son tale, &amp; più felice dell’Elephante? quanto è più degno il Gallo della Zenzara? vedi tu che la Zenzara ha tanta forza, che l’Elephante n’ha pavra? Satiro intesa la malizia del suo parlare; sogghignando alquando, disse. Ascolta anche tu me, che ti vo raccontare una historia della Zanzara, &amp; del Leone, la quale intesi da nn certo Philosopho, &amp; io ti concedo la tua favola dell’Elephante Dice adunque la Zenzara con molta arroganzia contra il Leone, Tu li pensi di signoreggiar me come gli altri animali? &amp; pur tu non sei nato ne più bello, ne più forte, ne maggiore. &amp; avegna che sopra tutte la miglior cosa che tu habbia sia la forza, squarciando con le unghie, &amp; mordendo con i dentri; nondimeno questo medesimo anche la donna combattendo è solita di far. Qual grandezza o bellezza ti adorna? il petto largo, le spalle grosse, &amp; i molti crini intorno al colla, ma non vedi tu le brutte parti di dietro? Ame la grandezza è tutto l’acre, &amp; ciò che posso toccare con le ali: la bellezza sono i fiori de prati, percioche essi mi sono come vestimenti, de i quali mi vesto, quando io voglio riposarmi dal volo. la mia forrezza non è punto cosa da ridere a dirla, essendo io tutto istrumento da guerra. Dopo il suono della tromba mi pongo in ordinanza,  <pb n= "24 recto" />la mia tromba &amp; la mia saetta è la bocca. ondo io sono &amp; trombetta &amp; arciere, &amp; diventò saetta &amp; arco di me stessa. percioche con le ali in aria tendo il mio arco, &amp; scendendo a basso faccio ferita eguisa di saetta, &amp; colvi ch’alla sprovista si sente ferito: grida, &amp; và cercando chi l’habbia ferito: &amp; io essendogli presente, non vi sono, &amp; in un tempo suggo &amp; sto ferma, &amp; con le mie ali vò cavalcando intorno all’huomo, &amp; ridomí di lui, che per le ferite và là, &amp; quà saltando. ma che bisogna dir più parole? cominciamo a combattere. Et nel dir cosi andò sopra il Leone, &amp; gli salto ne gli occhi, in ogni altra parte del muso, che fusse senza peli, volando &amp; soffolandogli attorno. il Leone si sdegnava, &amp; fi aggirava per tutto, &amp; a bocca aperta andava prendendo l’acre. La Zenzara di questo sdegno pigliana maggior ciacere, &amp; gioco. &amp; pungendogli ella le labra; egli piegandosi si volgeva in quella parte, dove sentiva la percossa della ferita: &amp; la Zenzara come valoroso lottatore chinando il corpo èsce fra la congiuntura de i dente del Leone, volando per mezzo le mascelle, ch’egli serrava i denti essendo rimasi voti della preda, l’un con l’altro stringendosi stridevano. Il Leone havendo co i denti in vano contra l’aria combattuto; già era stanco, &amp; divenuto debole &amp; languido per la stizza, si era fermato: &amp; la Zenzara volandogli intorno de i crini: sonava il segno della vittoria. ma per la su erchia insolenza non si accorge di esser intrigata nelle reti del ragno, ma il ragno ben si avvede ch’ella ni è caduta: &amp;  <pb n= "25 recto" />non potendo fuggire dolendosi diceva. O grande sciochezza è stata la mia, io provocava il Leone, e hora son fatta preda d’una piccola, &amp; sottil tela di ragno, Havendo Satiro racontate queste cose disse a Conope, Guarda che anche a te non bisogni haver pavra dei ragni, &amp; con questo rise alquanto. Lasciato passare alcuni giorni conoscendolo egli esser dedito alla gola, havendo comprato un medicamento da far dormire profondamente, _lo’nuito  a mangiare. egli veramente hebbe sospetto di qualche inganno, &amp; da prima dubitando ricusava, ma poi che la golosità, la quale hebbe magior forza, lo astrinse, egli si la ciò vincere; &amp; andato a trovar Satiro, cenò con essolvi: &amp; havendo centato, &amp; dovendosi partire; Satiro nell’ultimo nappo di vino mise dentro la medicina, &amp; egli beuue &amp; vi s’interpose tanto spazio, quanto hebbe tempo di poter entrare nella sua camera, dove caduto si giaceva dormendo il medicamento. Satiro venne correndo a me, &amp; dicemi, Zenzara si giace là dormendo e tu hora sij valoroso come Vlisse. &amp; cosi dicendo giugnemmo alla porta dell’amata Leucippe. Satiro rimase di fuori, &amp; io entrai dentro, ricevendomi Clio senza far motto alcuno. io tremava di doppio tremore, di pavra insiememente &amp; d’allegrezza: percioche la pavra del pericolo turbava le speranze dell’anima: &amp; la spaeranza di conseguir l’amata, nascondeva la pavra co’l piacere. Et cosi il mio sperar temeva, &amp; la mia maniconia s’allegrava. Poco prima ch’io fussi entrato dentro della camera <pb n= "25 verso"/> </p>
<p>della fanciulla; avvenne che la madre hebbe un sogno di lei, che gravemente la molestava: parevale che un certo ladrone tenendo la spada nuda, havendo presa sua figlivola la menasse via, &amp; la tagliasse cominciando di sotto dalle parti vergognose. Ella adunque turbata dalla pavra per cotal sogno, saltò suso del letto subitamente, nel modo, che ella si trovava, e corse all camera della figlivola, che le era vicina. Io intanto mi era messo a giacere, ma sentendo lo strepito della porta, che si apriva; subitamente mi levai. El la già si era a pressata al letto; &amp; io conosciuto il pericolo saltai via, &amp; correndo andai fuori dell’uscio, e Satiro mi riceve tutto tremante &amp; confuso, dipoi al buio ce ne fuggimmo, &amp; andammo alla nostra camera. Ella primamente presa dalla vertigine cadde, dispoi ritornata in se, &amp; levatasi su dava de ripugni nel volto a Clio quanto più poteva, &amp; suegliendosi i capelli piangeva verso la figlivola dicendo, Leucippe tu hai pur disperse le speranze mie. Ahime Sostrato tu stai a Bizantio a combattere per difender le altrui nozze: e qui a Tiro un non so chi ha vinto &amp; rapito le nozze di tua figlivola. Ahime misera io non aspettava di veder tali le tue nozze. Dio havesse voluto, che tu fussi rimasa in Bizantio. Dio havesse voluto, che tu havessi patita questa ingiuria per ragion di guerra. Dio havesse voluto, ch’alcuno di Travtia doppo la ottenuta vittoria ti havesse fatto violenza, che per la necessità la cosa non meritava biasimo. Hora misera te sei vituperata, dove ti mancano tali scuse: le imagini de i  <pb n= "26 recto" />sogni mi hanno ingannata. Io non ho veduto il vero segno. Hora per certo ti è stato tagliato il ventre più miseramente: questo è la ferita della spada molto peggiore di quello che’l sogno mi mostrava: non ho veduto chi t’habbia ingiuriato, ne ho conosciuto chi sia stato la cagione della mia infelicità: ahi misera me, è stato forse qualche servo? La fanciulla sentendo ch’io era fuggito, perse ardire, &amp; disse, Madre non oltraggiar la mia verginità, non ho fatto cosa, ond’io meriti che mi stano dette simil’parole, ne ho consciuto cotestui, chinunque egli sia stato o Dio, o Semideo, o ladrone, io mi giaceva tutta tremando, e per la pavra non poteva </p>
<lb/>,, gridare: percioche la pavre è il legame della lingua. 
<p>,, questo so ben io che niuno ha fatto vergogna ala mia verginità. Essendo adunque Panthia caduta, dinuovo si lamentava. Noiridotti insieme soli consideravamo ciò che si deue a fare, e parveci il meglio di dover fuggir prima che l’alba arrivasse, &amp; che Clio esaminata &amp; tormentata narrasse il tutto, e havendo cosi deliberato, mandammo la cosa ad esecutione, fingendo co’l portinaro di voler andare alle nostre amorose, e n’andammo a casa di Clinia, &amp; era già mezza notte, onde il portinaio appena ci aperse. Clinia (percioche egli haveva la sua camera nella superior parte della casa) havendoci uditi parlare; vien’ giu correndo tutto turbato. In questo mezzo vendemmo dopò noi Clio correr con molta fretta, che haveva proposto di fuggir sene. &amp; a un tratto Clinia udi ciò che noi havenvamo fatto, &amp; noi Clio che voleva fuggire, Clio allo’ncontro quel <pb n= "26 verso"/> che noi eravamo per fare. Entrati adunque dentro la porta, narriamo a Clinia il sucesso della cosa, &amp; come havevamo deliberato di scampare: &amp; Clio disse, &amp; io con esso voi: percioche se starò insino a giorno; mi è propsta la morte, la quale mi saria piu dolce, che i tormenti. Clinia finalmente presomi per mano, &amp; tiratomi lunge da Clio mi dice. Ame pur di haver trovato un’ottimo consiglio cioè che manidamo via constei, &amp; noi ci rimanghiamo per al quanti giorni, &amp; se cosi vi pare ci partiremo tutti insieme: percioche hora la madre della fanciulla (si come voi dite) non sa chi ella habbia trovato nel fatto: &amp; non vi sarà chi vi discuopra e manifesti, essendo levata via Clio. &amp; forse ancho persuaderote alla fanciulla di fuggirsene con esso noi: &amp; doceva che anchora egli ci saria compagna nel peregrinaggio. Cosi deliberammo, &amp; Clinia a uno de i suoi servidori assegnò Clio, comandandogli che la mettesse in una barca. Noi essendo quivi rimasi, stavamo a pensare quel che dovessimo fare: &amp; finalmente facemmo de li boratione dicentar Leucippe, &amp; volendo ella fuggir seno, cosi fare: ma quando che nò; reflar’qui vi dandoci in __ vitrio della fortuna. Et havendo dormito tutto quel poco spazio di hore, che restava della nove, le maniera quasi all’alba ce ne ritornammo a casa. Panthia essendosi levata si apparocchiava per dar de torm mi a Clio, &amp; commandò ch’ella fosse chiamara, ma vedendo che stera tolta via; di nuovo se ne un a sua figlivola dicondole. Tu non mi di come e passirei ___ine di questo cosa è erro Clio se n’è  <pb n= "27 recto" />fuggita. All’hora Leucippe prese maggiormente ardire, &amp; disse, che ti debbo io dir più? qual altra maggior testimonianza della verità ti adurro? se della verginità ci è prova alcuna; facciasi. Anche questo (disse Panthia) ci manca, che habbiamo disgrazia in haveri testimoni. &amp; dicendo queste parole usci fuori. Leucippe rimasa quivi sola, &amp; havendo gli orecchi pieni delle parole della madre: faceva diverse mutationi si attristava, si vergognava, &amp; si adirava: attristava si di essere stata trovato in sallo, si vergognava che le fusse detto villania, e si adirava che non le fusse </p>
<lb/>,, creduto. La vergogna, la manineonia, &amp; l’ira sono 
<lb/>,, tre onde dell’anima: percioche la vergogna entrando 
<lb/>,, per la via de gli occhi: toglie loro la libertà: 
<lb/>,, la maniconia sparsa intorno al petto pascendosi consuma 
<lb/>,, il calor dell’anima: &amp; l’tra abbaiande intorno 
<lb/>,, al core, affoga la ragione con la stuma del furore. 
<lb/>,, Dalla parola nascono tutte questo tre, &amp; perche essa 
<lb/>,, tenda l’arco, &amp; drizzi il colpo al segno, &amp; saettando 
<lb/>,, finalmente vi giunga, &amp; mandi nell’anima diver se 
<lb/>,, saette: delle quali una è la villania, &amp; la sua ferita diventa 
<lb/>,, ira l’altra è la riprensione de cativi fatti; &amp; 
<lb/>,, da questa saetta nasce la maninconia: &amp; l’altra è il 
<lb/>,, biasimo de gli errori, &amp; la ferita è chiamata vergogna. 
<lb/>,, La propria natura di tutte queste saette è di penetrar 
<lb/>,, profondamente, e far ferite senza sangue. A 
<lb/>,, tutte tre vi è un rimedio solo cioè il ferire il saettato 
<lb/>,, re con le medisime saetne. percioche la parola è saetta 
<lb/>,, della lingua, &amp; con la saetta d’un’altra lingua le si  <pb n= "27 verso" />
<lb/>,, rimedia: che in vero cosi si racqeuta lo sdegno del core
<lb/>,,, &amp; la maniconia dell’anima: ma se l’huomo sforzato 
<lb/>,, da un più potente non risponde, matacendo se 
<lb/>,, ne rimane; le ferite per il silentio apportano maggior 
<lb/>,, dolore, percioche i dolori che nascano dalle onde 
<lb/>,, della parola, se non gettano fuori la spuma, intorno di 
<p>,, se medesimi gonfiati si accrescano. Leucippe adunque ripiena di tante parole non poteva sostenere l’impeto. In questo tempo io mandai Satiro alla fanciulla per tentarse ella voleva fuggirsene: &amp; ella prima che Satiro parlasse, gli disse. Per li Dei hospitali, &amp; di questo paese vi prego menatimi via, &amp; levatimi denanzi a gli occhi di mia madre, &amp; conducetemi dove volate: &amp; se partendovi di qui voi mi lasciarete; io facendomi un laccio, con quello manderò fuori la mia anima. Poi che hebbi inteso questo: scemai gran parte del mio pensiero. Et havendo lasciati passar due giorni, che all hora mio padre era absente, ci apparecchiammo a fuggire. Haveva Satiro un poco di medicina sonnifera rimasa di quella, con la quale haveva addormentato Zenzara. Di questa, mentre egli ci serve a tavola, nascosamente ne sparge nell’ultimo nappo di vino, &amp; porge a Panthia. La qual poi che si fu levata da mensa se n’andò alla sua camera, &amp; subitamente si addormentò. Leucippe haveva un’altra cameriera. La quale con la medesima medicina Satiro haveva alloppiata. percioche doppo che ella entro alla cura della camera; egli finse di amarla: venne poi alla terza porta al portinaio, alquale similmente  <pb n= "28 recto" />diede del medesimo beveraggio. Noi ci aspettava un carro dinazi alla porta, il quale Clinia havea fatto apparecchiare, dove egli stava aspettandoci. Poi che tutti furono addormentati intorno all prima parte della notte ce ne partimmo quetamente, &amp; Satiro menava per mano Leucippe, percioche Zenzara, il quale teneva guardato ogni nostro affare, per avventura in quel giorno era andato fuori per servigio della padrona. Satiro apre la porta, &amp; ce n’andiamo, &amp; usciti fuori della porta montammo sopra il carro: in tutto eravamo sei, io, Leucippe, &amp; Satiro, &amp; Clinia con due servidori C’indirizzammo adunque verso Sidone, &amp; passata buona parte di notte arrivammo alla cittá &amp; subito volgemmo il camino verso Berito, hoggi detto Barutto: pensando di ritrovar quivi nave, che partisse ma in ciò non havemmo ventura. Di poi andati al porto di Berito trovammo una nave, che tosto era per far ve la. Noi senza dimandare altramente qual viaggio ella havesse da tenere, di terra ci trasportiamo in mare, et era poco avanti l’aurora. La nave andava in Alessandria la gran città del Nilo: io primamente vedendo il mare mi rallegrava non essendo anchora la nave combatuta dall’onde, ma standosi nell acque del porto, Ma poi che parve che fusse vento prospero da navigare, nella nave si faceva gran strepito &amp; da i marinari, che correvano di là &amp; di quà &amp; dal padrone, che commandava: &amp; dalle sarte che erano tirate. l’antenna girava, la vela si stendeva, la nave era spinta innanzi le anchora tirate via, il porto lasciato a dietro, &amp;  <pb n= "28 verso" />veggiamo la terra a poco a poco dipartisi dalla nave, come se anche ella navigasse. Si cantavano hinni, &amp; fadevansi molte orazioni invocando gli Dei liberratori, &amp; pregando che ne concedessero prospera navigazione. Il vento comiciò a diventar più gagliardo &amp; la vela a gonfiarsi, &amp; tirar la nave. Stava per avventura appresso di noi un giovanetto, il quale poi che fu venuta l’hora del desinare humanissimamente invitandoci, ne pregava che desinassimo con esso lui, &amp; ‘gia Satiro ci portava da mangiare, onde ponendo la in mezzo quel che noi havevamo: facemmo comune il desinare, &amp; i ragionamenti. E io primo dimandandolo dissi, o giovane donde sei? &amp; come ti chiami? E egli rispose, il mio nome è Menelao, &amp; per nazione sono Egizzio, ma voi di grazia ditemi chi siete? Io rispondendo dissi, : mi chiamo Clitophonte &amp; questi Clinia, amendue siamo di Phenicia: ma qual è la cagione del tuo pelegrinaggio? che se tu prima laci racconterai, ancho tu da noi ascolterai quella del nostro. Disse adunque Menelao, La somma del mio pellegrinaggio è l’invidioso Amore, &amp; la caccia infelice. Io amava un bel giovanetto; &amp; il giovanetto era amatore della caccia, della quale spesse volte lo frastornava, ma non lo poteva ritener del tutto, &amp; poi che io non hebbi possanza di farnelo rimanere; mi diedi anchor io a seguitarlo alla caccia, Cacciavamo adunque amendue essendo a cavallo, &amp; da prima havemmo ventura, fin che persequitammo le fiere piccole: ma poi in un subito ecco salta fuori della  <pb n= "29 recto" />selva un porco cinghiale. Il giovanetto si misse a seguitarlo. Il porco volgendogli il muso, gli corse all’ncontro, ne perciò il giovanetto si rivolse punto a dietro. Io chiamava &amp; gridana volgi il cavallo, tira le redine, che la fiera è troppo eroce, il porco essendosi mosso; si mette a correr furiosamente per andar contra il giovane. Essi cosi l’un l’altro si venevano ad affrontare. Io subito che questo viddi, tutto tremai, &amp; temendo che’l porco l’arrivasse, &amp; gli gettasse a terra il cavallo; alzato il dardo, prima ch’io guardassi bene di drizzare il colpo a segno, lanciai. il giovanetto essendo trascorso tolse il colpo. Qual credete voi fusse all’hora la mia anima, se pur del tutto io haveva anima; io era non altramente che se un vivendo morisse, &amp; quel che è più compassionevole, mentre anchora egli alquanto spirava, mi porgeva la mano, &amp; morendo mi abbracciava, &amp; colvi che ere da me ucciso, non haveva in odio me disleale &amp; infelice. me egli mandò fuori l’anima te vendomi stretta quella destra, la quale l’haveva uccio. Il padre del giovane mi mena in giudicio, non già contra mia voglia: percioche se io fussi andato via, &amp; statomi lontano; non havrei confessato cosa alcuna: ma io mi condennava alla morte da me stesso. Li giudici havendomi compassione, mi diedero bando per tre anni, &amp; essendo hora finito il tempo; me ne ritorno alla mia patria. Clinia, mentre cha Menelao raccontava queste cose, havendosi ricordato di Charicle, lagrinava, &amp; Menelao gli disse, Piangi in mosso a compassione  <pb n= "29 verso"/> di me, o pur un simil accidente è cagione, che ancho tu sij mandata in bando fuori della patria? Clinia havendo prima sospirato, narra il caso di Charicle &amp; del cavallo, &amp; io la cose che mi erano avvenute. Ma vedendo lo Menelao star molto afflitto, essendosi rammentato della sua disaventura, &amp; Clinia lagrimar per la rimembranza di Charicle, &amp; desidevando io di rimorverli da cotai pensieri; diedi occasione di ragionamento pieno di amorosa dilettazione. percioche Leucippe non vi era presente, ma nella secreta parte della nave ritiratasi era andata a dormire. Volgendomi adunque verso di loro sorridendo dissi, Clinia il più delle volte mi vince, &amp; hora (percioche voleva egli dir contra le donne come era suo costume) più facilmente lo farà, che si ha trovato: compagno di amore. Io veramente non so perche l’amor verso i maschi hora sia cosi publicamente frequentato. Et non è egli (disse Menelao) questo molto miglior di quello delle femine? i fanciulli sono più semplici delle donne, &amp; la lor bellezza ha maggior forza di muovere altruia dilettazzione. Come (disse Clinia) ha ella più forza? forse perche appena uscita fuori, &amp; solamente apparita ella se ne và, &amp; non si lascia godere all’amante? ma è similie all’acqua di Tantalo? percioche le più volte mentre si beue, se ne parte &amp; fugge via: &amp; l’amante non trova da bere: &amp; quel che ancora si beue è rapito prima che l’huomo bevendo rimangasazio. &amp; non puote un’amante par tirsi da un fanciullo, che compiuto diletto senza dispiacere  <pb n= "30 recto" />ne gusti: percioche mentre ancora ha seteiegli l’abbandona. All’hora Menalao soggiunse, tu non conosci</p>
<lb/>,,, O Clinia il sommo piacere: imperoche quella cosa 
<lb/>,, che non sazia. sempre è più da amarla: &amp; quella che 
<lb/>,, piu lungo spazio di tèpo si puote usare, con la sazzietà 
<lb/>,, guasta la dilettazione. ma la cosa; che è in un subito 
<lb/>,, rapita, e sempre nuova, &amp; tuttavia fiorisce. percioche 
<lb/>,, non ha il piacere che s’invecchi, e quanto ne è dimi 
<lb/>,, nuito per la brevità del tempo; tanto per il desiderio
<lb/>,,, diventa maggiore. la rosa perciò è piu bella delle 
<p>,, altre piante; perche la sua bellezzà subito se ne fugge via. Due bellezze veramente io reputo che siano sparse fra i mortali, celestel’una, l’altra terrestre. Alla celeste è grave &amp; molesto di esser legata con la mortale e cerca di fuggir subitamente al Cielo: la terrestre cade al basso, &amp; dimora intorno a i corpi. &amp; se della celeste via della bellezza si ha da prender testimonianza di Poeta; ascolta Homero che dice,</p>
<lb/>Costui rapir gli Dei a fin che per la
<lb/>Bellezza sua porgesse a Giove il Nettar,
<lb/>Et fusse aggiunto a gl’immortali Dei.
<p>Niuna donna è salita al cielo per la bellezza. Et se Giove si congiunse con le donne; ad Alcmena ne segui pianto, &amp; esilio, a Danae l’arca e’l mare, &amp; semele ne fu nuirimento del fuoco. ma essendo innamorato del giovane Troiano; gli dona il cielo, accioche egli habiti con esso lui. e diagli da bere il Nettare. &amp; chi prima in ciò gli era ministro, fu privato di cotal honore, e istimato veramente che fusse donna. Io all hora interrompendogli il parlare dissi, Anzi parmi che le  <pb n= "30 verso" />donne habbiano tanto più del celeste, quanto la lor bellezza, cosi tosto non si guasta. &amp; in vero quel che è incorruttibile si avvicina alla divinità, e quel che si corrompe seguitando la mortal natura, non è celeste ma terreno. Giove amò il giovane Troiano, egli lo tirò suso in cielo; ma la bellezza delle donne tirò Giove dal cielo in terra. Per la donna Giove già mugghiò come toro, per la donna già saltò come Satiro, &amp; per la donna trasformò se medesimo in oro: Ma concediamo che Ganimede porga da bere, ma che anchora Giuvone beua con gli altri Dei; non haverà anche la donna un giovane per misistro? Io o tra di ciò gli ho compassione pen ando alla sua rapino: un’uccel. o che si pasce di cruda carne discese a lui, &amp; essendo egli rapito gliè fatto violenza, &amp; è simile a uno che è tiranneggiato. E in vero che il vedere un giovane star pendente dalle vugie d’un’aquila è spetiacolo bruttissimo. Semele fu condotta in cielo, non da rapacissimo uccello, ma dal fuoco, &amp; non ti maravigliar s’alcuno mediante il fnoco ascende in cielo, che cosi anco vi ascese Hercole. E se tu ti ridi dell’arca di Danae, perche taci Perseo? Ad Alcmena à a bastanza questo dono, che Giove per amore di lei nascose il Sole tre giorni interi. Et se ponendo da parte le favole, ho da dire il piacere, che ne i fatti amorosi dalla donna si prende: Io lo prima volta ne feci prova con una donna molto gentile, per quanto si puo haver pratica con queste, che per prezzo fanno l’essercizio di Venere, percioche altri foese ne potrebbe dir molto più. Et benche io  <pb n= "31 recto" />n’habbia mediocre esperienzia, dirò, che la donna ne gli abbracciamenti ha il corpo più molle, &amp; le labbra per baciar più delicate. &amp;, perciò ella ha il corpo &amp; nelle braccia, e nelle carni del tutto acconciamente fatto, &amp; colvi che si congiunge con lei, abbraccia &amp; stringe il piacere, &amp; appressa alle labbra i baci come sigilli, ella bacia con arte, &amp; condisce i baci più dolcemente percioche non pur vuol baciar con le labbra; ma combattendo si congiugne anchora codenti, &amp; si pasce intorno alla bocca dell’amante, e morde il baci. Et anche nel toccar delle manmelle vi è il proprio piacere. Ella nel sommo vigore dell’atto venereo per la allattazione viene in furor. e baciando morde, e per dolcezza furiosamente si dimena. Le lingue allhora si congiungono insieme, e come possono si sforzano anch’esse di baciarsi, e tu arrendo di baci, fai il piacer maggiore. La donna venendo al fine della fatica amoroa, anvienche sotto l’ardente piacere ansando sospira: &amp; l’ansare col sospiro amoroso saltando insino nella sommità delle labbra. s’incontra col bacio, che va errando, et cercando di scendere a basso, et volgendosi a dietro insieme con l’ansare, lui mescolatosi le seguita, e percuote il cuore, il quale conturbato dal bacio salta, &amp; se non fusse legato al’interiora; tirato da i baci si partirebbe.</p>
<p>Habbiamo in questo luogo lasciato distanpare una piccola particella, forse di vinticinque versi, havendo pensato ch’ella poteva bruttamente macchiar qust’amorosa narrazione, la quale nel rimanente e honestissima. </p>
<pb n= "31 verso"/>
<lb/>Alessandrino dell’amor di Leucippe, &amp; Clitophonte
<lb/>LIBRO TERZO:
<p>Noi havendo navigato tre giorni còn un tempo molto sereno subitamente si sparse intorno, un’ oscuro pembo, &amp; disperse la luce del giorno, e le vossi di sotto dal mare vento all’oncontro della nave. &amp; il padrone comandò che facessero girar l’antenna. il che da galeotti fu subitamente fatto, da una parte stringendo per forza la vela nel corno di sopra (percioche il vento diventato più gagliardo non la lasciava raccoglire) &amp; dall’ altra lasciando star nel modo che da prima stava. Ma poi che per cotal rivolgimento il vento venne più forte &amp; tempestoso; la nave da un lato si abbassa, &amp; dall’altro s’inalza. &amp; era d’ogn’intorno in precipizio. &amp; soffiando il vento tuttavia con grandissimo impeto; parve a molti di noi mutarci di luogo. Tutti adunque ci tramutiamo nella parte più alta della nave. per alleggerir quella che abbassata si sommergeva, &amp; con questo peso aggiunto alquanto la tiravamo a piegar egualmente, ma perciò nulla di più facevamo: impero che il fondo della nave maggiormente inalzandosi ci ributtava, o vero dal nostro lato si abbassava. ne sforzavamo per alquanto  <pb n= "32 recto" />spazio di tener equal la nave bilanciata dall’onde: ma subitamente si rivolge il vento dall’altra parte della nave, &amp; quasi ch’ella s’affondò, inalzandosi per lo grande impeto hora quella parte che era chinata verso l’onde, &amp; hora abbassandosi quella ch’era inalzata. Nella nave si lieva un grandissimo romore, &amp; di nuovo bisogna tramutarsi, &amp; gridando corriamo a i luoghi dove eravamo di prima, &amp; tre, &amp; quatro volte, e più facendo il medesimo tutti correvamo nella nave per questo confuso camino, percioche innanzi c’havessimo compiuto il primo; ci sopragiugneva di far il secondo corso. Portando adunque tutto’l giorno questo grave peso. per la nave facemmo continuamente cotal corso per i spazio di un miglio &amp; più, sempre aspettando la morte. &amp; convenevole cosa era, che non fosse molto lontana. Ma essendo già verso la sera la luce del Sole del tutto si volse via, &amp; ci vedevamo l’un l’altro come si fa nel lume di Luna da il ampi usciva fuoco: il cielo cotuoni mugghiava: l’aere era ripieno di strepito, &amp; il combattimento delle acque di sotto allo’ncontro con lo strepito gli rispondeva: &amp; tra il cielo e’l mare diversi venti soffiando impetuosamente stridevano, &amp; l’aere a guisa di tromba risonava. le sarte cadano intorno della vela, &amp; dal continuo ripercuotimento fi consumarono, &amp; anco si temevano che; essendo i legni della nave rotti, &amp; gia suelti i chiodi, a poco a poco il fondo della nave s’aprisse. Tutta la coperta era nascosa, essendo dalla molta pioggia inondata. noi entrammo sotto la coperta,  <pb n= "32 verso" />&amp; quivi stemmo come in vuo grotta, dandoci nelle mani della fortuna, &amp; gittando via ogni speranza. Venivano onde grandissime da ogni lato, alcune per proda, alcune per poppe, combattendo l’una contra l’altra. La nave sempre verso la gonfiata parte de la mare si levava in alto, verso la piana, &amp; bassasi sommergeva, &amp; delle onde alcune parevano simili a i monti, &amp; alcune simigliavano profondissme voragini. &amp; quelle che di la &amp; di quà venivano e traversoci erano di maggiore spavento; percioche entrando l’acque a ella nave, si rivolgeva per la coperta, &amp; copriva tutta la concavità della nave. Et in vero che le onde inalzate &amp; quasi toccanti le nuuole, da lontano si vedevano all’oncontro della nave a guisa di grandissima altezzo. &amp; se fusti stato presente a vedere; haresti creduto; che volessero inghiottir la nave. Era dunque il combattimento, &amp; de i venti, &amp; della onde: &amp; noi non potevamo star fermi in nessun lato per l’impetuo movimento della nave. I gridi &amp; le voci di tutti erano insieme confusamente meschio, le onde aspramento risonava, i venti soffiavano, le donne piangevano. egli huomini gridavano, i marinari fra di loro si esortavano, &amp; ogni cosa era pieno di lamenti. Il padrone comandò che si gittassero le robbe in mare, ne si faceva differenza dall’argento &amp; l’oro alle altre cose vili, ma tutte egualmente le lanciavano fuori della nave. &amp; molti mercadanti essi stessi pigliando le proprie mercatanzie, nelle quali havevano poste ogni loro speranza, sollecitavano di gittarle fuori, <pb n= "33 recto"/> </p>
<p>e già la nave era vota d’ogni cosa, nondimeno la fortuna anchora non cessava. Finalemente il padrone abbandonò il timone, e lasciò andar la nave a di screzione del mare: e già apparecchiava il battello, e commandò a marinari che vi andassero dentro; egli cominciò a scendervi giu per la scala, e essi vi saltarono in piè subitamente. All’hora si vendevano cose dispretate, e un crudel combattimento di mani. percioche quei che già vi erano dismontati, tagliavano la fune, che teneva legato il battello alla nave, e ciascuno de passeggieri si affrettava di saltarvi dentro, quando viddero ancho il padrone tirar la corda e quei che erano nel battello non lo permessero: essi havevano le accette, e le spade, e minacciavano di ferir chiunque si fusse appressato per entrarvi. e molti di quei che erano in nave, armatisi come potevano, alcuni pigliando un pezzo di remo vecchio, alcuni con le assi della nave si difendevano: percioche il mare usava per legge la forza, e era un nuovo modo di battaglia navale. Quei che erano nel batteno per pavra di affogarsi per rispetto della moltitudine. di coloro, che vi volevano saltar dentro; gli ferivano con le accette, e con le spade, e questi saltandovi con le assi, e co remi sostenevano le percosse, alcuni hovendo appena tocco l’estremità del battello cadevano, e alcuni smontativi combattevano con quei che vi erano dentro: percioche non vi era legge ne di amicizia, ne di riverenza: ma ciascuno riguardava alla propria sicurezza: ne si considerava quel ch’era convenevole <pb n= "33 verso" /> </p>
<lb/>,, di far verso altrui, conciosia che i pericoli 
<p>,, grandi rompano le leggi dell’amicizia. In questo mezo un certo giovane molto gagliardo, che era in nave, prende il canapo, e tira a se il battello, &amp; già visi era appressato, e quando si fusse avincinato, ciascuno si apparecchiava di saltarvi dentro: e due o tre solamente hebbero questa ventura, ma non senza ferite: e molti altri che fecero prova di saltarvi, caduti dalla nave nel mare si affogarono: percioche i marinari con la scure tagliando la fune, subitamente sciolsero il battello. navigando dove il vento gli portava: e quei che erano nella nave, si sforzavano di somergerlo. La nave si aggirava saltando per le onde, e non si accorge che è traportata in uno scoglio nascoso sotto d’acqua, e tutta si ruppe. E gia essendo aperta, e dall’altro lato l’arbore essendo caduto; una parte se fracassò; e l’altra sene sommerse. Tutti quei adunque, i quali subitamente bevero l’acqua marina considerando l’acerbità del male, provarono minor miseria non dimorando lungamente nella </p>
<lb/>,, pavra della morte. Percioche nel mare la morte 
<lb/>,, tardanto uccide prima che si patisca: consiosia 
<lb/>,, che gli occhi vendendosi attorno si grande spazio di mare
<lb/>,,, fanno la pavra quasi infinita, onde la morte è molto 
<lb/>,, più misera. Percioche quanto è maggior la grandezza 
<p>,, del male; tanto è più grave la pavra della morte. Alcuni sforzandosi di notare, percossi dalle onde allo scoglio si fraccassorono: molti essendosi imbattuti in qualche legno rotto trapassavano a guisa di pesci,  <pb n= "34 recto" />e altri mezzi morti andavano notando. Poi che la nave fu rotta: non so qual pietoso Iddio fece per noi rimaner salua una parte della prora, nella quale sendendo io, e Leucippe, eravamo portati sopra le onde del mare. Menelao, e Satiro insieme con gli altri passeggieri havendo preso l’arbore, e a quello attenutisi notavano. E anche quivi ápresso vedemmo Clinia, che notava attorno dell’antenna, e udimmo la sua voce dire. Prendi il legno Clitophonte, e mentre cosi diceva, un’onda sporavenendogli dopo le spalle lo ricoperse, e noi in questo ci demmo a piangere, e la medesima onda venne sopra di noi: ma essendoci per avventura appressati per prenderlo; da basso trascorse di maniera, che solamente il legno elevato in alto, la sommità dell’onda: e un’altra volta Clinia potemmo vedere. Io adunque dolendomi dissi, o Nettuno signore habbi compassione di noi, e riconciliati, e sij favorevole a quei che sono rimasi del naufragio: gia habbiamo per la pavra infinite morti patite. e se pur tu vuoi che noi moriamo; non dividere la nostra morte, una istessa onda ci ricuopro. e se il voler de i fati è che noi debbiamo esser cibo di fiere; almeno un medesimo pesce ne divori, e un medesimo ventre ne rinchiuda, accioche ne i pesci siamo insieme sepolti. Poco doppo tal preghiera, il grande impeto del vento si acquetò, e l’asprezza e la ferocità delle onde divenne piana, e humile. e il mare era pieno di corpi morti. Quei che erano insieme con Menelao l’onda più tosto gli condusse a terra. e questi erano <pb n= "34 verso"/> i liti d Egitto. e all’hora tutto quel paese era pieno di ladroni. Noi la sera al tardi arrivammo a Pelusio, hoggi detto Damiata. e con gran desiderio smontati in terra, rendevamo grazie alli Dei, e piangevamo Clinia, e Satiro, pensando che fussero annegate. In Pelusio è un picciol tempio di Giove Casio con la sua statua, la quale: ha sembianza di giovane, e stende una mano, che tiene un pomogranato, il quale ha secreta significazione. Porgemmo adunque preieghi a questo Dio chiedendogli qualche segno di Clinia, e di Satiro: percioche dicevano questo Iddio render altrui risposta della dimande fatte. Andammo guardando attorno il tempio, e nella parte posteriore vedemmo due pitture, della quali una mostrava il caso di Andromeda, e l’altra quel di Prometheo erano amedue legati: e perciò stimo che’l pittore quivi gli havesse dipinti insieme, e erano le pitture per un’altra condizione ancho simili che amedue erano legati ne i scogli, e attorno di amendue vi è una fiera per divorarli: quella che va sopra di Prometheo scende per aere; e quella che va per divorare Andromeda, esce del mare i loro difensori sono due Greci d’un medesimo parentado. a Prometheo da soccorso Hercole; a Andromeda da aiuto Perseo: quei saetta l’uccello di Giove, e questi combatte contra la balena di Nettumo: ma l’uno triando l’arco sta in terra ferma; e l’altro con le ali sta sospeso in aria. Era adunque lo scoglio cavato alla misura della grandezza della giovane, e le cava era  <pb n= "35 recto" />di maniera, che dava a vedere, che nessuna mano l’haveva fatta artificiosamente: havendo il dipintor finto il seno della pietra ruuido, e aspro, come la terra naturalemente lo produce: nel qual coperto stava la giovane legata. e cotale spettacolo in quanto all bellezza, pareva una nuova statua; ma riguardando i legami, e la balena; simigliava un’aspra e horrida sepoltura. Era nel volto della giovane la bellezza e la pavra mescolata: percioche nelle guancie sedeva la pavra, e da gli occhi fioriva la bellezza, e la pallidezza della guancie non era del tutto priva di rossezza; essendo alquanto tinta di rosso: il fior della bellezza de gli occhi non era vivace, e lieto, ma pareva simile alle viole poco innanzi divenute languide, talmente il pittor l’haveva fatta adorna di bella pavra, e le haveva distese le braccia nello scoglio, e il legame di sopra le stringeva, accostandole amendue al sasso, e le mani pendevano dalle lor giunture come grappoli dalla vite. e il puro bianco delle sue braccia, si tramutava nel pallido, e le dita parea che si morissero. Ella adunque aspettando la morte; stava cosi legata, e vestita a guisa di sposa con una veste biancha, che giugneva insino a piedi, sottile come tela di ragno, fatta non, secondo che si fanno, di peli di pecora; ma di piume di uccelli, qual le donne Indiane tirando le fila da gli arbori, sogliono tessere. La Balena allo’ncontro della fanciulla uscendo di sotto con la testa apriva l’acqua marina, e la maggior parte del corpo haveva coperto dalle onde, solamente  <pb n= "35 verso" />con la testa appariva sopra del mare: sotto l’acqua dell’onda era dipinta l‘ombra de gli homeri: la qual si scorgeva di sopra, similmente le congiunture delle squamme, la curvatura del collo, le sete delle spine, e i rivolgimenti della coda. la bocca era lunga e grande, e l’haveva tutta aperta insino alla giuntura de gli homeri. Dopo la quale subito era il suo ventre: tra la balena e la giovane era dipinto Perseo, che discendendo per l’aere si calava contra la fiera tutto nudo, havendo solamente la veste militare sparsa intorno. a gli homeri e le scarpe a piedi, che havevano simiglianza di ali. Il suo capo era coperto di un cappello, il quale simigliava l’elmetto di Plutone: con la mano sinistra teneva la testa di Medusa, e la sporgeva innanzi a guisa di scudo elle era spaventevole, e ancho nella pittura teneva aperti gli occhi horribilmente, e dalle tempie alzava i crini, e destava i serpenti di maniera, che ancho nella pittura minacciava. Cotale scudo haveva egli nella sinistra, e la destra haveva armata di un’armre che era di due forme, cioe che da un lato era falce, e dall’altro spade, e ad amendue serve un’istesso manico, e insino al mezzo del ferro è spada, e da indi ingiu divisa in due parti, l’una è acuta, e l’altra è ritorta, e quella si come havea cominciato a esser spada; spada rimaneva: e questa diveniva falce, accioche in un medesimo colpo l’una tagliasse, e laltra tenesse la cosa tagliata. Di questo modo era la pittura di Andromeda: seguiva  <pb n= "36 recto" />dipoi quella di Prometheo. Era egli legato con la catena di ferro allo scoglio. Hercole era armato di arco, ‘e di saette. l’aquila si godeva del ventre di Prometheo, e stava apprendolo, già essendo aperto. ma il rostro era fittò nel forto, e pareva che cavasse dentro della ferita, e cercasse il fegato, del quale tanto se ne vedeva, quanto il pittore haveva aperto il foro della piaga. stava l’uccello sopra la coscia di Prometheo, ficcandovi gli acuti artigli. Prometheo tirava a deitro il ventre, e il costato, a suo danno raccoglieva la coscia, percioche riconduceva l’uccello al fegato. e all’oncontro l’altro suo piede di stendeva a basso i nervi diritti sino all’estremità delle dita: il resto del corpo dimostrava anche il dolore egli inarcava le ciglia, ritirava le labbra, e mostra va i denti: e in vero che tu haresti havuto compassione della pittura, come che ella patisse dolore. A questo afflitto dava soccorso Hercole, percioche stava saettando il divoratore di Prometheo. la saetta era adattata all’arco, con la sinistra lo sporgeva innanzi spingendo il corno, e tirando la corda. tirava la destra mano alla mammella, e di dietro haveva incurvato il gomito. Ogni cosa adunque era in un medisimo tempo tirava, l’arco, la corda, e la saetta, dalla corda erano insieme congiunte le punte dell’arco, la corda era raddoppiata dalla mano, e la mano si serrava appresso la mammella. Prometheo si stava pieno disperanza, e di pavra: percioche hora rignardava la ferita, e hora Hercole, e con gli  <pb n= "36 verso" />egli haria voluto guardarlo, ma il dolore gli toglie va la metà dello sguardo. Havendo adunque dimorato quivi due giorni, e ristoratici alquanto dall’affanno patito; togliemmo a volo una nave, Egizia (percioche havevamo anco un poco di moneta d’oro, la quale per avventura ci trovammo hauer saluata) e su per lo fiume del Nilo navigammo verso Alessandria, havendo ad ogni modo deliberato iui far dimora, e istimando subito dover ritrovare gli amici nostri quivi arrivati. ma poi che fummo giunti a una certa città; subitamente udimmo un grandissimo romore. Il Padrone havendo detto, ecco i villani; rivoglie la nave come per tornare a dietro: e in un subito la terra fu ripiena di huomini brutti, e terribili, tutti grandi, di color non del tutto negro, quale hanno gl’Indiani; ma qual saria que d’un Ethiope bastardito: havevano le teste picciole, i piedi sotili, il corpo grosso, e tutti parlavano barbaramente. Il Padrone dicendo noi siamo prigioni; fermò la nave: percioche in quel luogo il fiume era strettissimo. E essendo quattro de i ladroni saliti in nave, pigliando tutto ciò che vi era, e tolgonci i nostri danari, e legatici, e serrati in una cameretta, si partirono, lasciandoci guardiani attorno, per voler poi il gioro seguente menarci al Re: (percioche con questo nome ciamano il ladro maggiore) il quale stave lontano quanto era il camino di due giornate, si come intendemmo da quei che con esso noi insieme erano prigioni. Poi che fu venuta la notte. e che come eravamo  <pb n= "37 recto" />legati, cosi giacevamo; e i guardiani dormivano; all’hora in quel modo che io poteva mi diedi a pianger sopra di Leucippe: e considerando di quanti travagli io le era stato cagione, piangendo profondamente dentro della mia anima, e celando il suono del pianto nella mente, io diceva, O Dei, e demoni, se voi in luogo alcuno siate, e udite, Che ingiuria si grave v’habbiamo fatto, che in si pochigiorni ci havete sommersi in cosi gran moltitudive di travagli? e hora n’havete condotti nelle mani de ladroni Egizzij, a fin che non possiamo trovar compassione alcuna: percioche i ladroni Greci, e la voce gli haveria piegati, e le preghiere fatti diventar benigni. Conciosia che le parole il più delle volte muovano a compassione, percioche il dolor dell’anima la lingua dogiosa spiegandolo in preghiera, fa divenir mansueto lo sdegno dell’anima di coloro, che l’ascoltano. </p>
<lb/>,, Ma hora con qual voce pregheremo, e quai giuramenti faremo? Che henche alcuno havesse 
<lb/>,, parole più dolci, e più atte a persuadere, che non 
<lb/>,, hanno le Sirene; i micidiali non le ascoltano. Mi convien 
<p>,, pregar co i cenni soli, e dichiarar i miei preghi con gesti delle mani. O miseria grave, mi bisognera ballando fare il lamento. e avvenga che i miei mali trapassino ogni infelicità; non me ne doglio: ma de i tuoi, o Leucippe, con qual voce me ne lamenterò? e con quai occhi ne piangerò? O: fedele nell’obligazione d’amore, o begnignia verso l’nfelice amante? begli ornamenti sono questi delle tue nozze: la camera <pb n= "37 verso" />è la prigione, il letto è la terra, le collane, e le maniglie sono le fune, e i lacci, e in vece di colvi che suol condur la sposa a marito; ti stede appresso il ladrone, e in luogo de i versi nuzziali ti è cantato il lamento. O mare in vano ti habbiamo rendute grazie: mi doglio della tua cortesia. Tu sei stato più benigno verso di color che tu hai sommersi: noi havendoci tu salvati ci ha condotti a morte più acerba. Tu ci hai invidiato il morir fuori delle mani de ladroni. Cosi io tacitamente mi lamentava, ma non poteva piangere. </p>
<lb/>,, Percioche il non poter lagrimare è proprio de gli 
<lb/>,, occhi nelle gravi avversità: ma nelle mediocri miserie 
<lb/>,, si spargono abbondantemente le lagrime, le quali 
<lb/>,, sono i preghi di coloro che patiscano, verso di quel 
<lb/>,, che danno loro i tormenti, e come da gonfiata piaga 
<lb/>,, uscendo votano il dolore de gli afftltti. ma ne gli affanni 
<lb/>,, che trapassano ogni misura, fuggono le lagrime
<lb/>,,, e abbandonano gli occhi: conciosia che il dolore 
<lb/>,, incontrandosi in esse, mentre che sono per venir su ne 
<lb/>,, gli occhi, faccia fermare il lor vigore, e le desuia, seco 
<p>,, conducendole a basso: e elle: dalla strada de gli occhi ,r volgendosi a dietro discendono nell’anima, e cosi fanno ., molto più molesta la sua piaga. Mi volgo poi verso </p>
<p>,,  di Leucippe, la quale tutta tacita si stava, e le dissi. Per qual cagione, o carissima Leucippe, taci, e punto non parli meco? E ella rispose, o Clitophonte dolcissimo, questo m’avviene, perche la mia voce si è morta prima che l’anima. E standoci cosi a ragionare, non ci avvedemmo esser sopraggiunta l’aurora: e in questo  <pb n= "38 recto" />eccoti uno ne viene spronando il cavallo: haveva egli una lunga, incolta, e ruvida chioma: e anche il cavallo haveva lunghissimi crini, era nudo, senza sella, e senza guarnimenti: percioche tali sono li cavalli de ladroni. Costui veniva dal Principe de ladri, e domandando disse. E fra questi prigioni una fanciulla? bisogna menarla via per farne sacrifizio a Iddio per purgarei falli dell’esercito. Eglino subitamente si voltorno verso di Leucippe ella teneva stretto me, el gridando pendeva dal mio collo. E parte de ladroni tirava, e parte batteva: tiravano lei, e battevano me. finalmente pigliandola di peso la portaron via: noi poscia a bell’agio ci menarono legati. E havendo caminato un quarto d’un miglio lontando dal villaggio; si udiva un gran romore con suoni di trombe, e vedevasi un ordinanza di_ soldati armati tutti all grave, i ladroni havendogli veduti missero: noi in mezzo, e gli aspettavano come per difendersi da loro, se ne venivano: non molto dopo venero cinquanta tutti armati, e parte di essi portavano gli scudi, che gli coprivano insino a piedi, e parte havevano rotelle. I ladroni essendo molti più, con le zolle della terra percuotevano i soldati. la zolla della terra di Egitto è più dura assai, che non sono le pietre: ella è grave, aspra, e disuguale, e quella disuguaglianza fa l’effetto, che fariano le punte della pietre. onde essendo lanciata, fa doppia percossa: come pietra fa enfiatura; e come saetta fa ferita. ma i soldati con scudi riparandosi da colpi de i sassi, poca stima facevano  <pb n= "38 verso" />di coloro che triavano. Poi che i ladroni lanciando furono stanchi; i soldati aprirono la lor ordinanza: e quei che erano armati alla leggiera cia scuno col dardo, e con la spada mandati fuori lanciarono, e niuno fu che non ferisse: di poi soccorevano gli arma ti di grave armatura. Fu fatta una, e dura battaglia: d’amendue le parti ne furono percossi, feriti, e uccisi molti, e l’esperienza de soldati suppliva al difetto del numero della gente. Noi tutti che eravamo prigioni, ponendo mente a quella parte de i ladroni, ch’era messa in rotta tutti insieme rompendo fra loro ordinanza trapassammo, e fuggimmo verso i nimici: i quali non sapendo la cosa, da prima cercavano di ucciderci; ma poi che ci viddero nudi, e legati, pensando esser la verità, ne ricevettero dentro fra loro, e mandaronci alla coda della battaglia, lasciandoci riposare. In questo mezzo sopravvennero i cavalli, e poscia che furono appresso, distendendo la battaglia circondarono i ladroni: e a questo modo ridottogli in picciolo spazio, gli uccidevano, e parte ne giacevano morti, e parte mezzi morti anchora combattevano, il rimanente pigliarono vivi Già era sopragiunta la sera, quando il Capitano fattici chiamare a uno a uno, ci domandava chi fossimo: e chi una, e chi altra cosa diceva: io gli raccontava il caso mio. Poi che egli hebbe inteso il tutto; comandò che lo seguitassimo, e ne promisse di darci le arme. Percioche havea deliberato aspettando il resto dell’essercito di assalire il luogo dove si era ridotta la gran moltitudine de ladroni:  <pb n= "39 recto" />dicevasi che erano quasi diecimila persone. Io, percioche era molto essercitato nel cavalcar, chiedeva che mi fusse dato un cavallo, e havendomelo un di loro condotto nel farlo muovere a tempo, dimostrava d’intender l’ordine del combattere, tal che il Capitano me ne lodava sommamente. e in quel giorno fece ch’io mangiai alla sua tavola. e dopo cena mi domandava delle cose che mi erano avvenute, e ascoltandole </p>
<lb/>,, mi havea compassione, Percioche l’huomo che 
<lb/>,, ascolta gli altrui mali, si muove a compassione, e 
<lb/>,, quelle compassione molte fiate viene ad esser mezzana 
<lb/>,, della benivolenza. Conciosia che l’anima mossa a 
<lb/>,, dolersi per le cose udite, a poco a poco havendo accresciuta 
<lb/>,, la misericordia per l’ascoltar la passione altrui
<p>,,,  raccoglie la compassione del dolore in benivolenza. Io adunque per havermi il Capitano benignamente ascoltato, disposi l’animo suo di maniera, che egli anchora mandò fuori le lagrime che niente altro più potevano fare, essendo Leucippe nelle mani de ladroni. Egli mi diede un servidore Egizzio, il quale mi havesse a servire. Il giorno seguente si apparecchiava a passare, e attendeva di far si che fossa, che a far cio era d’impedimento, fusse riempita: percioche dall’altra parte di essa vedevano i ladroni con infinita moltitudine di gente, la quale si era posta in arme. Quivi fra loro era un’altare rozzamente fatto di terra, e appresso dell’altare stava un’urna da sepellire. e due menavano una fanciulla legata con le mani di dietro. quegli io non conosceva chi fussero: percioche  <pb n= "39 verso" />erano armati; la fanciulla ben conobbi io che era Leucippe: costoro spargendole acqua sacra sopra la testa, la menavano attorno dell’altare, e uno di loro diceva a lei non so ché parole, e il sacerdote cantava (si come è da credere) un canto in lingua Egizzia: percioche il gesto del corpo, e il movimento della testa quasi dimostrava il canto. dipoi a un segno tutti si scostarono alquanto lontano dall’altare, e l’uno de giovani facendola chinare supina, la legò a certi pali fitti in terra, si come i pittori dipingono Marsia legato a un’arbore: poscia preso un coltelloglielo ficcò nel core, e tirandolo a basso insino al ventre l’aperse, e subitamente saltoron fuori l’interiora e cosi strappandole con le mani, le posero sopra l’altare. poi che furono arrostite; le divisero, e tutti ne mangiaro la lor parte. Il Capitano, e i soldati stando cio a vedere, adogni cosa che facevano coloro, gridavano ad alta voce, e rivolgevano gli occhi da cotale spettacolo. Io per lo subito, e non aspettato accidente, postomia sedere, misera quasi trasformato, e uscito de i sentimenti, e questo era per lo spavento della mente. percioche il male trapassando ogni misura, mi haveva come che un fulgore percosso. E forse che la favola di Niobe non fu bugia. ma anche ella, havendo una simil passione per la perdita de figlivoli, diede cagione, essendo diventata immobile, che altri havesse oppinione, ch’ella fusse divenuta pietra. Poi che la cosa (si come iò pensava) hebbe fine; essi havendo posto il corpo nel’urna, e messovi sopra  <pb n= "40 recto" />il coperchio. l’abbandonano: e disfatto l’altare se ne fuggono senza mai volgersi a dietro: percioche il sacerdote haveva predetto loro, che cosi facessero. Ma essendo venuta la sera, era già la fossa tutta stata riempita, e i soldati havendola passata, posero gli alloggiamenti poco di sopra la foss, e si missero a cenare. Il Capitano stando io mal contento, si sforzava di confortarmi. Io, poi che fu passata la prima parte della notte; guardato, che tutti dormivano, pigliata la spada, cominciai a dire. Misera Leucippe, e infelicissima sopra tutte le altre: io non piango solamente che tu sei morta, e morta fuor della patria, e violementemente uccisa: ma che tali siano stati i giuochi delle tue infelicità; ma che tu sij stata offerta in sacrificio per purgar si immonde e scelerate genti. e che ti habbino, ahime infelice, cosi viva dinanzi sparata; e che tu medesima habbi veduta tagliarti; ma che habbiano diviso le secrete parti del tuo ventre, e ti habbiano dato per sepoltura, e il maladetto altare, e l’urna: in questa ponendo il corpo; e in quello l’interiora: se il fuoco ti havesse consumata; saria minore infelictià: ma hora il sepolcro delle tue viscere è il nutrimento de i ladroni. O abominevoli facelle nell’altare accese, o nuove, e religiose maniere di cibo. e gli Dei hanno dal cielo riguardato sopra cotai sacrificij? e il fuoco non si è estinto; ma ha patito d’imbrattarsi, e ha portato l’odore alli Dei? piglia adunque da me l’essequie, che a te si convengono. E cosi dicendo alzai la spada per porlami alla gola, et i scannarmi:  <pb n= "40 verso" />ma ecco all’oncontro di me io veggio (percioche era lume di Luna) due che con molta fretta venivano correndo: io pensando che fussero ladroni, accioche essi m’uccidessero, mi ritenni. in tanto si appressarono, e amendue ad una voce gridarono, e questi erano Menelao, e Satiro. Io avvenga che vedessi e i miei amici, e fuori della mia opinione vivi, nondimeno non gli abbracciai, ne fui punto mosso dall’allegrezza, talmente il dolore dell’accidente m’haveva tolto fuori di me stesso. Mi prendono finalemente la man destra, e cercano di toglermi la spada, e io dissi loro, Per Dio vi prego, non mi habbiate invidiadi cosi bella morte, anzi del rimedio de i mali: percioche non poss più vivere, se ben’hora voi mi sforzaste, essendo Leucippe morta di questa maniera: Voi mi torrete questa spada? e ella è spinta dentro, e alquanto ha gia tagliato, volete ch’io muoia d’una immoral al ferita? All’hora Menelao disse, se per questa cagione tu vuoi morire; ritien pur la spada, che Leucippe ti ritornerà viva. Io riguardando verso di tui gli dissi. In si molesti affanni anchora ti fai beffe di me? Ah Menelao rammentati dell’amicizia c’habbiamo fatta mangiando e bevendo insieme. e egli percotendo l’urna disse, poi che Clitophonte non mi crede; fanne tu, o Leucippe, vera testimonianza che tu sei viva, e insieme con queste parole, e due, e tre volte percosse l’urna. E io sento da basso uscire una voce molto sotile: onde mi prese un subito tremore, e guardava verso di Menelao, istimandomi che fusse incantatore. E egli in questo medesimo tempo aperse  <pb n= "41 recto" />l’urna, e Leucippe da basso si levò suso. O che spettacolo horribile, e pieno di terrore. il suo ventre tutto era aperto, e veto dell’interiora, e lasciatasi cader sopra di me mi abbraccia, e ci stringemmo, e cademmo amendue. E havendo io appena ripigliato lo spirto, dissi a Menelao. Tu non mi dici che vogliono dir queste cose? non veggio io Leucippe? non la tengo io? non la sento io parlare? quel che io vidi hieri che cosa era? ò quello o questo è sogno ma ecco il bacio è vero e vivo, e soave come quello di Leucippe. Hor hora, disse Menelao, rihaverà anco l interiora, e il petto si ricongiugoerà, e lo vedrai senza ferita alcuna. ma nasconditi il viso, percioche a quest’opera io voglio chiamar l’infernal Proserpina. Io credendolo mi nascosi: e egli dicendo alcune parole cominciò a far l’incantesimo, e parlando tolse via d’intorno al ventre di Leucippe tutte quelle cose, che vi haveva poste –er coprir l inganno, e la fece ritornar nello stato di prima, e dissemi che io mi scopr_ssi io lo faceva appena e con pavra: percioche veramente me pensava che Prosperpina vi fusse venuta: nondimeno mi levai pur le mani da gli occhi, e vidi Leucippe del tutto intera e sana. Io maggiormente maravigliandomi, pregava Menelao dicendo, o carissimo Menelao. Se tu sei qualche ministro de gli Dei; dimmi ti prego, in che luogo sono io? e che vogliano significare queste cose, che io veggio? E Leucippe soggiunse dicendo Menelao, rimanti di spaurirlo, e narragli in che modo tu hai ingannati i ladroni. E egli comincià a dire, Tu  <pb n= "41 verso" />sai, si come io ti dissi in nave. che io sono di Egitto: e intorno di questo villaggio ho molte possessioni, e i governatori di quella sono miei conoscenti poscia che noi rompemo in mare, e poi che le onde mi gittarono ne i liti di Egitto, fui preso insieme con Satiro da questi ladroni, che guardavano il detto villaggio. ma poi che fui menato dinanzi al loro Principe; alcuni de i ladroni havendomi riconosciuto; mi sciolgono i le gami, e mi confortano a star di buon’animo, e come amico affaticarmi con essiloro, e io dimandai loro Satiro come cosa mia. ma essi mi dissero, Mostraci pur primamente che tu sia ardito, e valoroso. In questo mezzo hanno risposta dall’oracolo, che debbiano sacrificare una fanciulla, e purgar le colpe della comunanza de ladroni, e sacrificata che l’haranno gustar delle sue interiora, e il resto del corpo metterlo in sepoltura, e partirsi, accioche lo esercito de nemici trapassasse il luogo dove era stato fatto il sacrificio. Hora di tu Satiro il rimanente, percioche questa parte tocca a te di raccontarla. e Satiro cominciò a dire. Subito che io per forza fui condotto allo essercito, piangeva chiamando te Signor mio, e mi doleva intendendo il caso di Leucippe; e pregava Menelao, che in ogni modo procurasse di liberar la fanciulla, e in ciò ne diede aiuto un non so qual benigno Iddio. Il giorno innanzi che si havesse da fare il sacrificio, per avventura amendue ci eravamo posti a sedere su nel lito tutti afflitti, pensando sopra il caso di Leucippe. e alcuni de ladroni havendo veduto una  <pb n= "42 recto" />nave, per non saper i luoghi dove ella fusse, andare errando, si mosseró verso di lei. coloro che si ritrovavano in nave, conoscendo che erano quei che gli andavano incontro, si sforzavano di volgersi a dietro, e fuggire ma essendo sopraggiunti da ladroni; si rivolsero a far difesa. percioche era fra di loro un certo, che ne i theatri recitava le cose di Homero. e havendo egli messasi l’armatura, che soleva usare in cotale esercitio, e armati medesimamente i suoi compagni, si apparecchiarono a combattere. si misero adunque a far resistenza, e valorosamente, a i primi che si fecero aunnti, ma essendo sopraggiunte mol e più har che di ladroni; la nave fu sommersa, e le persone di essa cadute furono uccise, e niuno si accorse di una certa cassetta che si era separata da loro, e dal naufragio per le onde a noi trasportata, Menelao la prese e in un luogo tiratosi da parte (e veramente io a aspettava che vi fusse qualche cosa preziosa) egli in mia presenza l’aperse, e vedemmo una sopranvesta, e un coltello, il quale haveva il manico quattro dita lungo, il ferro che stava messo nel manico era durissimo, e di lunghezza non più di tre dita. Menelao havendolo preso in mano non si accorse haver lo rivoltato, e la parte del ferro del coltello usciva fuori come da una grotta tanto, quanta era la grandezza del manico: e rivolgendolo un’altra volta a dietro, di nuovo il ferro si nascondeva dentro, questo coltello, si come è cosa conveniente da credere, quelle infelice usava ne i theatri per fare  <pb n= "42 verso" />i finiti scannamenti. Diss’io all’hora a Menelao, se tu vuoi esser valente huomo; Iddio ci persterà aiuto. e certamente potremmo salvar la fanciulla, senza che i ladroni se n’accorgano, e ascolta in che maniera; Piglieremo una pelle di pecora quanto più sottile si potrà, e la cuciremo a modo di un sacchetto, quanto saria la grandezza del ventre humano, e poscia empiendo d’interiora di fiere. e di sangue questo finto ventre, lo curciremo, accioche l’interiora non possano facilmente cadere, e a questa guisa acconciandolo sopra quello della fanciulla, e mettendole una vesta attorno con cintole, e con fascie nasconderemo questa acconciatura: e a poterla nascondere; l’oracolo ci è del tutto favorovole, percioche egli ha dato risposta, che il ferro la debbia tagliar per mezzo, stando ella vestita. Vedi questo coltello con che sottile artisicio è fatto: percioche chi lo ficcherà nel corpo ad alcuno; rientrerà nel manico, come in una guaina, e a quei, che stanno a vedere, par che il ferro sia fitto nel corpo, e pur egli è saltato dentro nel foro del manico, e solamente lascia la punta tagliando il finto ventre, e il manico tocca la pelle di chi è scannato: e levando via il ferro dalla ferita; di nuovo il col tello esce del foro, quanto l’altezza del manico ne manda fuori: e nel medesimo modo inganna i riguardanti, conciosia che paia che tanto n’entri nella gola quanto n’è fuori del manico. Facendo adunque le cose di questa maniera, i ladroni non potranno conoscer l’astutia: percioche le pelli saranno ascose, e l’interiora  <pb n= "43 recto" />salteranno fuori del taglio, che tu farai, e tirandole via le porremo sopra l’altare. Udisti tu dianzi il Principe haverti detto che bisognia mostrarsi loro di haver ardimento? fi che ti è lecito andare al suo cospetto, e prometter gli in questo di far prova del tuo valore. E cosi detto io lo pregava per Giove hospitale, e per il comune naufragio: e quest’huomo da bene disse. Questa è grande impresa: ma per l’ami </p>
<lb/>,, co, benche ancho bisognasse morire; è honesto perico 
<p>,, lo, e credo che Clitophonte sia anchora vivo: percioche dimandandola io, mi ha detto haverlo lasciato legato insieme con quei che erano stati presi da ladroni. de i quali alcuni essendo al lor Principe fuggendo venuti, dicevano che tutti i prigioni, mentre si combatteva, si erano fuggiti nell’esercito nimico. e tu in ciò farai cosa gratissima a lui, e libererai la misera fanciulla da si grave pericolo, e con queste parole glielo persuasi, e la fortuna ci fu favorevole. Io adunque era intorno all’artificio per apparecchiar lo inganno. E poco prima che Menelao doveva parlare a i ladroni circa il fatto del sacrificio: il lor Principe a sorte incontrandolo gli disse, E appresso di noi una legge, che coloro i quali hanno appresi i primi ammaestramenti della cose sacre, comincino a far sacrificio, e massimamente quando bisogna sacrificar vittima humana. attendi adunque ad apparecchiarti per domattina a far sacrificio. e bisognerà similmente che tu instruisca il tuo sarvidare a far le cerimonie con essa teco. all’hora Menalao rispose, Noi ci sforzaremo  <pb n= "43 verso" />di non esser inferiori ad alcuno de i vostri. Ma bisogna disse il Principe, che da voi stessi acconciate la fanciulla di maniera, che comodamente la possiate tagliar. Noi soli acconciamo la vittima, cio è la fanciulla, nel modo sopradetto, e la confortiamo a stare arditamente, e di buon’animo, narrandole particularmente ogni cosa, e come bisognava che stesse nel l’urna, e se ben ella piu tosto si destasse dal sono, che dovesse starvi dentro tutto quel giorno, e quando i nostri si fussero allontanati, se ne fuggisse a salvamento nell’essercito. E cosi detto menammo fuori la fanciulla, all’altare. il resto tu’l sai. Poi che io hebbi udito queste cose; mi si rivolgeano diversi pensieri per lamente, e non sapeva qual premio il dovessi rendere a Menelao, che fusse degno del merito suo. onde feci quel che comunemente si suol fare: corsi ad abbraciarlo; e inginocchiatomi l’adorava come un Dio, e nel la mia anima albergava infinito piacere. Posciache vidi le cose di Leucippe esser succedute felicemente; di mandai quel che fusse avvenuto di Clinia. Menelao rispose. Io non ne so nulla: percioche dopo che la nave si ruppe; subito io lo vidi, che si era attaccato all’antenna. ma dove egli andasse non lo so. Piansi nel mezzo dell’allegrezza: che non so qual Dio hebbe invidia ch’io provassi il piacer compiuto. Colvi che per mia cagione non appare in luogo alcuno: colvi che dopo Leucippe è mio padrone, il mare l’ha fra tutti gli altri ritenuto_occioche non solamente gli togliesse l’anima; ma ancho la sepoltura. O mare iniquo tu ne hai hanuto  <pb n= "44 recto" />invidia del compito effetto della tua benigna cortesia. Andammo adunque tutti insieme all’essercito: e entrati dentro del mio padiglione, quivi dimorammo tutto il resto della notte, e questa cosa non potè passar senza saputa di molti. Venuto il di condussi Menelao al capitano, e gli narrai il tutto. il quale se ne rallegrò sommamente, e ricevette Menelao per amico, e gli dimanda quante genti siano quelle de nemici. E gli rispose che tutto il villaggio vicino era pieno d’huomini di mal’affare, e tuttavia s’accresceva la lor masnada, di modo che sariano diecimila. Il Capitano all’hora disse. A noi sono a bastanza queste cinquemila persone contra ventimila delle loro: e ne verranno anco oltra di queste quasi altre duemila di quelle, che sono intorno al paese detto Delta, e d’Heliopoli, poste quivi a difesa contra i barbari. E mentre egli diceva queste parole: ecco un servo che ne vien correndo, e diceva che veniva dall’esercito, ch’era iui, per avvisare come bisognava che le due mila persone indugiassero altri 5. giorni. percioche se ben i barbari, che trascorrevano il paese, si erano acquetati; nondimeno quando le genti erano per venire, si appressò loro il sacro uccello, portando la sepoltura di suo padre. onde: erano forzate a prolungar la lor venuta insino a 5. giorni. Al l’hora diss’io, e che uccello è questo, che è degno di tanto honore? e che sepoltura porta egli? L’uccello è chiamato Phenice. nasce in Ethiopia, ed è simile al Pavone: ma nella bellezza è a lui secondo. ha le penne di color d’oro, e di porpora variate: si gloria haver <pb n= "44 verso"/> per padrone il Sole, e la sua testa ne rende testimonianza: percioche egli l’ha coronata d’un bellissimo cerchio di penne, e la corona del cerchio rappresenta la imagine del Sole, ed è di color celeste, e quivi le sue penne sono elevate. Questo uccello gli Ethiopi l’hano mentre egli e in vita, e gli Egizzij dopo la sua morte: percioche quando egli è morto (e ciò gli avviene in lunghissimo spazio di tempo) il figlivolo il porta al Nilo, apparecchiandogli una sepoltura di questa maniera: Piglia una massa di odoratissima Mirra, e di tanta quantità, che per sepellir l’uccello sia a bastanza: e co’l rostro la cava nel mezzo; e cotal cava è la sepoltura del morto uccello, e havendolo posto, e acconcio dentro di quest’urna, e turatola con la terra, cosi al Nilo se ne vola portando quest’opera. E se guitato da gran moltitudine di altri uccelli a guisa di soldati, che stiano alla sua guardia, e egli rassembra un Re, che sia in viaggio, e la città dove lo porta è del Sole. Si posa finalmente in luogo alto si, che possa esser veduto, e aspetta i sacerdoti del Sole. Viene un certo sacerdote Egizzio, che porta fuori dal tempio un libro, e giudica l’uccello dalla pittura: e egli conoscendo che non gliè prestato fede; mostra le occulte parti del suo corpo, e palesa il morto uccello, mostrando che gli diano sepoltura, i sacerdoti del Sole prendendo il morto uccello, il seppelliscono. Adunque mentre che vive, egli è Ethiope per lo nutrimeuto che in Ethiopia prende; e morto diventa Egizzio per la sepoltura, che in Egitto gli è data.</p>
<pb n= "45 recto"/>
<lb/>Alessandrino dell’amor di Leucippe, e Clitophonte.
<lb/>LIBRO QUARTO.
<p>IL Capitano havendo inteso l’apparecchio de’nemici, e lo indugio delle genti che havevano da essergli in aluto, deliberò di nuovo ritornarsene al villaggio, donde n’eramo partiti, insino a tanto ch’elle giugnessero. A me fu assegnato un’alloggiamento insieme con Leucippe, poco sopra di quello del Capitano. Poi che io fui entrato dentro; abbracciando Leucippe, mi era apparecchiato di mostrarmi huomo co’l prender di lei l’amoroso piacere. ma poscia ch’ella nol consentì; le dissi, Insino a quanto vogliamo star privi de’sacrifici di Venere? non vedi che naufragij fuor d’ogni aspettazione ci occorrono? e i ladroni, e i sacrifici, e gli scannamenti? fin che ci troviamo nella tranquillità della fortuna; pigliamò l’occasione, prima che ci sopravvenga qualche peggior disaventura. Ed ella allo’ncontro disse: Non è anchora lecito di venire a far questo. percioche la dea Diana apparendomi in sogno hieri, quando io piangeva dovendo esser scannata; mi disse, Non pianger, che hora tu non morrai, io sarò in tua difesa. persevera di star vergine insin che io ti condurrò a marito, e niun’ <pb n= "45 verso"/> altro ti haverà che Clitophonte. Io veramente haveva dispiacere dello’ndugiare, e godeva delle’ speranze del futuro. Poscia che io hebbi inteso il suo sogno; me ne rammentai d’un simile. Parevamila notte passata vedere il tempio di Venere, e dentro esserui la statua della Dea, e appressatomi per far orazione, essersi serrate le porte. e havendo io di ciò preso ma ninconia, mi apparue una donna, che haveva l’aspetto somigliante a quello della statua, e dissemi, Hora non ti è lecito di entrar dentro del tempio, ma se aspetterai qualche poco spazio di tempo; non pur io t’aprirò ma farotti sacerdote della Dea. Narrai questo sogno a Leucippe, e non cercai più d’usarle violenza. e considerando il sogno di Leucippe non poco mi turbai. Fra questo mezzo tempo Carmide (tal era il nome del Capitano) pon gli occhi addosso di Leucippe, e hebbe modo di vederla per questa occasione. Erano per avventura alquanti huomini che havevano preso una bestia del fiume, cosa veramente degna d’esser guardata. gli Egizzij la chiamano cavallo del Nilo. Ha egli in vero similitudine di cavallo nel ventre, e ne piedi, salvo c’ha l unghia partita per mezo. è di tanta grandezza, quanta saria quella d’un grandissimo bue. la coda è piccola, e di peli sottili, si come gli ha nel resto del corpo, la testa ritonda, e non picciola, le mascelle simili a quelle del cavallo. le narici grandemente aperte e spiranti fumo infocato come da fonte di fuoco, il mento largo quanto la mascella, l’apertura del la bocca giugne fino alle tempie. i denti chiamati caninigli  <pb n= "46 recto" />ha ritorti, e nella forma, e nella positura gli ha come cavallo, ma di grandezza tre volte maggiori. A cotale spettacolo ci chiamo il Capitano. eravi anco presente Leucippe. noi tenevamo gl’occhi volti verso la bestia, il Capitano verso di Leucippe, e subito subito fu preso dall’amo di lei. e volendo che noi quivi più lungamente dimorassimo, per poter far cosa grata a gl’occhi suoi, cercava occasione di lunghi ragionamenti, prima narrando la natura di quell’animale, dipoi il modo che si usa a pigliarlo, e com’egli è voracissimo, e che si nutrisce di biade. Nel prenderlo bisgona usare inganno. onde i cacciatori osservando il luogo, dov’egli suol ridursi, e facendovi una fossa, di sopra la ricuoprono di canne, e di terra, e soto le canne vi mettono una casetta di legno. che ha le porte nel sommo della fossa aperte. esse stanto ascosi aspettando, che l’animal vi cada entro. percioche andandovi egli sopra, subitamente cade abasso, e la casetta a guisa di caverna lo riceve: i cacciatori saltando fuori, subito serrano le portelle del coperchio, e cosi lo prendono, percioche in quanto alla fortezza, niuno lo potrebbe tener per forza, conciosia che oltra le altre cose egli sia gagliar dissimo, e lasva pelle come vedete è durissima, e non acconsente a colpo di ferro. ma è (dirò) cosi Elephante di Egitto percioche di fortezza par che tenga il secondo luogo dell’Elephante, d’India. E Menelao, havete voi disse, giamai veduto l’Elephante? e Carmide rispose. Io l’ho veduto, e da quei che ne hanno buona notizia, ho udito la natura del  <pb n= "46 verso"/> nascimento quasi maravigliosa. Noi, diss’io, insino a questo giorno non l’habbiamò veduto se non dipinto. io disse egli poi che habbiamo ozio, ve ne ragionerò. La madre lo partorisce, ma in lunghissimo spazio di temdo: percioche sta gli anni a dar forma al seme, e dopo tanto rivolgimento di anni lo partorisce all’hora che il parto è divenuto vecchio. e perciò reputo che egli diventi cosi grande, di fortezza insuperabile, di vita lunghissima, e tardo al morire: conciosia che dica no la sua vita avanzar quella del corvo di Hesiodo. la gola dell’Elephante è come la testa d’un bue, e se voi vedesti la sua bocca; direste che’ella havesse due corni e questi sono i ritorti denti dell’Elephante. fra il mezzo di i quali egli ha anteposta una proboscide, la quale usa in vece di mano, e nella forma, e nella grandezza ella simiglia una tromba, e di modo volge, che con questa prende il cibo, e ogni sorte di esca, che si troverà avanti: e se è buona per suo cibo; subito la prende, e gittandola nella gola, se ne nutrisce. e se egli conoscer à che sia cosa dura; con questa piglia la preda, e stringendola in giro? la lieva in alto, e ne fa dono al padrone che gli sta sopra, percioche siede sopra di lui un’Ethiope, che è un nuovo cavaliero dell’Elelphante: al quale fa egli carezze, e lo teme, e intende la sua voce, e sopporta le sue battiture, e la sferza, con la qual batte l’Elefante, è una scure di ferro. E ricordomi già haver veduto un nuovo spettacolo: Un’huomo Greco mi se la sua testa per mezzo di quella dell’ Elephante, il quale aprendo  <pb n= "47 recto" />la bocca spirava nell’huomo, che vi haveva messo dentro il capo. Io d’amendue queste cose mi maravigliava, e dell’ardir del Greco, e della benignità dell’animale. l’huomo diceva haver dato il pagamento al l’Elephante, che haveva spirato il lui quasi de gli odori d’India. e ciò esser rimedio al male di testa. L’Elephante in vero conosce haver questa medicina, e non apre la bocca senza permio: ma è medico superbo, e chiede primamente la mercede, e dandoglie la si lascia persuadere, e fa la grazia, e apre la bocca, e tante volte aprendola lo riceve; quante l’huomo vuole: percioche conosce che egli ha venduto il suo odore. E onde, dissi io, a cosi brutto animale vien si grande soavità di odore? Questo, rispose Charmide, avviene perche egli è tale il suo nutrimento. La terra de gl’Indiani è vicina al Sole: percioche essi primi lo veggon nascere, e a lor soprastà la sua luce più calda, e il lor corpo ritiene la tintura del fuoco. nasce in Grecia un fior del color dell’Ethiopie: appresso gl’Indiani è non fiore; ma fronde, come sono appresso di noi le frondi de gli arbori: la quale nascondendo il suo spirare; non sparge fuori l’odore: percioche o vero teme di divenir superba per il piacere che ne prenderebbono quei che lo conoscessero; o vero che ella ha invidia a i paesani. ma se è alquanto trasportata, e passa fuorl de i termini di detta terra; apre la serrata soavità, e diventa fiori di fronde ch’ella è, e vestesidi odore. questa negraro, a Indiana è cibo de gli Elephanti, si come è de  <pb n= "47 verso" />buoi l’herba appresso: di noi. Essendo adunque quasi dal primo nascimento nutrito di questa fronde: tutto rende odore, e da basso, dove è il fronte del spirare, manda fuori un fiato odoratissimo. Poi che noi fummo partiti da i ragionamenti del Capitano (percioche </p>
<lb/>,, chi è ferito d’amore non può tolerare, essendo 
<p>,, oppresso dalle fiamme) lasciò andar poco spazio che fece chiamar Menelao, e presolo per mano gli disse, Per le cose, che tu hai fatto verso di Clitophonte, ho conosciuto, che sei tu ottimo amico, e me tu ritroverai non men buono. Io ti chieggio una grazia, la quale a te è molto facile a farla; e a me dove tu vogli; salverai la vita. Leucippe mi ha gravemente ferito d’amore, hora sanami tu. Ella ti è obligata della vita a te per cotal servigio darò cinquanta monete d’oro; e a lei quante ne vuole. I danari, rispose Menelao, tenetegli, e serbategli a coloro, che vendono i servigi. io essendovi amico, mi sforzerò di esservi utile. e havendo cosi detto se ne viene a me, narrami il tutto. Ci consigliavamo adunque di quel che in questo caso dovevamo fare. parveci che l meglio fusse l’ingannarlo, percioche il contradirgli all’hora non era senza pericolo, che egli havesse adoperato la forza. Il fuggire era impossible, essendo i ladroni sparsi per tutto, e tanti soldati intorno di lui. Menelao essendo alquanto spazio dimorato, se n’andò a Charmide, e dissegli, la cosa è fatta. benche da prima la fanciulla ricusava grandemente ma pregandola io, e rammentandole il benificio che le ho fatto; acconsentì ma-  <pb n= "48 recto" />ben vi dimanda una cosa giusta, che gli vogliate conceder grazia d’un termine di pochi giorni, finche si giunga in Alessandria. questa è una villa, e ciò che si fa, è in vista di tutti, e vi sono molti testimoni. Troppo lungo termine, disse Carmide, tu mi assegni ad ottener questa grazia. nella guerra si hanno da differir i desiderij? il soldato che tien le arme in mano; se egli si habbia da vivere, essendogli tante vie di morte appercchiate? va a dimandarmi la sicurtà dalla fortuna, e aspetterò. Hora io uscirò fuori combattere con questi villani, e dentro della mia anima si fa un’altra battaglia. un soldato che porta arco, mi ha espugnato. un soldato che porta saette, mi ha vinto. son pieno di saette. chiamami tosto chi mi dia rimedio. la ferita mi molesta. io accenderò il fuoco contra i nemici, e amore accenderà le faci contra di me. questo fuoco, o Menelao, estingui primamente. l’amoroso congiungimento, innanzi che si vada alla battaglia, è buono augurio. sia Venere mandata a Marte. E Menelao soggiunge: Tu vedi che que ella non puo facilmente schifarsi dall’huomo, e suo, e di lei sommamente innamorato. E Charmide rispose, cosa facile sarà levar via Clitophonte. Vedendo finalemente Menelao lo smisurato desiderio di Charmide, e temendo che per questa cagione non mi sopravvenisse qualche strano accidente; subito si pensò una cosa credibile, e disse, Vuoi tu Signore saper la verità del suo volere indugiare? ella veramente dimane ha i suoi mestrui, e non le è lecito  <pb n= "48 verso"/> congiungersi con huomo. Dimoraremo adunque. disse Charmide, qui tre o quattro giorni, percioche tanti son a bastanza. ma intanto dimando da lei cosache è convenevole, venga dinanzi a gli occhi miei, e mi faccia grazia de suoi ragionamenti. desiro di udir la sua voce, e di stringerle la mano, e toccarle il corpo: percioche queste son le covsolazioni de gli amanti. e a lei è lecito di baciarmi: che questo non può esser impedito dal ventre. Poscia che Menelao a me ritornatone, mi hebbe ciò annunziato; io a questo gridai dicendogli, che più tosto mi lascierei morire, che veder altri goder del bacio di Leucippe </p>
<lb/>,, Percioche niuna cosa è più dolce del bacio. conciosia
<lb/>,, che il congiungnimento venereo habbia termine
<lb/>,,, e sazietà, ed è nulla se tu ne levi il bacio: il 
<lb/>,, quale è senza termine alcuno, e non sazia mai
<lb/>,,, ed è sempre nuovo. E in vero che dalla bocca n’escono 
<lb/>,, tre cose bellissime, il respirare, la voce, e il 
<lb/>,, bacio: percioche con le labbra ci baciamo l’un l’altro,  
<p>,, e la fontana del piacere vien dall’anima. Credi a me Menelao. che nelle miserie harò da far festa. Ne io ho da Leucippe otienuto altro che cotal cose: nel resto è anchora pulzella. insino a i baci soli è mia moglie, e se alcuno me ne vorrà privare; non comporterò cotal violenza, e non permetterò che sia commesso adulterio co miei baci. e Menelao disse. Adunque ci fa dibisogvo trovar ozzio e presto consiglio. </p>
<lb/>,, percioche chi ama, ìnsino a tanto che egli ha speranza 
<lb/>,, di conseguire il suo desiderio; sopporta, stando con  <pb n= "49 recto" />
<lb/>,, l’animo intento a conseguirlo: ma disperandosi, mutando
<lb/>,, il desiderio, circa quanto gli è possibile di vendicarsi 
<lb/>,, di quel che glì fa impedimento. ma’sianvi anche 
<lb/>,, le forze di modo, che possa offendere senza esser 
<p>,, offeso, non essendo temute, fanno divenir più fiero lo sdegno dell’animo. Oltra di questo il tempo ci stringe a non poter prender fermo consiglio della cosa. Mentre noi eravamo a pensar sopra di ciò; uno tutto affannato ne vien correndo, e dice che Leucìppe caminando in fretta, era caduta, e haveasi guasto un occhio. Noi saltando suso, coremmo a lei, e la vedemmo giacere in terra. io apressandomele le dimandava ciò che ella havesse. e subito che mi vidde, levatai suso mi percosse il volto sdegnatamente con gli occhi tu ti sanguigni guardandomi. &amp; essendosi Menelao apparecchiato a prenderla; dava anco a lui de calci. pensando adunque che fosse qualche frenesia sopraggiunta al male, presola per forza, ci sforza vamo di tenerla. et ella comatteva con essonoi, nulla curandosi di nasconder quelle parti che le donne non vorrebbono che fussero lor vedute. onde levossi nel padiglione un romor grande di maniera, che vi corse anco il Capitano a veder ciò che era. Egli da prima hebbe sospetto che tal malattia fusse una fintione, e rivolse gli occhi verso Menelao. ma poi che a poco a poco conobbe la verità; n’hebbe dolore anche egli, e le ne havea compassione. e finalmente presa la meschina, la legarono. Io quando le vidi i lacci in torno delle mani, essendo già molte persone andate <pb n= "49 verso"/>via, pregava Menelao dicendo, scioglietela vi prego, scioglietela, che letenere mani non possano sopportare i legami, lasciate me solo con essalei. io abbracciandola le saro in vece di legame. usi Pur la sua frenesia e furia contra di me’ che io non posso patir di vivir piu, poiche Leucippe sendole io presente più non mi conosce ella se ne stà legata, e io crudele potendola sciogliere, non voglio farlo? la fortuna ci ha saltavi dalle mani de’ladroni, accioche tu diventassi giuoco della frenesia? O infelice noi, quando saremo felici? noi habbiamo fuggite le pavre, che havevamo nella propria casa, siamo campati dal mare, uscímo del le mani de ladroni per esser serbati alla frenesia, O carissima Leucippe se tu ritorni in buon sentimento ‘temo di nuovo la fortuna, che ti apparecchi qualche altro male. Chie adunque più infelice di noi, se te meno ancho le felicità? ma pur che tu ritorni a buon sentimento, e ti ristori: faccia di nuovo la fortuna quel che le piace contra di noi. Et dicendo io questo parole, Menelao mi confortava dicendomi cotai mali non esser durabili. e spesse fiate avvenire per il calor della giovanezza. percioche il sangue per tutte le membra vigoroso, e giovane, per lo molto vigore bollendo, si sparge spesse volte fuori della vene, e dentro inondando la testa, sommerge i spiriti della parte rationale bisogna chiamar i medici, e farla curare, onde Menelao se n’ando al Capitano, e lo prega che faccia chi amare il medico dell’esercito, e egli molto volentieri lo fece. percioche gl’innamorati si rallegrano di adoperarsi in servigio della persona amata. <pb n= "50 recto" /></p>
<lb/>,, Il medico essendo venuto, disse, Hora per mitigar l’acerbità 
<p>,, del vigor del male apparecchieremo di farla dormire conciosia cosa che’l sonno sia il rimedio di tutti </p>
<p>,, mali. Egli adunque ne diede un poco di medicina, quanta aria la grandezza d’un grano d’Orobo, e comandocci che stemperandola in olio, le un gossimo meza la testa, e disse che n’apparecchierebbe un altra per purgarla del ventre Noi facemmo tutto ciò che gli ordinò. Ella essendo unta e anche pochissimo, dormì tutto il resto della notte isino all’aurora, Io tutta la notte vegghiando e sedendole appresso piangeva e guardando i legami deceva, Ahime carissima Leucippe, tu sei legata anche dormendo, e anche il sonno tu non hai libero quali sono le tue visioni? sei tu dormendo sana della mente? o pur ancho i tuoi sogni sono stolti? Poiche ella si fu desta; di nuovo cominciò a gridar con p role, che non si potevan’intendere. venne all’hora il ma dico, e le diede l altra medicina In questo mezo giuese uno, che veniva dal governatore dell’Egitto, portndo una letterà al Capitano, per la quale gli era co ammandato (per quanto potevamo giudicare) che si affrettasse di andar a combattere. percioche egli ordinò, che si mettessero in arme come e dovessero andacontra i villani e subitamente movendosi ciascunor quanto piu presto potè, prese le arme appresentandosi, insieme co suoi Capi e egli havendo lor dato il segno e commandaro che andassero a gli alloggiamenti; si rimase solo. Il giorno seguente nell’alba l’e ercito usci fuori contra li nemici. Il sito di questa villa era di  <pb n= "50 verso" />questa maniera. Il Nilo discende di sopra da Thebe dell’Egitto, e scorre insino a Memphi. il ramo inferiore è picciolo, la villa è chiamata Siro, posta nel fine del gran corso del fiume, il quale è quivi rotto dalla terrar e di un fiume se ne fanno tre: due si dividono di la e di qua; e l’altro facendo la terra in figure di triangolo, corre a diritto come faceva prima che si dividesse niuno di questi fiumi corre insino al mare, ma si dividono altro in questa, e altro in quella città e questi partimenti sono maggiori, che appresso i Greci non sono i fiumi, e benche quest’acqua sia di visa in molte parti; non diventa perciò picciola, e debole; ma è navigata, bevuta, e coltivata. Il gran Nilo a loro è ogni cosa, e fiume, e terra, e mare, e palude. E’un nuovo spettacolo il veder la nave insieme e la zappa, il remo e l’arato, il timone e’leropheo, gli alberghi de i marinari e de gli agricoltori, e di i pesci insiememente, e de i buoi. e: pianti e semini questo coltivato pelago, dove tu prima hai navigato: percioche il fiume si diparte per ispazio di alcuni giorni drizzando il suo corso altrove. e l’Egitto sta aspettandolo, e numerando i giorni della sua absentia: e il Nilo non falla punto, ma è fiume che osserva il tempo del giorno determinato, e misura l’acqua fiume veramente, che non vuol esser condannato di haver preterito il promesso giorno. e possi vedere la contesa del fiume e della terra contendono l’uno con l’altro: l’acqua dintorno si gran terra: e la terra di ricever si gran mare di acqua dolce; e  <pb n= "51 recto" />amendue ottengono ugual vittoria, e non appar qual sia vinto: percioche l’acqua tanto si stende; quanto è lo spazio della terre del paese, e d’intorno alle contrade de i villani sempre ve ne rimane assai, e poscia che ha inondata la terra tutta; fa quivi ancho paludi: e le plaudi, benche il Nilo si diparata, nondi meno restano piene di acqua, e di fango conduttovi dall’acqua. Sopra di queste essi caminano e navigavo, ne vi puote andar altra barca, se non di tanta grandezza, quanta sia bastante a starvi un’huomo ma ogui sorte di barca forestiera dando nel fango del luogo, è ritenuta: a loro poi sono bastanti alcune piccole e leggiere barchette, e poca quantità di acqua. e quando e gran secca, i barcarvoli, ponendose le in ispalla. portano via le barche insino a tanto che rihabbino l’acqua. In mezzo di queste paludi sono alcuue isole sparse quà e là: nelle quali non vi è habitazione alcuna, ma sono piantate di papiri, le cui spesse file tanto sono distanti, quanto fra l’una e l’altra vi puo stare una sola persona. e lo spazio di mezo delle strettezze di sopra è riempito e coperto dalle frondi de i detti papiri quivi sotto ricoverandosi, e si nascondono, e stanno in aguato, in vece di mura usando i papiri. Sonvi ancora alcune isole circondate dalle paludi, che hanno molte capanne, e somigliano una citta rozzamente fabricata. e queste sono gli alberghi de villani. erane una quivi vicino, che di grandezza, di moltitudine di capanne avanzava le altre, e chi a mavanla Nichochi. Essendosi tutti come in luogo <pb n= "51 verso"/> fortissimo quivi ridutti, si confidavano, e nella moltitudine della gente e nel sito del luogo. percioche un ristretto sentiero toglieva, ch’ella del tutto non era isola, e di grandezza era un’ottavo d’un miglio, e di larghezza settanta due piedi. le paludi circondano la città che vi è. Poi che viddero il Capitano appressarsi; usarono quest’astuzia, che havendo raguna ti tutti i vecchi, e posti loro in mano rami di palma per segno di chieder pace, dopo loro misero un’ordinanza di gagliar dissimi giovani armati con lance e, scudi i vecchi alzando i rami havevano da coprir con le supplichevoli frondi coloro, che andavano dopo, e quei che seguitavano, portar le haste basse, che non potessero punto esser vedute: e se’l Capitano si piegava a i prieghi de vecchi, i giovani hastati non innovassero cosa alcuna per combattere; e quando che nò, lo conducessero dentro nella città, facendo vista di offerirsi prontamente a esser uccisi, e quando: fussero nel mezzo della stretto sentiero; i vecchi dato il segno se me fuggissero, e gitassero via i rami: e i giovani armati facessero tuto il loro sforzo: Andarono adunque messi in ordine di questa maniera, e pregavano il Capitano che havesse rispetto alla lor vecchiezza, che si humiliasse a i lor preghi, e havesse compassione della città: e offersero a lui solo privatamente cento talenti d’argento, e cento huomini che gli conducesse al Prefetto, volendo loro darli per la città, accioche anco al Prefetto potesse portar delle spoglie de nemici? e le loro parole non erano falsamente <pb n= "52 recto"/> dette, che in vero glieli haveriano dati, se gli havesse voluti ricevere. ma poi che egli non volse dare orecchio alla loro ambasciata; i vecchi dissero: Se cosi ti piace: noi sopporteremo questa rea morte: concedine almeno questa grazia, non ne uccider fuori de le porte, ne lontano dalla città, ma nella terra de nostri padri, nella casa dove nascemmo: di grazia dacci per sepoltura la città ecco noi ti siamo guida alla nostra morte: Il Captiano havendo udito: queste cose; diede licenzia alla schiera apparecchiata per combattere, e comandolle che quietamente si ritirasse all’essercito: stavano alcune vedete da lontano a veder cioche si facevano: e quivi le havevano locate i villani comandando loro, che se vedevano venir gli nemici, rompendo gli argini del fiume, mandassero l’acqua tutta addosso di loro: percioche i corsi del Nilo sono di tal maniera, che a ciascuna fossa gli Egizzij hanno l’argine, accioche il fiume gonfiandosi innanzi che fussero il tempo del bisogno, non inondi la terra: e quando fa lor di mestiere d’inacquar la pianura; aprono un poco dell’argine: Erano dopo la villa una fossa del fiume e grande e larga: l’argine della quale da coloro, che a ciò erano ordinati, come viddero entrati gli nemici, fu tagliato: e tutto si fece in un medesimo tempo, i vecchi che erano dinanzi, subitamente si divisero, e i giovani alzate la haste corsero avanti, e l’acqua già era sopravvenuta, e le paludi d’ogni intorno gonfiate  <pb n= "52 verso" />trascorreano, e lo stretto era inondato, e ogni cosa era come mare. I villani adunque fatto l’assalto ferirno con le lancie, e il Capitano, e quei che erano nella fronte, si trovorno disprovisti, e confusi, e ispaventati per la cosa non aspettata: E le lor morti non si potrebbono narrare: percioche alcuni nel primo assalto, senza haver pur mosse le arme, furono uccisi; e alcuni non hebbero tanto spazio di tempo, che potessero difendersi, percioche fu in un medisimo punto l’intendere, e il patir la morte: e ad alcuni avvenne patirla prima che nulla ne sapessero: alcuni per il subito spavento smarriti stavano fermi aspettandola: e alcuni solamente movendosi cadevano, imperoche l’acqua gli gittava a terra: e alcuni essendo messe a fuggire, rivolsi sotto sopra si affogavano nel fondo della palude: percioche a quei che stavano in terra, l’acqua arrivava insino all’ombelico: onde torceva loro gli scudi, e scopriva il ventre alle ferite, e nella palude l’acqua giugneva alla testa di ogni huomo, e non si poteva discerner dove fosse palude, e dove pianura: e colvi che correva per terra: bisognava che non ponesse il piè in fallo: percioche altramente egli diventava più tardo al fuggire; e chi andava errando per la palude, istimando che fusse terra: si affogava. Erano nuove disgrazie, e naufragij grandi, e non vi era nave: e l’una, e l’altra cosa era nuova, e fuor d’ogni opinione, veder in acqua far battaglia a piedi, e in terra naufragij: I villani levati in superbia per questo fatto, se ne gloriavano,  <pb n= "53 recto" />e ne facevano allegrezza grandissima, riputando di havere ottenuta la vittoria per fortezza, e non per inganno: E veramente gli Egizzij quando che temono, nel timore avviliscono e dove hanno ardire accrescano il valore, et in ciascuna di queste due cose, trapassano la misura, e la parte più debile va in riva, e la gagliarda e ardita riman vincitrice Erano già trapassati dieci giorni della frenesia di Leucippe; e la infermità non si alleggeriva punto: ma pur una volta dormendo mando fuori quest’infiammate parole dicendo, Per amor tuo, o Gorgia, son divenuta pazza; Venuto che fu il giorno, io narrai a Menelao quel ch’ella havea detto: e stava pensando se nella villa vi fosse alcuno c’havesse nome Gorgia, e uscendo noi fuori dell aloggiamento, ecco ci viene incontro un certo giovanetto, e chiamando mi disse: Io vengo per salvare te e la tua donna; Di che restando io maravigliato, e istimando che fusse mandato da Iddio, gli disse, sei tu forse Gorgia? Non diss’egli, ma son Cherea: e Gorgia è stato cagione della tua rovina. All’hora io mi spaventai molto più e li dimandai, Qual è questa rovina, e che è questo Gorgia? percioche la notte passata non so quale Iddio lo mi ha annunziato: ma sijmi tu espositore de gli annunzij divuni. Gorgia, disse egli, era un soldato Egizzio, hora non vive più, che e stato ucciso da villani. egli amava la tua donna, e essendo naturalmente incantatore; apparecchio un certo medicamento amatorio e persuase a quello Egizzio, che vi serviva, pigliare <pb n= "53 verso" />il medicamento, e darlo a bevere a Leucippe: ma egli non s’accorse haverlene dato più del dovere, onde l’amore si è converito in pazzia queste c_semi raccontò hieri vu servo di Gorgia, il quale, essendo con essolvi andato a combattere contro i villani, è da pensare che la fortuna per vostra ventura l’habbia salvato egli per sanarla dimando quattro monete d’oro: percioche egli dice haver un’altro medicamento apparecchiato, co’l quale risolvera la virtù del primo. Ancora tu dissi io, haverai premio di cotal servigio ma conduci a noi cotesto huomo che tu dici. Egli andò via. e io entrato dentro dava de i pugni nella faccia del servo Egizzio, e due, e tre volte, gridando e dicendo, Dimmi che hai tu dato a Leucippe? e per qual cagione ella è diventata pazza? Esso havendo havuto pavra, narra tutto cio che ne havea raccontato Cherea. Noi adunque havendolo legato lo tenemmo prigione: e in questo mezzo venne Cherea menando seco l’huomo, che egli ci havea detto. Io volgendomi ad: amendue dissi, pigliate hora le quattro monete d’oro: mercede del buono annuzio. ma udite il mio parere di questo medicamento: Voi vedete che la cagione del presente male della donna è stato il medicamento, e non saria senza pericolo medicarle le interiora, essendo gia medicate: horsu diteci quel che e in cotesta medicina, e apparecchiatela in presenza nostra: e se voi fatte cosi; eccovi per premio quattro altre monete d’oro. All’ora il predetto huomo disse, Voi havete <pb n= "54 recto"/> ragionevole sospetto: ma sappiate che le cose, le quali vi si mettono, sono comuni, e tutte da mangiare, e io ne gusterò tanto, quanto la donna ne prenderà: e subito comanda che alcuno andatole a conprare le porti, dicendo il nome di ciascuna: onde prestamente furono, portate, e presenti noi le pestò tutte insime e fattone due parti: questa, disse egli, la haverò prima io, e quest’altra darete alla donna e pre a che l’haverà; lasciatela per ogni modo dormir tutta la notte: e quando sara presso all’alba; ella lascierà il sonno e la infermità. Egli primo adunque piglia la medicina, e il resto ordina che la sera sia data da bere a Leucippe. Io, disse egli, me ne vò a dormire percioche il medicamento cosi richiede, e cosi detto si parti; pigliando da me le quatro monete d’oro: le altre dis’io, ti darò quando ella sarà guarita. Poi che fu venuta l’hora di darle a bere la medicina, mescendola io la pregava di questa maniera: O medicina figlivola della terra, o dono di Esculapio siano vere le tue promesse, sijmi favorevole, risana la mia carissima Leucippe, fa che tu vinca quella barbara e crudel medicina. Havendo fatto questo prego alla medicina, e baciato il nappo, la diede da bere a Leucippe. Ella si come havea detto quell’huomo, dopo picciolo spazio si addormentò: e io standole allato, parlavamo con lei. non altramente che se ella mi udisse: Ritornerai: tu veramente in buon sentimento? mi riconoscerai tu? ascolterò io quella tua voce? indovina <pb n= "54 verso"/>anche hora qualche cosa dormendo, percioche hieri indovinasti del fatto di Gorgia. meritamente adunque sei più felice dormendo, che vegliando: per il furore sei sfortunata, e i tuoi sogni sono savi. Mentre io parlava di questa maniera verso di Leucippe non altramente: che s’ella m’ascoltasse, e appena essendo appartia la desiderata, e aspettata aurora; Leucippe parlò, e con la sua voce chiamò Clitophonte. Io saltato suso m’accosto a lei, e dimandole come si senta ma pareva che non si ricordasse d alcuna di quelle cose, ch’ella havea fatte: e vedendo i legami; si maravigliava e dimandava chi fosse stato colvi che l’haveva legata. Io veduto ch’ella era ritornata in buon sentimento, con molta allegrezza sciolsi i legami, e poscia le racconati il tutto: ella udendo si vergognava, e diveniva rossa, e parevale all’hora di far cotai cose: ma io la presi a confortare, e diedi molto volentieri la mercede della medicina. Era tutta la notra roba saluai percioche Satiro per avventura l’haveva salvata mentre rompemmo in mare: e ne a lui, ne a Menelao fu tolto alcuna cosa da i ladroni. In questo mezo un maggiore essercito venuto dalla principal città del paese vinse i ladroni, destrusse la lo città insino a’fondamenti. Essendo già libero il fiume dell’ingiuria de villani; ci apparecchiammo di navigare in Alessandra: veniva con esso noi Cherea fattosi già nostro amico per l’aviso datoci della medicina per Leucippe: Era egli per nazione dell’isola del Pharo, e per arte pescatore: egli era venuto a soldo contra i villani <pb n= "55 recto"/>con quelle genti, che venivano nelle navi a combattere: onde dopo la guerra si parti dall’essercito. Il fiume adunque, percioche non si era potuto navigare già molto tempo, era tutto pieno di naviganti, e era un grandissimo piacere di cotal dilettazione, i marinari cantavavo. i passeggieri s’allegravano. le navi trascorrendo innanzi, e indietro pareva facessero balli, e tutto il fiume era festa, e la navigazione simigliava un fiume festeggiante. All’hora fu la prima volta ch’io bevvi de l’acqua del Nilo senza mesco larvi il vino, volendo provare di che soavità fusse il beverne. percioche il vino nasconde la natura dell’acqua e pigliatone un pieno calice di chiarissimo vetro riguardava l’acqua con la sua bianca chiarezza contender con quella del nappo, il quale ne rimaneva vinto e nel beverla io la sentiva essere e dolce e fresca, e percioche mi ricordava, che appresso il Greci sono alcuni fiumi tanto freschi, che bevendone feriscono altrui, io gli assimigliava a questo. onde gli Egizzi havendo poco bisogno del vino non temono bever di questa acqua pura. Mi maravigliai anche del modo del beverla, percioche non la voglion bever attingendola dal fiume, ne la prendono con nappo alcuno, ma essi n’a doperano un fatto da se stesso, e questo è la mano. Conciosia che s’ad alcuno navigando vien sete, inchinandosi dalla nave sporge fuori la testa sopra il fiume, e calando la mano nell’acqua, e incurvandola la tuffa, e l’enpie d’acqua, e lanciala verso la bocca, e tira a diritto nel berzagio, e la bocca aperta aspettando il colpo lo <pb n= "55 verso"/>riceve, e serrasi, e non lascia più l’acqua cader fuori. Vidi anco un’altro animale del Nilo di fortezza lodato più che’l cavallo del fiume. Egli è chiamato Cocodrillo. ha la sua forma differente: percioche dal capo insino alla coda è pesce insiememente e una gran bestia, e la larghezza non ha proportione con la lunghezza. la pelle è coperta d squame le spalle sono di color negro, e duro come pietra. il ventre bianco. ha quattro piedi alquanto rivolti in fuora, come quei della testuggine terrestre. la coda lunga e grossa e tutta soda: percioche non l’ha come le altre bestie, ma à un’osso intero, che è fine della schiena, e è parte del tutto, e è di sopra partita in durissime spine, come sono i denti delle seghe, la quale egli usa in vece di bastone nel far preda, e con essa percuote quei contra i quali esso combate, e in un colpo solo fa molte ferite. ha la testa (havendolgi la natura nacosto il collo) senza distinzione alcuna con le spalle congiunta, e con esse a filo ugualmente diritta nel resto del corpo è da ogni parte horrible, e massimamente nelle mascelle che sono lunghe, e le apre largamente, e mentre questa bestia non le tiene aperte è testa; ma quando l’apre per pigliar preda, esso diventa tutto bocca. Egli apre la mascella di sopra, e ha quella di sotto chesta ferma &amp;, evvi molta distanza, è l’apertura va insino alle spalle, e subito segue poi i ventre. ha molti denti. e in lungo ordine disposti. dicono che sono tanti innumero, quante fiate in tutto l’anno il Sole mostra la sua luce sopra la terra. </p>
<pb n= "56 recto"/>
<lb/>Alessandrino, dell’amor di Leucippe, e Clitophonte. 
<lb/>LIBRO QUINTO 
<p>HAVENDO noi già tre giorni navigato; arivammo in Alessandria, e essondo io entrato per la porta del Sole, che cosi è chiamata; incontinente mi si appresentò alla vista la risplendente bellezza della grandissima città, e tempiè gli occhi miei di somma dilenttazione. Era dall’uno e da l’altro lato un dirittissimo ordine di colonne dalla porta del Sole insino a quella della Luna. Percioche questi Dei sono i custodi delle porte della città. al mezzo del detto ordine di colonne erano la piazza, per la quale si caminavano in una lunghissima strada, tal che nella città si potevano andare quasi in peregrinaggio. E havendo caminato innanzi non molto grande spazio; venni a un luogo che ha il cognome da Alessandro. di qui vidi un’altra città, la cui bellezza era divisa in due parti. percioche quanto l’unordine di colonne per diritto si astendeva, tanto l’altro durava per traverso. Io rivolgendo gli occhi a mirar tutte le strade, non poteva ne saziarmi di guardare; ne era bastante di veder pienamete tutte le bellezze. alcune cose io guardava, alcune n’haveva da guardare, altre io sollecitava di veder, e altre non <pb n= "56 verso"/>voleva trapassare, le cose che io vedeva, ritenevano la vista, e quelle che io aspettava di vedere, sopragiungevano. Havendo finalmente cercate tutte le: strade, e adiratomi contra la vista, essendo già stanco dissi, Occhi miei moi resitamo vinti. Ma due cose vidi, nuove e incredibile, che la grandezza della città con la propria bellezza, e la moltitudine del popolo con la grandezza di lei contendeva e ciascuna di esse rimaneva vincitrice. percioche quella era maggiore del suo fito, e questa di numero infinito, e certamente se io riguardava la città; dubitava se si potesse trovar tanta moltitudine di persone, che fosse bastante habitandola riempirla tutta. allo incontro se io poneva mente a si grand popolo, mi maravigliava se fosse città alcuna, che lo potesse ricevere. tanto dell’uno e dell’altro era equale la bilancia. Celebravasi allhora per aventura: la festa del grande Iddio, che i Greci chiamano Dia (cioè Giove) e da gli Egizzij è nominato Serapi. per tutto risplendevano facelle, e questo vidi anco degno di maraviglia, :che era sera, e già il Sole era tramontato, e non dimeno non mostrava che fosse notte, ma si levava un’altro Sole in minute parti diviso et all’hora io m’accorsi che la città contendeva anco di bellezza co’l cielo. Oltra di ciò vi vidi la imagine e il celeste tempio di Giov: Mi lichio, cioè el mente, e hav ndolo adorato, e pregatolo che gli piacesse por fine alle nostre miserie, ce n’andammo in una casa, che Menelao per noi haveva tolta a pigione. Ma perche non parve che Giove hauesse <pb n= "57 recto"/> </p>
<p>data segno di haver ascoltati i nostri preghi; sopravenne altro nuovo travaglio di fortuna. percioche Cherea già molti giorni adietro, senza mai disco prirlo, era acceso del’amor di Leucippe, e perciò egli havea mostrato il rimedio al male di lei, cercando in un medisimo tempo occasione di haver nostra domestichezza, e di risanar Leucippe per lui. Ma conoscendo che era difficile a ottenerla, come huomo marinaresco che egli era, messi insieme alcuni huomini che come anche esso faceva, essercitavano l’andar in corse, e insegnato loro quel che havevano da fare; ordinò uno inganno: e finto di voler far festa del suo giorno natale, chiamatoci amichevolmente ne invito a gire insino al Pharo. subitamente adunque che noi fummo usciti di casa; ci apparue un cattivo augurio. percioche uno Sparviere, seguitando una Rondine, percosse con l’ali nella testa di Leucippe. per la qual cosa fortemente turbato. alzati gli occhi al cielo, dissi, O sommo Giove, perche ci mandi questo prodigio? ma se questo è veramente uccello mandato da te; mostraci un’altro augurio più manifesto. E rivolgendomi a dietro, mi trovo esser vicino alla bottega d’un dipintore. vi veggio una dipintura, che tacitamente ci dava indizio di un caso simile. percioche vi era dipinto l’incesto di Philomena, la violenza fattale da Tereo, il tagliarle della lingua, e finalmente la historia tutta, la tela, Tereo, &amp; la mensa. La tela una serva la teneva distesa, e appresso vi era Philomena, che co’l <pb n= "57 verso"/> dito mostrava le figure della tela, e Progne accennava d’intendere, e turbatamente guardava, e isdegnaua si contro la dipintura. Tereo era intessuto, che faceva forza a Philomena. ella haveva le chiome tutte guaste, la cintola sciolta, la veste, squarciata, il petto mezo nudo, la destra mano l’haveva posta nel volto di Tereo, con la sinistra riduceva una parte della squarciata veste intorno alle mammelle. Tereo heueva fra le braccia Philomena trahendo a se il corpo di lei quanto più poteva, e verso il corpo l’abbracciava strettissimamente. Di questa maniera il pittore haveva tessuto la dipintura del velo. nel rimanente della tavola erano dipinte le due sorelle, che portando in un piattello le reliquie della cena, mostravano a Tereo la testa e le mani dell’ussiso figlivolo, e di ciò ridevano parimente e temevano. Tereo era dipinto che si levava suso dalla sedia, e tirava fuori il pugna le contra le donne havendo appoggiato un braccio alla mensa, la quale nestava del tutto in piedi, ne cadeva, ma nella dipintura accennava di dover cadere. Disse adunque Menelao, il parer mio è che ci dobbiamo rimaner di gire al Pharo. percioche non vedi tu che gli augurij non sono punto buoni? si il voler dell’uccello contra di noi; si ancho il minacciante soggetto della dipintura? gli spositori de gli augurij dicono, che mentre noi usciamo a far qualche negozio, incontrandoci a vedere alcuni pittura, dovemo considerar le favole di essa, e quel che havrà da avvenire, assimigliarlo al modo e forma della historia. Non vedi tu di quante <pb n= "58 recto"/> </p>
<p>sceleraggini è ripiena la dipintura? di amore non legisimo? di sfacciato adulterio? e di feminili miserie? onde io consiglio che ci vogliamo rimaner di andar fuori. Ame parve che Menelao dicesse cose molto simili al vero onde io iscusandomi, per quel giorno presi comiato da Cherea. il quale tutto pieno di maninconia si dipartì dicendo di voler ritornare a noi il di seguente. Ma essendo tutte le donne naturalmente di favole; Leucippe verso di me volgendosi mi disse, che vuol significar la favola di questa dipintura? che uccelli son questi? e chi queste donne? e chi è quell’huomo si sfacciato e malvagio? E io allhora cominciai a dirle, il Lusignuolo, l’Vpupa, e la Rondine gia furono tutte creature razionali, e hora tutti son’uccelli: l’Vpupa fu huomo, la rondine e il Lusignuolo furono donne, questa fu chiamata Philomena, e quella Progne, ambedua Ateniesi l’huomo nominossi Tereo, e fu Re di Thracia, e marito di Progne. Ma pare che alla lussuria de’barbari una sola femina non sia a bastanza, massimamente: quando la occasione da lor modo di adempire per forza il dishonesto appetito. La benivolenza adunque di Progne verso la sorella diede occasione a questo barbaro Re di usar la sua pessima natura: percioche havendolo mandato a visitar la sorella: egli si diparte marito di Progne, e ritorna amante di Philomena, e per camino la si fa diventare un’altra Progne: e temendo che Philomena lo ridicesse, le tagliò la lingue e il dono, che le diede per premio della tolta virginita. <pb n= "58 verso"/>fu il non poter piu parlare; ma con questo egli non potè far che la cosa stesse celata: percioche l’arte di Philomena ritrovo un tacito parlare: ella ordi una tela. e con la trama disegnò tutto’l fatto, e la mano imitò l’ufficio della lingua, e mostrò a gli occhì de Progne quelle cose che s’apparteneva a gli orenchi di sentirle, e con la spuola tramando le narrò tutto quello ch’essa haveva patito. Progne intende dalla tela la violenza fatta alla sorella dal marito, e cerca vendicarsi di lui fuori d’ogni misura. Due erano gli sdegni, e due le donne, che amendue erano intente a una cosa medesima, havendo alla ingiuria mescolata la gelosia. mettono ordine di far una cena piu miserabile, che non furono le forzate nozzedi Philomena: la cena fu il figlivolo di Tereo, del quanle innanzi allo sdegno Pronge era madre. ma allhora si dimenticò delle doglie ch’ella hebbe nel partorirlo, tal forza hanno i dolori della gelosia, che avanzano quei del parto. E in vero che le donne, le quali solamente </p>
<lb/>,, sono rivolte a vendicarsi di colvi, che ha rotta 
<lb/>,, la fede congiugale. anchora che nel satisfare all’animo 
<lb/>,,loro patiscano; non dimeno compensano la noia 
<lb/>,, del patire co’l piacere che hanno di adenpire il lor desiderio. 
<lb/>,, Tereo mangio la cena postagli davanti dall’infuriate 
<p>,, donne: le quali di poi con pavra ridendo gli appresentarono in un piattello le reliquie dell’ucciso figlivolo. Tereo vedendole pianse di cotal cibo, e si conobbe esser padre della cena, e conoscendolo entrò in grandissimo furore, e tirato fuori il pugnale corse contra  <pb n= "59 recto" />le due sorelle, le quali volarono in aria, e Tereo seguitandole anch’egli diventò uccello, e serbano anchora la simiglianza della lor passione, che’l Lusignuolo fugge, e Tereo lo perseguita, di tal maniera ha serbato l’odio, anco nella forma di uccello. Noi adunque in questo modo all’hora schifammo le insidie: ma in ciò non avanzammo salvo che un giorno. percioche la mattina seguente Cherea ritornò a noi, e noi vergognandoci non li potemmo disdire. Si che entrati in barca andammo al Pharo, e Menelao dicendo di non sentirsi bene; rimase all’albergo. Cherea primamente ci menò a una torre, e da basso ci mostrò la maravigliosa e incredibile disponsizione del o edificio. era posto nel mezo del mare un monte, il qual parea che toccasse le nuvole: l’acqua passava sotto la detta torre, che si sporgeva in fuori sopra il mare, talmente che pareva ch’ella pendesse in aria: nella somità del monte era un’altra torre, che tenendovisi il fuoco acceso, la notte a guisa di nocchiero era guida a i naviganti di venir a diritto camino. Dopo questo ci condusse a una casa, che nell’ultima parte dell’isola era posta presso della marina. e sopravvenuta che fu la sera; Cherea fingendo di gire a far sue bisgone, se n’usci fuori: e poco dopo sentissi d’intorno la porta un certo romor, e subitamente entrorono dentro huomini e grandi e molti, con le spade ignude, e tutti corsero addosso alla fanciulla. Io quando vidi che menavano via la mia carissima Leucippe? non lo volsi comportare. corro a mettermi in mezzo delle spade, e  <pb n= "59 verso" />uno di loro mi feri in una coscia, e caddi, e caduto spargeva gran copia di sangue. essi havendo messa la giovane in una barchetta; se ne fuggirono. E facendosi grandissimi romori, e gridi, come si suol far nell’arrivar de’corsari: vi corse il Capitano dell’Isola, il quale io haveva conosciuto nell’essercito gli mostro la ferita, e lo prego a seguir i corsali stavano in: porto molti navili, egli montato su uno de questi. si mise a perseguitargli con quella guardia che allhora si ritrovava havere, e io fattomi portar di peso andai in nave con esso loro. I corsari subito che viddero la nave esser vicina, e apparecchiarsi a combatere; mettono sopra la coperta della barca la giovane con: le mani legata di dietro, e uno di loro ad alta voce gridando e dicendo, Ecco i vostri premi, le tagliò la testa, la qual serbò in nave; gittando il resto del corpo in mare. Io mentre che ciò vidi; fortemente gridando mi volli gittar in acqua ma poi che quei che iui erano presenti mi ritennero; gli suplicava che fermassero la nave, e che alcuni di loro saltassero in mare, se per modo alcuno io potessi ricovrare il morto corpo della fanciulla per sepellirlo. Il Captitano mosso da miei prieghi fece fermare il legno: e due de marinari avventatisi fuori della nave nel mare, preso il corpo lo portarono suso. In questo mezzo tempo i corsali molto maggiormente si affaticavano a scampare: ma havendogli noi un’altra volta sopragiunti; essi veggono un’altro legno de corsali, e conosciutili gli chiesero in aiuto loro, i quali grano corsali dalla città di Porphira. <pb n= "60 recto"/> </p>
<p>Il Capitano vedendo i due legni già messi insieme hebbe pavra, voltò la popea, che gia i corsali ivoltì dalla fuga lo sfidavano a combattere: Poscia che noi fummo smontati in terra, io abbracciato il morto corpo, piangendo diceva Hora veramente, carissima Leucippe, tu sei morta di doppia morte divisa nella terra, e nel mare: percioche io tengo le reliquie del tuo corpo; ma te in vero ho perduta la parte che di te ha havuta il mare,! non è equale a quella che ne ha la terra: picciola parte di te mi è rimasa, essendo la maggiore, e più degna posta nella faccia. il mare in si poca parte di te ritiene il tutto ma poi che la fortuna mi ha invidiato il poter baciao la tua faccia; horsu io bacierò il tuo collo. Havendo io pianto e lamentalomi di questa maniera, e fatto sepellire il corpo; me ne ritornai in Alessandria dove essendo contra mia voglia curato della fertià, confortandomi Menelao, stetti sopportando pazientemente il mio dolore erano già passati sei mesi, e in gran parte la mia maninconia cominciava a diminuissi. percioche il tempo </p>
<lb/>,, insime co’l Sole pieno di allegria à la medicina 
<lb/>,, del dolore; e mitiga le piaghe dell’anima. e quel 
<lb/>,, che per breve spazio ci attrista, benche sia fuori d’ogni 
<lb/>,, misura, bolle infin tanto che l’anima è infiammata, ma 
<lb/>,, vinto dal refrigerio de giorni si raffredda. Hora pas 
<lb/>,, seggiando io per piazza, ecco un che dietro mi sopravenne
<p>,,, alla sproveduta prendendomi per mano, e ritenendomi senza dir nulla; abbracciandomi mi baciò infinite volte. Io veramente non conobbe <pb n= "60 verso"/>da prima chi costui fusse, ma rimasi stupefatto, sopportando i colpi de gli abbracciamenti non di altra maniera che se io fussi stato il bergaglio de i baci ma poi che alquanto da me si fu discostato guardandolo nel viso, conobbi che gli era Clinia. e per allegrezza alzando io la voce, gli resi i baci e gli abbracciamenti, e poscia ne conducemmo al mio albergo. egli mi racconto in che modo era scampato dal naufragio e io gli narrai tutto ciò che era avvenuto a Leucippe. Subito che la nave, disse egli si ruppe; io mi ridussi a un corno dell’antenna, e appena ne potei pigliar l’estremità, essendo già pieno di persone. ma havendovi io poste su le mani, mi sforzava di tener miui appeso e essendo noi per piccolo spazio andati notando, sopravvenne una grandissima onda, e alzando il legno dritto, lo ruppe a uno scolgio sotto l’acqua nascoso io mi teneva appeso all’altro corno dell’antenna, il quale percosso dall’impeto di nuovo quasi da una machina fu ributtato a dietro, e io come con una fromba fui gittato molto lontano, dipoi andai notando tutto il rimamente del giorno senza alcuna speranza di salute: e essendo già stanco, e datomi in arbitrio della fortuna; viddi allo incontro di me venire una nave onde io alzando hor l’una hor l’altra mano, con quel modo, che io poteva, con cenni dimandava aiuto. i marinari o che havessere compassiodi me, o che il vento gli traportasse in quella parte; si condussero appresso di me, e uno di loro (non lasciando la nave il suo corso) mi calò giuso una  <pb n= "61 recto" />fume. io la presi, e cosi fuori delle porte della morte mi cavorno. La nave andava a Sidone, e ritrovandovisi alcunl che mi conoscevano; attesero a darmi comforto, e a recrearmi. havendo già navigato due giorni, giugemmo alla città di Sidone all’hora io pregai quei Sidonij che si trovava no in nave (era Xenedama mercatante, e Theophilo suo socero) che se per aventura s’incontrassero in alcuno de Tirij; non dicessero come io era scampato dal naufraggio afin che non si risapesse che io fussi andato in viaggio lontano percioche sperava doverestar nascoso, se da quell’innanzi le cose quetamente passassero, non essendo di mezzo, se non cinque giorni solamente, che io non era stato veduto: e, come tu sai, a quei di casa mia, che mi dimandarono dove io fussi inviato, havea risposto che andava in villa, a starvi dieci giorni interi, e trovai che cotal fama di me era stata ricevuta. Tuo padre anchora non era tornato di Palestina, ma ritornò due giorni dopo, e ricevette lettere mandate da Sostrato padre di Leucippe, che erano giunte il secondo di appresso la nostra patria. nelle quali egli prometteva darti per moglie la sua figlivola. Tuo padre letto che egli hebbe queste lettere, e inteso il nostro fuggire, era da diversi e gravi pensieri molestato: si perche tu havevi perduto la utilita che per le lettere ti era offerta; si anco perche in si piccolo spazio di tempo la fortuna havesse le cose a cotal termine ridotte. il che non sarebbe avvenuto se piu tosto le lettere fussero state portate. Egli nondimeno istimò <pb n= "61 verso"/>che fusse ben fattodi non riscrivere di ciò al fratello cosa alcuna; ma prego la madre della fanciulla, che dovesse allhora tacer, e non dar notizia alcuna a Sostrato del cattivo accidente, con dir tosto gli ritroveremo. e tosto, dovunque saranno, intenderanno la nuova del maritaggio, e ritorneranno, se sara loro lecito che senza rispetto la cagione della lor fuggita si manifesta Hora egli con ogni sforzo, e sollecitudine ricerca dove siate andati. e pochi giorni prima ch’io venissi, Diophante Tirio havendo navigato di Egitto, era arrivato, e gli dice che qui ti havea veduto. io subitò che ciò intesi; montai sopra una nave gia sono otto giorni, e giunto ti sono andato cercando per tutta questa città. tu adunque prendi a ciò qualche partito, perche tuo padre ne verrà quà in breve. Io havendo cotai cose udite; mi diedi a doler del giuoco che la fortuna si pigliava di me, dicendo, O fortuna, Sostrato hora mi da per moglie Leucippe. hora egli dal mezzo della guerra mi manda le nozze, misurando diligentemente i giorni, accioche non pervenisse la nostra fuga. o felicità troppo tarda. o beato me, se io lasciava trappassare un giorno. dopo la morte le nozze, dopo i pianti vengono gli Himenei: quale sposa mi dà la fortuna? Hora, disse Clinia, non è tempo di stare a lamentarsi, ma consideriamo se meglio sia che hora tu ritorni nella patrra, overo aspettar qui tuo padre. non vo far ne l’un ne l’altro risposi io. percioche con qual faccia potrei guardar mio padre, massimamente essendo io cosi vituperosamente <pb n= "62 recto"/>fuggito, e essendo poi stato cagion della morte di colei, che alla sua fede era stata commessa dal fratello? resta adunque fuggirmene di qui, prima che egli vi arrivi. Mentre noi cosi ragionavamo; Menelao con Satiro insieme entrarono nel’albergo, e amendue abbracciarono Clinia, e da noi intesero tutto ciò che era successo. Allhora Satiro rivoltosi a me disse, Di presente tu hai occasione di poner le cose tue in ottimo stato, e haver compassione dell’anima di colei, che arde per te, e ascolti ciò anchora Clinia. Venere porge a costui una gran felicità, ma egli non la vuol prendere. una donna è di modo innamorata di lui, ch’ella ne impazzis_e. è supremamente bella, si che vedendola diresti, che fusse una Dea, ella è da Epheso, ha nome Melitta, è molto ricca, e di et à giovane. li è morto nuovamente il marito affogatosi in mare. desidera haver costui non dirò per marito, ma per signore, e gli da se stessa, e tutte le sue facultà, a per amor suo hora sono due mesi ch ella dimora in questa città, pregandolo che voglia andar con essalei, e egli non so da qual cagione mosso, non ne fa stima, pensandosi che Leucippe habbia da ritornare in vita. A queste parole loggiunse Clinia, che gli pareva che Satiro parlasse ragionevolmente, che se per te sono vinte beltà. ricchezza, e amore; non hai da star a sedere, ne dimorare. percioche la beltà ti darà piacere, ricchezza dilizie, e l’amore riverenza. oltra di ciò Iddio ha in odio i superbi, horsu credi e ubbidisci a Satiro, esta quieto al voler d’Iddio. All’hora <pb n= "62 verso"/> </p>
<p>sospirando io risposi, conducimi ove tu vuoi, se cosi ancora pare a Clinia, pur che questa giovane non mi dia molestia, astrignendomi a prender piacere con essalei, fin che non arriviamo a Epheso havendo io giurato di non congiungermi con donna alcuna in questa città, dove h_ perdu a Leucippe. Satiro udite queste parole, andò correndo a Melitia portandole la buona nuova. e non molto dopo ritornò dicendo, che la giovane come ciò hebbe inteso, poco manco che non cadesse morta e ch’ella mi pregava, ch’io andassi a trovarla quel giorno per dover cenar con lei; e dar principio alle nozze. io l’ubbidi e andai, ella subito che mi vidde, corse ad abbracciarmi, e empieva tutta la mìa faccia di baci. e veramente era bellissima, e haresti detto che la sua faccia fusse sparsadi latte, e nelle sue guancie esser piantate le rose, e il suo sguardo risplendeva di splendore venereo. i fuoi capelli erano spessi e lunghi, e di color d’oro. onde nel mirarla mi parue di provar qualche dilettazione. La cena era suntuosa, e Melitta leggiermente gustando delle vivande per parer di mangìare, non poteva del tutto prendere il cibò, ma era tutta intenta </p>
<lb/>,, a riguardar me. Percioche a gli amanti niente puo 
<lb/>,, esser più soave ch’il mirar la cosa amata, conciosia 
<lb/>,, che Amore essendosi fatto signor dell’anima, non le 
<lb/>,, lasci ne ancho luogo da cibarsi, ma il piacere che si piglia 
<lb/>,, del guardare, trapassando per gli occhi, pone il 
<lb/>,, suo seggio nel cuore, e trahendo a se di continuo la 
<lb/>,, e imagine della cosa amata, la imprime nello specchio  <pb n= "63 recto" />
<lb/>,, dell’anima. e rinuova quella forma. e quel che dalla 
<lb/>,, bellezza si sparge per mezzo di amorosi raggi tirato 
<p>,, nell’amoroso core, vi suggella la similitudine di quella. Io essendomi di ciò avveduto le dissi, per qual cagione non mangiate punto delle vostre proprie vivande? ma parete simili a coloro che nelle pitture sono dipinti stando a mangiare? e ella rispose. Qual cibo potrei gustar piu delicato, e qual vino piu precioso del tuo aspetto? e cosi dicendo, me che i suoi baci riceveva non senza piacere, baciò soavissimamente. dipoi trattasi a dietro soggiunse, Questo è il mio nutrimento, e il mio cibo, Nel conuito adunque passammo di questa maniera ma venuta la sera, ella fece ogni sforzo di ritenermi a fin che quivi hauesse da dormire. e io prendea scusa replicando quel medesimo c’haveva detto a Satiro finalmente mi diede licenza con grandissima difficultà, rimanendosi tutta piena di maninconia. ma ben demmo ordine di ritrovarci il giorno seguente nel tempio della dea Iside, per dover ragionare insieme, e chiamando la dea in testimonianza, darci la fede. Andammo, e vi furono presenti Menelao e Clinia. giurammo amendue, io d’amarla fidelmente, e ella di tormi per marito, e farmi padrone di tutta la suà facultà ma questi patti, diss’io in comincino allhora che saranno giuntia Epheso percioche quivi in Alessandria voi cederete a Leucippe. Fece poi alla apparecchiarci una cena sontuosa, la quale hebbe solamente nome di nozze, ma l’effectto già ci eravamo fra noi convenuti che si differisse ad  <pb n= "63 verso"/>altro tempo. Sovviemmi vhe nel conuito Melitta disse una cosa da ridere, percioche mentre i conuitati con voci liete pregavano i Dei che concedessero felice successo alle nozze, ella volgendosi verso di me pianamente, disse, Io sola in questo convito provo cosa vana, e simile a quel che si costuma di fare a i morti, i corpi de quali non si ritovano, che si fa loro una sepoltura vota. ma ben ho veduto io de i sepolchri vacui, ma delle nozze non giamai. Cosi, parlò studiosamente motteggiando. Il giorno seguente ci mettemmo in viaggio, e per buona ventura anche il vento ne invitava. Menelao essendo venuto ad accompagnarci insino al porto, e havendoci abbracciati, e baciati, e pregato che il mare hora ne facesse haver miglior fortuna; se ne torno alla città: giovane veramente di somma bontà, e degno d’esser adorato, e partitosi tutto pieno di lacrime, similmente mosse tutti noi a lacrimare. A Clinia non parue di lasciarmi, ma venuto con’ esso noi in fino ad Epheso, edimoratovi qual che giorno ritornarsene, s’egli havesse vedute le cose mie ridotte a buon fine. Noi haveamo il vento in poppa, e era gia sera. e poi che havemmo cenato, ne ponemmo a giacer per dormire. era nella nave separatamente per me, e per Melitta apparecchiata una tenda d’intorno intorno serrata. ella adunque havendomi abbracciato mi baciava, e mi richiedeva del debito fine delle nozze, dicendo; hora havemo tra passato già il termine del giuramento fatto a Leucippe, e siamo entrati in quello della promissione  <pb n= "64 recto"/>fatta a me. qui comincia il termine prescritto. per qual cagione hora mi bisogna aspettar di pervenire ad Epheso? la bonaccia del’mare è in certa, ne è da fidarsi de i venti: che in un momento si mutano. Credimi Clitophonte ch’io arda. volesse Iddio ch’io potessi mostrarti il fuoco. volesse Iddio che egli havesse la medesima natura, che comunemente suol haver il fuoco d’amore, accioche mentre io t’abbraccio t’accendessi. hora a comparazion della altre fiamme, la mia sola abbrucia la propria materia, e oltra misura accesa nell’ abbracciar c’ho fatto dell’amante, da lui si disco sta, e gli perdona. O fuoco secreto, o fuoco che nascosamente risplendi, o fuoco che non vuoi uscir fuori de tuoi confini. Horsu, carissimo Clitophonte, incominciamo i sacri misterij di Venere. e io le risposi. Non mi sforzare a romper l’antica usanza dell’essequie de morti. anchora non s’intende c’habbiamo passati i termini di quella infelice giovane, insino a tanto che non ismontiamo in altra terra. non hai tu udito ch’ella è morta in mare? anchora navigo sopra la sepoltura di Leucippe. e forse che l’ombra sua va </p>
<lb/>,, d’intorno a questa nave: percioche si dice, che l’anime
<lb/>,, di colore che periscono in acqua, non discendono 
<p>,, dell tutto nell’ inferno, ma vanno errando intorno a quell’acqua medesima. e per avventura ella ci sopraverrà quando staremo abbracciati. Ti pare egli questo: esser luogo: convenevole alle nozze? le nozze sopra le onde? le nozze portate dal mare? tu non vuoi che noi habbiamo la camera stabile e ferma per i nostri  <pb n= "64 verso" />congiungimenti? Carissimo Clitophonte, rispose Melitta? tu parli ingegniosamente: ma ogni luogo a gli amanti è camera, e non è parte alcuna, dove Amor non possa entrare; e qual luogo è piu domestico, e più proprio d’amore, e de i secreti venerei: che’l mare? Venere è figlivola del mare: facciamo questa opera si grata allo Dio delle nozze, e con l’effetto delle nozze, rendiamo honore alla sua madre. a me pareche tutte queste cose che sono quì, siano segni di nozze il giogo che cosi ci pende sopra la testa, e i legami che sono d’intorno l’antenna, sono. o Signor mio, felici angurij. sotto il giogo è il letto della nozze, e lo funi legate, e il timone vicino al letto ecco che la fortuna governa le nostre nozze. il coro delle N____ e Nettuno, che medesimamente nel mare sposo Amphitrite, ci accompagneranno. l’aura soavemente fa strepito d’intorno le funi. a me pare che’l suono de i venti canti le parole del sacro Hymeneo. non vedi ancho la vela gonfiata a guisa di un corpo di femina gravida? e anchora questo io piglio per ottimo augurio, che ci annunzij. come dime tosto tu havera_ figlivoli. Io vedendo costei dall’amoroso desiderio grandemente in fiammata, le dissi, donna ti prego che vogliamo ragionare insieme, fin che smontiamo in terra, e ti giuro per questo mare, e per questa prospera navigazione, che anchora io ho il medesimo desiderio che tu hai: ma il mare ha le sue leggi, e spesse fiare ho udito da marinari vecchi che le navi debbone esser monde da gli abbracciamenti e piaceri venerei, <pb n= "65 recto"/>forse o perche e le sono sacre, o peraventura acciche nel gran pericolo, che suole avenire nel marc, niuno prenda piacere di cose dishoneste. Non vogliamo, carissima padrona far questo oltraggio al mare, ne me scolar le nozze insieme con la pavra, serbiamoci il piacere sincero e sicuro. Dicendo queste parole, e accarezzandola con baci, la racquetai, e cosi tutto il rimanente della notte dormendo trapassammo. Dopoi i cinqui giorni segventi havendo finito di navigare, arrivammo ad Epheso Era la casa di Melitta, e grande, e bella, e la principale di tutte quante n’erano quivi, e piena di molti serventi e d’ogni altro sontuoso apparecchio ella commandò che si apparecchiasse una splendida cena, e disse, noi in tanto andiamo ad un mio podere lontano dalla città un mezzo miglio. e essendo montati in una carretta, uscimmo fuori, e subito che fummo arrivati; ce n’andammo a passeggiare nella strade fatte tra le vinti, e altri arbori. e incontinente s’inginocchia dinanzi a noi una giovane legata con funi grossissime. teneva in mano una zappa. le erano stati tagliati i capelli. havea la persona tutta lorda, e era vestita d’una povera gonnelluccia. e verso di Melitta disse queste parole, Deh Signora, essendo tu femina habbi compassione di me che son femina, libera in quanto al mio nascimento, ma serva in quanto cosi piace alla fortuna. e subito si tacque Melitta finalmente le disse. Lavati suso, e dimi che tu sei, e di qual luogo, e chi d’hà legata con cotesta cacene, percioche anco nello miserie il tuo aspetto dimostra <pb n= "65 verso"/>la nobilià. E stato il tuo servitore rispose ella non gli volend’io compiacere ne i suoi dishonesti appeti ti il mio nome è Lacena, e son nata in Thessagita. ti raccomando questo mio infelice stato. e humilmente ti prego, che mi liberi dalla miseria, nella quale hora son posta, e mi facci sicura fin tanto ch’io renda dumila dramme, che per tanto prezzo Sosthene mi ha comprata da i corsali. e sij pur certa, che le ti darò prestissimo: e quando che non, io restarò tua schiava vedi in che modo con molte battiture mi ha flagellata. E cosi dicendo si scinse la gonna,e mostro le spalle segnate dalle battiture anche più miserabilmente che non diceva. Udito che noi havemmo le parole, e vedendo le battiture; io veramente restai confuso; percioche mi pareva ch’ella havesse una certa somiglianza di Leucippe; e Melitta le disse, Buona giovane sta di buon amimo, che ti liberarò di cotesti mali, e ti rimanderò nella tua patria senza che tu alcun premio me ne renda mai. E andato uno a chiamar Sosthene; ella fu subitamente sciolta da i legami, e egli ne venne tutto confuso e ispaventato, al quale Melitta cosi disse, Huomo reo quando vedesti tu mai in cosa nostra schiavo alcuno, anchora ch’egli fusse vile e inutile, esser cosi aspramente battuto? dimmi e senza bugia alcuna chi sia costei. Signora, rispose egli, veramente io non so dirvene altro se non ch’un certo mercante chiamato Callisthene la mi ha venduta co’l dirmi d’haverla comprata da corsali, e esser libera. e egli per nome la chiamava Lacena. Allhora melitta <pb n= "66 recto"/>levò via Sosthene dall’aministrazione ch’egli havea, e assegnò la giovane alle sue fanti, imponendo loro che lavatala, e vestitela d’una buona e monda veste la conducessero alla città. E havendo ordinato alcune cose pertinenti a suoi campi, per cagion delle quali vi era andata montando con esso meco nella medesi ma carretta, ce ne ritornammo nella città, e n’ andammo a cena Mentre io mangiava: Satiro m’accennò, ch’io mi levassi suso, e nel volto egli dimostrava d’haver gran fretta, e per cosa d’importanza ond’io fingendo d’esser astretto d’andar alle bisgone del corpo, levatomi su, me n’usci fuori, e egli accostatosi, senza dir nulla, mi porge una lettera: e io subito che l’hebbi presa, innanzi che la leggessi restai tutto smarrito percioche conobbi che era scritta di mano di Leucippe, e conteneva queste cose.</p>
<p>A CLITOPHONTE MIO PADRONE: percioche cosi ti debbo chiamare, poi che sei divenuto marito della mia padrona Avenga che tu sappia molto bene tutti i mali che ho patiti per tua cagione; nondimeno da necessità hora son forzata ridurghti a memoria. Per te lasciai mia madre, e elessi di venir pellegrinando. Per te sostenni il naufragio, e venni nelle mani d’ladroni. Per te fui offerta per vittima, e sacrificio per purgar l’altrui colpe, e già la seconda volta ho patito la morte. Per te sono stata venduta, e con catene di ferro legata, ho portata la Zappa, ho la vorata la terra, e sono stata aspramente flagellata, a fin che tu ti dessi ad altra donna, si come hai fatto, <pb n= "66 verso" />e lo sta d’altri huomini: ma Iddio ciò non permetta. Io in cotanti travagli, e miserie sono stata sempre costante; e tu senza esser venduto, ne fiagellato hai pigliata moglie. Ma se tutto quel che ho sofferto per amor tuo merita grazia alcuna prega la tua moglie; che, si come ella mi ha promesso, mi rimandi nella mia patria: e le due mila drame, che Sosthene ha spese in comprarmi, credimi, e per me fa sicurta Melitta, che tosto le manderò, percioche la citta di Bizantio è assai vicina: e le tu mi farai questo beneficio; reputa di havermi data la mercede di gli affanni, che per tua cagione ho patiti. Sta sano, e delle nuove nozze lietamente godi Io Leucippe, che anchora sono vergine, ti scrivo.</p>
<p>Havendo ciò letto sensiva in me stesso in un medesimo punto diversi accidenti ardeva d’amore, m’impallidiva, mi maravigliava, non credeva, mi rallegrava, mi attristava. Dissi dunque a Satiro, sei tu venuto dal l’Inferno a portarmi questa lettera? o che voglion siguificar queste cose? è Leucippe risuscitata un’altra volta? Cosi è, rispose Satiro, et è colei che dianzi tu vedesti in villa e certamente allhora niuno che già tanto giovane l’havesse vista; l’havria potuta riconoscere, percioche l’esserle stati tagliati i capelli, l’ha mutata grandemente. Di questa maniera (diss’io) tu mi hai posto in si gran bene, e solamente mi rallegri l’orecchio? ma perche non mostri tanto bene ancora a gli occhi? Tien questa cosa secreta, disse Satiro. e ad cioche non sij cagione della ruina di tutti noi, non la  <pb n= "67 recto" />palesare sino a tanto che più sicuramente ne possiamo prender partito. Tu vedi che questa donna è delle prime di Epheso, e talmente è innamorata di te, che ne divien pazza, e noi semo qui soli nel mezzo della reti. Non posso ciò fare, gli rispos’io, l’allegrezza mi và di correndo per tutte le vie del corpo, e ecco che con lettere si duol di me. e cosi detto di nuovo leggo la lettera, come per mezzo di quella vedessi lei, e leggendola a parte per parte io diceva, Giustamente, carris. Leucippe, ti lamenti di me, tu per mio amore hai patiti tanti disagi, io sono stato cagione di tanti tuoi mali. Venendo poi a quella parte, dove narrava le battiture e i tormenti datigli da Sosthene. io piangeva non altramente, che se fussi stato presente a vedergliele dare: percioche il pensiero mandando gli occhi dell’ani </p>
<lb/>,, mo a veder quel che anunziano le lettere, mostra le 
<lb/>,, cose che vede come se all’hora si facessero. Ma quando 
<p>,, mi rimproverava le nozze; io grandemente mi arrosiva, e come che io fussi stato colto in adulterio. mi vergognava della lettera. E rivolgendomi a Satiro gli dissi, Misero me, in che modo mi scusero noi siamo di coperti. Leucippe ci ha consciuti, e forse che ci porta odio. ma dimmi come si è ella salvata? e di chi era il corpo, che noi sepellimo? Ella istessa rispose Satiro, quando sarà tempo opportuno, te lo dirà. hora bisogna che tu le scriva, e che acquetie consoli la fanciulla. io con giuramento le ho affermato, che contra tua voglia hai presa costei per moglie. Adunque, diss’io, tu le hai detto che l’ho tolta per moglie? tu ingnorantemente <pb n= "67 verso"/>mi hai rovinato: percioche in tutta questa citta non si sapeva cosa alcuna delle nozze e giuroti per lo Dio Hercole, e per la presente mia fortuna, ch’el la non è mia moglie. Satiro soggiunse, dileggimi tu? tu giaci pur con essalei. Certamente, risposi io, so che dico cosa da non esser creduta, ma in vero anchor non si è venuto all’effetto, e Clitophonte insino’ a questo giorno non ha preso piacer di Melitta. Ma che debbo scriver a Leucippe insegnami tu, che quest’accidente m’ha tirato fuori di me, che non so cioche m’habbi da scrivere. Io non sono, disse Satiro, più savio di te, Amore ti sarà in aiuto, scrive pur brevemente. Allhor cominciai una lettera di questo tenore.</p>
<p>DIO TI SALVI LEUCIPPE SIGNORA MIA. Io in un medesimo tempo sono infelice, e felice: percioche essendo io presente per mezzo della tua lettera ti veggio esser presente, ma non altramente che se tu fussi lontana. Se te adunque vorrai udir la verità, non mi condanando in alcuna cosa prima ch’io mi difenda; intenderai che la mia verginità (se ne gli huomini si trova verginità) ha seguitato l’esemplo della tua. ma se veramente senza udir la mia difesa, già mi porti odio; ti giuro per quegli Dei, che t’hanno conservata che’n breve con effetto ti mostrero l’innocezia mia. Sta sana cariss. Leucippe, e fa che tu mi sij ibenigna, e favorevole. </p>
<p>Questa lettera la do a Satiro, e lo prego che dica di me a Leucippe cose che siano convenevoli. Io da capo me ne tornai a cona pieno d’allegrezza e di  <pb n= "68 recto" />pensiero percioche io conosceva che Melitta non havrebbe tolerato quella notte di non venire all’effetto delle nozze, e a me, havendo ritrovata Leucippe, era impossible pur di guardare altra femina. Mi sforzava adunque di non mostrarmi nel volto diversamente da quel che io havea fatto prima: non dimeno non mi potea del tutto ritenere, e poi ch’in ciò rimasi vinto; feci vista che il freddo mi discorresse per tutta persona. Melitta si avidde che io cominciava a trovar occasione di non attender la promessa, ma in questo non potea convincermi, Io senza cenare altramente, mi lievo su per andar’alletto; et ella seguendomi subitamente si levò su nel mezzo della cena Entrati che noi fummo in camera; io fingea maggiormente di esser aggravato dal male; e ella mi pregava e lusingava dicendo, perche fingi tu queste cose? insino a quanto starai a darmi risoluzione, ecco che siano usciti del mare, ecco che siamo in Epheso, il qual luogo e il termine certissimo che proponesti al frutto delle notstre nozze, qual altro giorno aspettiano anchora? insino a quanto giaceremo insime come in un tempio sacro? tu mi hai posto inanzi un abondante fiume, e non mi lasci bevere. e benche io già tanto tempo habbia copia d’acqua, e stia appresso la fonte, pur mi muoio di sete. e tale ho io il letto, quale ha Tantolo la mensa. Cosi dicea ella, e piangeva tenendo appoggiato il suo capo al petto mio tanto miserabilmente, che mi mosse alquanto a compassione, e non sapeva ciò ch’io dovessi fare, parendo mi ch’ella giustamente si dolesse. Alla quale io rispose <pb n= "68 verso"/>di questa maniera: Io ti giuro, carissima Melitta, per li Dei della mia patria, che sommamente desidero di satisfare a questo tuo desiderio ma non so quel ch’io habbia fatto, il male mi è sopragiunto alla sprovista, e tu molto ben sai, che senza la savità non si può servire a Venere. E cosi parlando le asciugava le lagrime, e con altri giuramenti cercava di darle a credere, che non s’indugeria molto a conseguir cioche ella desiderava Allhora, ma con gran difficultà, si racqueto. Il giorno seguente Melitta chiamate le fanti, alle quali havea commessa la cura di Leucippe, dimandò loro se commodamente l’havevano trattata. e dicendo esse che non le haveano mancato di cosa alcuna, che le fusse stata di bisogno, impose loro che la facessero venire a lei? e venuta che fu; le disse queste parole, Sapendo tu qual sia stata la cortesia, che ho usata verso di te; mi par soverchio ricordarlati: ma ben ti prego che in cose che tu puoi, mi facci una grazia pari alla mia cortesia. Intendo che voi femine di Tessaglìa quei; che voi amate, si fattamente gl’incantate; che l’huomo non puote più inchinar l’animo ad amar altra donna: ma di maniera s’innamora di colei che gli ha fatti gl’incatameti, che la stima e ama sopra ogni altra cosa. dammi, ti prego, questo rimedio. Vedesti tu quel giovane, che hieri caminava meco? Leucippe maliziosamente interrompendola le disse, tu vuoi intender di tuo marito? percioche cosi ho inteso da i tuoi famigliari. Che marito? rispose Melitta; mente più ho da far conesso lui, che se egli fusse di pietra  <pb n= "69 recto" />ma prepone a me una certa giovane morta, ne mangiando ne bevendo, ne di giorno ne di notte del nome di Leucippe (cosi egli la chiama) si puo dimenticare, Io per amor suo quatro mesi continui ho dimorato in Alessandria, pregandolo, e lusingandolo. e non ho lasciato ne di dir, ne di fare alcuna di quelle cose, che possono muover gli huomini ad amar. ma egli era a miei preghi non altramente che ferro o legno, o altra materia insensibile. Con gran difficultà (facendo appena secondo che hora richiede il tempo) mi la scia goder della sua vista. e ti giuro per la Dea Venere, che già son cinque notti, che io mi son giaciuta seco, e me ne som levata come s’io fussi stata appresso d’un eunucho. A me par di amare una statua, percioche posso goder la cosa amata solo con gli occhi. io femina porgo a te femina quei medesimi preghi, che hieri tu porgesti ame. dammi qualche rimedio da far divenir humil questo superbo. percioche tu conserverai la mia vita, che già vien mancando. Poi che Leucippe intese, che io non havevo havuto da far cosa alcuna con Melitta, parve che rihavesse i sentimenti:e dettole che se le desse licenzia andarebbe a cercar le herbe per far la malia, partendosi se n’andò in villa. percioche negando ella di far tal incantamento, istimava che non li fussi prestato fede onde mi penso io che ciò la inducesse a prometterlo a Melitta, la qual solamente sperando divenne tutta lieta, percioche </p>
<lb/>,, quelle cose dilettano, e piacciono, benche altri 
<p>,, anchora non le habbia presenti; nondimeno per la  <pb n= "69 verso" />speranza di haverle porgono piacere. Ma io, che non sapevo alcuna di queste cose, me nestavo ripieno di maninconia, pensando in che modo la notte seguente potessi ingannar Melitta; e come ritrovarmi insieme con Leucippe: e parevami che anchora ella per il desiderio di esser meco si affrettasse parimenti di andar in villa, e di nuovo la sera al tardi ritornare. Si havevano da apparecchiar la caretta per Melitta per andar anchor noi fuori. Fra questo mezzo, essendoci noi posti a cena si sente nel cortile uno grandissimo rumore, e un strepito grande con li piedi, et ecco uno de gli serventi ne vien dentro correndo, insiememente ansando, e dicendo, Thesandro è vivò, e qui presente. Era questo Tersandro marito di Melitta, il quale ella tenevano per certo, che fussero annegato. percioche alcuni suoi famigliari, che con essolvi si trovavano, essendo sommersa la nave, e essi scampati, e credendosi che egli fussero affogato in mare, havevano porato cotal nuova. Mentre il: servitor parlava; Thersandro ne vien dentro correndo: percioche havendo per la strada inteso ogni cosa del fatto mio; ne venivano con grandissima fretta per ritrovarmici Melitta si levò suso smarrita per lo accidente non aspettato, e si sforzava di abbracciare il marito, e egli quanto più potevano gagliardamente la ributtava no indietro. e rivoltato a ame, e de, questo è lo adultero? mi venne al pssudosscon impetito grandissima colera mi diede una percossa nel volto, e tirotomi <pb n= "70 recto"/>per i capegli mi gittò per terra nel pavimento, e standomi sopra mi pestava con le batitture. Io, come se mi fussi trovato a un sacro misterio, taceva, e non gli dimandava chi egli fusse ne per qual cagione mi battesse, e havendo sospetato, per che ciò avenisse, ben che io poteva farlo, nondimeno non hebbi ardire di difendermi Ma poi che amendue fummo stanchi, egli di battermi, e io di pensar le mie ragioni, levatomi suso gli dissi, chi sei tu? e per che mi batti di questa maniera? Egli perche io parlai, anchora maggiormente isdegnato di nuovo tornò a battermi, e facendosi rocar funi e ceppi mi legarono e rinchiusero in una camera. in questa cotal Zuffa io non m’accorsi che mi era caduta la lettera di Leucippe, la qual io haneva inseno legata a una fibbia della veste; e Melitta nascosamente la ricolse temendo che non fusse alcuna, delle sue, che già ella m’havea scritte e poi che sola tiratasi da parte l’hebbe letta, e trovato il nome di Leucippe; fu subitamente percossa da una saetta nel core, conoscendo il nome; nondimeno non si credeva che fusse quella, ha vendo tante volte udito che ella era morta ma seguitando di leggere il resto delle parole, e havendo del tutto compresa la verità; haveva l’animo offeso da diverse cose, dalla vergogna dallo sdegno, dall’amore, e dalla gelosia si vergogna del marito, si sdegnava per la lettera. l’amor consumava lo sdegno, e la gelosia di nuovo accendeva l’amore, e finalmente l’amore rimase vincitore: Essendo già venuta la sera <pb n= "70 verso" />Thersandro cessato il primo impeto, se n’ando a casa d’un certo suo amico: e Melitta havendo parlato a colvi, che mi havea in guardia, di nascoso da gli altri servi. facendone star due innanzi all’entrata della camera, venne dentro dove io era, e mi trovò disteso in terra, e appressatamisi volse a un tratto dirmi tntto ciò, che ella haveva in animo, mostrando nel sembiante quali havevano da esser le parole. O infelice me, disse ella, che per mia ruina ti vidi, primamente desiderando quel; che è impossible di ottenere; e poi del tutto pazza, che odiata amo chi m’ha in odio e aflitta dal dolore ho compassione di uno che si trova in affanno. e l’ingiurie fattime non fanno cessar l’amore. O coppia d’huomo e di donna, che contra di me ha congiurato. questo gia tanto temposi prende giuoco di me; e quella è andata a coglier le herbe per l’incantamento e io sciocca non ho conosciuto che dimandava rimedio contra di me da coloro, che mi sono mortalis simi nimici. E con queste parole mi gitto innanzi la lettera di Leucippe; la qual veduta ch’io hebbi, e conosciutola mi sentij tutto agghiacciare, e teneva gli occhi fitti in terra, come persona ritrovata in errore. ma ella di nuovo cominciò a lamentarsi dicendo, oime misera da cotanti mali afflitta, che per tua cagione ho perduto il marito, ne da hora innanzi potrò goder di te, benche per lo passato non t’habbia mai goduto, se non veramente con gli occhi, contra i quali tu non potesti far riparo. Io so dicerto, che mio marito per amar tuo mi porta odio, a <pb n= "71 recto"/>hammi accusato, lche ho commesso adulterio con te. adulterio senza frutto, aldulterio senza piacere, del quale non ho guadagnato altro che villanie. Le altre femine hanno per premio della vergogna il piacer che prendono, adempiendo il lor desiderio, ma io misera ho raccolto il frutto della vergogna, senza pigliar dilettazione alcuna. Perfido e barbaro tu hai havuto ardire di lasciar consumare una giovane, che cosi ardentemente ti amava. e questo hai fatto essendo anchor tu servo d’amore? non hai havuto pavra delle minaccie sue? non hai hanuto riverenza al suo fuoco? non hai honorato i suoi misterij? questi occhi miei pieni di lagrime non hanno potuto romper la durezza del tuo core? O più crudel che non sono i ladroni: percioche essi per le lagrime altrui si muovono a pietà. niuna cosa ti hai potuto tìrare al piacer venereo pur una volta, non preghi, non occasione di tempo, non abbracciamenti: ma aggiungendovi tu quello, che mi riputo a grandissina in giuria, ma baciandomi ti sei levato su da lato di me come femina da femina si leverebbe. questa è una certa ombra di nozze. Tu veramente non sei giaciuto con una che sia vecchia, no che rifiuti i tuoi abbracciamenti, ma si ben con una giovane, e innamorata di te, e altri forse direbbe ancho bella eunucho et effeminato, e dispreggiator della egreggia bellezza io giustamene prego che venga maladizzione sopra di te, e cosi Amor ti sia contrario in ogni tuo affare. Queste parole diceva Melitta, e insiememente lagrimava. ma <pb n= "71 verso"/>poi che io tenendo gli occhi bassi nulla rispondeva, havendo alquanto taciuto, mutatasi d’animo disse, Le parole, che ho dette, carissimo Clitophonte, me l’ha fatte dire il dolore e lo sdegno, ma quelle che hora debbo dirti, Amore me la dette. Ben che io sta adirata; pur ardo per amor tuo benche io riceva ingiuria da te; nondimeno ti amo. compiacimi hora, e habbi compassione di me non bisogna più la dimora di molti giorni. ne lunghe nozze. con la cuivana speranza mi hai intertenuta. mi bastava un solo congiungimento ti dimando piccola medecina al mio gran male. estingui alquanto del mio fuoco se in alcuna cosa ti ho temerariamente effeso; perconami carissimo giovane. </p>
<lb/>,, l’amore quando non ottiene i suoi desiderij, diventa 
<p>,, fuore. so ben che io fo cose che trapassano i termini dell’honestà ma non mi tengo a vergogna manifestare i secreti d’amore. io parlo a una che n’è ammaestrato. tu conosci la mia passione. a gli altri huomini sono ascose le saette d’amore, e niuno potrebbe mostrare </p>
<lb/>,, i suoi fiori colpi. Gli amanti soli conoscono le 
<p>,, piaghe de gli altri amanti. Anchora mi resta questo giorno. ti chieggio che tu oservi la promissione fatta mi, e parimente ricordati della dea Iside, non disprezzare i giuramenti, che tu facesti nel suo tempio e veramente se tu havessi voluto prendermi per moglie, si come dicevi; io non mi sarei curata di mille Thersandri: ma percioche, havendo tu ritrovata Leucippe, non puoi pigliare altra moglie; di mia volontà anchor io questo ti concedo conosco che son vinta. non  <pb n= "72 recto" />dimando più di quello, che mi si può concedere. cose tutte nuove si levano contra di me. tornando in vita ancho i morti. O mare, navigando io sopra di te mi hai condotta a salvamento: ma ciò è stato per maggior mio danno, facendo tu venire a mia rovina due, che erano tenuti per morti. bastava che Leucippe sola fosse viva, a finche Clitophonte non più stesse in dolore; ma hora è ancho ritornato il crudel Thersandro, e ha in mia presenza batutto questo giovane, e io infelice non poteva dargli aiuto le battiture hanno segnato questo bel viso? O Dei. penso che Tersandro battendoti era cieco. Ma ti: prego, o Clitophonte signor mio, percioche tu della mia anima sei signore, che oggi la prima e ultima volta mi facci copia de te stesso questo breve spazio di tempo sarà a me in vece di molti giorni. cosi tu non perderai più Leucippe: cosi ella non morra più ne ancho falsamente. Non di spregiar l’amor mio, che estato cagione di grandissimo tuo bene. egli ti ha renduta Leucippe. percioche se io non mi fussi innamorata di te, e non t’havessi qui condotto; anchora pensaresti che Leucippe fosse morta, sono, o Clitophonte, anco doni di fortuna; ma uno havendo già trovato il thesoro, honoro il luogo, dove l’havena trovato, vi fece l’altare, vi offeri vittime, e coronò la terra: e tu hàvendo appresso di me trovato il thesoro amoroso; mi sei ingrato di tanto beneficio? Reputa che per bocca mia Amor ti dica queste parole, Clitophonte, a me, che sono il tuo duce, e mastro, concedi questa grazia, non rifiutar Melitta,  <pb n= "72 verso" />non l’abbandonare ubbidiscimi, se vuoi che io habbia cura delle cose tue hora tu sarai sciolto da questi legami a mal grado di Thersandro, e farotti apparecchiar una stanza in casa d’un mio fratello da latte, dove tanto potrai dimorar, quanto ti sara di piacere e senza fallo spera che dimane all’alba sarà qui Leucippe; percioche elle disse di voler questa notte rimanere in villa, per coglier le herbe al lume della Luna, che a quasto modo si prende giuoco di me io, sti mando che fusse una delle incantatrice di Thessaglia, le dimandai che facesse un’incantesimo per indurti ad amarmi. E che poteva io far altro, vedendomi priva di speranza di ottenere il mio desiderio, che ri </p>
<lb/>,, correre a gl’incantamenti i quali sono il rifugio di co 
<p>,, loro, che nell’amor sono infelici? Thersandro, accioche tu stia sicuro a far quanto desidero, levarosi di casa per la collora, è andato a ritrovar un suo amico e mi pare che qualche Iddio l’habbia menato via di quì, a fin che io possa impetrar da te ultìmamente quel che io bramo fammi adunque copia di te stesso. Havendo Melitta fatto questo savio ragionamento </p>
<lb/>,, (percioche Amore insegna le ragioni e la parole 
<p>,, sciolse i legami, e mi baciò le mani, e se le pose primamente a gli occhi e poi sopra il petto dicendo, Senti tu come salta il mio cuore: e come fa un battimento si spesso, che mostra esser pieno di rimore e di speranza, cosi fusse egli colmo di piacere. e par che con questo battimento egli ti preghi che m’habbi compassione. Poiche elle mi ebbe sciolte, e piangendo <pb n= "73 recto"/>tenuto abbraccìato, io mi sentì muovere a pietá, &amp; veramente hebbi pavra, che Amore non si adirasse meco. &amp; massimamente perchè io haveva ricuperata Leucippe, &amp; perch’ella di poi haveva da liberarmi da Melitta, &amp; anco perchè non erano veramente nozze quel’che noi facevamo, ma una medicina come se l’anima fusse inferma. Lei adunque, che m’abbracciava, io teneva stretta, &amp; non faceva resistenza ai suoi abbracciamenti, &amp; fecesi tutto ciochè volse Amore, non ricercando noi ne letto, ne altro apparecchio solito farsi nel voler prender gli piaceri </p>
<lb/>,, venerei. Perciochè Amore è artefice, che da se medesimo 
<lb/>,, fa ogni cosa, &amp; è prontissimo inventore all’improviso,  
<lb/>,, &amp; ha statuito, che in ogni luogo si possano fare 
<lb/>,, i suoi segreti sagrifizij, &amp; il piacere amoroso preso 
<lb/>,, alla sproveduto senza apparecchiamento alcuno, è 
<lb/>,, molto più soave di quello, che con gran cura, &amp; diligenzia 
<lb/>,, viene apparecchiato, perciochè cosi egli ha la 
<lb/>,, natural dilettazione.
<lb/>Il fino del quinto libro
<pb n= "73 verso"/>
<lb/>Alessandrino, dell, amor di Leucippe, &amp; di Clitophonte. 
<lb/>LIBRO SESTO
<p>POSCIA che io hebbi sanata Melitta; le dissi, in che modo mi darai la via sicura da poter fuggire, &amp; mi osserverai quanto m’hai promesso di Leucippe? Non haver pensiero, rispose ella, quanto a questa parte di Leucippe, ma reputa già d’averla teco: vestiti pur di cotesti miti panni, &amp; co’l velo nasconditi la faccia, &amp; Melantho mia servente ti guiderà per la via d’andare alla porta, dove un giovane t’asperta, al quale ho dato ordine che ti conduca ad una casa, dove troverai Clinia, &amp; Satiro, &amp; ancho tosto ne verrà a te Leucippe. Et havendo cosi detto, mi adornò nella guisa che faceva se medesima, &amp; basciandomi disso, O come tu sei molto più bello in questo habito, tale ho già veduto Achille in una dipintura, intanto Clitophonte te mio carissimo conservamiti sano, &amp; per memoria di me serbando appresso di te questa veste, lasciami la tua, della quale essendo io vestita, mi parra d’esser abbracciata da te. All’hora ella mi diede cento monete d’oro, &amp; fece chiamare a se Melanthò, la quale era la più fedele, &amp; anche la piu cara di tutte le sue fanti, &amp; haveva in guardia una porta. Poiche ella  <pb n= "74 recto" />fu entrata: le narro cioche haveva ordinato si dovesse far di me, il che fatto le commando che ritornasse a lei. Io, poi che vestito a cotal guisa fui uscito di camera, &amp; che’l guardiano, accennandogli Melanio si tirò da parte, ist mando ch’io fussi la padrona, passando per i più solitari luoghi della casa pervenni ad una porta, la quale non rispondeva nella strada pubblica, dove fui ricevuto da un giovane, che ai ordina di Melitta quivi m’alpettava Era costui non servo ma libertino, &amp; di qu l che con noi havevano navigato, &amp; oltra diciò molto mio amico. Poi che Melanthò fu tornata, trovò il guardiano, che allhora haveva serrato l’uscio della camera, &amp; ella di nuovo commandò che l’apprisse, &amp; havendolo egli aperto. ella entrò dentro, &amp; della mia uscita diede aviso a Melitta, la quale chiamò il guardiano, &amp; egli, come è da credere, vedendo uno spettacolo fuori d’ogni sua aspettazioine, secondo il proverbio che dice, In vece della donzella la cerva, rimase tutto stupefatto, &amp; come mutolo, &amp; finalmente gli disse, Non perche io habbia havuto diffidenza di te, che tu non havessi la sciato andar Clitophonie, mi è bisognato usar questa astuzia, ma a fin che tu ti possi scusar con Thersandro come quello che a ciò non hai consentito, queste dieci monete d’oro ti dona Clitophonte, se tu vuoi rimaner qui, ma se penserai di fuggirtene, sarà miglior cosa. Allhora Pasione (che questo era il nome del guardiano) disse, Padrona tutto quel che pare a te, io reputo che sia il meglio. Parve adunque <pb n= "74 verso"/>a Melitta, che all’ora egli se ne dovesse fuggire, &amp; ritornar poi, quanto le cose del marito fussero ridotte a buon termine, &amp; che l’ira fusse acquetata, &amp; egli cosi fece. Ma la solita fortuna di nuovo cominciò a battermi, &amp; a trovar nuovi accidenti. perciochè subito fece, che m’incontrassi in Thersandro, il quale essendo stato dall’amico, dove egli era andato, persuaso che non volesse quella notte star separato dalla moglie. havendo cenato, di nuovo se ne tornava a casa. Facevasi all’ora la festa di Diana, &amp; ogni cosa era pieno di gente ebria, di modo, che tutta la notte la moltitudine delle persone trascorreva per tutta la piazza. Io pensava questa sola cosa essermi contraria, non sapendo d’un’ altra piu grave apparecchiatami dalla fortuna. perciochè Sosthene, il quale haveva comprata Leucippe, &amp; a cui Melitta haveva commandato che si levasse dal governo delle possessiani, intesa la ventura del padrone, non lasciò l’amministrazione, &amp; voleva vendicarsi dell’ingiuria fattagli da Melitta, &amp; primamente trovatolo gli rapporta del fatto mio con lei, perciochè egli era calunniatore. di poi di Leucippe gli narra una certa finzione molto credibi le perchè essendo egli privo di speranza di poter ottener da lei quanto bramava, ne diventa ruffiano al suo padrone per rimoverlo del tutto da Melitta onde gli disse, Padrone io haveva comprata una giovane molto bella, ma di animo non corrisponde alla bellezza cosi udendo come, che vedendola potresti crederlo questa io serbava per te, havendo inteso che tu erivivo, &amp;  <pb n= "75 recto" />lo credeva si come lo desiderai, ma non lo feci palese ad altri, accioche tu su’l fatto trovasi la padrona, &amp; che questo adultero infame, &amp; forestiere non si facesse beffe di te. Hieri la padrona mi tolse questa giovane, e doveva mandarla alla sua patria: ma la fortuna l’ha serbata per te, a fin che tù goda di si gran belleza hora ella è in villa, non soper qual cagione quivi mandata da Melitta onde, se cosi ti piace, prima ch’ella ritorni alla padrona, serratala, in qualche luogo la terrò custodita per te. Thersandro lodò il consiglio, &amp; imposegli che lo mandasse ad essecuzione. Sosthene con molta fretta se n’andò in villa, &amp; veduto l’albergo, dove quella notte dovea Leucippe dimorare, chiamati due lavoratori commandò loro, che con qualche astuzia menassero via le fanti, ch’erano insieme con Leucippe essi le chiamarono con dire, che havendo da ragionar con esse loro di segreto, volevano ridursi da lontano. Sosthene mendanò seco due altri, veduto che Leucippe era sola, corsole adosso, et serratole la bocca la portò via, &amp; se n’ando per una strada diversa da quella ch’erano andate le fanti, portando la ad una certa casetta secreta, &amp; postola giuso le dice, Io vengo per arrecarti un grandissimo bene, ma conseguito che tu l’harai, non ti dementicar di me. non temer questa rapina, ne stimar, che sia stata fatta per tuo danno percioche questo si è fatto a fin ch’el mio padrone il qual’è innamorato di te, si congiunga teco con nodo di stretta anicizia. Leucippe percossa dal non aspettato accidente, si tacque, Sosthene ritornò a <pb n= "75 verso"/>Thersandro, &amp; gli narrò tutto quel che egli haveva operato. Per avetura Thersandro, ritornava a case &amp; divisandogli Sosthene le cose avenute intorno a Leucippe, &amp; lodandogli estremamente le bellezze di lei, &amp; egli per le cose raccontate essendo ripieno que stridetta imagine della besta, &amp; facendosi la sopradetta testa, che si vegghiava tutta la notte, &amp; non essendo la villa più lontana di mezo miglio, commando a Sothene che’l guidasse in villa, che voleva andar a trovar Leucippe. Intanto io con la veste di Melitta in dosso, non me ne accergendo m’incontrai in amendue. Sosthene primo havendomi conoscivio disse, ecco l’adultero ch’a guise di haccante vestito de i panni di tua molgiere ci viene incontro. Il giovane che mi guidara, conoscendoli, per la pavra non havendo spatto di avisarmene, si diede a fuggire, &amp; io subito fui preso da loro Thersandro cominciò a gridar si fortemente che gran moltitudine di quei che festeggiando vegghia vano a norte, vi accorse: allhora Thersandro maggiormente si lamentava grioando, &amp; dicendo cose da dire, &amp; da non dire, &amp; di adulterio &amp; di latrocinio in co pandomi, finalmente mi condusse in prigione, &amp; dandomi nelle mani del magistraio, mi accusò, benche falsamente d’adulterio. Maniuna delle cose predette, ne la vergogna d’esser in prigione, ne la cagione per la quale io era accusato, mi dava troppa molestia, percioche con ragion mi considava di mostrar ch’io non era adultero, essendo state le nozze fatte palesamente. ma la mia pavra era per cagione di Leucippe, la quale  <pb n= "76 recto" />anchora non haveva veramente recuperata. Et in vero l’animo è presogo del male, ma non già del bene Non poteva adunque imaginarmi di lei alcun buono avenimento: ma mi dava sospetto ogni cosa, &amp; d’ogni cosa temeva, &amp; cosi l’animo mio era tutto pieno di noia. Thersandro poi che m’hebbe posto in prigio ne con grandissimo desiderio, &amp; allegrezza n’andò a Leucippe, &amp; egli con Sosthene entrati nella casetta trovarono una fanciulla giacere in terra, rivolgendosi nell’animo quel che Sosthene gli haveva detto, mostrando nel volto insiememente pavra, &amp; maninconia. onde non mi pare che sia vero quel detto, Che la </p>
<lb/>,, mente delle persone per modo alcuno non si può cono 
<lb/>,, scere. percioche ella chiaramente appare nel volto, co 
<lb/>,, me imagine nel specchio. che s’ella e lieta, fa risplender 
<lb/>,, l’imagine del’allegrezza ne gli occhi, &amp; se è trista: 
<p>,, fà turbare il sembiante, &amp; manifesta la sua noia. Subito che Leucippe sentì aprir l’uscio havendo alquanto (perche quivi dentro stava accesa una lucerna) al zari gli occhi verso di loro, di nuovo gli abassò. Thersandro havendo veduta la bellezza di lei non altramente che noi veggiamo un baleno, che passa via in un momente, essendo il principal seggio della bellez </p>
<p>,, za, posto ne gli occhi, rivolse tutto l’animo suo a lei &amp; stava contenolandola, attendendo se di nuovo alcuna volta guardasse verso di lui Ma vedendo che tuttavia mirava la terra, disse, Bella giovane, perche tien tu il viso basso? perche spargi in terra le bellezza de gli occhi tuott’ deb spargila più tosto ne miel. Poi che  <pb n= "76 verso" />Leucippe ciò hebbe udito, si diede a lagrimare, ____ lagrime ritenevano la propria bellezza di lei. Per </p>
<lb/>,, cioche le lagrime fanno gonfiar gl’occhi. &amp; dive 
<lb/>,, nir fieri. &amp; se sono brutti, &amp; spiacevoli, esse accresce 
<lb/>,, no loro bruttezza ma se sono piacevoli, e negri di bianco 
<lb/>,, alquanto circondati, quando per le lagrime divengono 
<lb/>,, humidi, simigliano il fonte d’una gonfia mammella ma 
<lb/>,, brusciando l’humor salso delle lagrime intorno al cerchio,  
<lb/>,, il bianco acquista più candidezza, e il negro diventa 
<lb/>,, vermiglio, &amp; l’uno è simìle alla Viola, l’altro al 
<lb/>,, Narciso, e le lagrime rivolgendosi dentro nel cerchio 
<p>,, de gl’occhi par che ridano. Tali erano le lagrime di Leucippe, che con la bellezza teneva vintala maninconia, &amp; se poi ch’erano cadute, si fussero potute con gelare, la terra haurebbe havuto una nova sorte di ambra. Thersandro per la bellezza era rimaso stupefatto, e per la maninconia sdegnato, &amp; haveva gl’occhi </p>
<lb/>,, pregni di lagrime. Perciochè le lagrime inducono
<lb/>,,  i riguardanti a compassione, e massimamente qualle 
<lb/>,, delle donne, e quanto più frescamente sono sparse, tanto 
<lb/>,,  maggiormente muovono altrui, &amp; se colei, che lagrima 
<lb/>,, è bellazza il riguardante sia di lei innamorato 
<lb/>,, gl’occhi di esso non si acquetano, ma mandano fuori 
<lb/>,, le lagrime. Et perchè la bellezza delle belle tiene il 
<lb/>,, principal seggio ne gl’occhi, quella vagbezza, che 
<lb/>,, esce da loro, si ferma ne gl’occhi i riguardanti, &amp; 
<lb/>,, ne trahe fuori una fonte di lagrime. ma chi è amante 
<lb/>,, riceve l’una cosa, &amp; l’altra raccoglie la bellezza dentro 
<lb/>,, nel cuore, &amp; conserva le lagrime ne gl’occhi, &amp;  <pb n= "77 recto" />
<lb/>,, desidera che sieno vedute, e benche ei possa, non vuole 
<lb/>,,  asciugarle, ma quanto più puote le tiene, &amp; teme 
<lb/>,, che non si dipartano inanzi al tempo, e ritiene il movimento 
<lb/>,, de gl’occhi, acciochè non cadano prima, che 
<lb/>,, dall’amata siano vedute, istimando egli ch’elle siano 
<p>,, chiara testimonianza del suo amore. Una simil cosa avvenne a Thersandro: percioche egli lagrimava, parte per dimostrar (come è da credere) ch’era mosso da humana compassione, parte per acquistar la grazia di Leucippe, come ch’egli havesse pianto, perche Leucippe piangeva. Finalmente rivolto a Sosthene gli disse, ora habbi tu cura di costei, e confortala: perciochè tu vedi in quanta grande maninconia ella si ritrova: &amp; io per non le esser molesto, benche ciò non sia senon contra mia voglia, mi partirò di quì, &amp; all’hora che più piacevole sarà divenuta, verrò a parlar seco. ma tù o giovane stà di buon’animo, che tosto t’arrecherò medicina da levarti coteste lagrime, e cotesta maninconia. Poscia che fù uscito, di nuovo volgendosi a Sosthene gli disse, Parlerai di me onoratamente con Leucippe, &amp; domattina verrai a trovarmi, portandomi qualche buona nuova, e cosi se ne di partì Intanto Melitta, doppo che ebbe meco preso piacere, subito mandò un giovane in villa a sollecitar Leucippe, che dovesse tosto ritornare, che non più le facevano di bisogno l’herbe per gl’incantesmi. Poi che’l giovane fu giunto in villa, trovo le fanti, che spaventate, e confuse andavano cercando Leucippe, ma non la trovando in luogo alcuno, egli con molta sretta tornato annuziò <pb n= "77 verso"/>questo casi alla padrona. &amp; havendo ella inteso, ch’io era stato messo in prigione, &amp; che Leucippe non si trovava, se le sparse intorno una nuvola di maninconia: &amp; bench’ella non potesse di ciò saper la verità: nondimeno havea sospetto che non fusse stato cagion Sosthene. Et volendo per rispetto di Thersandro, che palesamente si cercasse di Leucippe, con molto artifici compose una novella, c’havea il vero mescolato con la bugia. Poi che Thersandro fu entrato in casa; di nuovo si pose a gridar con Melitta dicendo, tu hai discoso l’adultero, tu l’hai scioito, &amp; mandato fuori di casa. questa è stata apera tua. perche noi segui? perche tene stai tu qui, &amp; non vai atrovar il tuo amante, acchioche tu’l veda legato con più forti catene? Al qual Melitta, rispose, Che adultero dici tui che cos'è intravenuta? se posta da parte la collera, vorrai intraprendere il tutto? facilmente consoscerai la verità. ma uns aola gratia ti domando, che tu vogli essermi giu iudice , &amp; purgando le orecchie dalla calunni., &amp; ando l’ira dal cuore, &amp; ponendovi la ragione, il qual e è giudice sincero, ascoltami. Questo giovane non è adultero, ne mio marito, ma egli è di Phe &amp; a nessuno de Tirij inferiore. &amp; navigando la fortuna contraria. &amp; ha perdute in tutte le merci che portava seco. Io havendo in sua disaventura, mi mossi a compassione di mi ricordai di te, &amp; diedigli albergo, dicendo stessa, forse, che anco Thersandro in qualche si ritrovava andare in simil conditione, &amp; che  <pb n= "78 recto" />similmente anleuna giovane havendo pietà della sua miseria l’ha souvenuto, ma s’egli veramente (si come n’era sparsa fama) ha lasiara lavita in mare, facciamo honore, &amp; usiamo cortesia verso quegli, che dal mare hanno ricevuto oltraggio. A quanti altri ch’era no scanpati dal naufragio, ho io sovenuto, quanti quei ch’erano affagati in mare, ho fatti sepellire? S’io intendeva, che qualche legno rotto in mare fusse stato spinso a terra dall’onde, diceva meco, forse che Thersandro si è ritrovato a navigar con questa nave. Di quei che sono scanpati dalla fortuna de mare, costui e stato solo, &amp; ultima, alquale honoradolo ho usato corte sia. Egli fu naviagnte, si come tu, &amp; io marito mio carissimo, hò havuto compassione della sua miseria, come che imagine della tua. Hai adunque con verità inteso in che modoso a ciò fare sia stata constretta. oltra di questo egli piangeva sua mogliere, non sapendo ch’ella non era moria si come da un non so chi gli erà stato affermato, &amp; che si ritrovava qui appresso d’uno de i nostri Fattori (intendendo di Sosthene) &amp; cosi era in vero, imperoche essendo noi andati in villa, quivi la trovammo appresso di lui, &amp; per tal cagione quel giovane era venuto meco. Tu hai Sosthene, &amp; la giovane è in villa piglia informatione da loro di ciascuna delle cose, ch’io t’hò raccontate &amp; se io t’hò detta pur una minima bugìa, allhora tien per fermo, ch’io habia seco commesso adulterio. Melitta diceva queste cose fingendo di non saper che Leucippe, fusse stata menata via serbandosi ad altro tempo, se Thersandro havesse <pb n= "78 verso"/>cercato di trovar la veritâ, addurgli per testimonian Zale fanti, che dicevano che Leucippe non si trovava in luogo alcuno, in compagnia delle quali ella era andata in villa per trovar la mattina seguente Melitta sollecitava, che palesamente si cercasse di Leucippe, per astrigner Thersandro a creder più facilmente Havendogli ella adunque cosi fintamente rispostovi aggiunse. anchora queste chiare parole, Carissimo marito mio presta pur fede a quel che io dico: percioche nel tempo, che vissi teco, non conoscesti, ne hora potrai con verità conoscer ch’io mi ritrovi in simil difetto ma di ciò se n’è sparsa la fama per l’honor, che ho fatto a queste giovane, non sapendo le genti cagione della domestichezza, che ho tenuta con esso voi, &amp; anchora tu se si ha da dar fede alla fama erigia morto. </p>
<lb/>,,  La calunnia veramente, &amp; la fama, sono due mali
<lb/>,,, che trà loro hanno strettissimo parentado. la fama è figlivola 
<lb/>,, della calunnia. la quale è più pungente d’una 
<lb/>,, spada, più ardente del fuoco, &amp; più atta a persuadere
<lb/>,,,  che le Sirene. La fama è più corrente delle onde 
<lb/>,, più veloce del vento, &amp; più presta de gli uccelli. Adunque 
<lb/>,, mentre la calunnia havrà tirato con l’arco delle 
<lb/>,, sue parole, elle volano a guisa di saetta, &amp; feriscono 
<lb/>,, colvi, nel quale esse le indrizza, &amp; chi le ascolta subitamente
<lb/>,, presta lor fede,&amp; gli si accende il fuoco 
<lb/>,, dell ira, &amp; diventa furioso contra di colvi, che è stato 
<lb/>,, ferito. Ma la fama, che nasce da cotal saettamento
<lb/>,,,  &amp; ferita, subito cresciuta spargendosi trascorre in 
<lb/>,, molte parti, inondando le orecchie di chiunque trova, <pb n= "79 recto"/>
<lb/>,, &amp; facendo tempesta col’ vento delle parole, se 
<lb/>,, ne va largamente soffiando, &amp; dalle ali della lingua 
<p>,, inalzata se ne vola. Queste due cose combattono contra di me, &amp; havendo occupato l’animo tuo, hanno serrato le porte delle tue orecchie alle mie parole. Et nel dir cosi prese la mano di Thersandro, &amp; la volle baciate, &amp; egli divenne mansueto, &amp; per le parole di Melitta si commosse, &amp; quel che ella gli haveva detto di Leucippe conforme alle parole di Sosthene tolse via parte del sospetto, ma non le diede credenza del tutto, perciocche la gelosia essendo una volta entrata nell’animo, con gran difficultà si può cacciar fuori, Thersandro adunque havendo inteso, che Leucippe era mia moglie, si turbò grandemente, &amp; di tal maniera, che cominciò a portarmi odio più acerbo. Ma havendo allhora detto di voler investigar se le cose ch’ella haveva dette, erano vere, se n’ando a dormir solo, &amp; Melitta sentiva nell’animo gran passione, vedendo, che le era impedita la strada da poter osservarmi la promessa, che ella mi haveva fatto. Sosthene havendo per alquanto spazio fatto chiamar Thersandro, &amp; havendogli molto promesso di Leucippe, di nuovo a lei se ne ritornò, &amp; mostrandosi di volto allegro disse, Lacena le cose sono andate felicemente. Thersandro è si fortemente innamorato di te, che ne divien pazzo, di maniera, che forseti prenderà per moglie, &amp; questo fatto è avvenuto per mia cagione, percioche appresso di lui ho detto miracoli della tua bellezza, &amp; hogli empiuto  <pb n= "79 verso" />l’animo di desiderio. ma perche piangi? levate suso, &amp; per cotal felicita rendendole gratie fa sacrificio a Venere. Allhora Leucippe rispose, Iddio faccia, che tal feliciata sia la tua, qual tu la rehi a me. Sosthene non intendendo il simulato senso delle parole, ma credendo, che ella parlasse da dovero, segui benignamente dicendo, Accioche tu meglio conosca il tuo bene, voglio dirti la conditione di Thersandro. Egli adunque è marito di Melitta, la quale tu vedesti qui in villa. di nobilità egli è il primo, che sia nel pasce della Ionia, con le ricchezze vine e la nobiltià con la benignità avanza le molte sue ricchezze. di ciò è qual si può vedere, giouvane, &amp; belle. il che suole esser sommamente grato alle donne. In questo non potendo Leucippe tollerar più le sciocche parole di Sosthene, disse Insino a quanto, bestia indiserita, vuoi contaminar le micorecchie con le tue sozze parole? Che ho io da far con Thersandro? Sia egli bello a Melitta, ricco alla sua patria, benigno a te, &amp; magnanimo a coloro che hanno di bisogno. io di niuna di coteste cose mi curo se ben egli fusse più nobile di Contro, &amp; più ricco assai che non fu Creso, A che fine mi racconti l’infinite lode d’altrui_ io lodorò Thersandro come huomo da bene all’hora, che non farà oltraggio alle altrui moglieri. Sosthene parlando da vero le disse, Tu motteggi? Che cagione, rispose ella, ho so da motteggiare? lasciami stare nella di faventura, &amp; nel rio destino che mi tiene, so ben io di certo ___ sono frà corsali. Parmi, soggiunso Sosthene, che  <pb n= "80 recto" />su sia impazzita, &amp; d’una pazzia ineurabile. pa ti che queste siano cose da corali? le ricchezze, le nozze, &amp; i piacere? pigliando tu un marito, che gli Dell’amano di tal maniera, che l’hanno cavato fuori delle parte della morte. Dipoi racconto il naufragio di lui dicendo che per divino aiuto era scampato, &amp; falsamente novellando che a guisa di Arione fusse stato portato da un Delphine. Poi che Leucippe à Sosthene, che all’hora più non parlava. nulla rispose, elgi ricominciando a parlare disse, considera diligentemente quel che sia il tuo meglio, &amp; che tu non hai da dire a Thersandro alcuna delle cose, le quali tu hai dette: accioche tu non facei adirar lui, che è </p>
<lb/>,, huomo benigno, &amp; adirato che egli è: diventa molesto 
<lb/>,,  &amp; intollerabile. Perciò che la benignità trovando 
<lb/>,, gratia appresso d’altrui, di continuo maggiormente 
<lb/>,,  si accresce: ma essendo ingiuriata &amp; biasimata; 
<lb/>,, prende grandissimo sdegno, &amp; la molta humanità 
<p>,, è accompagnata da molta tra per vendicarsi, Il fatto di Leucippe passava di questa maniera. Clinia, &amp; Satiro havendo inteso (cosi erano stati avisati da Melitta) che io stava distretto in prigione, vennero la notte subitamente à trovarmi, &amp; volevano quivi con esso meco dimorare, ma il guardiano della prigione no’l concedette loro, &amp; commandò che incontinente si dovessero partire, &amp; cacciogli fuora contra lor voglia, &amp; io imposi loro che se Leucippe fusse ritornata a mattina di subito dovessero venire a me, &amp; havendo narrato le promesse di Melitta, io haveva  <pb n= "80 verso" />l’animo posto nella bilancia della speranza, &amp; della tema, &amp; la mia speranza temeva, &amp; la mia tema sperava. Venuto il giorno, Sosthene n’andò subito a Thersandro, &amp; Satiro a me. Thersandro come vide Sosthene, gli domandò di che maniera fussero passate le cose, inquanto che la giovane fusse persuasa a compiacergli. Sosthene in ciò non gli narrò la verità, ma acconciamente componendo alcune bugie, disse, Ella in vero nega di acconsentirti, ma io stimo che il suo negare non si habbia da intender cosi assolutamente, anzi parmi ch’ella habbia sospetto, che go_duta che tu l’havrai una sola volta l’ la cacci via da te, &amp; similmente teme, che tu le faccia qualche oltraggio. Allhora Thersandro disse, In quanto a questa parte stia pur sicura, che l’amor mio verso di lei i di tal maniera, che si può dir che sia immortale, Ma d’una sola cosa io temo, &amp; ho grandissimo desiderio di saperla, se la giovane, si come Melitta mi è racontato, è veramente moglie di quel giovane. Et cosi trà loro ragionando pervennero alla casetta, dove si trovava Leucippe, &amp; avvicinatisi alla porta sentirono ch’ella si lamentava grandemente, &amp; essi accostarisi all’uscio, senza far punto di strepito, si fer marono: Ohime Clitoponte, ohime Clitophonte_ (&amp; questo nome replicava ella spesse volte) tu non sai dove io miritrovi, ne dove io sia tenuta rinchiusa, ne all’incontro io so qual sia ora la tua fortuna, &amp; per non saper l’uno dell’altro alcuna cosa, amendue viviamo miseramente. Hatti egli Thersandro  <pb n= "81 recto" />per aventura alla sprovista trovato in casa? hatti egli fatto qualche oltraggio? Piu volte ho voluto dimandar Sosthene di te, ma non sapeva in che modo farlo se io ne dimandava come di mio marito, temeva di esser cagione del tuo male, movendo Thersandro a sdegno contra di te. se n’addimandava come di persona forestiera, anchora questo dava occasione di sospettare. </p>
<lb/>,, Percioche le donne non d bbono haver cura di 
<lb/>,, quelle cose, che a loro non siano appartinenti. Quante 
<p>,, volte tentai, ma non potei indurre la mia lingua à parlare, &amp; solamente diceva queste parole, o Clitophonte marito mio, marito di Leucippe sola, verso di lei fedele, &amp; costante si, he anchora che tu sia giaciuto con altra donna, non ti ha potuto indurre a fare il suo volere bench’io vinta da soverchia gelosia ho creduto altramente. Io dopo tanto spatio di tempo rivedendoti in questa villa non son corsa a volerti hasciare? Hora se Thersandro verrà a dimandarmi; che risposta gli debbo dare? dirogli io la verità, nascondendo la fintione di questa cosa? &amp; accioche tu Thersandro non mi stimi essere una vilissima serva, sappi ch’io son figlivola del Capitano de’ Bizantini, &amp; mogliere d’un giovane, il quale è de i più nobili, che sia no nella città di Tiro io veramente non sono di Thessaglia, ne meno sono chiameata Lacena, questo è oltraggio che mi e stato fatto da Corsali, i quali mi rubarono ancho il mio nome, mio marito è Clitophonte, la attria Bizantio, mio padre e chiamato Sostrato, &amp; mia madre Panibia. Ma sebenio ciò ti dicessi, <pb n= "81 verso"/>non lo credere sti: &amp; se pur lo credessi; temo del male, che potrebbe intervenire a Clitophonte, si che il gran desiderio della mia libertà non venisse ad esser cagione della morte del mio carissimo sposo. Hòrsu adunque ripiglierò la finta persona. &amp; nuovamente mi porrò il nome di Lacena. Thersandro havendo udito queste parole tirandosi indietro per alquanto di spatio, disse a Sosthene, Hai tu udite le parole non degne di esser credute, ma ben piene di amore? hai udito quante cose ha dette, quanti pianti, &amp; quanti lame ti ha fatti? l’adultero mi e del tutto superiore io reputo, che questo ladro sia incantore. Melitta è di lui innamorata, &amp; Leucippe e molto infiammata del suo amore deh volesse Iddio, che io potessi diventar Clitophonte. Non dovete, o padrone (disse Sostene) per questo abbandonar l’impresa, ma ener te alla giovane: percioche hora ella ama questo scelerato adultero &amp; la sua anima è tutta affettionata &amp; volta a lui, finche lui sola conosce, &amp; non fi mescola con altri. ma se tu una sol fiata pervieni al medesimo luogo che egli è, avanzandolo tu di bellezza infinitamente; ella del tutto si dimenticherà di </p>
<lb/>,, lui Percioch’el nuovo amore discaccia l’amor vecchio
<lb/>,,, &amp; la femina ama l’huomo mentre le è presente 
<lb/>,, &amp; di quello che le è lontano ne tien memoria fin 
<lb/>,, tanto, che non ne ha trovato un nuovo ma ricevuto 
<lb/>,, ch’ella ha un’altro il premiero le esce di mente. 
<lb/>,, Thersandro havendo udite queste cose, riprese ardimento.
<lb/>,, Conciosia che le parole che porgono speranza  <pb n= "82 recto" />
<lb/>,, di conseguir le cose amate, facilmente muovono altrui  
<lb/>,, al credere. Percioche la concupiscen a che è in 
<lb/>,, aiuto delle parole, considerando quel che ella brama 
<lb/>,, suscita, &amp; infiamma la speranza Thersandro adunque 
<p>,, dopo le parole, che Leucippe haveva dette seco medesima, havendo alquanto dimorato, per non le dar sospetto di haverle udite fingendo un’allegro sembiante per indur più facilmente Leucippe, come egli si pensava, a riguardarlo, a lei se n’entrò, &amp; poi che l’herbe veduta; si sentì infiammar l anima &amp; allhora gli parue molto piu bella Percioche tutta la notte, il quale spatio di tempo egli stette lontano dalla giovane, havendo nutrito il fuoco amoroso, prendendo per esca della sua fiamma gli occhi di Leucippe, subitamente di nuovo avampò, &amp; manco poco, che lasciandosi andare sopra di lei, non l’abbracciasse ma ritenutosi, &amp; postosele a sedere appresso, le parra a dicendo alle volte parole, che non havevano sentimento alcuno. Et veramente cosi aviene a gli </p>
<lb/>,, amanti, quando cercano di pa lar dinanzi alle loro 
<lb/>,, innamorate, che non ponendo mente alle parole, che dicono,  
<lb/>,,  ma havendo l’animo tutto volto verso la cosa amata
<lb/>,,, lasciano andar le parole formate solamente dalla 
<lb/>,, lingua senza il reggimento della ragione. Et mentre
<p>,, egli ragionava; le volse porre un braccio all collo e stringerla per volerla basciare Et ella havendo preveduto la via, dove anaova il braccio, chinò la testa &amp; la nescose nel grenbo: nondimeno egli facea ogni suo eforzo di tirargliela fuori: &amp; ella maggiormente la te <pb n= "82 verso"/> </p>
<p>neva bassa, &amp; gli nascondeva i basci. Ma poi che la lei ta di una man sola fu alquanto spatio durata, Thersandro fù preso da una pertinacia amorosa, &amp; ponendole sotto al volto la sinistra mano, con la destra le pigliò la chioma, &amp; con l’una tirava indietro, &amp; con l’altra ha endola fermata nel mento spingeva in suso. Poscia ch’egli, o che la baciasse, o nò, o che pur fusse stanco, si rimase di farle forza; Leucippe gli disse, tu non usi modi che si convengano ne ahuomo nobile, ne libero, &amp; tu imiti Sosthene, il quale è servo degno di cotal padrone, ma rimanti di seguir più innanzi, &amp; isperar (se per aventura tu non divenissi Clitophonte) di adempire il tuo desiderio. Thersandro havendo udite queste parole, restò tutto confuso, &amp; fuori di se stesso, perciò che egli era insiammato d’amore, e d’ira. L’amore ve </p>
<lb/>,, ramente &amp; l’ira sono due faci dell’animo &amp; l’ira è 
<lb/>,, un fuoco, che ha natura sommamente contraria all amore
<lb/>,,, ma ben simile di forza, questa stimula ad odiare 
<lb/>,, altrui, &amp; quello sforza ad amare, &amp; l’uno ha l’habi 
<lb/>,, tatione vicina all’altro, che è la fonte del fuoco percioche 
<lb/>,, questo siede nel fecato &amp; quellà furiosamente 
<lb/>,, circonda il core Quando adunque aviene che l’huomo 
<lb/>,, sia preso da ambedue, l’anima sua diventa come lor 
<lb/>,, bilancia, dove si pesa il fuoco dell uno, &amp; dal altro &amp; 
<lb/>,, ambedue combattono per dar il tratto alle biancia, &amp; 
<lb/>,, amore il più delle volte suol rimaner vincitore, quando 
<lb/>,,  felicemente ottien quel che desidera ma e l’amata 
<lb/>,, lo disprezza, egli chiama lira in suo aiuto, &amp; ella come 
<lb/>,, vicenna lo soccorre, &amp; amendue accendono il fuoco,  <pb n= "83 recto" />
<lb/>,, &amp; se una volta avien che l’ira tiri l’amore appresso di 
<lb/>,, se, &amp; caduto della propria sedia lo sottometta, essendo 
<lb/>,, ella senza fede alcuna, non l’aiuta come amico per 
<lb/>,, fargli ottener la cosa desiderata, ma come servó del 
<lb/>,, desiderio lo tien legato, &amp; bench’ei voglia, ella non li 
<lb/>,, concede rappacificarsi con l’amata, egli inondato da 
<lb/>,, l’ira si sommerge, &amp; volendo tornar nella propria signoria
<lb/>,,, non ha libertà di farlo, ma è costretto portar 
<lb/>,, odio alla cosa amata. Ma poi che l’ira si è colma di 
<lb/>,, punire, e satia della sua voglia, per la satietà di venta 
<lb/>,, inferma, &amp; debile, &amp; indebilita divien langnida, &amp; abbandona 
<lb/>,, ogni sua forza, all’hora amore si vendita, &amp; arma 
<lb/>,, il desiderio, &amp; vince l’ira già addormentata, &amp; considerando 
<lb/>,, l’ingiutie che villanamente ha fatte al ama 
<lb/>,, ta, ne piglia dolore, e con lei si scusa, &amp; la riobiama 
<lb/>,, a praticar seco, affermandole che l’ira sarà vinta dal 
<lb/>,, diletto ottenendo adunque quel ch’egli disiderava divien 
<lb/>,, piacevole, e humano: ma essendo disprezzato, di 
<lb/>,, nuovo si sommerge nell’ira, &amp; ella adormentata si 
<lb/>,, desta, e come prima s’incrudelisce, percioche al amore
<p>,, essendo dispreszzato l’ira gli porge soccorso. Thersandro adunque sperando di ottener felicemente il suo desiderio, si era del tutto dato per servo a Leucippe ma poi che non impetrò quel ch’egli sperava mandò fuori dell’animo il piacere; lo scelerato percosse la giovane in una guancia dicenndo, Serva malvagia. &amp; veramente meretrice, che bene ho intesa tutti voi fatti tu non ti rallegri ch’io parli teco? tu non reputi che sia gran felicità basciare il tuo padrone? ma fingi di havera <pb n= "83 verso"/>a schifo &amp; risiuti cioche tu non pur desideri, ma sono momente brami? &amp; il dimostri nel volto piena di fasti dio. &amp; disperata? io in vero credo che tu sta una meretrice, percioche tu mi un adultero ma poi che non mi vuoi provar come amante: mi proverai come padrone. Allhora Leucippe rispo_e, se tu vuoi tiranne? giarmi, &amp; io son contenta di esser ritanneggiata per che tu non mi facci violenza guastando l honor mio. &amp; vivoltassi verso di Sosthene gli disse, Fa testimonianza tu come io so con ortarle hattitare, havendomene tu date molto maggiori di queste Sosthene vergogna tosi d’_sser discoperto, disse Padrone bisogna batter costei di maniera, ch’_lla ne divenga tutta livida. &amp; darle infiniti tormenti, afin che impari a no_ dis rezzare il suo padrone. Allhora Leucippe rispose, Credi a Sosthene, ch’egli ti da buon consiglio apparecchia i tormenti. fa portar le rote: ecco ch’io sono apparecchiata distentervi suso le braccia. fa portar i flagessi ecco le spalle pronte a riceve l battiture fa portar il fuoco: ecco il corpo per orderlo. fa portar il coltelloi ecco il collo per tagliarlo Volvedrete un nuovo con battimento. una sola femina commbatterà contra tutti tormenti &amp; tutti gli vincetà. Di poi tu chiam Clitophonte adultero essendo tu veramente degno di cotal nome? Dimi non hai tu pavra di offender la tua dea Diana? &amp; vuoi tu usarforza a una vergine in quel Città, dove è honorata la vergine dea? O Diana, dove sono hora i tuoi a_hi. _ le tue a_tto? Tu, disse Thersandro, sei vergine? O audacia degna di risa. <pb n= "84 recto"/>Tu sei vergine, che tante notti sei stata fra tanti corsali? sono essi stati eunuchi per te? la nave de corsali era divenuta albergo di philosophi? adunque niuno di loro hebbe occhi? &amp; Leucippe a questo soggiuse. Se dopo la forza, che Sosthene mi volse usare, mi sia conservata vergine; dimendane lui, il quale veramente è stato corsale verso di me &amp; in vero i corsali erano più modesti di voi: &amp; niuno di loro mi fece tanto oltraggio, quanto voi me havete voluto fare. Se voi havete ardir di commetter tali sceleratezze; questo si può chiamar veramente albergo di corsali: &amp; voi senza vergogna alcuna fate quel, ch’essi non hebbero ardimento di fare? ma tu non sai che per questa tua prosontione acquisto maggior laude, che se ben hora macchiando tú il mio honore, mi ucciderai; non mancher à chi poi dirà, Leucippie è stata vergine tra i villani, vergine dopo la rapina di Cherea, &amp; vergine dopo la forza usatale da Sosthene, ma questa è piccola lode, maggiore è ch’ella è stata vergine con Thersandro più scelerato, &amp; più dishonesto de i corsali perche egli non le potè tor la sua verginità; le tolse la vita Armati hormai, &amp; prendi contra di me i flagelli, le rote, il fuoco, &amp; il ferro, &amp; teco insieme venga Sosthene tuo consigliero. io &amp; nuda, &amp; sola, &amp; femina tengo solamente lo scudo della libertà, la quale non puo esser battuta da i flagelli, ne tagliata dal ferro, ne abbrusciata dal fuoco: &amp; questa io non lascero giamai: &amp; se ben tu mi vorrai ardere; non troverai fuoco si ardente; che giamai possa far cotal’ effetto</p>
<pb n= "84 verso"/>
<lb/>Alessandrino, dell’amor di Leucippe, &amp; di Clitophonte. 
<lb/>LIBRO SETTIMO 
<p>THERSANDRO havendo udite queste parole, hebbe in un medesimo tempo diverse passioni nell’animo, si doleva, si adirava, &amp; desiderava, essendo disprezzato da lei: fi doleva non havendo potuto adempir la sua volontà, &amp; come amante ardeva di desiderio. Havendo adunquel animo diversamente tra agliato, senza dir nulla a Leucippe pieno di sdegno, quasi correndo. se n’usci fuori dandospatio all’anima dimette fine alla tempe sta. Consigliatesi finalemente con Sosthene se n’andò al Capitano, il quale haveva podesta sopra i prigio _eri &amp; pregollo che mi dovesse far morir co’l veleno, &amp; non lo potendo indure a far ciò, perche haveva pavra del popolo, il quale nel passato haveva fatto morire un’altro Capitano, che similmente fu scoperto haver adoperato il veleno; di nuovo lo pregò, che fusse contento di metter uno comereo nella medesima prigione, dove io mi trovava star legato, fingendo egli di voler per mezo ai costui intender i fatti miei, havendo il Capita_o acconsentito a questa dimanda, pose in prigione l’huomo che gli deide Thersandro, il quale esso <pb n= "85 recto"/> </p>
<p>haveva ammaestrato, che destramente entrasse in ragionamento, come Leucippe per ordine di Melitta era stata uccisa, &amp; cotale astutia Ther andro l haveva trovata, accioche istimando io che la mia amata Leucippe non fusse più viva, se ben io fussi stato assolto no mi fussi dato a cercar di lei, &amp; aggiugneva Melitta haver dato commessione di far questo homicidio, a fin che cercando io Leucippe esser morta: non pigliassi per moglie Melitta ome mia amante; &amp; mi riman ssi quivi onde io sarta stato cagione dit nerlo in qu lche poco di pavra si che non h vria potuto godersi di Leucippe securamente, anzi odiandola come quel a che havesse uccisa la mia amata donna, el tutto mi dipartissi dalle _i_ta. _ ofcia adunque che costui fà messo in prigione, si venne appresso di me. &amp; comiacio a rappresentar la tragedia, &amp; malitrosamente sospirando disse in qual maniera havemmo noi da vivere? come ci dovemo guardare per viver senza pericolo? percioche non ci basta l’esser huomini da bene. le disgratie che ne occorrono, ci ommergono mi bisognava haver s puto indovinar chi egli era colvi, col qual m accompagnai per viaggio, &amp; che salto elgi havea commesso Queste altre parole diceva egli da se stesso, cercando di darmi occasione, ch’o gli dimandessi quel che gli era intervenuto per dar principio all’inganno contra di me ordito. Ma io stava in pensiero, &amp; sollecitudi e di quelle cose, che toccavano a me &amp; egli si diede al quanto a pingere. onde uno de prigionieri </p>
<lb/>,, (percioche l huomo infelice è desidero di  <pb n= "85 verso" />
<lb/>,, ascoltar l’altrui miserie, essendo il comun icar con altrui
<lb/>,, i proprià affanni una medicina della macintonia 
<p>,, che molesta nelle avversiia) si mossà a dir gli queste parole. _ he disaventura è stata la tua? percio____ par come rendere, che senza haver commesso sceleraggine alcuna sei caduto nella mani della cattiva fortuna, &amp; ne piglio congettura da quel che è intravenuto a me, &amp; insiememente gli raccontava la cagione, per la quale egli era stato preso. Io in vero non ascoltava nel’un nel altro ma poi che fu venuto al fine del suo ragionare; lo pregava che gli dovesse tenderle il cambio del raccontare le disgratie, dicendogli hora potresti ancora tu raccontar le tue, &amp; egli allhora aisse, Hieri per aventura partito della città, presi la strada per andare a Smyrna, &amp; havendo caminato un mezo miglio, un giovane della villa mi venne apresso &amp; mi salutò; e caminato alquanto in mia compagnia mi domandò dove io volessi andare. gli risposi voler essere a Smyrna, &amp; io, disse egli, con buona aventura penso d’andarui &amp; cosi ce n’andavamo di compagnia havendo fra noi diversi ragionamenti, come tra niandanti si costuma essendo per venuti a un’ hosteria, de sino___o insieme, &amp; in questo medesimo luogo, sopra v__tro quattro, &amp; si posero a sedere appresso di noi &amp; mostrando ancor essi di desinare; si guardanamno molto spesso, &amp; si accennavano l’uno all’altro onde io presi sospetto, che costoro deliberassero di farei qualche dispiacere, nondimeno io poteva comprendere cioche i lor cenni volessero significare. Ala <pb n= "86 recto"/>il mio compagno a poco a poco era diventuo pallido, &amp; tuttavia piu temeva, &amp; gia cominciava a tremare. il che essi vedendo, ci saltarono a osso &amp; ci presero legandoci subitamente con le funi, &amp; uno di coloro diede una guanciata al mio compagno &amp; egli essendo percosso, come se havesse havuti mille tormenti, senza esser dimandato da _teuno, disse, Io ho uccisa la giovane, &amp; ho prese cento monete d’oro per premio da Melitta moglie di Thersandro, la qua e mi ha pagato, accioche io facessi questo homicidio ecco le cento monete, che le dò a voi. ma perche volete esser cagion della mia ruina, &amp; invidiar a voi stessi tanto guadagno? Io non havendo prima posto mente alle altre parole, come udì nomina Thersandro &amp; Melitta, non a rimenti che da un sprone mi senti ponger l anima, &amp; alzai la testa, &amp; a mente; volgendomi ver o di colvi dissi, che dici tu di Melitta? &amp; eg i vi pose Melitta à una delle primando_ne, che siano in Epheso, e la era innamorata d’u_ certo giovane, par mi che dicano che egli sia Tiro, &amp; che h ven o una innamorata, la quale ha trovata esser schiava in casa di Melitta, &amp; M litta infiammata di gelosia, trovatala le pre e, &amp; la diede i mano di costvi, che con mia mala ventura incontrai per camino &amp; gli commando che dovesse ucciderla, &amp; egli veramente ha fatto cosi sceler t opera io infelice, che lui non ha v a mai piu veduto ne seco tenuta pratica, ne in fatti, ne in parole, fui menato via insieme con essolvi le gato, come se io in sua compagnia mi fussi trovato <pb n= "86 verso"/>a commetter cotale homicidio. Il peggio è che essendo essi andati poc_ lontano dall’hostaria, havendo dá lui preso i cento ducati, lasciatono lui fuggir via, &amp; mecondussero al Capit no Io poi che intesi la historia de i miei mali; essendomi mancata la voce, &amp; le lagrime, non potei ne lamentarmi ne piangere: ma un subito tremore mi si sparse per tutto il corpo, &amp; il mio core si veniu_ consumando &amp; poco manco che non ab_andonasse l’anima ma poi che dopo al quanto spallo mi fui desto quasi da una ebbrezza, nella quale mi havevano fatt_ cader le parole di colvi; lo dimandai, in che modo huomo condotto per prezzo hai uccisa la giovane? &amp; che havete fatto del suo corpo? Egli poi che hebbe consosciuto haver posto in me lo_stimolo, &amp; fatto l’opera che desiderava; si pose al l’incontro di me, &amp; senza dir nulla se ne stava tacendo. Et dimandoanolo io di nuovo; disse, Mi par che ancora tu ti sia ritrovato a far quest homicidio. onde altro non potei ritrarre, se non che la giovane erà stata uccisa, ma dove, &amp; in che modo non mi vol_e egli dire. Allhora mi vennero le lagrime a gli occhi, &amp; da loro uscendo fuori mostrarono il dolore. Percioche</p>
<lb/>,, si come nel corpo battuto non appaiono subitamente 
<lb/>,, le lividure, &amp; battiture non di subito man 
<lb/>,, dan fuori il lor fiore, ma sponta dopo alquanto spatio:  
<lb/>,, &amp; fi come ohi è stato percosso dal dente del cinghiale
<lb/>,,, subito cerca la ferita, e non la sa trovare, che 
<lb/>,, ella si sta anchora nascosa nel profondo, &amp; non mostra 
<lb/>,, il taglio della piaga fatta, ma poscia in un tratto  <pb n= "87 recto" />
<lb/>,, apparisce un bianca linea, &amp; non molto indugia 
<lb/>,, che’l sangue ne viene, &amp; corre fuori; Cosi l’animo 
<lb/>,, percosso dalla saetta del dolore, gli riman ferito, &amp; 
<lb/>,, ha il taglio fatto dall’arco delle parole. ma la veloce 
<lb/>,, saetta non apre anchora la ferita, &amp; le lagrime da 
<lb/>,, lontano seguono gli occhi, conciosia che le la rime 
<lb/>,, siano il sangue delle ferite dell’animo. quando il dente 
<lb/>,, del dolore a poco a poco harà consumato il core; appar
<lb/>,, fuori la ferita dell’anima, &amp; a gli occhi si apre 
<lb/>,, l’uscio delle lagrime: &amp; poco dopo, che gli è aperto. 
<p>,, saltando fuori. Cosi a me le cose che da prima ascoltai, &amp; che a guisa di saette mi trafissero l’anima, haveano serrato il fonte delle lagrime, le quale usciron fuori dopo che l’anima hebbe fatto alquanto tregua co’l dolore, &amp; io meco medesimo diceva. Qual si maligno spirtto m’ha ingannato con si breve allegrezza? chi mi hà levata via Leucippe per darmi nuova occasione di affani? io di verderla non potei satiar gli occhi, mercè de i quali havea qualche parte di felicità, ne per molto guardare io potei rimanere contento veramente questo piacere è stato simile a quel che si gusta sognando. Dimmi Leucippe quanto volte sei tu morta? in vero anchora non mi era rimaso del pianto, sempre ti piango, succedendo di continuo hor una , hor altra morte ma tutte quelle morti la fortuna fece nascere per prendersi giuoco di me, ma questa non è già givoco di fortuna In che modo, cura Leucippe, mi sei stata uccisa? io in quelle tue false morti haveva pur qualche poco di conforto: percioche la prima  <pb n= "87 verso" />volta mi era rimaso tutto il tuo corpo intero; &amp; la seconda fiata, benche fusse senza testa, io gli diedi se poltura hora a sei tu morta di due morti, &amp; dell’anima &amp; del corpo tu Acampasti di due luoghi di ladroni: ma la casa i Melitta, habitation veramente di corsali, ti ha d ta la morte, &amp; io empio &amp; molvagio in finite volte colei che ti ha fatto uccide e ho basciata, _ con dishonesti abbracciamenti ho tenuta stretta. &amp; a lei rima, che a te ho fatto gratia del piacer venereo. Mentre io cosi mi lameutava; Clinia entrò nella p_igione: al quale raccontai tutta la cosa &amp; che io haveva del tutto deliberato di morire. egli mi con fortava dicendo, _bi sa che ella di nuovo non sia tornata viva? non è ella molte fiate morta? non è anco tante volte risuscitata? perche vuoi tu morir si pazzamente potrai far questo con piu gio, mentre sarai ben erto della sua morte. Ahi rispos’io, sono ciancie coteste. di che maniera ne posso haver maggior certezza? parmi di haver trovate una bellissima via di morire, &amp; tale, che Melitta nemica de gli Dei non andera del tutto senza pena, &amp; ascolta in che modo, Io mi era apparecchiaro, come tu sai. se per aventura si b veva da venire in giudicio, a difendermi dell adulterio che mi è o posto: ma hora sono in tutto di contraria opinione, perche delibero di confessar l’adulterio, &amp; dir che io &amp; Melitta, essendo l’un dell’altro innamor ti, di comune consentimento habbiamo faeta uccider Leucippe, &amp; aquesto modo ella sarà punita: &amp; io abbandonerò questa misera vita Via disse  <pb n= "88 recto" />Clinia, parole più saute. dunque tu havrai ardimento di voler morire per cosi vituperosa cagione, com’è l’esser riputato micidiale, &amp; massimamente di Leucippe? Niuna cosa, diss’io può esser di vitaperio, men </p>
<lb/>,, tre si offende il nimico, &amp; io hora mi ritrovo in simil 
<p>,, caso. Hor, colvi che haveva racconto la falsa morte poco dopo fu tratto di prigione; mostrando che’l Presidente havesse commandato che fusse condotto alla sua oresenza per dover render conto di quello, che gli era opposto. Intanto Clinia, &amp; Satiro mi confortavano, &amp; cercavano, se per alcun modo potevano persuadermi si, che io non dice in gi dicio alcuna di quelle cose, che haveva in animo di dire, ma in vero nulla operarono. In quel giorno adunque tolsi re a pigione una casetta per non dimorar piu appresso il fratello da latte di Melitta. Il di seguente fui menalo in giudicio dove Thersandro, era venuto con grande: apparte chio per accusarmi, &amp; i suoi Avocati erano non meno di dieci? ne con minor sollecitudine Melitta si ra apparecchiata per far la sua difesa. Poiche essi hebbero posto fin: al loro parlare; dimandai che mi fusse data licenza di poter addur le mi ragioni, onde cosi incominciai. Veramente tutti coloro, che hanno parlaro a favor di Thersandro, &amp; di Melitta, hanno detto ciancie, &amp; bugie, ma io ben vi dirò tutta la verità. Io ha veva già una inamorata che di patria era Bizantina, &amp; haveva nome Leucippe: &amp; credendomi che costei fusse già morta, (percioche ella mi fu rapita in Egitto da i ladri) per aventura m’imbattei in questa <pb n= "88 verso"/>Melitta, &amp; havendo insieme preso amicitia, quà no venimmo insieme &amp; trovammo Leucippe, che craschiava di Sosthene, il quale haveva cura delle rosse oni di Thersandro ma come Sosthene havesse per ischiava una giovane libera, &amp; che pratica tengono con lui i orsali lo lascio consider r a voi. Poscia, che Melitta hebbe i teso ch’io haveva ritrovata la mia prima amici, temendo, che di nuovo non inchinassi l’animo e lei; deliberò di farla uccidere allqual cos___ (percioche per qual cagione non si ha da dir la verità?) io acconsentij promettendo Melitta farmi padrone di tutti i suoi lent. indusse adunque uno che per premio facesse quest’homicidio, &amp; la sua mercede facento monete d’oro. Egli havendo fatto quanto gli er stato imposto; se ne fuggi, &amp; da quell’hora inanzi non si è mai più veduto. Ma subitamente Amore ha presa vendetta di me percioche havendo inteso lei esser morta; mi venni a pentire &amp; a pianger l’error mio. io l’amava, &amp; ancora l’amo, &amp; vengo ad accusar me stesso. accioche mi mandiate alla mia amata. conciosia ch’io non possa hora vivere, essendo micidia le, &amp; amante di colei, a cui feci tor la vita Havendo io cosi parlato; restarono tutti pieni di stup re; &amp; m scimamente Melitta. Oli Avocati di Thersandro con grande allegrezza gridando mostravano haver ottenuta la vittoria ma quei di Melitta le dimano vano, sele cose che io ha eva dette, fussero vere. ella in parte riman_u turbata in parta egava, &amp; parle ne diceva e bello studio oscur me te confessava  <pb n= "89 recto"/>di conoscere Leucippe, &amp; confermava cioche io havea narrato, ma non già l’homicidio, onde essi. percioche la maggior parte della cosa era conforme a i miei detti, hebbero sospetto di Melitta &amp; non sapevano quali ragioni dovessero usare per difenderla In tanto Clinia, facendosi quivi nel giu ticio grandissimo tumulto, si fece innanzi, &amp; disse, _oncodete anche a me gratia di poter dir. alcune parole, poi che la co_tesa e della vita d’un’huomo Ilche havendo impetrato, còn gl occhi pieni di lagrime, inconunciò di questa ma tera, Signori Ephesi, non vogliate senza diligente con _ deratione condan_are a morte un’huomo, ch’è sommame te bramo o di mortre (&amp; in vero la morte naturalmente è le medicina:  &amp; il rimedio de gli infelici.) conciosia che egli falsamente si habbia attribuito la colpa de gli huomini scelerati, per partir egli la pena ch essi meritariano di portare. io qual siano io sue infelicità vi diro brevemente. Costvi amava quella giovane, si come egli v’haraccontato, &amp; non ha punto detto bugia, che i corsali la rap rono, &amp; che Sosthene l’haveva comprata &amp; tutto cio che egli v’ha narrato ananti che sia venuto a dir della morte di lei; &amp; in vero la cosa è andata di questa maniera Costei è stato in un subito levata via, &amp; non so in che modo, o se alcuno l’habbia uccisa, o se pur da qualche uno rapita anchora viva. ma quest’ v a cosa so ben io di certo, che Sosthene l’amava, &amp; che per ridurla a fare il piacere suo asprissimamente l ha flagellata ma non ha perciò  <pb n= "89 verso" />ottenuto quel che desiderava: &amp; similmente io so ch’o gli è molto amico de’corsali. Costui adunque istimando che la giovane sia morta; non vuol piu vivere, &amp; però è venuto ad accusar se medesimo falsamente di tale homidicio, &amp; che egli brami di morire spinto dal dolore, che ha preso della morte di quella giovane, egli istesso l’ha confessato. Considerate voi, se uno che veramente habbia ucciso un’altro, debbia desiderar di morir dopo lui, &amp; non possa patir di stare in vita, che è cosi pietoso micidiale? &amp; che odio è questo cosi amorevole? Deh non per Dio, non gli credete, &amp; non fate dare la more a quest’huomo, degno piu tosto di compassione, che di pena. Se egli, si come ha detto, ha fatto uccider costei; dica chi sia questo che per danari ha commesso l’humicidio, mostri dove sia il corpo della morta giovane &amp; se non si nomina l’homicida, &amp; non vi è il corpo morto, chi ha giammai udito homicidio di tal sorte? Io amava Melitta, dice egli, &amp; percio ho fatto morir Leucippe: Come adunque accusa Melitta esserne consapevole, se le porta cotanto amore? &amp; hora desidera morir per Leucippe, la quale ha fatto uccidere? Puote esser che uno habbia un odio la cosa amata, &amp; che ami la cosa odiata? Et non si dee piu tosto credere, che se ben fusse stato convinto di haver fatto far l’hoicidio, lo negarebbe per saluar l’amata, &amp; per non perder la vita in vano? per qual cagione adunque incolpa egli Melitta, se ella in ciò non ha commesso fallo alcuno? Ma anchra questo dirò di anazi a voi &amp; alli Dei. Non pensare <pb n= "90 recto"/>che io parli di questa maniera per caluniar questa donna, ma per dirvi come è passato il tutto. Melitta era oltra misura accesa dell’amor di costui: &amp; parlarono insieme della nozze prima, che questo Thersandro morto in mare risuscitasse, ma questo giovane non era disposto a ciò, ma molto arditamente rifiutava di far le nozze. In questo mezzo havendo, si com’egli ha detto, ritrovata l’amica sua, che riputa va che fusse morta esser viva appresso di Sosthene; molto maggiormente si allontanò da voler acconsentire al desiderio di Melitta: la quale prima che sapesse che la giovane era amata da costui, trovandola in poter di Sosthene, si mosse a compassione di lei, &amp; la fece sciogliar dalle catene, nelle quali Sosthene la teneva legata, &amp; la ricevette in casa sua, &amp; oltra di ciò le fece quell’honore, che si conveniva fare a persona libra, benche in infelice conditione si ritrovi. Ma poi che s’avidde della cosa: la mandò in villa per suoi servigi, &amp; da indi in qua ella non s’è mai piu veduta, Et che io di questo non dica la bugia: Melitta lo confessa, &amp; due fanti, in compagnia delle quali la mandò in villa. Una cosa adunque ha indutto costvi ad haver questo sospetto, cioè che per gelosia Melitta habbia fatto uccider Leucippe; &amp; l’altra che nel sospetto l’ha confermato, è per una caso avenuto in prigione, &amp; l’ha indutto ad esser crudele contra di se medesimo &amp; di Melitta Un certo huomo, che è in prigione, piagendo, &amp; lamentandosi della sua infelice sorte, raccontava come egli in viaggio s’accompagnò con uno,  <pb n= "90 verso" />che esso non sapeva che fusse micidiale, &amp; che colvi haveva fatto cotal homicidio per danari, &amp; di eva che la persona, la quale a far ciò per prezzo l’haveva indutto, si chiamava Melitta, &amp; l’uccisa Leucippe. Il che se sia stato cosi; io veramente no’l so ma ben voi lo potete sapere voi havete l’huomo in prigione. vi sono le fanti, &amp; vi è Sosthene, egli vi dirà da chi habbia havuto Leucippe per ischiava, queste come ella sia stata levata, &amp; quello vi scoprirà chi sia stato il micidiale per mercede condutto. Ma prima che intendiate ciascuna di queste cose; non è opera ne de giustita, ne di pietà dar la morte a questo misero giovane dando voi fede alla pazzia della sue parole: che in vero egli per dolore è divenuto pazzo. Havendo Clina detto queste cose, a molti parvero le sue parole degne di fede: ma gli Avocati di Thersandro &amp; tutti quei suoi amici che vi si trovavano presenti, gridavano, che si doveva fer morire l’huomicida, il quale per divina providenza havevano palesato se medisimo. Meltitta finalmente appresentò le fanti, &amp; voleva, che Thersandro appresentasse Sosthene, il quale forze haveva uccisa Leucippe. Et tal cosa dimandava no quei, che havevano preso a difender Melitta Thersandro temendo di esser discoperto, ascosamente mando uno di quei che lo favorivano, a Sosthene in villa, con mandandogli, che subitamente se ne dovesse fuggire, prima che i ministri del magiratovi andassero. Colvi montato a cavalla, con grandissima fratta n andò a Sosthene, &amp; gli mandò il pericolo, che se egli era preso; <pb n= "91 recto"/> saria posto al tormento. Allhora Sosthene per aventura si trovava casetta dove stava Leucippe. cercando d’indurlo a far il suo volere: ma essendo elgi dai messaggiero ad alta voce, &amp; con molto spavento chiamato, usci fuori: &amp; havendo inteso il fatto, tutto pieno di pavra, parendogli che già gli ufficiali del magistrato dovessero quivi giugnere, montato a cavallo con grandissima sretta cavalcò verso Smyrna, &amp; il messo se ne tornò a Thersandro. Ma perche, come </p>
<p>,, verissimamente si suol dire, la pavra f i perder la memoria, Sosthene essendo stato soprapreso dalla pavra del fatto suo, si dimenticò d’ogni cosa, se ben l’haveva di nanzia gli occhi; per il grande spavento, si che ancho gli uscì di mente di serrar l’uscio, dove serbava Leucippe, ne è maraviglia, percioche i servi in quelle cose </p>
<lb/>,, che temono, sono fuor di misura timidi. In questo me 
<p>,, zo Thersandro, essendo stata fatta questa dimanda da Melitta. fattosi avanti cosi disse: costvi (chiunque egli si sia) molto sufficientemente ha racconte delle novelle, ma ben mi sono maravigliato, che voi siate si privi di giustitia, che havendo preso l’homicida nel fatto istesso (benche sia molto piu l accusar se medesimo) non lo diate hormai nelle mani del carnefice: ma sedete ascoltando questo ingannatore, che si acconciamante sa fingere, &amp; lagrimare, il quale io reputo che essendo anch’egli partecipe dell’homicidio stia in pavra del fatto suo. onde non veggio, che sia dihisogno mettendolo al tormento essaminarlo, essendo di tal cosa cosi manifestamente convinto. Ma, al mio parere, <pb n= "91 verso"/> </p>
<p>egli ha commesso un’altro homocidio percioche Sosthene, il quale costoro mi dimandando, hoggi è il terzo giorno che non si è veduto, &amp; è d’haver qualche sospetto, che per loro insidir non sia stato ucciso, percioche egli mi fece intender l’adulterio commesso da mia mogliere. onde mi par cosa ragionevole, che essi l’habbiano fatto morire. e sapendo essi ch’io non posso adurlo in giudiciò; malitiosamente hanno di lui fatto questa dimanda. Ma concediamo ch’egli sia vivo, e non morto, &amp; che qui fusse presente che altro si converrebbe intender da lui, se non se havea comperata la fanciulla? Concedasi ch’egli l’habbia comperata, se la teneva, come dice Melitta, era per conto mio. Sosthene, confessate queste cose, è assoluto. Ma rivolgansi hora le mie parole a Melitta; &amp; a Clitophonte. Voi che havete tolta la mia serva, che n’havete fatto dilei? mia serva in verità ella, era havendola comprata Sosthene. &amp; se fusse viva, &amp; costvi non l’havesse uccisa; con ognira gione era mia Schiava. Queste parole diceva Thersandro con malitia, accioche, se per l’avenire Leucippe fusse tornata viva, la potesse riducere in servitù. Di poi egli seguì: Clitophonte ha confessato d’haverla uccisa, &amp; enne per patir la pena. Melitta nega, contra di lei sono gl’indicij delle fanti. Et se si mostra, che esse hanno havuta Leucippe da Melitta, &amp; che poi non è con loro piu ritornata; che hanno dunque fatto di lei? dove, &amp; a chi l’hanno mandata? Non è adunque cosa manifesta, che essi habbiano commesso ad alcuni che l’uccidessero? &amp; le fanti, come è cosa ragionevole, <pb n= "92 recto"/>non gli hanno veduti: acciocha l’homicidio fatto in presenza di piu testimoni non arrecasse maggior pericolo, &amp; la lasciarono, dove era nascosa gran moltitudine di ladroni, onde è possibil che le fanti non habbiano veduto il fatto. Ha egli similmente finto, che un certo prigionero habbia racconto l’homicidio. Ma chi è questo prigionero, il quale non ne ha detto cosa alcuna al Prefetto, &amp; a costvi solo ha scoperto il secreto dell’homicidio? questo è, perche egli ha conosciuto costvi essere stato compagno suo in cotal misfatto. Non volete poi por fine di ascoltar queste sciocche ciancie? &amp; volete tener per giuoco tali, &amp; si nuove cose? pensate che senza voler d’Iddio costvi habbia accusato se medesimo? Havendo cosi detto Thersandro, &amp; giurato, che egli non sapeva quel che fusse stato fatto di Sosthene; parve al capo de i giudici (il quale era di schiatta regale, &amp; giudicava nelle cause capitali, &amp; secondo l’ordine delle leggi haveva appresso di se Consiglieri huomini di vecchia età, i quali si haveva presi per deliberar delle cause) gli parve adunque, havendo considerato la cosa insieme co i suoi assistenti, di condannarmi alla morte secondo la legge, la qual commandava, che chiunque accusava se medesimo; fusse morto. Di Melitta fecero deliberatione, che sopra l’essamine delle fanti si facesse un’altro giudicio, &amp; che Thersandro ponesse il suo giuramento in iscritto di non saper che cosa fusse stato di Sosthene, &amp; io come reo già condannato, mettendomi al <pb n= "92 verso"/> </p>
<p>tormento fussi ess minato, se Melitta era con’apeno le dell’ho micidio. Et esse do io gia legato, &amp; ispogliato. &amp; levato in alto pendendo dalle funi, &amp; havendo alcuni portato i flagelli &amp; alcuni il fuoco &amp; le rote, &amp; Clina piangendo tuttavia. &amp; pregando gli Dei che mi dessero aiuto. si vede venire in piazza il Sac rdote di Diana coronato di lavro. Il che è segno che sia ne venute genti forestie e per far sacrificio alla Dea. &amp; menire ciò avenina; s’intermetteva di far tu _e le condannagioni insino a tanti giorni che fussero finiti, &amp; cosi allora io fui sciolto Colvi che faceva far questi sacrificij, er Sostrato padre di Leucippe percioche i Bizantini, essendo loro apparita Diana nella guerra che facevano contro quei di Thracia, essendo rimasi vittoriosi, istimarono che fusse ragione vol cosa di mandare a farle sacrificio per renderle gratie dell’aiuto dato loro a ottener la vittoria Oltra di ciò privatamente era apparita in sogno a Sostrato, &amp; nel sogno gli mostrava che egli ritrovarebbe la sua figlivola in Epheso, &amp; similme te il figlivolo di suo fratollo. In questo te apo Leucippe vendendo l’uscio della casetta esser aperto, &amp; che Sosthene non vi era, guardava ch’egli non fosse quivi d’intorno. ma poi che non lo vidde in luogo alcuno; le entrò nell’anima la solita speranza, &amp; audacia percioche le tornò alla memoria, come ella spessefiate oltra la sua opinione si era salvata. prese speranza nel presente pericolo, &amp; usò il favor della fortuna: che essendo il tempo di Dia na vicino a quella villa, a quello correndo n’andò, &amp;  <pb n= "93 recto" />in quello entrò. Et per antica legge era vietato alle donne libere d’entrarvi. ma ben era permesso a gli huomi i, &amp; alle vergini &amp; e donna alcuna v’entrava; era punita di pena capitale se peraventura non era serva che fusse chiamata in giudicio dal padrone alla quale era lecito di ricorrere a pregarlo Dea, &amp; il _refetto giudicava tra lei e’l padrone: &amp; se’l padrone non le haveva fatto ingiuria; di nuovo ripigliava la sua serva, giurando egli di dimenticarsi del l’ingiuria fatta gli per esserse e fuggita, &amp; separava che la serva giustamente si lament sse; rimaneva quivi aservigi della Dea. In quel mezo che Sostrato me nava il Sacerdote al palazzo per far differir la giustitia; Leucippe giunse al tempio, di maniera che poco mancò, che non s’incontrasse nel padre. Poscia che fu libero da i tormenti per l’esser levato via il tener ragione; gran moltitudine di persone con molto strepito mi era d’intorno: della quali alcune mi haveano compassione della mia disaventura, alcune pregavano Iddio per me, &amp; altre m’interrogavano: tra le quali ritrovandosi Sostrato, fermatosi mi guardò, &amp; riconobbemi. Percioche, come nel principio bel nostro ragionamento si disse, egli era stato in Tyro mentre fu celebrata la festa d’Hercole, &amp; quivi luugamente dimorò molto tempo, prima che noi suggissimo. onde subitamente venne a riconoscer la mia effigie, &amp; malamamente aspettando egli di ritrovarci quivi secondo il sogno havuto Et essendomisi avincinato disse, Questo è Clitophonte, &amp; Leucippe dove è? Io poi che l’hebbi conosciuto;  <pb n= "93 verso" />chinai gli occhi a terra, &amp; I circostanti gli raccontarono tutto ciò che io havea detto contra di me, &amp; egli sospirato, &amp; percossossi il capo mi corse adosso ponendomi le dita ne gli occhi, &amp; mancò poco che non me gli cavasse, percioche io non cercava punto di vietarglielo, anzi accioche mi battesse; gli por geva la faccia, Ma Clinia fattosi avanti lo ritenne racquetandolo, &amp; insiememente dicendoli, che fai tu huomo da bene? per qual cagione cosi pazzamente sei tu adirato contra questo giovane, il quale ama Leucippe molto maggiormente, che non fai tu? &amp; hassi proposto di patir la morte, perche si da a credere che Leucippe sia morta. Et molte altre cose disse per confortarlo: ma egli lamentandosi chiamava Diana dicendo, O Dea, a questo effetto m’hai fatto venire in questa Città questo è quel che nel sogno m’ahi annontiato? &amp; io ho prestato fede alle tuo visioni, &amp; di certo sperava ritrovar qui mia figlivola? ma bel dono in vero è quello che tu mi fai, dandomi in iscambio di lei colvi, che l’ha ucci a. Clinia udendo dir delle visioni di Diana, divene tutto lieto, &amp; disse, Padre habbi ferma speranza, &amp; sia consicuro animo che Diana non mente. Leucippe tua è viva, credi a quanto io indovinando ti annontio. Non vedi tu si come la Dea ha similmente levato via quasi per forza costvi da i tormenti, a i quali si trovava appeso? In tanto uno de i ministri del tempio con molta fretta correndo ne viene al Sacerdote, &amp; alla presenza di tutti gli dice, che una giovane forestiera era fuggita al tempio Il  <pb n= "94 recto" />che havendo io udito; subito presi buona speranza, &amp; alzai gli occhi, &amp; cominciai a ripigliar la vita. Clinia volgendosi a Sostrato disse, Padre, io sono stato in dovino del vero, &amp; rivolto al Nontio gli dimandò se la giovane era bella, &amp; elgi rispose, che trattone fuori Diane, non ne vidde mai una simile. A questo io saltando d’allegrezza gridai, dici tu Leucippe? Cosi e rispose egli: percioche ella ha detto, che tale è il suo nome, &amp; che la sua patria è Bizantio, &amp; suo padre è Sostrato. Allhora Clinia, &amp; con la voce &amp; con le mani mostrava aperti segni diletitia, &amp; Sostrato per soperchia allegrezza cadette; &amp; io cosi legato saltai in alto, &amp; quasi da una machina aventato correva verso il tempio. Coloro che mi havevano in guardia, mi seguitavano, havendosi pensato ch’io me ne fuggissi: &amp; gridavano a quei che mi venivano incontro, che mi pigliassero, ma allhora i miei piedi havevano l’ali, finalmente, essendo io infuriato nel correre, alcuni mi presero: &amp; i guardiani giuntiche furono; mi voleva no battere. ma io essendo già divenuto audace, mi difendeva, &amp; essi mi tiravano per condurmi in prigione. In tanto sopragiunse Clinia, &amp; Sostrato, &amp; Clinia gridava, dove menate voi qnest’huomo. egli non ha commesso l’homicidio, per il quale è stato condannato, &amp; Sostrato in parte replicava le medesime parole, &amp; che esso era il padre di colei, che si tiene che sia stata uccisa, coloro che quivi si trovavano presenti, havendo inteso il tutto, lodavano, e rendevano gratie a Diana, &amp; non permettevano, che mi condussero  <pb n= "94 verso" />in prigione, &amp; i guardiani dicevano, che non havevano auttorità di lasciar andare un’huomo con dan ato alla morte Il tanio il Sacerdote a prieghi di Sostrato si voligò di tenermi, &amp; appresentarmi in giudicio ogni volta che bisognasse, &amp; a questo modo io fui sciolto da i legami, &amp; prestissimamente me n’andai al tempio, dopo ne veniva Sostrato, ma non so se la sua alleggrezza era pari alla mia. Et </p>
<lb/>,, veramente non è huomo alcuno nel correr tanto veloce,  
<p>,, che possa avanzar il volo della fama: la quale allhora prima di noi già era giunto a Leucippe, &amp; le haveva &amp; di me &amp; di Sostrato ognì cosa raccontato Subito che ella ne vidde; saltò fuori del tempio, &amp; abbracciava suo padre, &amp; teneva gli occhi volti verso di me. Io stava fermo, &amp; per la vergogna ch’io haveva per rispetto di Sostrato, mi riteveva dicorrer ad abbracciarla, ma era tutto intento a remirar il suo volto, &amp; cosi l’un l’altro ci salutavamo, &amp; abbracciavamo con gli occhi. </p>
<pb n= "95 recto"/>
<lb/>Alessandrino, dell’amor di Leucippe, &amp; di Clitophonte. 
<lb/>LIBRO OTTAVO
<p>MENTRE noi volevamo ponendoci a sedere riposarci, &amp; ragi onar de gli avenuti accidenti, Thersandro, menando seco alcuni testimoni, entrò nel tempio, &amp; ad alta voce verso il Sacerdote disse, Io in presenza di questi testimoni ti faccio intendere che non hai fatto cosa honesta asciogliere un’huomo, che secondo le leggi era condannato _ola morte. oltra di ciò tu hai la mia serva, femina impudica, anzi impazzita dell’amor de gli huomini. costei come la guarderai tu?. Io vedendo chiamar Leucippe serva, &amp; donna impudica; hebbi un grandissimo dolore, &amp; non potei sopportar le ferite di simil parole: ma mentre egli ancora perlava, dissi, Servo, &amp; impudico sei tu: Leucippe è libera, &amp; vergine, &amp; degna del favor di questa Dea. Egli udento queste parole, &amp; dettomi huomo reo, &amp; condannato, tu mi dici villania? con un grandissimo impeto mi percosse il volto. &amp; raddoppiò la percossa un’altra volta, di maniera, che abbondanti riui di sangue correvano dal naso; percioche la percossa la diede con tutto il suo sdegno. Ma havendomi la terza volta con poco riguardo percosso, non s’accorge havermi battuto  <pb n= "95 verso" />la bocca, &amp; percossa la sua mano ne i denti, &amp; feritosi le dita gridando fortemente, ritirò a se la mano, &amp; identifeceno vendetta dell’ingiuria fatta al naso: percioche ferirono le dita, che l’havevano per cosso, &amp; la mano pati le pene di quel che haveva fatto Egli per cotal ferita a guisa di vil femina lamentandosi, tirò a se la mano, &amp; cosi cessò di battermi Io havendo veduto qual era il mal ch’egli haveva, finto di non me n’accorgère, mi lamentava dell’oltraggio fattomi da lui, riempiendo il tempio di gridi. Dove, diceva io, potremo noi fuggir dalle mani de malvagi? a quale Iddio dopo Diana ricorreremo? noi semo battuti, dentro ne i tempij, &amp; nelle porte de i tempij semo feriti, cotali sceleratezze si commenttonone i luoghi diserti, dove non è huomo, ne testimonio alcuno ma tu alla presenza de gli Dei usi podestà di tiranno Et le leggi hanno permesso, che i rei fuggit ne i tempij siana sicuri: &amp; io, che non ho commesso fallo alcuno, e son venuto a supplicar Diana, son battuto dinanzi a questo altare, ahme, veggente anco la Dea queste battiture sono date a Diana, &amp; l’ingiuria non è solamente di battiture, ma anchora l’huomo ne riceve ferite nel volto, si come si fa nella guerra, e nella battaglia, &amp; il pavimento è stato imbrattato di sangue humano. Chi fece mai sacrificio a Diana Ephesia di questa maniera? i harbavi, &amp; Tauro fanno cosi, anco apress i Scythi è Diana, &amp; solamente appresso di loro il suo tempio cosi si sparge di_angue, tu hai fatto diventar la donna Scychia, &amp; in Epheso corre il  <pb n= "96 recto" />snague, come in Taurica, prid_ ancho la spada contra di me, ma che ti fa di hisogno il ferro? la mano ha fatto l’usficio della spada, la tua destra è sanguinosa, &amp; micidiale. Mentre io mi lamentava di questo: coneorse gran moltitudine nel tempio, &amp; cosi lo biasimavano &amp; il Sacerdote istesso diceva, come non si vergogna egli far tal cose tanto publicamente, &amp; nel tempio? Allhora havendo io preso ardire s_guitai, _ qua sta guisa, Signori, sono trattato io che sono, &amp; libero &amp; di Città non ignobile, costvi haveva poste insidie ella mia vita; &amp; Diana mi ha liberato, la quale ha discoperto che egli è un calunniatore. Hora mi besogna andare a lavar il volto fuori del tempio; percioche qui dentro nol farei, accioche le sante acque del sangue ingiustamente sparso non siano contaminate. Allora alcuni con gran difficultà tirando Thersandro, lo condussero fuori del tempio; il quale nel partirsi disse queste parole. La tua causa gia è stata giudicata, &amp; poco appresso ne patirai la pena, ma di questa meretrice, che finge d’esser vergine, ne farà guidicio la Sirigna Poi che egli fu dipartito uscito io fuori, mi la vai la faccia, &amp; essendo già l’hora della cena, il sacerdote corresemente ne ricevette, ma io non poteva guardar Sostrato con diritto occnio, essendo consapevole di quel che io haveva commesso contra di lui, &amp; egli avedutosi del rispettoso movimento de g_’occhi miei, si vergognava di guardarmi, &amp; Leucippe per lo piu teneva gli occhi fitti a terra di maniera, che tutto quel convito era pico divergognoso rispetto. Ma seguitando di bevere;  <pb n= "96 verso" />&amp; il vi o, che padre della libertà, scemando a poco a poco la vergona il Sacerdote fu il primo che volto a Sostrato cosi comincio a parlare, Perche ho spate carissimo, non racconti qual sia la vostra historia? percioche mi par comprendere, che sonte_ga accidenti, che non siano spiacevoli d’ascoliare, &amp; simili ragionamenti si convengono grandemente ne i conviti Allhora Sostrato pigliando volentiere occasion di parlare, disse, La parte dell historia, che s’appartone a me, è semplice, &amp; bre_e: percioche il mio nome è Sostrato, &amp; Bizantino la mia atria, son zio di questo giovane, &amp; padre di questa fanciulla. il resto dell’historia, quale ella sia dilla u Clitophone figlivolo senza vergognarti di niente percioche se mi è accaduto cosa alcuna di dispiacere, non è principalmente </p>
<lb/>,, avenuto per tua colpa, ma della fortuna. Oltra di 
<lb/>,, ciò il narrare _i passati affanni, a che n’è uscite fuori 
<p>,, non arreca _ oia, ma dilettatione. Allhora io raccontai ogni cosa del nostro pellegrinaggio. la partita da Tyro, la navigatione, il naufragio, l’arrivare in Egito. la presa di Leucippe il ventre finto a presso la tare, l’astutia di Menelao, l’amor del Capitano, la medicina di Cherea, la rapina de i corsali, la ferita che io hebbi nella coscia, &amp; mostrai la cicatrice Ma essendo venuta a dir di Melitta; io recitava la cosa mia usando grandissima modestia senza dir punto bugia. io narava l’amor di Melitta, &amp; la continenza mia, quanto tempo ella mi pregò, &amp; come non ottenne, mai il desiderio suo, quante cose ella mi prometteva,  <pb n= "97 recto" />&amp; quanto si lamentava. dissi quello che avenne in nave, &amp; la navigatione d’Alessandria ad Epheso, &amp; come amendue giacemmo insieme, &amp; vi giuro per questa Diana, che ella si levò la mattina come femina da femina si suol levare. una sola cosa trappassai de fatti miei cio è l’atto venereo, che poi segui fra me, &amp; Melitta Poi che henni detto della cena, &amp; come falsamente haveva accusato me medesimo, &amp; insino alla venuta di Sostrato con le vittime; questo è diss’io quanto a me è avenuto: ma gli accidenti di Leucippe sono molto maggiori de miei. ella è stata serva, ella ha lavorato la terra, le sono state tagliate le chiome ornamento del capo guarda ch’ella è ancora tosata. Et narava particolarmente com’era passata ciascuna cosa, &amp; venendo a dir di Sosthene, &amp; di Thersandro con piu diligenza io raccontave, &amp; innalzava le cose di lei, che di me stesso, da una parte facendo piacere a Leucippe, anchora che dall’altra non molto piacesse al padre. raccontava dico si come ella haveva patito nel suo corpo molte battiture, &amp; ricevuto ogni oltraggio, salvo che un solo. fuori del quale ella ha patite tutte le altre ingiurie, &amp; è rimasa tale insino a questo presente giorno, qual era quando si di partì da Bizantio: Ne voglio che questa sia mia laude, che havendo preso a fuggire, non ho fatto quello, per la cui cagione io era fuggito, ma sia ragionevolmente di lei, che in mezo de corsali è restata vergine, &amp; ha vinto il peggior di tutti i corsali, dico Thersandro lo stucciato, &amp; ingiurioso. <pb n= "97 verso"/> </p>
<p>Noi padre ci consigliammo di partire, percioche Amore ne perseguitava: &amp; la fuga fu dell’amante, &amp; dell’amata, &amp; nel viaggio siamo stati fratelli l’uno all’oltro di maniera, che se si trova verginità alcuna; io insino al presente l’ho serbata con Leucippe percioch’ella, gia gran tempo desiderava di servare a Diana Ma tu, ò Venere Regina, non prender isdegno contra di noi come da n i ingiuriata non havemo voluto che le nozze siano state senza padre, ecco il padre è qui presente vienne anchor tu, &amp; sij a noi benigna, &amp; favorevole. Havendo udire queste coso il Sacerdote rimase a bocca aperta maravigiandosi di ciascuna cosa ch’io havea raccontata, &amp; Sostrato tanto pianse, quanto io ragionai de i travagli di Leucippe. Et havendo io già finito di parlare, soggiunst dicendo, Voi havete udito le nostre disaventure ma anchor’io cerco d’intender da te Sacerdote una sota cosa, cioè quel che vuol significar la Syringa, della quale ultimamente Thersandro partendosi parlando contra di Leucippe, fece mentione. Veramente disse egli, tu hai fatto degna &amp; bella dimanda, &amp; à noi conviensi, che sappiamo la cosa della Syringa che la diciamo a quei che qui sono presenti. &amp; havendo io detto, che gli renderei gratie della sua narratione, seguitò. Vedi tu quel bosco di la del tempio? in quello è vita spilonca, nella quale alle donne è vietato, &amp; alle vergini fanciulle e conceduto di entrare. dentro alla porta della spelonca è appresa una piccola Syringa. Se appresso di voi Bizantini è in uso cotale strumento, <pb n= "98 recto"/>potete intender quel ch’io dico, ma se alcuno di voi è che non habbia pratica al tal musica, horsu io vi dirò quale ella è, &amp; anco per questa cagione tutta la favola di Pan La Syringa, sono molte sampogne, &amp; le canne delle sampogne ciascuna da per se &amp; tutte insieme rendono suono come una sola sampogna: elle sono poste per ordine l’una congiunta all’altra, dinanzi, &amp; di dietro sono di ordine equale, le canne corte mancano alquanto da queste, che sono maggiori delle seconde quanto le seconde sono maggiori delle terze, &amp; cosi aproperitone il resta delle canne, ciascuna diquelle dinanzi son pari, &amp; quella che è di dentro e nel mezo per esser dispari, &amp; la cagion di cotal ordine è stata, accioche sufficientemente serva all’harmonia percioche la canna, che rende suono piu acuto, sta di sopra, &amp; cosi di mano in mano discendendo, &amp; amendue le estreme sampogne hanno la prima voce grave nell’uno, &amp; nell’altro lato, &amp; quelle che stanno nel mezo di queste sono gl’intervalli della consonantia, di tutte le canne di mezo ciascuna a questa che le è vicina rendendo suono acuto quello congiunge con l’ultimo grave. Et quella vertià di voci che fa la tibia di Pallade, rende la Syringa di Pan ma in quella le dita reggono il suono; in questa la bocca del sonatore im ta le dita, in quella il sanatore chiude gli altri fori, &amp;, n’apre uno, onde esce il siato, in questa lascia andar libere le altre canne, &amp; pon le labbra a una sola, la quale egli vuol che venda suono: &amp; hora salta ad una, &amp; hora ad un’altra, dove  <pb n= "98 verso" />à piu soave l’harmonia del suono. &amp; cosi la sua bocca va saltando d’intorno alle sampogne. La Syringa de prima non era ne sampogna, ne canna, ma una giovane bella, quanto giamai fi pottesse giudicare. Pan adunque correndole dietro mosso da amoroso desia, la sguitava, &amp; ella fuggendo entrò in una spessissma selva, &amp; Pan segvendola a gran corso, porsa la mano come per pigliar lei, &amp; pensavasi di haverla presa, &amp; tenerla ne i capegli, ma si trovò haver foglie di canne nelle mani: percioche dicono stioster andata sotterra; &amp; la terra in vece di essa haver partorito canne. Pan mosso da sdegno tagliò le canne, come quelle che gli havevan furato, &amp; ascoso la tua amata, ma poi che non la potè trovare, istimando che ella si fosse ascosa nelle canne, si rammaricava d’haverlo tagliate pensandosi d’haver uccisa la sua amata, havendo adunque raccolte le tagliate canne, come se fussero state membra del corpo, &amp; in un corpo insieme aggiunte, le teneva in mano, ha sciando ì tagli di esse. onde il fiato passando per i stretti fo i delle canne, mandò fuori il suono, &amp; la Syringa hebbe voce. Questa Syringa adunque dicesi che Pan la pose quivi, &amp; spesse volte egli se ne viene attorno la spelonca, sperando che la sua amata donna vi venga. Ne i tempi che poi seguitarono, gli habitatori di questo paese. stimando di far cosa grata a Diana, le sacrarono la Syringa, con questa conditto ne, che non lasciariano entrare nella spelonca donna che vergine non fusse. Quando adunque occorre, <pb n= "99 recto" />che alcuno habbia sospetto, che alcuna donna non sia vergine, il popolo la conduce insino alla porta della spelonca, &amp; la Syringa ne fa il giudicio di questa maniera: La giovane che è accusata, vi entra dentro vestita d’un vestimento, che a cosi solenne effetto si costuma che ella porti, &amp; uno serra la porta della spelonca, &amp; se la giovane è vergine; s’ode un sovavissimo, &amp; quasi celeste suono, o sia perche il luogo serba un sonante, &amp; harmonioso spirito nella Syringa, o pur forse Pan istesso venga a somare, &amp; non molto dopo la porta della spelonca s’apre da se stessa, &amp; vedesi la giovane coronata d una ghirlanda di foglie di pino. Ma se falsamente harà detto di esser vergine; la Syringa tace, o in vece di harmonia manda fuori della spelonca voce di pianto onde il popolo lasciandola qui vi in abbandono, si di parte. Dopo il terzo giorno una vergine sacerdotessa, che ha cura del luogo, andando nella spelonca trova la Syringa caduta a terra, ma la giovane non si vede piu. Si che apparecchiatevi a provar come passarete questa fortuna: &amp; pensativi molto bene, percioche se Leucippe è vergine (si come io desidero) andiate liete, &amp; sicuri, che havrere la Syringa favorevole, che certamente il suo giudicio è stato sempre vero, &amp; giusto ma se ella non è voi sapete ben, ch’egli è verisimile, che una, la qual si sia ritrovata in tanti travagli, sia stata astretta a far delle cose contra suo volere. Allora Leucippe al Sacerdote, che voleva seguir di dire, disse: Di quanto s’appartiene a me, non dite piu, ch’io sono prontissima a  <pb n= "99 verso" />entrar nella spelonca, della Syringa, &amp; senza che alcuno ferri la porta, si chiuder a da se medesima. Tu dici cose, che m_ sono molto, grate, &amp; tecco mi rallegro della tua contineaza; della tua buona furtuna. Ma essendo gia venu a la sera; ciascuno di noi se n’andò a dormire, dove il Sacerdote haveva ordinato. Clinia non era rimaso a cena con noi, per non esser di troppo carico al cortese albergatore: ma egli si ridusse là dove il giorno innanzi si era riparato Et veramente io viddi Sostrato esser rimaso tutto confuso, havendo inteso la virtù della Syringa, dubitando che noi per vergogna non fingessimo questa verginità. onde io di nascoso accevai a Leucippe, che rimovesse il padre da quella opinione con quel modo ch’ella stimava potergli persuadere: &amp; parvemi ch’ella havesse, questo medesimo sospetto, si che subitamente m’intesse, &amp; prima ch’io le havessi fatto di cenno; ella haveva pensato qual piu convenevol persuasione potesse usare. Dovendo ella adunque andar a dormire, salutando il padre humilmente gli disse, Padre resta sicuro di me, &amp; credi, quel che noi habbiamo detto, che ti giuro per Diana, ne l’un ne l’altro di noi ha mentito. Il giorno seguente Sostrato, &amp; il Sacerdote erano occupati intorno a i sacrificij, i quali già erano apparecchiati, &amp; vi si trovavano presenti i magistrati, &amp; con liete voci celebravano le laudi della Dea. Thersandro, che anch’egli per aventura vi si ritrovò, fattosi innanzi al Presidente disse, Differisci i nostri giudicij a dimani i poi che alcuni <pb n= "100 recto"/>hieri hanno liberato, colvi, che tu havevi condannato a morte, &amp; Sosthene non si trova in luogo alcuno. Fu adunque il giudicio prescritto differito per il di seguente. Noi ci apparecchiamo a esser molto ben provisti. Essendo già venuto’l giorno determinato; Thersandro, parlo di questa maniera, Non so con quali parole, ne da qual parte io habbia a cominciare; ne chi prima, &amp; chi poi debbia accusare: Percioche molte cose temerariamente fatte, in un medesimo tempo mi si rappresentano, &amp; niuna di esse di grandezza è all’altra seconda, &amp; tutte sono per se stesse chiare, le quali io questa causa non toccherò. ma temo bene, che’l mio parlar non esplichi quel che ho conceputo nell’animo, trahendo la memoria della altre la lingua a dir di cia scuno. Percioche la fretta di voler dir quel che fin’hora non è stato detto, mi toglie di poter finir quel che già cominciai a dire. Poi che gli adulteri uccidono i servi altrui, il micidiali commenttono adulterio con le altrui moglieri, i ruffiani c’interrompono i sacrificij, &amp; le meretrici contaminano i sacrati simi tempij, &amp; euui chi fa citar le fanti, &amp; i padroni; quale sceleraggine, adulterio, impietà, &amp; homicidio, non si metterà ciascuno a fare? Condannate pur a morte chiunque volete per qualunque cagion si sia, che nulla importa, &amp; legato mandatelo in prigione, e fatelo serbare al supplicio: che costvi in vece della funi, vestito di biano vestimento è qui alla presenza vostra, &amp; essendo reo sie messo a star nell’ordine delle persone libere. &amp; forse anche <pb n= "100 verso"/>haverà ardire di parlar contra di me, &amp; contra la vostra sentenza. Ascoltate come voi havete sententiato, &amp; perche vi è paruto condannare alla morte Clitophonte. Dove è adunque il carnefice? strascinalovia di qui, dagli hormai il veleno; egli inquanto alle legi è gia morto, &amp; è passato il giorno del supplicio. Che dici tu venerando &amp; honorato Sacerdote? in quai leggi sacre si trova scritto, che sta lecito di toglier dalla giustitia, &amp; scioglier dalle funi coloro che dal consilio, &amp; dal sommo magistrato sono stati condannati alla morte, &amp; alla prigione? &amp; che si convenga da se stesso prendersi quella auttorità che hanno i giudici, &amp; il Prefetto? Lievati suso dalla tua fedia, o Prefetto &amp; concedi a custvi il tuo principato, &amp; la potesta del giudicare. Da hora inanzi non harai auttorità di far cosa alcuna, ne libertà di con dannar gli scelerati, poi che hoggi costvi libera chiunque egli vuole. Ma perche, o Sacerdote, stai qui fra noi come una persona privata? perche non astendi, &amp; non ti poni a sedere nel tribunale del Presidente &amp; giudica tu per l’avenire, overo commandaci tirannicamente, togliendo via tutte le leggi, &amp; tutti i giudicij? oltra di ciò non ti riputar del tutto huomo ma poi che ti hai usurpati gli honori di Diana, fatti anco adorare. Conviensi a Diana sola salvar coloro, che ricorrono a lei, ma quegli però, i quali non sono stati condannati, &amp; la Dea non ha mai sciolto alcuno, che sia stato legato per reo: ne alcuno ne ha liberato, che sia stato giudicato a morte. gli altari sono  <pb n= "101 recto" />il rifugio de i miseri, non de gli scelerati, nondimeno tu hai liberato chi era legato, per reo, &amp; assoluto chi era condannato a morte, &amp; a questo modo tu hai voluto haver maggior autorità di essa Dea. Qual mici diale ha mai in vece della prigione habitato nel tempio? &amp; un’adultero appresso una casta Dea. O sceler tezza indegna, l’adultero è appresso la vergine? e con lui insieme vi è la impudica femina, che si è fuggita dal suo padrone? la quale, si come si è veduto, tu hai albergata, &amp; in una medesima stanza hai dato loro albergo &amp; convito, e forse tu Sacerdote ti sei giaciuto con lei. il sacro tempio l’hai fatto diventare scelerato albergo, l’habitatione di Diana è diventuta casa d’adulteri, &amp; camera di meretrici, &amp; cose simili appena si fanno ne i disonesti alberghi di roffiane. &amp; questo mio primo parlamento è stato contra questi due, l’uno de quali stimo che patirà le vene della sua temeraria prosontione; &amp; l’altro commander ete che sia dato al supplicio. Resta hora secondariamente che io dica contra di Melitta inquanto all’adulterio contra la quale non mi bisogna dir altro, essendosi già deliberato d’investigar la verità essaminando le fanti Queste adunque dimando io le quali se essaminate dirano di non sapere che questo condannato lungo tempo si sia a lei congiunto, &amp; non solamente in luogo di marito; ma di adultero sia dimorato in casa mia; io le rimeto ogni colpa &amp; le do la causa vinta. Ma se sarà il contrario; che ella secondo la legge perda la dote, la qual si serbi a me: &amp; cosi vi porti la debita pena de gli  <pb n= "101 verso" />adulteri, che è la morte. Et per qual di due cagioni egli morra; o come adultero, o come micidiale, essendo reo di amendue queste sceleratezze, patendo la pena non harà satisfatto, percioche se ben muore; egli rima debitor d’un’altro morte. Resta hora ch’io par li di questa mia serva, &amp; di questo venerand_ suo padre finto. ma di cio ___ri erbo adir dopo che voi hare te deliberato di queste altre cose, &amp; havendo cosi detto; si tacque. Allora il Sacerdote. il qual nel parlare era di non picciol valore, &amp; era principalmente studioso delle comedie d’Aristophane. fattosi avanti egli cominciò a dire faceramente, &amp; con maniera da Comico, toccando la lasciva vita di Thersandro, con queste parole. Veramente il dir mal de gli huomini tanto sfac_iatamente è ussicio di malvagia lingua. la qual costvi non solamente qui; ma in ogni luogo l’ha usata per ingiuriare altrui Egli da fanciullo teneva pratica con huomini dishonesti, &amp; con loro consumò la sua fiorita età: mostrava d’esser honesti simo, fingeva grandissima modestia, &amp; dava a veder di amar sommamente le buone discipline. in tutto però sempre sottomettendo, &amp; inchinando il suo corpo con gran dishovestà Percioche havendo lasciata la casa di suo padre, tolse a pigione un picciolo, &amp; ristretto luogo, &amp; quivi hebbe sua habitatione, &amp; spesse volte recitava, &amp; cantava versi in piazza, &amp; tutti quegli, che esso riputava atti a quello, che egli desiderava, se gli faceva compagni, &amp; gli riceveva appresso di se, &amp; a questo modo si pensava  <pb n= "102 recto"/>di essercitare il suo animo, &amp; la hippocrisia era il velo della sua sceleraggine, Oltre di ciò l’habbiamo veduto ne i Ginna sij, come si ungeva il corpo come correva lo studio, &amp; tenendo abbracciati ques giouvani, cò quali lottava, &amp; cò i piu gagliar di usana ancora in questo il suo corpo dishonestamente, &amp; tale era la sua vita, mentre fu giovanetto. Poi che fu giunto alla età virile; mostrò palesemente tutte quelle cose, cha egli haveva tenute celate &amp; non potendo già piu in ciò adoperare il suo corpo, lasciò stare, &amp; ossottigliò la lingua a dir mal d’altrui, &amp; usò la bocca in ogni vituperio, biasimando tutti egli, veramente porta nel volto la sfacciataggine, che non havuto vergogna di vituperarsi villanamente alla presenza vostra colvi, che voi havete stimato degno del Sacerdotio, &amp; se io per aventura fussi vivuto altrove, &amp; non appresso di voi; mi bisognava ragionar lungamente di me, &amp; di quei che me cosono vivuti. Ma poi che voi sapete che la mia vita è stata lontana da i biasimi, che costvi mi dà; horsu io risponderò a quello, di che egli mi accusa. Dice che io ho sciolto uno ch’era condannato a morte, &amp; sopra di ciò acerhamente, &amp; con grave sdegno si è lamentato, chiamandomi tutta via tirano, &amp; molte altre cose ha dette esclamando contra di me. E egli tirano colvi, che conserva non i caluniator; ma coloro che non hanno fatto ingiuria ad alcuno, ne sono stati condannati ne dal consiglio, ne dal popolo? Dimmi per vigordi quai leggi primamente hai tu messo in prigione questo  <pb n= "102 verso" />giovane forestiere?  qual Presidente ha commandato? quai Giudici hanno imposto, che sia legato questo huomo? Ma poniamo che habbia commesso tutto cio che hai detto; sia primamente accusato, &amp; con prove convinto, &amp; habbia spatio di potere, ad ducendo le _ ve ragioni, difendersi la legge, la quale è padrona di te &amp; di tutti gli altri, lo faccia legare. niuno è piu possente dell’altro, se non con la forza del giudioio fa serrar adunque il palazzo fa radunar i consigli. fal_u_r viai Capitani, tutte quello cose che hai detto al Presidente contra di me, piu propriamente &amp; con verità si possono dir di te. Signor Presidente lievati suso, &amp; fariverenza a Tersandro, che solamente in opparenza tu sei Presidente, &amp; egli fa tutto quel che a te s’appartiene operare: anzi fa quel che tu non haresti ardimento _ai fare Percioche tu hai Consiglieri, &amp; senza di loro non ti è permesso di far deliberatione alcuna: ne per tua amorità faresti cosa alcuna, se prima non venissi in questo tribunale: ne stando nella tua casa ordineresti, che fusse preso huomo alcuno, ne messo in prigione. Ma que sto nobile, &amp; generoso huomo è diventato ogni cosa. egli è popolo, Consiglio, Presidente, &amp; Capitano, egli in case sua punisce, giudica, &amp; fa incarcerare, &amp; il tempo del giudicare è la sera. Gentile in vero, &amp; noturno giudice, che hora tutta via grida che io ho sciolto un reo condannato a morte. quel morte? qual reo? dimmi la cagion della morte? Dirai che è stato condannato per homicidio: adunque egli l’ha commesso? <pb n= "103 recto"/>Dimmi chi è questa, la qual tu hai detto che egli ha uccisa? tu la vedi pur viva; &amp; harai anchora ardimento d’incolparlo d homicidio? questa non èl’ombra ò simolacro della faniculla morta, che Plutone l’habbia rimandata al mondo contra di te Tu veramente sei reo di due homicidij: percioche con le parole costei; &amp; con gli effetti costvi ha vuluto far morire, ma molto piu lei: che bene habbiamo inteso cioche tu hai voluto fare in villa. ma Diana la grande Dea amendue gli ha scampati togliendo costei dalle mani di Sosthene; &amp; costvi dalle tue &amp; tu hai fatto levar via Sosthene, per non esser discoperto non ti vergogni tu, che accusando questi due forestieri; vieni a dimostrarti calgnniatore. Et questo mi basti haver detto in risposta de i biasimi, che mi ha dati Thersandro, ma del dir la ragione di questi forestieri ne lascio il carico a costoro. Dovendo adunque parlar in favor mio, &amp; di Melitta un Avocato, il qual era di non picciola riputatione, essendo ragunato il Consiglio, prese occasione di parlar prima un’altro Avocato nominato Sopatro, che favoriva Thersandro, &amp; disse. Per certo Nicostrato (che tale nome haveva il mio Avocato) il primo luogo di parlar contra questi adulteri toca a me: il secondo sara tuo, &amp; veramente le cose che ha dette Thersandro, erano dirizza te solamente conntra il Sacerdote, picciola parte toccando di quanto dovea toccar di questo reo. Quando adunque io harò mostato, che costvi è degno di due mort; allora havrai il tuo tempo di contradire alle ragioni.  <pb n= "103 verso" />Havendo queste cose detto e mentito, sfacci_amente seguitò dicendo, Noi habbiamo udite le comice, &amp; mordaci parole del Sacerdote, rispondendo in tutto con dishonesta, &amp; isfacciatamente alle obbiettioni fattegli da Thersandro, e prese il principio contra Thersandro da quelle cose ch’egli contra di lui haveva detto ma Thersandro non ha punto mentito in tutto quello, che disse contra di costvi: percioche egli ha sciolto questo reo &amp; ha albergata in casa sua la meretrice, &amp; ha conosiuto  l’adultero, e con lui dimorato e quelle cose, ch’egli sfacciatamente ha detto biasimando la vita di Thersandro, son tutte calunie. Ma se cosa alcuna è, che sia convenevole al Sacerdote (percioche io voglio usar le sue parole contra di lui) è il non far con la sua lingua ingiuria ad alcuna persona. Mi son ben sopra modo maravigliato di quelle cose, che egli dopo le facetie ci laciance, apertamente senza oscurità alcuna ha detto, lamentandosi gravemente che noi havendo preso questo adultero, l’habbiamo messo in prigione, et che gran cosa egli ha potuto acquistar con tanto studio? ma si può ben per coniettura comprendere il vero, egli ha veduto il volto di questi lasciui, &amp; dell’adultero, e della meretrice. ella è giovane &amp; bella, &amp; questo giovane è bello, &amp; non è anchora dispiacevole da vedere, ma anchora è buono per i piaceri del Sacerdote. Qual di loro piu ti diletta? con qual di loro hai preso maggior piacere? percioche tutti mangiate, e dormire insieme, &amp; la notte niuno è stato a vedervi io dubito che’l tempio di Diana l’habbiate fatto diventar di  <pb n= "104 recto" />Venere. ma se volemo considerare il sacerdotei, veramente non bisogneria, che tu have si questo honore La vita di Thersandro la sanno tutti, &amp; dalle prima età la sua continenza accompagnata con la modestia è manifista, &amp; è _oto a ciascuno, che essendo egli pervenato alla et a virile, secondo l’ordine delle leggi prese mogliera benche in ciò del suo giu ticio rimanesse in gannato conciosia ch’egli non la trovasse qual hebbe speranza che fusse, prestando fede alla nobile schtata &amp; all ricchezza di lei. Et è cosa credibile, ch’ella per il passato habbia con qualch’un’altro commesso tal enrore. ma cio era ascoso a questè huomo da bene. Il fine poi della cosa discoperse tutta la vergogva, e diventrò del tutto sfacciata Percioche’essendo il marito andato in paesi lontani, istimò che tal tempo fusse opportuno a commetter l’adulterio, e pigliato ardimento si pose ad amar questo giovane Cinedo, percioche questa è maggior sua infelicità, ch’ella ha un’inamorato tale, che fra li donne serve per huomo, e tra gli huomini serve per donna, Et e stata tanto ardita, che senza timore alcuno non le bastato liberamente, in Città forestiera, consaputa di tutti commetter adulterio con esso lui, ma l’ha condotto qua, essendosi con lui giaciuta per tanto spatio di mare, benche in nave veggendo tutti, ha seco preso amoroso piacere. O adulterio comune alla terra, &amp; al mare. o adulterio che ti estendi dall’Egitto insino nell’Ionia, vi sono delle altre donne che comettono adulterio, ma una sola volta e se alla seconda casceno nel medesimo errore, cercano  <pb n= "104 verso"/>di farlo di nascoso, &amp; tenerlo celato a tutti. ma costei non solamente con la tromba, ma co’l banditore ha fatto paelse il suo adulterio, tutta la Città di Epheso conosce l’adultero. &amp; ella non ha havuto vergogna di portar questo carico, &amp; preciosa merce da paesi forastieri, ma havendo comprato questo adultero se n’è ritornata Ma ella mi risponderà, io mi pensava che mio marito fusse morto s’egli è morto; rimane assoluta. percioche non commette adulterio, ne fa ingiuria al matrimonio colei che non ha marito, &amp; se il matrimonio non si toglie via, perche vive il marito, se ben la mogliera e stata corrotta, ma si commette furto; cosi non vivendo, non è l’adulterio, &amp; vivendo s’intende che l’adulterio vi sia. Mentre ancora Sostrato parlava; Thersandro interrompendolo disse Non bisogna (percioche io propongo due conditioni una a Melitta, &amp; l’altra a costei, che par che sia figlivola di questo huomo, che è venuto a supplicar l’oracolo) non bisogna dico piu far essaminar niuno, come prima haveva detto. ella ragionenolmente è mia sarva. LEGGI. Thersandro propone queste conditioni a Melitta, &amp; a Leucippe (percioche ho inteso che cosi si chiama questa meretrice) a Melitta; che se per tutto quel tempo, ch’io sono stato, lontano non ha commesso adulterio con questo forestiere, entrando nel fonte della sacra Styge, &amp; giurando, sia liberata da quest’accusa: A quest’altra poi, che s’ella è maritata, &amp; libera; che debbia servire al padrone, non essendo lecito, che altri che le serve entri nel tempio di  <pb n= "105 recto" />Diana, &amp; se dice di esser vergine, sia rinchiusa nella spelonca della Syringa. Noi adunque subitamente pigliammo la condizione: percioche ben sapevamo che era vergine. Melitta corfidandosi, che tutto quel tempo, che Thersandro era stato absente, io non le haveva compiaciuto d’altro che di parole; &amp; io ancora, disse, mi contento di questa condizione: et oltra di ciò, questa, ch’è cosa grandissima ma, vi aggiungo di piu, che io questo tempo del tutto non conosco ne forestiero ne cittadino, che meco habbia commesso adulterio, ma se si trovera, che in m’abbia falsamente accusata; che pena hai tu da patire? quella che parrà ai giudici, rispose egli. In queste si levarono i giudici havendo deliberato che’l giorno seguente si venisse alle prove della condizioni. la cosa dell’acqua Stygia stà di questa maniera. Era una bellissima vergine chiamata Rhodope, la qual si dilettava d’andare alla caccia, nel correr veloce, et nel lanciare il dardo molto destra ella n’andava con la benda in testa, et con la gonna saccinta, et raccotla insino al e ginocchia, et a guisa di huomo portava la chioma. Diana la vidde. la lodò grandemente, la chiamo a se, e la messe nel numero delle sue ninfe, et fecela si acomiagna di caccia, alla quale spesso volte andatano insieme, &amp; fra loro la cacciogione era comune. anzi giorò di sempre mai stare appresso di Diana, et fuggir la dimestichezza de gli huomini, ne sopportar mai l’oltraggio, che suol far Venere. Il adepe fece tal giuramento, &amp; Venere l’intese, &amp; prosene sdegno, et volse far vendetta contra di questa  <pb n= "105 verso" />giovane della superbia ch’ella havea. Era un giovane di Epheso si bello fra giovani, come fra le donzelle era Rhodope. egli era chiamato Euthynico, &amp; dilettavasi di andare a caccia, come anco Rhodope et similmente havea egli in odio le cose Veneree, se ne venne adunque Venere a loro, et le fere che essi cacciavano, le ridusse a un medesimo luogo, &amp; già si erano approssimati l’un l’altro. &amp; all’hora non vi si trovava Diana, &amp; Venere postasi avanti al figliolo disse. Figlivolo tu vedi questa coppia, che non ha provato mai gli amorosi piaceri, et è nimica de i nostri secreti. e la giovane ha giurato audacemente contra di me. tu vedi che amendue seguitano una cerva. comincia anco tu la caccia, &amp; primamente della temeraria faniculla, e ad ogni modo la tua saetta arriverà diritta alsegno. In questo dire amendue tendono l’arco, la donzella nella cerva, &amp; cupido nella donzella: et amendue giunsero co i lor colpi al segno. e la cacciatrice dopo la caccia restò presa, e la cerva ferita di saetta nella spalla, &amp; la donzella nel cuore, la ferita era lo amar Euthynico, il quale con l’altra saetta fu percosso, &amp; amendue si guardavono tenendo fissi gli occhi l’uno nel viso dell’altro, ne gli potevano volgere altrove, &amp; a poco a poco le lor piaghe s’infiammavano. &amp; Amore gli condasse nella spelonca, dove hora è la fonte, &amp; quivi ruppero il giuramento. Diana vedendo rider Venere; comprese il fatto, &amp; cangiò la fanciulla in fonte, dove ella havea sciolta la sua verginità. Per questa cagione quando alcuna è incolpata <pb n= "106 recto"/>d’impudicitia, discendendo nella fonte si lauit la cui acqua è tanto bassa; che arriva solamente a meza gamba. Il giudizio si fa di questa maniera; Scrivesi il giuramento in una tavoletta, &amp; legassese intorno al collo. &amp; se’l giuramento è vero; l’acqua staferma nel suo solito stato: ma s’egli è falzo; s’innalza insino al collo, si che cuopre la tavoletta Havendo noi parlato di queste cose, &amp; essendo già sopravvenuta la notte; ciaschuno separatamente se n’ando a dormire. Il giorno seguente concorreva tutto il popolo, inanzi al quale ne veniva Thersandro con faccia allegra, &amp; ridendo guardava verso di noi. Leucippe era vestita di vestimento sacro, che arrivava insino a piedi, sottile, nel mezo cinta, &amp; aveva la testa coperta di purpurea benda, ma co piedi nudi. &amp; con molta honestà &amp; modestia entrò nella spelonca. Io havendola veduta di questa maniera, cominciai a tremar, dicendo dentro di me stesso queste parole, Carissima Leucippe io credo che tu si vergine, ma ben temo lo Dio Pan, il quale è amatore delle vergini, &amp; ho gran tema, che tu ancora non diventi un’altra Syringa. ma ella fuggina Pan, che la siguitava, per campagne, &amp; per luoghi larghi: ma te noi habbiamo rinchiusa dentro le parte a guisa di coloro, che vengono assediati, accioche se egli ti seguita tu non possa fuggire. Ma tu Pan Signore sijci favorevole, e non: trapassar la legge di questo luogo, percioche noi l’havemo osservate, torna di nuovo vergine a noi Leucippe. tali sono i tuoi patti con Diana. non ingannar <pb n= "106 verso"/>le vergine. Mentre che io dentro di me stesso cosi parlava; fu sentito una soavissi na harmonia. et dicevano che già non fu mai udita la piu soave, &amp; subitamente vedemmo aprirsi le porte della spelonca. poi che Leucippe fu uscita fuori, tutto il popolo con liete voci ne mostrava grandissima allegrezza, &amp; diceva villania a Thersandro; qual fusse allhora il mio contento no’l potrei esprimer con parole. Havendo noi ottenuta questa bellissima vittoria; ci diparti n_no, &amp; andammo alla seconda prova, all’acqua Stygia. &amp; ogniuno era apparecchiato. quivi Melitta si haveva legata la tavoletta al collo. la fonte passava per mezo di lei, &amp; a lei venne molto bassa, &amp; ella ne stette con volto allegro. et l’acqua quale era, tal se ne stava nel suo luogo, ne pur un minimo punto trapassò della sua solita misura, Poscia che fu passato quello spatio di tempo, che era determinato, che si dimorasse nella fonte, il Presidente presola per la mano la trasse fuori dell’acqua. Thersandro vedendosi vinto nelle due contese, &amp; conoscendo di dover perder anco la terza, partendosi se n’andò correndo a casa, temendo di esser lapidato dal popolo. percioche quattro giovani, de i quali due erano parenti di Melitta, &amp; due erano servi, da lei mandati a cercarlo, menavano Sosthene. Thersandro conoscendo che, se egli era esaminato, manifesterebbe il fatto; attesa la opportunità di fuggir sono, venuto la notte uscì della città. I giudici essendo fuggito Thersandro, commandarono che Sosthene fusse messo in prigione, &amp; noi allhora havendo <pb n= "107 recto"/>già ottenuta la vittoria; fummo del tutto liberati &amp; lodati da ciascheduno. Il giorno seguente quei che havevano questa prova, menarono Sosthene avanti a i giudici. egli vedendosi monato al tormento, fece chiaramente ogni cosa manifesta, &amp; tutto quel che Thersandro haveva fatto, &amp; quello in che egli l’haveva servito: ne lascio di dire quel che tra loro havevano ragionato di Leucippe dinanzi all’uscio della casetta, dove ella stava rinchiusa, onde egli di nuovo fu rimentato in prigione a fine di volero punire. Thersandro essendo absento; lo condennarono all’esdio. Noi il sacerdote nel modo che prima haveva fatto, di nuovo ricevette, &amp; cercando raccontavamo quel che il primo giorno havevamo lasciato di dire della nostre adversità. Leucippe, come quella che già non haveva piu vergogna del padre, essendo, stata chiaramente conosciuta per vergine; racontava i suoi accidenti con gran dilettatione. Ma essendo ella venuta a dir del Pharo &amp; de i corsali, io le dissi; Perche non ci racconti la historia de’corsali del Pharo, &amp; quella si intrigata novella di colei, a cui fu tagliata la testa, accioche anco tuo padre la sappia? percioche di tutta la cosa questa sola resta da esser udita. I corsali (disse ella) havendo ingannato una suenturata donna di queste che per prezzo fanno copia di se stesse, fingendo di volerla dar per mogliera a d’un padron di nave, in nave la condussero, &amp; quivi la tennero, non sapendo ella in vero a che fine era menata, &amp; separatamente si congiunso con uno de corsali. il  <pb n= "107 verso" />qual veramente altrò non le era, che innamorato: poi che hebbero rapito me, si come tu vedesti, mi posero in barca, &amp; co remi facendola volare, se ne fuggirno. ma vedendosi vicino il legno, che gli seguitava: pigliando l’ornamento &amp; le veste della misera donna, ne vestirono me, &amp; della mia lei. &amp; ponendola sopra le poppe della nave, d’onde voi, che ne perseguitavate, la potevate vedere; le tagliorono la testa, &amp; il corpo, come tu vedesti, gittarono in mare. la testa allhora si come ella cadette; cosi la ritennero in nave. ma poco dopo d’indi togliendola, similmente la gittorno via, quando viddero di non esser piu perseguitati: io non so già se essi l’havevano apparecchiata per questa cagione, o pur con deliberatione di vederla, si come poi vendettero me, certo è, che l’uccisero in scambio di me per ingannar coloro che gli perseguitavano, pensando di trar piu guadagno del vender me, che non haverian fatto di lei. la qual cosa fu cagione ch’io viddi Cherea pagar le debite pene, il qual diede consiglio, che in scambio di me fusse uccisa colei, &amp; gittata via. ma il resto della moltitudine de’ corsali dicevano di non voler lasciarmi a lui solo. percioche egli per lo passato haveva havuta un’altra giovane, la quale havrebbe dato loro occasione di molto guadagno. &amp; che era convenevole ch’io fussi venduta in vece della morta, &amp; ch’io fussi comune a tutti piu tosto, che a lui solo, ma poi che egli all’incontro rispose dicendo le sue ragioni, cioè producendo in suo favore _ patti, che erano tra loro, che egli non m’haveva rapita <pb n= "108 recto"/>accioche essi l’havessero da vedere, ma a fin di tenerla per sua innamorata. &amp; disse anche parole molto piu superbe, allhora uno di quei corsali, che egli stava dopo le spalle, facendo opera degna, gli taglio la testa. havendo adunque portate le meritate pene della rapina, fu anch’egli gittato in mare. I corsali, havendo già navigato tre giorni mi condussero non so in qual luogo, &amp; mi venderono al lor solito meroatante, il quale mi vendette poi a Sosthene. Allhora Sostrato mosse a dir queste parole: Poi che voi, figlivoli carissimi, havete raconntati i casi vostri, horsu ascoltate da me quel che a casa è avvenuto di Calligone tua sorella Clitophonte, accioche anco a me tocchi la mia parte del ragionare. Quando io sentij nominar mia sorella; mi voltai ad ascoltare con tutto l’animo, &amp; dissi, padre dimmi solamente se di lei che sia viva, hai da ragionare? Egli cominciò a raccontar tutte quelle cose che di sopra da me furono dette, cioè di Callisthene, dell’oracolo, della pompa de i sacrificij, della barchetta; della rapina. dipoi vi aggiunse, che havendo Callisthene, mentre navigavano, conosciuto ch’ella non era mia figliola: tutto gli avvenne contrario al suo pensiero. nondimeno egli amava grandemenie Calligone, &amp; postosele innanzi inginocchioni, le disse, Padrona non istimar che io sia. qualche corsale, &amp; huomo iscelerato. io son nobile, &amp; la mia patria è Bizantio, nella quale non sono ad alcun’altro secondo. Amor m’indusse a seguire il costume de i corsali, &amp; a porti cotali insidie. da quest’hora innanzi <pb n= "108 verso"/>adunque reputa ch’io sia tuo serva &amp; in dote ti dono me medesimo, di poi tanto de i miei beni, quanti non ti havria dato tuo padre, &amp; ti conservero vergine in sin che ti sarà di piacere. Havendo dette queste parole, &amp; anco della altre molto piu atte a persuadeze, indusse la fanciulla ad esser sua. percioche egli era &amp; di bello aspetto, &amp; di parlare eloquente, &amp; attissimo a persuadere. Poi che fu ritornato a Bizantio, havendole fatto il contratto di grandissima dote, &amp; appareccoiate altre cose pretiose, &amp; vestimenti, &amp; oro, &amp; tutto cio che si conviene per ornamento di nobil donna; si come le havea promesso, la lascio intatta, tal quale egli l’haveva tolta fanciulla. Esso poi in ogni cosi si mostrava honesto &amp; gentilissimo, benigne, &amp; prudente. &amp; era degna di maraviglia questa subita mutation di vita da quella che tenne da giovane. percioche, egli dava luogo, &amp; honorava i vecchi, &amp; procurava d’esser egli primo a salutar quegli ch’incontrava, &amp; quella suntuositá mostrata senza giudicio, &amp; differentia alcuna, della prodigalità di prima mutandola in prudente liberalità servava la cortesia verso di quelli, che per povertà n’havevano di bisogno. onde tutti si maravigliavano come in un subito di si cattivo, si buono egli fusse divenuto. Ma veramente amava, &amp; riveriva sopra tutti gli altri, &amp; io allo’ncontro amava lui supremamente. &amp; la sua passata prodigalità istimai esser maravigliosa magnificenza di natura, non vitto d’incontinenza. &amp; mi venne alla memoria la cosa di Thimitocle: percioche <pb n= "109 recto"/>anch’egli nella prima etá essendo paruto esser giovane fuor di misura dato alle lascivie; avanzò poi di sapienza tutti gli Atheniensi, onde io mi pentiva di haverlo. rifiutato, quando mi dimando per moglier a mia figliola. percioche egli mi chiamava padre, &amp; armito mi faceva compagnia in piazza. Oltra di ciò si dilettava dell’esercitio della guerra, &amp; molto valorosamente si diportava nel mestier della cavalleria: &amp; in quel tempo che egli viveva lasciuamente, si dilettava di tener &amp; di maneggiar cavalli, ma piu tosto per dilicatezza &amp; per pompa: &amp; nondimeno in lui nascosamente cresceva l’animo virile, con l’esperienza insieme. &amp; finalmente cio gli fu cagione di mostrarsi valoroso, &amp; in varij modi farsi illastre nelle cose della guerra. oltra di questo ne i bisogni della Repubblica diede assaibuona quantità di daneri, &amp; meco insieme fu oreato Condottiere. onde egli maggiormente ni amava, &amp; in ogni cosa mi si mostrava inferiore &amp; ubbidiente. ma poi che per miracolo de gl’Iddij, che ci apparvero, havemmo ottenuta la vittoria, ritornati a Bizantio, fu deliberato che io venissi in questa sta città a render gratie a Diana &amp; egli andasse a Tyro per ringratiar Hercole. ma prima Callisthene prendendo mi per la mano, mi raccontò quel che egli haveva fatto per Calligone, dicendo, Padre, della cose che io feci già, l’impeto della natura della giovanezza ne fu cagione, ma quel che ho fatto poi, è stato per elettione &amp; per giudizio, percioche fin a quest’hora la fanciulla io l’ho serbata vergine, <pb n= "109 verso"/>&amp; ciò ho fatto nel tempo della guerra, nel quale niuno è che lasci andar ne differir i piaceri. Hora ho io deliberato di condurla in Tyro a: suo padre, &amp; da lui secondo la legge prenderla per moglie.: se egli sarà contento di darlami, io con buona ventura la prenderò: se sarà difficile &amp; ritroso: ripiglisi la sua fanciulla ancora vergine. io veramente dandosi non piccola dote, volentieri la prenderei per moglie. Leggerotti il contratto ch’io feci innanzi la guerra, desiderando che la fanciulla fusse maritata a Callisthene, narrando la sua stirpe, la nobilità, &amp; il valore nelle armi, &amp; questo è il nostro patto, ma io, se vinceremo questa lite: ho deliberata di navigar prima in Bizantio, di poi a Tyro. &amp; havendo noi finiti i nostri ragionamenti ciascuno dove era costumato, n’ando a dormire. Il giorno seguente Clinia venendoci a trovare, ne disse come Thersandro la notte era fuggito, ne si era egli appellato per proseguir la lite, ma per voler con tal maniera impedir di non esser discoperto delle cose ch’egli haveva fatte. Noi havendo aspettato tre giorni dopo (che tanti erano il termine prescritto della citatione) andammo avanti al Presidente, &amp; recitato le leggi, per le quali si dichiarava, che Thersandro non haveva attione alcuna contra di noi montati in nave, havendo prospero vento arrivammo a Bizantio, &amp; quivi fatte le nozze magnificamente, con andamo a Tyro, dove essendo dopo due giorni arrivato Callisthene, trovammo mio padre, che apparecchiava di far sacrificio il giorno seguente per la <pb n= "110 recto"/>nozze di mia sorella. Andammo adunque a far sacrificio insieme con lui, pregando li Dei che con buona fortuna conservassero il matrimonio mio, &amp; di Callisthene, &amp; deliberammo passato il verno, di ritornare a Bizanto.</p>
<lb/>IL FINE
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</TEI>
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ACCHILLE TAZIO ALESSANDRINO. Dell'Amore di Clitofonte, e Leucippe. Tradotto di lingua Greca in Toscana dal Sig. Francesco Angelo Coccio. Nuovamente Ristampato, Con licentia de Superiori, & Privilegio. IN FIORENZA, Appresso i Giunti. M.DC. XVII. Tatius, Achilles Florence Giunti 1617.

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ACCHILLE TAZIO ALESSANDRINO. Dell'Amore di Clitofonte, e Leucippe. Tradotto di lingua Greca in Toscana dal Sig. Francesco Angelo Coccio. Nuovamente Ristampato, Con licentia de Superiori, & Privilegio. IN FIORENZA, Appresso i Giunti. M.DC. XVII. ALLI BENIGNI LETTORI.

IN tutte le azzioni humane quasi di necessità convien che succedano de gli errori : ma dove piu facilmente, in più diversi modi, e piu ne possano accadere , che si avvengaro nello stampare i libri, non ne so immaginare alcuna. E parmi la impresa della correzzion di essi veramente poterla assimigliare al fatto di Hercole intorno all’Hydra de i cinquanta capi i perciocche si come quando egli col suo ardire, e forze le tagliava una testa , ne rinascevano due; cosi parimer te mentre co’l sapere, e con la diligenza, si emenda un’errore; le piu volte s'imbatte, che ne germogliano non pui due; na a anco tre, e quattro, spesse fiate ci maggior importarza, che i on era il primo. Et a voler raccontare in che modo ciò possa in trauvenire; si richiedetia molto piu lungo discorso, che si convenga a questo luego . hora è a bastanza che coloro, i quali in qualche parte n’hanno fatto la prova, molto bene intendono il mio parlate .& quante fiate avviene, che si commettono errori non in una parola ponendovi una lettera per un’altra, non in levarla dal suo proprio luogo, & traportarla altrove ; ma anchora, il che è gravissimo fallo, nel lasciar fuori le sentenze intere. onde a buona fortuna puo riputarsi colvi, che trouerà le fue opere meno incorrette, che corrette del tutto. non sia alcuno, che per molta diligenza, che vi ponga, se lo possa in alcun modo promettere. Io veramente posso affermare, che con tutta quella diligente cura che vi ho posta , non ho potuto assicurarmi, si che in' quest'opera non siano corsi quegli errori, i quali in parte sono proprij della negligenza di coloro, che sostengono un cotal carico; & in parte di varij accidenti, che sopravvengono continuamente nello stampare. Non voglio dir di quei, che traducendo posso hauer commessi per mio poco sapere, o perche anco tradussi con l’aiuto solamente d’un’essemplare, il quale peravventura non era si ben corretto, che del tutto io me ne sia potuto star sicuro. Voi, se leggendo troverrete di quei, che stampando sono avvenuti ; secondo il vostro buono, e discreto giudizio gli potrete facilmente emendare: que sti veramente, che per colpa del mio debile intelletto saran nati da me, a me come di natura atto a poter errate, per cortes a del vostro animo benignamente perdonerete .

DI ACCHILIE TAZIO, Alessandrino dell’amor di Leucippe, & Clitophonte. LIBRO PRIMO.

SINDONE città posta apresso la marina, il mare è degli Assirij la città è la principale de i Phenici, & dal suo popolo di scesero i Thebani . ha due porti di seno larghissimi. i quali tranquillamente, & a poco a poco serrano dentro l'acqua del mare: percioche dove il seno dal lato della destra parte è cavo, è stata cavata la seconda bocca , & di nuovo l’acqua corre dentro, & fassi un’altro porto del porto, di maniera che in questo il verno, & in quello la state le navi possono in bonaccia dimorar sicure. Essendo io venuto in questo luogo . spinto dalla gran fortuna, per gratia di havermi condotto a salvamento faceva sacrificio alla Dea da gli Phenici adorata . i Sidonij la chiamano Astarte. Andato adunquee per vedere il resto della citta, & riguardando i doni offerti a i Dei, mi venne veduta quivi appiccata una tavola, nella quale insiemomente, & terra, & mare era dipinto. La pittura era di Europa , il mare de Phenici, la terra di Sidone. nella terra era un prato, & una brigata di fanciulle , nel mare era un toro, che'notaua, sopra i cui homeri sede va una bella giovane, che co’I toro navigava verso Candia. il prato era adorno di molta copia di fiori: fra i quali era mescolato una moltitudine, & ordinata schiera di alberi & di piante. gli alberi erano spessi ,& spesse le frondi, rami congiungevano le frondi, & le frondi congiugendosi facevano tetto a i fiori. haveva l’artefice dipinta sotto le frondi l'ombra: et i raggi del Sole a poco a poco sparsamente a baffo trapassavano nel prato tanto, quanto il pittore haveva aperto, dove si congiungevano le chiome de gli alberi i haveva dipinto un circuito di mura, colquale circondava tutto il prato. sotto le frondi delle piante in altuni quadri di terra erano con bell’ordine, & pari distanzo, i Narcisi, le Rose, e i Mirtí. l’acqua discorreva nel mezzo del prato della dipintura, parte sorgendo di sotto terra, & parte spargendo si tra i fiori, e trà le piante. Eravi dipinto un giardiniero, il quale tenendo una zappa in mano, & chinatosi intorno a un solco appriva la strada al corso dell’ acqua. Nella estremità del prato, dove la terra arrivava al mare, l’artefice haveva di pinte alcune donzelle, il cui sembiante mostrava et le titia & timore, & havevano la testa cinta di ghirlande & le chiome sparse sopra gli omeri, & le gambe tutte nude & discoperte, si la parte di sopra, che è tenuta ascosa dalla vesta; si anco la parte da basso, che suol esser coperta dale scarpe: percioche con la cintura si haveano alzate le vesti insino al ginocchio. pallide nel volto, le guancie ristrette, gliocchi volti verso il mare, la bocca alquanto aperta, quasi per la pavra dovessero mandar fuori la voce, le mani estendevano quasi verso il toro. entravano nella estremità del mare tanto avanti, quanto l’onda avanzava un poco sopra la parte dinanzi del piede. parevo che volessero correre al toro, ma per rispetto del mare temerssero di procedure pià avanti, il color dell’acqua marina era di due sorti: dalla parte verso terra era alquanto rosseggiante, & azzurro, & in quelle verso il pelago vi era dipinta la spuma, i scogli, & le onde i scogli erano elevati sopra la terra. la spuma faceve d’ogn’intorno biancheggiar gli scogli. le onde gonfiate s’inalzavano, & poi rotte intorno a i scogli si risolvevano inspuma. Nel mezzo del mare era dipinto il toro portato dalle onde, & dove la sua gamba piegata s’inalzava; l’onde ascendeve in alto a guise di montagna. sopra gli omeri fuoi sedeva la giovane, non come huomo siede a cavallo, ma in lato havendo nella destra parte accomandati ambedue i piedi, con la sinistra mano tenendo il corno, nella guisa che il cavalcatore suol regger il freno. & in vero che in toro, quasi co’l freno fosse governato, era rivolto più in quella parte, che dalla mano era tirata. Il busto del corpo della giovane insino alle parti vergogniose era coperto di una bianchissima camicia. da indi le parti inferiori del corpo da una veste di porpora erano ricoperte, le fattezze delle quali sopra la detta veste apparivano: l’ombelico profondo, il ventre disteso, i fianchi ristretti, & quel ristretto pervenuto in acutezza si allargava. Le mammelle erano dal petto alquanto rilevate, & la sopraposta cintola stringeva insieme le mammelle, & la comicia, la quale era specchio del suo corpo. le mani ambedue erano distese, l’una al corno, e l’altra alla coda: & da ogni lato con amdedue tenevan sospeso il velo sopra la testa, sparso intorno ogli homeri, & il seno del velo gonfiandosi per tutto si allargava, & questo avveniva per il vento fattovi dal dipintore. Ella sedeva sopra il toro a guisa di nave solcante il mare, quasi usando il suo velo in vece di vela. intorno al toro saltavano i Delphini, scherzavano gli amori, & si potria dire, che vi fussero anco dipinti i lor movimenti. Amore picciolo fanciullo tirava il toro, haveva le ali tese, da lato gli pendeva la pharetra, teneva il fuoco, & era rivolto quasi verso Giove, & rideva, quasi schernendolo; che per sua cagione era divenuto toro. Io veramente lodava tutte le cose della dipintura, & sopra tutto, come innamorato, più curiosamente riguardava Amore, che conduceva il toro, & mecolistesso diceva, Come un faciullino signoreggia il Cielo, il mare, & la terra. Mentre io cosi parlava, un giovanetto, il quale si trovava esser quivi presente, disse, Vi potrei ben render io ragione di queste cose, che per amore infiniti affanni, & ingiurie ho sopportate. Allora diss’io, cortese giovane, dimmi che hai tu patito? percioche mi par vedere nel iuo aspetto, che tu non sei rozzo delle cose d’Amore. Tu fai destare disse egli, una moltitudine di pungenti parole. percioche i miei accidenti sono simili alle favole (cioé incredibli, & maravigliosi.) Non ti sia grave, soggiunscie, ti prego per Giove, & per esso, Amore, di essermi in questo modo di giovamento, ancora che siano simili alle favole. Et cosi parlando lo presi per la mano, & lo condussi in un bosehetto vicino, dove erano, & molti & ispessi Platani: & oltre a ciò vi discorrevano acqua chiara & fresca, qual suole uscire dalla neve dianzi li quefatta. & fattolo sedere in un certo seggio quivi basso in terra, et postomi ancor’io asedere appresso di lui: tempo è diss’egli, che tu mi ascolti, & questo luogo in vero e del tutto dilettevole, & degno di amorose narrationi i & cominciò a dire in questa maniera, Io per natione sono di Phenicia. la mia patria è Tiro, il nome Clitophonte, mio padre Hippia, il fratello di mio padre Sostrato, ma non però del tutto fratello, ma in quanto ambedue eran nati d’un padre medesimo. percioche la madre di Sostrato era Binzantina, & quel la di mio padre era da Trio. Sostrato adunque, percio che egli haveva hauto grande heredità di sua madre, habitò in Costantinopoli. continuamente: & mio padre haveva sempre dimorato in Tiro. Mia madre io non la conobbi, percioche essendo io bambino, ella trapassò di questa vita. si che a mio padre fu di bisogno prender un’altra moglie, della quale mi naque una sorella chiamata Calligone: & parve a nostro padre di congiugnerci in matrimonio. ma i fati, che hanno più possanza de gli huomini, mi serbarono

,, a un’altra moglie. Sogliono spesse vilte gl’Iddij a ,, gli huomini in sogno annuntiar le cose future, non ,, per difender che non vengano a patirle, percioche essi ,, non posson vincere ne ritenere il fatto; ma a fin che ,, quei i qualile hanno da patire, più leggermente le ,, sopportino. percioche i subiti & non aspettati mali ,, sopravenendo ad un tratto, spaventano & sommergo ,, no l’anima: quegli poi che innanzi che si patiscano ,,, si aspettano, & a poco a poco sono considerati, consumano

,,il vigor della passione. Poscia che io hebbi disciannove anni, & che mio padre hebbe apparecchiato per l’anno seguente di far le nozze: cominciò la: fortuna a mostrar i suoi tristi effetti. Parevami in sogno haver le parti inferiori insino all’ombelico tutte congiunte a una fanciulla e da indi insuso esser due corpistavami sopra una donna terribile & grande. ella haveva il sembiante feroce, gli occhi sanguigni, le guancie horribili, le chiome di serpenti. nella destra mano teneva una scimitarra, nella sinistra una face, & con isdegno venendo sopra di me, & alzando la cimitarra lasciava cadere il colpo nel fianco, dove erano le congiunture de i due corpi, & dividenva da me la fanciulla. Spaventato adunque mi lievo suso per pavra. questa cosa io non la dico a persona alcuna ma fra me stesso pensava di cattivi avvenimenti. In questo mezzo tempo occorre, che Sostrato, si come ho detto, fratello di mio padre, da Bizantio manda uno portando sue lettere, le quali erano di questo tenore. Sostrato al suo fratello Hippia salute. Vengano a te mia figlivola Leucippe, & Panthia mia moglie: percioche i Thraci han mosso guerra a’Binzantini, serbami queste due piu care cose ch’io habbia, insino a tanto, che si veggia il successo della guerra. Il che subito che mio padre hebbe letto si levò suso, & corse alla marina, & poco dopo ritornò, dietro di lui seguitando una gran moltitudine di servi & di serve, che Sostrato havea mandati in compagnia delle sue donne. Era nel mezzo una donna grande, & riccamente vestita. ma quando io rivolgo gli occhi verso di lei; ecco dal sinistro lato veggo una fanciulla, & il suo aspetto abbarbagliava i miei occhi. simile già ho visto alcune volte la Luna dipinta sopra’l Tauro. ella havea lo sguardo acerbo, mescolato con la dolcezza, & la chioma bionda & crespa, le ciglia negre, & cotal negrezza era pura, le guancie bianche, & quel bianco nel mezo divenina; rosso tale che simigliavala porpora, con la quale sogliono le Vonne Lidiane tinger l’avorio, la bocca era come fior di rose, quando ella comincia ad aprir le

,, labbra delle sue foglie. Subito che io la viddi; restai ,, morto. Percioche la bellezza più acutamente ferisce ,, che la saetta, & per gli occhi trapassa nell’anima

,,, essendo l’occhio la via alla ferita amoro, sa. Erano in me insiememente laude, stupore, tremore, vergogna, e prosuntione. io lodava la grandezza, mi stupina della beltà, mi tremava il cuore, guardava prosontuosamente, & mi vergognava di essere scoperto che io fussi preso d’amore, & faceva tutto il mio sforzo di rimover gli occhi dalla fanciulla, ma essi non volevano. anzi tirati d’allettamento come da una fune della bellezza, da se medesimi vi si conducevano, & finalmente vinsero. Pervenuto che esse furono alla nostra

habitatione: mio padre havendo una parte di quella separatamente assegnata loro, fece apparecchiar da cena. Venuta che fu l’hora, ci mettemmo a mangiare, a due a due distribuiti alle mense percioche mio padre cosi haveva ordinato. egli & io eravamo in quella di mezzo, le due madri nella sinistra, nella destra le fanciulle. Inteso ch’io hebbi questo bell’ordino, quasi m’appressai per abbracciare, & baciare mio padre, che a tavola havesse posto la fanciulla a l’incontro de gli occhi miei. Ma io quel che mangiassi, per Dio che non sâprei dirlo; percioche io era simile a quei che si sognano di mangiare, & essendomi colgomito appoggiato alla mensa, & inchinatomi alquanto, era con tutto il volto rivolto verso la fanciulla, & quasi furando gli sguardi mi schifava di esser veduto: è questa era la mia cena. Poi che havemmo cenato, venne un giovanetto servidore di mio padre con la lira accordata, & prima con le mani solamente giua toccando le corde, & havendo un breve suono con le dita. che sottilissimo strepito facevano, bassamenta sonato; dipoi con l’archetto cominciò a toccar le corde, & hauendo sonato alquanto, si diede poi insieme col suono a cantare. La Canzone era si come Apollo si doleva di Daphne, & persegvendola egli era vicino per prenderla, & come ella si trasformò in verde pianta, nella quale Apollo se ne fece corona. Questa cosa cotanta viè più m’infiammava l’anima: Per

,, cioche le amorose parole sono le fiamme detta concu ,, piscevza. & benche la persona conforti se medesima ,, alla pudicitia: non dimeno ella è stimolata, & mossa

,, a seguitar quel che l’altrui esemplo le dimostra, & massimamente quando l’esemplo è di persona degna:

,, percioche la vergogna che si suol hauer degli errori ,,, che si commenttono, diventa audacia per l’autorità

,, di huomo degno. io allora dentro di me stesso diceva queste parole, Vedi che anchora Apollo à innamorato, & anch’egli ama una donzella, & amando non si vergogna, ma seguita l’amata pulzella; & tu hai pavra, & ti vergogni, & fuor di proposito stai continente; sei tu da più di lui; Poi che fu sopravvenuta la notte, primamente andorono a dormir le donne, & poco dopo anchora noi vi andammo. Gli altri veramente havenvano dal ventre misurato, & istimato il piacere: & io me ne portauva il conuito ne gli occhi, & essendo ripieno de i sembianti della fanciulla. & satio del suo puro sguardo, mi partiva inebriato

,,, di Amore Venuto che fui nella camera, dove io era ,, solito di dormire; non poteva prender sonno. Et in vero ,, che naturalmente & le altre infermità, & lefer ,, te del corpo sono di notte molto più noiose, & magi ,, giormente muovono il dolore, & ci tormentano mentre ,, noi riposiamo. perchoche quando il corpo piglia ,, riposo; all’hora le piaghe attendono a dar più noia. ,, Ma le ferite dell’anima non si muovendo il corpo, dan ,, no molto maggior dolore. Percioche gli occhi & le ,, orecchie il giorno, essendo ripiene di molte curiosità;

,, diminuiscono il vigore della malattia, ritirando l’anima , dall’hauer ozio di dolersi, ma se il corpo sarà legato

,, dalla quiete, l’anima ritirata in sestesia fota è ,, combattuta dalle onde del mare. percioche all’hora ,, tutte, le cose addormentate subitamente si destano; a ,, i dolorosi le maniconie, a i pensierosi i pensieri, a ,, quei che sono in pericolo, le pavre, agli amanti l’ardore.

,, Appresso all’apparir dell’ alba appena un certo son, havendomi compassione, mi diede un poco di riposo. ma ne ancho all’hora la fanciulla si volse partir del mio animo. tutti i miei sogni adunque erano di Leucippe. con essa lei ragionava, seberzava, cenava, & l’abbracciava. io haveva maggior bene, che non hebbi di giorno; percioche la baciava, & il bacio era vero. onde poi che il servidore ni hebbe desto: gli dicea villania, & lo riprendeva della importunità, havendomi fatto perdere un cosi dolce sogno. Essendomi adunque levato suso; studiosamente me ne vo dentro nella parte della loro habitatione all presenza della fanciulla, & tenendo io un libro in mano, in quello riguardando leggeva, ma quando io giugneva alla porta abbassava gli occhi a terra: & havendo alquante volte passeggiato, & con gli sguardi havendo bevuto l’amore, apertamente me ne partì con l’anima tutta afflitta. & cositre giorni continuamente me ne stetti ardendo. Haveva io un consubrino chiamato Clinia, il quale era rimaso privo di padre & di madre, & giovane che avanzava la mia età di due anni, molto ammaestrato ne l’amore. teneva egli amicitia con un giovanetto, & era verso di lui talmente liberale; che havendo comprato un cavallo, & il giovanetto vendendolo, & lodandolo grandemente; egli subito per far gli cosa grata, glielo donò. Io adonque mi faceva beffa di lui, & del suo poco pensiero, che di continuo attendesse all’amore, & fusse servo dell’amoroso piacere. & egli ridendosi di me, & crollando le testa diceva, verrà tempo che anchor tu sarai servo. A costuime n’andai subitamente, & salutatolo, & postomi a sedere appresso di lui gli dissi, O Clinia già sono io punito delle beffe, ch’io mi faceva di te. sono anchor io fatto servo d’Amore. & egli per segno d’allegrezza percuotendo insieme ambe le mani se ne rideva, & levatosi suso mi baciò il volto, il quale dimostrava l’amorosa veglia, & dissemi, Tu sei innamorato, tu sei innamorato veramente, gli occhi tuoi lo manifestano. Mentre che egli cosi parlava; ecco Charicle (cosi era chiamato il giovanetto suo amico) che ne vien dentro tutto turbato & confuso, Io diss’egli vengo a dirti o Clinia & Clinia in un tempo insieme con lui sospirò, quasi dall’anima del giovane dispendesse la sua, & con voce tremante disse, Tu mi uccidi tacendo. che cosa ti da cagione di attristarti? con chi ti bisogna combattere? Et Charicle disse, Mio padre apparecchia di darmi moglie, & moglie una brutta giovane, accioch’io sia a doppio ma

,, le congiunto. percioche la donna, anchora che bella ,, sia; è cosa pessima: & se per mala ventura sara brutta;

,, è doppio male ma mio padre riguardando alla richezza, sistudia difar questo parentado. Io infelice son dato a i denari di lei, accioche venduto io prenda

moglie. Ilchè havendo Clinia udito, diventò pallido Confortava adunque egli il giovane a lasciare star di prender moglie, sommanmente biasimando le donne. Tuo padre, diss’egli, già ti da moglie? che in giuria gli hai tu fatto, che egli ti lega? Non sai tu le parole. che dice Giove?

Io darò loro in pena del rubato Fuoce un tal mal, del qual tutti ne l’alma Ne prenderan diletto, amando’l proprio Danno.

Questo è il piacer de mali, che è simile alla natura delle Serene, le quali con la dolcezza del canto uccidono altrui. Tu puoi conoscere la grandezza del male dall’ apparecchio istesso delle nozze, dal rimbombar de i suoni, dallo strepito delle porte, & dal portar del le faci. alcuno, che vedesse, & udisse cotal romore: di rebbe che chiunque ha da prender moglie è infelice. a me par veramente ch’egli sia mandato in battaglia. Quando tu eri ignorante della musica, potevi dir di non saper le Canzoni delle cose, che le donne han no operato, ma hora tu hai da dir altramente. Le don nedi quante tragedie hanno riempite le scene? eccoti il monile d’Eriphile, la mensa di Philomela, la calunnia di Sthenobea, l’incesto di Aerope, & lo scannamento di Progne. Se Agamennone desidera la bellezza di Chriseida, fa venir la peste nell’esercito de Greci. se Achille ama la beltà di Briseida; apparecchia a se medesimo il pianto. se Candaule hebbe moglie bella; la moglie l uccise, il fuoco delle nozze di Helena accese un’altro fuoco in Troia, le nozze della casta Penelope non furon cagione di far uccider tanti giovani, che la dimandavano? Phedra amando fece morir Hippolito, & Clitennestra non amando

,, uccise Agamennone. O malvagie donne, che hanno ,, ardimento di fare ogni cosa. Se ti amano, ti ucci dono:

,, se non ti amano ti tolgono la vita. Doveva egli Agamennone esser ucciso, la cui bellezza era celeste? che haveva gli occhi & la testa simile a Giove saettatore? & pur donna fu quella che gliela tagliò. Ma alcuno direbbe, che queste cose siano solamente nelle done belle, & all’hora la disaventura è men grave: percioche la bellezza è il conforto del male: et questo è nelle infelicità esser felice. ma se ella è brutta, si come tu di; la miseria è raddoppiata: & in qual maniera alcuno potrebbe ciò tollerare, & massimamente un giovane cose bello? Non far Charicle, io te ne prego per Dio non diventare anchora servo; & non guastar innanzi al tempo il fiore della tua giovanezza. percioche oltra le altre. il tor moglie apporta seco questa infelicità che fa divenir languido il vigore della età. Non Charicle, te ne prego, non mi ti consumare anchora, non dar acogliere; & goder cose bella rosa a un brutto agricoltore. Et Charicle soggiugnendo disse, lasciane di questo la cura alli Dei & a me percioche insino al termine della nozze vi à spazio di tempo di qualche giorno: & molte cose potriano avvenire in una notte. ce ne consiglieremo con piaagio, questo tempo, che hora mi avanza io lo voglie spendere in cavalcare percioche dapoi che tu mi donasti quel bel cavallo; io non hò goduto anchora del tuo dono, e l’esercizio del corpo mi allegerirà la malinconia dell’animo. Egli adunque se n’ando nell’ultima strada, dovendo l’ultima & la prima volta cavalcare. io rimanendo racconto a Clinia la cosa mia come era passata, come io hebbi passione, come le viddi venire, la cena, & la bellezza della fanciulla & finalmente vergognandomi di più parlare, dissi, non posso, o Clinia, sofferir l’affanno: percioche Amore con tutte le sue forze è venuto sopra di me, & perseguita il sonno de i miei occhi. tutte le mie imaginationi & pensieri si volgono verso di Leucippe: non è mai ad alcun’altro avvenuta simile infelicità: percio, che il mio male habita meco. Tu sei stolto, disse all’hora Clinia, a parlar di questa maniera, essendo tu nell’amore cosi felice. percioche non ti conviene andaralle altrui porte ne ancho pregare i ministri. la fortuna ti ha dato la donna, che tu hai da amare, & portandolati l’ha posta dentro nel tuo albergo. A un’altro amante fia a bastanza il solamente veder la custodita pulzella, & reputa grandissimo bene l’haverventura di verderla. & altri si stimano felici sopra gli altri amanti, se ottengano solamente gratia di parlar con l’amata donna. & tu la vedi sempre, & sempre la senti, & mangi & beui con essa lei. & havendo queste felicità, tu ti lamenti? & sei ingrato de i doni, che ti ha fatti Amore? Non conosci tu che cosa sia il veder l’amata donna? egli ha in se maggior piacere,

,, che l’effetto istesso percioche gli occhi scontrandosi, & con le luci ripercuotendosi, ricevono come che

,, in uno specchio le imagini de i corpi, & quella sembianza ,, che si diparte dalla bellezza, & per la via de ,, gli occhi discende nell’anima, ha una certa mistione ,, in quel dipartirsi, et è un picciolo congiungimento, et

,, nuovo legame & abbracciamento di corpi. Io veramente t’annunzio che tosto la cosa ti succederà, percioche

,, è grandissima occasione & aiuto per indurre a ,, far si amare, il praticar continuamente con l’amata. ,, l’occhio è mezzano della benivolenza l’uso della compagnia ,, è molto atto ad acquistar gratia. percioche ,, se le bestie più fiere si fanno divenir mansuete con la ,, consuetudine; molto maggiormente con la medesima ,, farassi diventar piacevole ancho la donna. oltra ,, di ciò l’amante di equale erà ha in se un certo che ,,, che tira le giovani ad amare. & similmente quel che ,, nel fior della età muove la natura, & ancho lesser ,, con sapevole di esser amato, spesse volte partorisce ,, amore. Non è pulzella niuna, che non desideri di esser ,, bella, & essendo amata, ne prende allegrezza, & loda ,, l’amante di cotal testimonianza, & se alcuno non

,, l ama anchora non si da a credere di esser bella. una cosa adunque solamente io ti voglio rammentare, che tu opri di modo, che ella si creda di esser amata da te, che subitamente t’imiterà. In che maniera, risposi io, questo tuo annunzio potrà seguire? mostrami tu il modo & prestami aiuto. percioche tu sei più antico discepolo, & gia più assuefatto nelle cose d’Amore,

che io non sono Che dico? che debbo fare? come potrei ottener l’amata giovane? che in vero io non se trovar la via. Non cercar, disse Clinia, di queste cose niente impararne da altrui: percioche questo Iddio è savio si, che da se stesso è dotto senza maestro. Si come a i bambini, ancora che dianzi sian nati, nessuno insegna a cibarsi, ma da se medisimi imparano, & conoscono la lor mensa esser posta nelle mammelle, cosi il giovane, che si ritrovava ne i primi parti d’amore, non ha bisogno di ammaestramenti al partorire. Et veramente quando vengano i dolori del parto, & che il determinato tempo della necessità soprastia, non ti smarrir punto, anchora che tu sij ne primi parti amorosi: percioche tenendo cura di te Amore; tu troverai il modo di partorire. Ma tutte le cose che sono comuni, & nelle quali non fa bisogno di attendere opportuna occasione, queste ascoltando impara. Non richieder la giovane del piacer venereo: ma cerca come

,, tu possi venire all’effetto tacitamente. Percioche ,, i giovanetti & le giovanette nel vergognarsi sono d’u ,, na medesima conditione: ma quanto al congiungimento ,, amoroso, avennga che ne habbiano desiderio: ,, non vogliono pero udire quello che fanno, riputando ,, essi la vergogna esser posta nelle parole: le donne poi ,, mature ancho delle parole pigliano dilettatione. ma ,, la donzella fa prova de gli esteriori & leggieri assalti ,, de gli amanti, et subito acconsente co i cenni: ma se ,, tu appressandoleti la ricercherai dell’amoroso piacere ,,, con simil voce le percuoterai & offenderai le orecchie, ,, et arrossiranne, et haverà in odio cotal parlare; ,, & istimerà di esser oltraggiata, & benche ella habbia ,, desiderio dicompiacerti, nondimeno ne ha vergogna: ,, percioche all’hora le pare di far la cosa con effetto; ,, quando maggiormente ne sente la prova per la dilettatione ,, delle parole. ma se un’altra fiata verrai a tentarla ,,, & l’harai disposta a condurvisi facilmente; all’hora ,, con maggior piacere si sottometterà.

Adunque, si come si fa ne i sacri misteri, tacerai molte cose: & poco a poco apprenssandotele la bacierai.

,, percioche il bacio dell’amante dato all’amata, la quale ,, habbia animo di acconsintire, è un tacito dimandare: ,, & se ella è di natura ritrosa; è un prego da farla ,, divenir humile, anchora che non venga alla promissione ,, di far la cosa. & benche spesse fiate volontariamente ,, le donne vengano a condedere il piacere amoroso; ,, nondimeno vogliono parer di esser sforzate: accioche ,, cn’l nome della necessità possano scusar la vergogna ,,, nella quale di propria volontà si sono lasciate

,, cadere. Non dubitare adunque, se ben tu vedrai ch’el la faccia resistenza: ma osserverai in che modo a ciò fare ella simuova. percioche ancora in questi casi bisogna esser prudente. & se sarà costante nel resistere; rimanti da farle violenza, percioche non è anchora persuasa. ma se vorrai ch’ella divenga piacevole; usa lasimulatione per non guastare il fatto tuo. Tu mi hai dato, dissi io, o Clinia un grandissimo aiuto, & mi do vanto di ottenerla: condimeno io temo, che la felicità non mi sia principio di mali più acerbie, & mi trasporti a più intenso amore: & se per disaventura questo male prende aumento; che farò io? torla per moglie non potrei: percioche son dato per marito a un’altra giovane. & a questo si aggiugne mio padre, che da me non ricerca se non cosa giusta, & prendo non una forestiera, ne brutta fanciulla, & non mi compra con le ricchezze. come aviene a Charicle; ma egli mi dà una sua figlivola, & di aspetto, eccettuando Leucippe, veramente bellissimo. ma hora intorno alla sua bellezza io son cieco, & tengo solamente gli occhi volti a rimirar Leucippe. Io son posto nel confine di due contrarij. l’Amore, e’l padre contendono. questi da un lato stà, seco havendo la riverente vergogna; queglo dall’altro siede tenendo le sue fiamme. come determinerò io questa lite? la necessità, & la natura combatton. padre io vorrei dar la sententia a favor tuo ma hò un’avversario più possente. egli tormenta il giudice. mi stà davanti con le saette. dice le sue ragioni co’l fuoco. padre se io non gli ubbidisco; mi arde & mi abbrucia. Noi adunque stavamo ragionando di queste cose d’Amore; & ecco subitamente ne vien correndo un giovanetto servidore di Charicle, nel cui aspetto si scorgeva l’annuntio del male: onde Clinia vedendolo, subito gridò, qualche disaventura è avenuta a Charicle. Et in quel punto che Clinia cosi parlava; il servidore diceva, è morto Charicle. al quale annuntio Clinia rimase senza voce & tramortita, da cotai parole come da saetta percosso. Il servidore sequitò di narrar dicendò, Egli montò sopra il tuo cavallo, & da principio lo spinse leggiermente, & fattolo correr due o tre volte; lo ritenne: & cosi fermato sedendovi sopra, & havendo abbandonate le redine fregava il cavallo, che sudava: & asciugando i sudori della sella; fù fatto strepito quivi dietro, & il cavallo spaventato saltò alzandosi erto in aria, & furiosamente era trasportato: percioche mordendo il freno, inarcato il collo, iscuotendo i crini, punto & messo in fura dalla pavra, volava per aria, & de i piedi quei dinanzi andavano saltando, & quei di dietro cercando di arrivar quei davanti, sequitando il cavallo si affrettavano di correre: & cavallo inalzato dal combattimento de i piedi, saltando hor altro hor basso. per la fretta de gli uni & de gli altri, a guisa di nave combattuta dalla fortuna con la schiena ondeggiava & l’infelice Charicle quasi bilanciato da queste onde, dalla sella a guisa di una palla era gittato, hor cadendo all groppa del cavallo, & hora a capo chino verso il collo, & la tempesta delle onde gravemente l’affliggeuvano: & non potendo più regger le redine, & havendo dato se stesso al vento del corso, era in mano della fortuna. Il cavallo correndo con grandissimo impeto usci della strada publica, & saltò in un bosco, & subitamente fece lacerar il misero Charicle a un’arbore, & cosi lacero quasi da una macchina avventato, è gittato fuori di sella, & da i rami dell albero gli vien guasto tutto il volto, & è da tante ferite lacerato; quante erano le punte de i rami: & le redine avvolte intorno a lui non volevano lasciare il corpo; ma lo tiravano conducendolo nella via della morte. Il cavallo impedito del cor so calpestava il corpo del misero Charicle, & dava di calci all’impedimento della sua fuga, di maniera che chiunque lo vedesse, non lo riconoscerebbe. Clinia havendo udito queste cose, percosso dalla doglia tacque per alquanto spazio: di poi quasi destatosi dal dolore, si lamentava grandemente, & affrettavasi di correre a trovar il corpo di Charicle. io le seguina consolandolo come meglio poteva. Intanto Charicle vien portato morto. il che era spettacolo miserabile & con passionevole: percioche tutto era pieno di ferite, di mode che niuno, che fusse iui presente, potè ritener le lagrime. Il padre suo con altissimi gridi cominciò il la mento dicendo: Qual it partisti da me figliuolo, & qual mi ritorni? O maladetto cavalcare. tu non mi sei morro di morte ordinaria, ne ti mostri morto di convenevole aspetto. percioche gli altri morti benche non serbino i vestigi de gli ornamenti, & la vaghezza del l’aspetto sia guasta; nondimeno ritengono la imagine, & simigliando persone, che dormano, consolano chi rimane afflitto. l’anima veramente è tolta dalla morte, & nel corpo resta la sembianza dell’huomo: ma la fortuna hà in te queste cose tutte insieme guaste. tu mi sei morto di doppia morte, & di quella del’animo, & di quella del corpo, talmente è ancho morta l’ombra della tua imagine. percioche la tua anima è fuggita, ne anco ti riconosco nel corpo. Quando, o figlivol mio, prenderai moglie? quando farò festa per le tue nozze, cavaliero, e poso? ma sposo non compiutamente, & cavalliere infelice. La sepoltura, figliuol mio, è la tua camera. le nozze è la morte. il lamento è l’bimeneo & questo pianto sono i canti delle nozze. In aspettava, figliuol mio, di accender per te altri fuochi: ma la cattiva fortuna & te & loro inseiemo hà estinti, & hatti accese facelle di mali. o maladette faci. le essequie ti sono in vece delle faci nuzziali. Queste cose cosi piangendo suo padre diceva: & dall’altra parte Clinia, & era un combattimento di lamentanze, & dell’amico & del padre. (Io diceva Clinia) ho fatto perire il mio signore. perche gli diedi io cotal dono; non haveva io una tazza di argento e con la qual e sacrificando & bevendo egli havesse con gioia goduto il mio dono? io infelice donai una bestia ferocea un giovanetto cosi mansueto & bello: & haveva io ornato quel pessimo cavallo di frontale, di pettorale, & di altri guarnimenti d’argento, & di freno dorato. Abi lasso me Charicle, io con l’oro hò adornato il tuo ucciditore. Cavallo sopra tutte le bestie crudelissimio, malvagio, ingrato, & in nessuna parte conoscitore della bellezza. Egli ti ascugava il sudore, ti prometteva darti più biada, ti lodava del correre. & tu essendo da lui lodato, l’ai ucciso? non ti allegravi tu di esser tocco da un simil giovane? cotal cavaliero non ti era di gioia & diletto? ma tu privo di ogni amore gittasti a terra la bellezza. Hai disaventurato me, io ti comprai chi ti uccidesse. Doppo l’essequie io me n’andai a trovar Leucippe, ch’era nel nostro giardino. il giardino era un boschetto, cosa che a riguardarla era a gli occhi di grandissimo conforto. era circondato il boschetto di mura sufficietemente atte, & tutti i lati della mura, i quali erano quatro, stavano coperti di un tetto sostenuto da un’ordine di colonne, di dentro vi era molta copia di alberi insieme racolte. i rami verdeggiavano, & cadevano l’uno sopra l’altro, & le vicine frondi & frutti si abbracciavano insieme, tanto erano spesse le piante, appresso alcuni abori grandi era nata l’Hedera & la Smilace, questa pendendo dal Platano, con le sotili & dilicate foglie gli faceva corona d’intorno; & quella rivolgendosi attorno al Paccio abbracciandolo faceva domestico l’arbore, il quale era sostegno all Hedera, & ella a lui era corona. Le Viti da ogni lato dell’albero portate & sostenute dalle canne con le lor frondi verdeggiavano, & i frutti havevano i vaghi fiori, & pendeano da fori delle canne & erano quasi inanellati crini dell’arbore. & le frondi che di sopra pendeano sotto’l Sole, contrastando co’l vento facevano che la terra di verdi ombre risplendeva. poscia i fiori di colori diversi a gara mostravano la lor bellezza. & la porpora della terra era il Narciso & la Rosa, il calice della Rosa & del Narciso inquanto alla forma era simile, & era quasi nappo della pianta. La Rosa intorno al calice delle partire foglie haveva il color di sangue insiememente & di latte nella inferior parte della foglia. il Narciso era del tutto simile alla parte inferior del fior della Rosa, ma non gia del calice, che haveva il colore, quale e quel del mare, quando è quieto. Nel mezzo de i fiori sorgeva

una fonte, intorno alla quale era stata fatta a mano una fossa di forma quadrata, dove potesse discorrer l’acqua, la quale era lo specchio de i fiori, di maniera che parevano due giardini: il vero l’uno; & l’altro l’ombra del vero. Gli uccelli parte domestichi, che con l’esca da gli huomini erano stati allevati, se n’andavano intorno al boschetto pascendo, & parte havendo libero il volo; nelle sommità de gli arbori scherzavano, alcuni cantando quei canti, che a gli ucelli si con vengono; & alcuni vagheggiando si l’ornamento delle lor penne. I cantori erano le cicale & rondini: quelle cantando il letto d’Iò; & queste la mensa di Tereo. i domestichi erano il Pavone, il Cigno, e’l Pappagallo. il Cigno si pasceva intorno all’acque: il Pappagallo in una gabbia appiccata a un’arbore, il Pavone tra i fiori, tirandosi dietro’le sue vaghe penne, & l’aspetto de i fiori allo incontro de i coloril de gli uccelli risplendeva: i fiori de’quali erano le penne. Volendo io adunque disponer la fanciulla all’amore; cominciai a ragionar insieme con Satiro, prendendo al Pavone l’occasione del partare. percioche Leucippe per avventura insieme con Clio passeggiava, & era si poi fermato allo incontro del Pavone, il quale per sorte allhora haveva alzata & allargata la sua bellezza, & mostrava il theatro delle sue penne. Veramente l‘uccello diss’io fa questo non senza cagione, ne senza arte: ma cio fa egli perche è innamorato; & quando vuol tirar la sua amata; all’hora egli si adorna di questa maniera. Vedete quell’uccello vicino al Platano? (& mostrava io loro il Pavone femina) a questa hora egli mostra i fiori & prato delle sue penne. Ei in vero il prato del Pavone era molto più bello, & più fiorito. percioche nelle sue penne tutte ripiene d’occhi, era nato l’oro, & intorno all’oro con ugual cerchio si raggirava la porpora. Satiro havendo compieso la mia intenzione; a fin che io potessi più largamente parlar sopra di ciò, disse, Ha egli Amore cosi gran forza; che mandi del suo fuoco insino a gli uccelli? Non pur insino a gli uccelli, rispos’io, percioche questo non è maraviglia, havendo anche egli le ali; ma anchora a gli animali serpeggianti, & alle piante, & parmi anche insino alle pietre. Ecco la calamita ama il ferro, & solamente vendendolo & toccando lo a se lo tira, come ch ella habbia dentro dirse stessa cosa che induca ad amare. & questo non è il bacio dell’amante pietra, & dell’amato ferro? Delle piante dicono i philosophi (& si diceva ciò esser favola. se non era confermato da gli agricoltori) che una pianta ama l’altra. ma che spezialmente l’amore gravemente molesta la palma: la qual dicono essere & maschio & femina. il maschio adunque ama la femmina: la quale se nell’ordine del piantare è separata; il maschio innamorato si vien seccando. l’agricoltore conosce la maninconia della pianta: & andato in parte, dove possa ben vedere; guarda dove ella accenna. (percioche si piega verso l’amata pianta) & ciò conosciuto, egli porge rimedio alla infermità dell’arbore, con pigliare un ravauscello della palma femina, & metterlo nel core del maschio: & cosi ponge ristoro & refrigerio all’anima della pianta, & il corpo morente ripiglia vigore, & lieto si releva suso nel congiuguimente della sua amata. & questo è il maritaggio del la pianta. Enni un’altro maritaggio dell’acque nel mare. l’amatore è il fiume Alpheo, & l’amata è Aretbusa fontana di Sicilia. percioche il fiume come per una pianura discorre per il mare, il quale con le salse onde non guasta il dolce amatore: concio sia che egli dividendosi dia luogo al suo corso, & cotal divisione del mare fa letto al fiame, & à questo modo conduce lo sposo Alpheo ad Arethusa, quando adunque sono venute le feste Olimpice; molti gettano nell’acque del fiume chi un dono, et chi un’altro: et egli subito il porta alla sua amata. & questi sono gli sposareschi doni del fiume. Trovasi anche ne gli animali serpeggianti un’altro secreto d’Amore, non solamente in quei che sono della medesima generazione, ma in quei che sonò di specie diversa. Egli è un serpente terrestre chiamato Vipera, il qual è stimolato & in furiato dall’amor verso la Murena, la quale è una serpe marina inquanto all figura, ma nel vero si usa per pesce quando adunque si vogliono insieme congiugnere; quello venuto al lito fischia verso il mare; facendo cenno alla Murena: la quale conoscendo il segno, esce fuori del l’onde, non però subitamente accostandosi allo sposo, percioche ella conosce, ch’egli porta la morte ne i denti; ma se ne và in qualche scoglio e stà aspettando, che lo sposo habbia purgato la bocca, stanno adunque l’un l’altro guardandosi, questi amatore in terra ferma; & quella amata nell’isola. quando l’amatore ha vomitato quello, onde nasce la pavra della sposa, & che alla vede il veleno sparso per terra; all’hora discende dello scoglio, & ismonta in terra ferma & abbraccia il suo amatore, & non ha più pavra di baciarlo. Mentre io diceva queste cose; poneva anche mente con qua le attentione la fanciulla ascoltava l’amorosa narrazione. et in vero mostrava di ascoltar non senza piacere. La risplendente bellezza del Pavone mi parena molto minore di quella dell’aspetto di Leucippe. percioche la bellezza del suo corpo contendeva con quella de i fiori del prato. il volto riluceva del color del Narsico, & mandava fuori dalle guancie quel delle rose, & la luce de gli occhi risplendeva come la viola. le chiome inanellate si avvolgevano attorno piu che non fa la edera. Tale era il prato nel viso di Leucippe: la quale poco dopo partendosi se n’andò via. percioche l’hora del sonar la Citera la chiamava. & io volsi ritrovarmivi presente: che partendosi ella , tol se via la bellezza da gli occhi miei. Io & Satiro insieme ci rallegravamo, & gloriavamo di noi stessi: io di me medesimo per la favola raccontata; & egli, per havermente dato occasione. & dopo piccolo spazio venne l’hora della cena, & di nuovo nella medesima maniera ne ponemmo a tavola.

DI ACCHILLE TAZIO, Alessandrino dell’amor di Leucippe, & Clitophonte. LIBRO SECONDO.

MANO I cosi rallegrandoci con noi stessi; caminavamo per andare alla camera della fanciulla come per udire sonare. percioche io non potea star pure un minimo punto di tempo senza veder lei. Ella primamente sonando cantò la pugna del Porco contra il Leone descritta da Homero; dipoi cantò alcuna cosa di più vagha, et piacevole materia, imperoche la canzone era in laude della Rosa, et con parole sciolte senza cantare diceva in somma cioche si conteneva nella canzone, & le parole erano tali. Se Giove havesse voluto fare un Re sopra i fiori, certamente la Rosa sopra di loro haurebbe regnato. ella è ornamento della terra, splendor delle piante, occhio de i fiori, rossezza de i prati, fiore che a guisa di folgore risplende. ella spira Amore, ella è mezana a far con seguir i placeri venerei, ella nutrisce belle, & vaghe frondi, & gioisce de i suoi rami facilmente mossi, & che ridenti verso Zephiro si mostrano. Queste tai cose cantò Leucippe, & veramente a me pareva di veder la Rosa nella sue labbra, quando huomo volesse assimigliar la circonferenza del calice dalla Rosa alla forma del corpo. & di _uou vien l’hora della cena Era all’hora la festa di Dionisio, ò vogliamo dir Baccho. la quale si faceva avanti la vendemmia. percioche i Tirij; stimavano Dionisio a simil tempo esser venuto nel lor paese, & cantano la historia di Cadmo, & reputano l’origine della festa cotal historia. Dicono il vino non esser stato appresso altre gente prima che appresso di loro, non il negro vino di Anthosmia, non quello della vite Biblina, non qual di Maro ne di Tracia, non quel dì Chio della Lacedemonia, non quel della Isola d’Icaro, ma tutii a guisa di colonie esser discesi da gli huomini di Tiro, & la prima madre de vini esser nata appresso di loro. percioche narrano, che quivi fu: un bifolco amatore & albergatore de forestieri, (qual dicono gli. Athenie si essere stato Icaro) & in questa historia che cantano mostra che costui in tutto fusse Attico. Pervenne Dionisio a questo bifolco, il quale di quel che produce la terra & il carro de buoi, gli pose davanti. & appresso di loro si beuea quello che beveano i buoi concisia che anchora non fosse ritrovato il vino. Dionisio lodò & ringratiò il bifolco della benigna accoglienza, & gli porse un nappo invitandolo a bere, & il beveraggio era il vino. Egli havendo bevuto, cominciò dal gran piacere a divenir oltra misura allegro. & dimando a Dionisio, o forestiero d’onde hai tu hauto quest’acqua purpurea? dove hai tu trovato questo sangue cosi dolce? percioche non mi par che sia quella che discorre per la terra. questo veramente discende nel petto, & porta seco un piacere, che penetra acutissimamente, & prima rallegra l’odorato che’l gusto, & nel toccarlo si sente esser freddo & disceso che egli è nel ventre, respira da basso un fuoco di piacere. A cui Dionisio rispose, questa è l’acqua d’un frutto, cio è il sangne de i grappoli. & conducendo il bifolco alla vite, & pigliando i grappoli, & premedoli, & mostrando gli la vite disse, questa è l’acqua, & questa è la fonte. Egli poi se n’ando alle altre genti, si come dicono i Tirij. & in quel giorno celebrano a quel Dio festa solenne. Mio padre adunque volendomostrar sua magnificenzia, havend ogni cosa fatto apparechiar per la cena; avenne ch’ella fu molto più sontuosa, & più magnifica, & fece poner in tavola una tazza sacrato a Bacco, dopo quella di Glavco Chio la seconda, tutta di cristallo. & intorno intorno era coronata di viti, che nasce nano dalla istessa tazza, & i grappoli per tutto pendevano d’intorno; & ciascuno di essi era acerbo finche la tazza era vota, ma mettedovi ndentro in vino a poco a poco i grappoli si facevano maturi, & negri, & l’agresta diventava vua. & fra i grappoli era scolpito Bacco per coltivar la vite. Ma seguendosi tuttavia di bere, già senza vergogna alcuna guardava

,, Leucippe. Amore, & Bacco sono due Iddij, iquali ,, usano grandissima violenza, che occupando l’anima ,, muovono altrui con furore a operare sfacciatamente ,,, quegli infiammandola col solito fuoco, & questi ,, ardendola con la occulta! fiamma del vino, il quale

,, è il nutrimento di Amore. Già la fanciulla hauevo preso ardire di guardarmi più fisamente. & questo noi facemmo per ispazio di diece giorni, & fuor che sguardi niente altro guadagnammo, ne havemmo ardimento di fare altra cosa. Io comunico il tutto a Satiro. & lo prego che mi porga aiuto mi disse che prima, che da me l’havesse inteso, egli se n’era accorto: ma haver dubitato di scoprirmi, conoscendo che io cercava di nascondere il mio amore. Conciosia

,, che chiunque ama nascosamente, se egli da alcuno è ,, discoperto, gli porta odio, come se da lui havesse ricevuto

,, grandissimo oltraggio. Ma già (disse egli) la fortuna ha proveduto a i casi nostri, percioche Clio, la quale ha cura della camera di leucippe, si è meco dimesticata, & mostra di portarmi affezzione come a suo amante, io a poco a poco la disporro a esser tale verso di noi che ci dara aiuto in questa impresa. ma oltra di questo è di bisogno, che tu facci prova della fanciulla non solamente ne gli sguardi; ma anchora in dirle qualche pungente parola, & di poi aggiugniui la seconda machina, toccale la mano, e stringele le dita e stringedole sospira. Et fe facendo tu queste cose, essa le sopporterà, & riceve il tuo amore; officio tuo è chiamarla signora & padrona, & barciarle il collo. In vero (dissi io) tu molto acconciamente mi ammaestri & indirizzi alla impresa. ma io haveva sospetto, essendo timido & pigro non esser buon soldato di Amore. Amore (disse egli) non comporta la pavra. non vedi tu il suo aspeto, com’egli ha sembianza militare? l’arco la faretre, le saette, e’l fuoco? le quai tutte cose dimostrano audacia e fortezza. Adunque havendo dentro di te un ta le Iddio, tu fei pigro & pavroso? ma guarda che tu non dica falsamente di esser innamorato. Io comincierò a indrizzarti nella via, percioche menerò via Clio quando mi parrà che sia commoda occasione, che tu possa ritrovarti solo insieme con Leucippe sola. & ciò detto se n’usci fcori della porta. Io essendomi solo rimaso, mosso dalle parole di Satiro esercitava me stesso, & mi confortava a prender ardimunto verso di leucippe, & meco diceva, insino a quanto vile che tu sei, starai come muto? perche hai tu pavra essendo soldato di si valoroso Iddio? tu aspetti che la giovane ti venga a trovare? Et appresso agiugneva, infelice te, perche non ti rauvedi? perche non ami quelle cose, che a te è convenevole di amare? tu hai in casa un’altra bella giovane, ma lei mira lei, lei ti è lecito di tor per moglie: & parevami d’hauer persuaso me stesso, ma allo incotro quasi dal profondo core Amor mio mi gridava, Ahi temerario, tu hai ardire di venir a combattere contra di me, & farmi resistenza? io volo, saetto, & infiammo, come potrai fuggire, se tu schiferai li strali, non haverai modo da guardarti dal fuoco, & se con la castità estinguerai questa fiamma; io ti prenderò con l’ali. Essendo io in questo contrasto, non mi accorsi che alla sprovista mi ritrovai esser vicino alla fanciulla, & vedendola subito m’ipallidi, & poseia divenni rosso. Ella era sola, non vi essendo Clio con essa lei, nondimeno come a huomo consuso non mi souvenendo che dirle; la salutai dicendo; Padrona mia Iddio ti conceda viver lietamente. ella dolcemente ridendo, & col riso mostrando che haveva inteso con che animo io haveva detto Padrona mia Iddio ti conceda viver lietamentte, rispose, io son tua Padrona? non dir cosi. & quale Iddio mi t’ha venduto come Hercole a Omphale? se forse tu non vuoi dir Mercurio, alqual Giove ha data il carico del vendere, et insiememente si diede a ridere. Qual Mercurio di tu? (le diss’io) & perch’entri in ciancio intendendo tu chiaramente quel ch’io dico? et essendo passato d’uno in altro ragionamento, la sorte mi diede aiuto. Per aventura il giorno passato, quasi nel mezo di Leucippe sonando la citera stavasi a cantare. io era allo incontro di lei, & Clio li sedeva allato, & mentre che io andava passeggiando; eccoti in un subito un’ape non so donde volando, punse la mano di Clio. & ella si diede a gridare. Leucippe posta giu la Citara, & levatasi suso, la premeva dove era stata punta, & insiememenue la confortava dicendole, che non pigliasse dispiacere, ch’ella le acquetarebbe il dolore incantandola con due parole, le quali da una certa donna Egittia le erano state insegnate contra le punture delle vespe & delle api, & cosi detto cominciò a far l’incantesimo. & poco dopo Clio diceva sentir si meglio. All’hora per ventura un’ape, o vespa ch’ella si fusse, mormorando mi andava attorno al volto, & io prendo occasione di usare un’astuzia, perche postami la mano al viso fingeva di esser statò punto, et di hauer grand dolore. La fanciulla appressandomisi, & tirandomi via la mano , mi dimandava dove io fussi stato punto; io le risposi la puntura esser nelle labbra; ma perche, o padrona carissima, non le m’incanti? Ella venne, & accostò la sua bocca alla mia come per acquetare il dolore, & bassamente diceva non so che parole, toccando le mie labbra appena nella somità: & io tacitamente la baciava, occultando il suo no de i baci. ella apriva & chiudeva la congiuntura della labbra col mormorìo dell’incantesimo, & i baci facevano l’incantamento. All’hora io havendola abbracciata a ertamente la baciava. Il che ve dendo ella, disse, che cosa fai? ancho tu allo’ncontro incanti me? L’incantagione diss’io, è che amo, & che cerco di medicare il mio dolore. Ella havendo inteso quel che io diceva; si diede a ridere: onde assicurato arditamente dissi, Ahime padrona carissima, che di nuovo sono ferito più gravemente; imperoche il colpo è disceso al core, il quale per rimedio ricerca il tuo incantamento: & in vero credo per fermo che tu porti le api nella bocca: percioche sei piena di dolcezza, & i tuoi baci pungono: ma ti prego incantami un’altra volta, & non finir cosi tosto l’incantamento, per non inacerbir di nuovo la ferita. & insieme con le parole l’abbracciai più strettamente, & più liberamente la baciai. ella facendo vista di ributtarmi, se lo comportava. Intanto vedendo noi da lontano venir la servente; ci separammo: io veramente contra mia voglia, & con grandissimo dispiacere: ma ella non so con qual’animo lo facesse. Io adunque andava migliorando, & era ripieno di speranza: & sentiva il dato bacio sedermi nelle labbra non altramente, che se egli havesse corpo, & come thesoro diligentemente lo serbava

,,, Che veramente il bacio è la principal dolcezza ,,, che sia da gli amanti gustata. percioche egli è partorito ,, da i più bei membri del corpo. La bocca è istrumento ,, della voce, & la voce è ombra dell’anima, & ,, le congiunture delle bocche mescolate insieme mandano

,, il piacer ne i petti & tirano le anime ne i baci, Et certamente il mio core non haveva cotal cosa gia mai prima sentito. & all’hora la prima volta imparai, che ni un piacere si puote agguagliare a quello che si prova nel bacio amoroso. Ma essendo venuta l’hora della cena; di nuovo insieme ci mettemmo a bere nel medesimo modo. Satiro dava da bere a noi & faceva una cosa che è da innamorati: egli scambiava i nappi, & porgeva il mio a Leucippe, & quel di lei a me, & mescendo ad amendue porgeva da bere. Io havendo posto mente qual parte del nappo ella bevendo toccava con le sue abbra; a quello ponendo le mie bevea, mostrando che questo fusse il bacio mandato, & poscia io baciava il nappo. Il che poi che la fanciulla hebbe veduto; conobbe che io baciava anche l’ombra delle sue labbra. Satiro dandoci di nuovo a bere, scambiava i nostri nappi: & all’hora viddi, che la fanciulla faceva il medesimo, che io haveva fatto. di che io tuteavia ne sentiva maggior allegrezza & ciò si fece tre & quatro volte, & tutto il rimanente del giorno cosi l’un dell’altro bevemmo i baci. Doppo cena Satiro vendendomi a trovare mi disse. Hora è il tempo di portarsi animosamente: percioche la madre della fanciulla, come tu sai, sentendosi male è gia sola andata a ritosarsi. La fanciulla se ne va a fare le sue naturali bisogne, prima che vada a dormire solamente, seguitata da Clio, la quale io feco ragionando la ti leve ò via. Et ciò detto deliberammo di assalire egli Clio, & io Leucippe, & cosi fu fatto, che Clio fu da lui menata via, & la fanciulla rimase nel Cortile. Io havendo osservato il tempo, che il molto splendor del lume cominciava a mancare, & essendo divenuto più ardito per lo primo assalto già vinto, & fatto poca stima della battaglia; percioche in quell’ora vi erano molte cose, che mi armavano di ardimento, il vino, l’amore, la speranza, la solitudine. io non dissi cosa alcuna, ma andai come se a ciò fare mi fusse convenuto con essa lei: & subito ch’io l’hebbi abbracciata; la baciai: & quando io tentava di faro era migliore; fu fatto un certo strepito quivi dietro di noi, & ispaventati ci levammo via: & ella da una parte se n’andò alla sua camera; & io dall’altra rimasi gravemente afflitto dalla maninconia, havendo perduto di far cosi bell’opra, & malediceva cotale strepito. Intanto Satiro mi viene incontra con lieto sembiante, di modo che mostrava che egli havesse veduto cio che noi havevamo fatto, essendo si nascoso dietro a un certo abore, fin che niuno venisse dove noi era vamo: & egli era stato, che havendo veduto venire un non so chi. haveva fatto strepito. Trapassati che farono alcuni pochi giorni; mio padre cominciò apparechiar le mie nozze più tosto, che egli non haveva deliberato: percioche i sogni gravemente lo molestavano: arevagli di celebrar le nostre nozze, & havendo già accese le facelle; essersi estinte: & quel che più lo tormentava, era che gli pareva, che ambedue noi eravamo menati via. Il giorno seguente fu fatto que sto apparecchio: egli comprò alla fanciulla quelle cose che facevano di bisogno per le nozze, una collana di varie pietre preziose, & una veste tutta di porpora, & i fregi, che nelle altre vesti sono di porpora, in questa erano di oro le pietre preziose contendevano insieme l’una con l’altra di bellezza, & di splendore. Il Diacinto fra esse era come Rosa, & l’Amethisto rosseggiava come oro: nel mezzo erano tre gioie di variato colore, che insieme erano congiunte: il piano della gioia era negro, il corpo di mezo appariva bianco nel negro, & doppo il bianco, il rimanente che era nel sommo, andava in color rosso, la gioia essendo di oro circundata, haveva simiglianza di un’occhio di oro. la veste era tinta non di color di porpora comune & vile; ma di quella sorte che i Tirij dicono essere stata ritrovata dal cane di un pastore, & della quale insino a questi tempi ne tingono il velo di Venere. Et fu già tempo, che dell’ornamento della porpora non e ne haveva notizia appresso gli huomini: una picciola conchiglia la teneva ascosa dentro di se in ritondo & occulto luogo: un pescatore, sperando che fusse un pesce, andava cercando di pigliar questa preda: ma poi che hebbe veduto la durezza della conchiglia; maledicendo cotal preda, la gittò via come superfluità & sterco del mare. Il cane trovò questa cosa trovata dal pescatore, & la ruppe con i denti, & dalla bocca del cane colava giu il sangue di cotal fiore, il quale gli tingeva il mento, & con le labbra tesseva la porpora: il pastore vedendo le labbra del cane imbrattate, & pensando che la tintura fusse una ferita, andò a lavarlo nel mare. Ma il sangue all’hora molto più lucidamente porporeggiava: & subito che lhebbe toccato con le mani; nelle mani si ritrovo haver la porpora. Finalemente conobbe la nature della Conchiglia, ch’ella haveva dentro di se la pianta di cosi vabo & bel colore. & piglianto della lana, la mise nel foro, ricercando di dentro i secreti della Conchiglia, & poscia insanguinava intorno al mento del cane. & cosi all’hora imparò la tintura della porpora. & havendo egli preso alcun sossi; rompevano d’intorno intorno il guscio, che a guisa di muro teneva dentro serrato il colore, & aperto il secreto luogo della porpora; trovò il thesoro della tintura. Mio padre adunque celebravano le primitie delle nozze: io subito che l’hebbi inteso: rimasi tutto smarrito & perduto, & cercavano ogni via & modo da poterle prolungare. Mentre io mi stava pensando; ecco in un subito si fa romore dentro della nostra casa, nella stanza dove si cenava: percioche avvenne che havendo mio padre uccise le vittime, & postole sopra gli altari un’aquila volandovi sopra, rapi il sacrificio. & benche cercassero di cacciarla; nondimeno non fecero effetto, che l’uccello non se n’andò via, se non portando la preda. Pareva adunque, che ciò non fusse buono augurio, e per questo in quel giorno fu lasciato di far le nozze. Mio padre havendo fatto chiamar gl’indo vini, & gl interpreti de’prodigij, narra loro l’augurio essi dissero, che bisognava far sacrifico a Giove hospitale, nella meza notte andando al mare, essendo l’uccello volato a quella parte. & la cosa era avvenuta cosi, che l’aquila volata verso il mare, non fu poscia mia più veduta. Io essendo seguite cotal cose, lodava supremamente l’aquila, & diceva che meritamente ella era regina di tutti gli uccelli. & non trapassò molto spazio di tempo, che seguì l’effetto annunziato dall’agurio. Et un giovane Bizantino chiamato Callisthene. privo di padre & di madre, & molto ricco, ma di utta prodiga & lasciva costui intendendo che Sostrato havea una belle figlivola, la quale egli non havea giamai veduta, desiderava haverla per moglie

,,, & erane innamorato per fama. Percioche la ,, morbidezza de i lascivi è tanto, che anchora per via ,, de gli orecchi vengano a innamorarsi, & dalle parole ,, ricevono la medesima passione, che porgono all’anima

,, gli occhi mentre sono amorosamente feriti. Egli andato a trovar Sostrato prima che fusse stato mossa la guerra a i Bizantini; gli domando la fanciulla. Sostrato havendo in odio la pessima e dissoluta vita del giovane; glie la negò. Calisthene di questo prese sdegno, & si riputava di esser poco stimato, & di ricever ingiuria da Sostrato: nondimeno egli rimaneva innamorato. & fingendosi dentro della sua mente la bellezza della fanciulla, & imaginandosi le cose che non vedeva; se ne stava tutto solo di pessimo animo, & attendeva a volersi con insidie vendicar della ingiuria fattagli da Sotrato, & di adempire il suo desiderio. Hanno i Bizantini una legge, Che se alcuno havesse rapito una donzella, & più volesse torlasi per moglie, le nozze fossero la violenza usa tale. Callisthene havendo molto ben pensato sopra di questa legge; cercava occasione di mandarla ad effetto. In tanto che si faceva la guerra, & che la fanciulla era serbata appresso di noi, egli haveva inteso ciascuna di queste cose, nondimeno si mise a farle insidie, & a ciò gli fu in aiuto questo, che i Bizantini hebbero dall’ora colo una risposta tale,

Un’isola è, che di sua gente il nome Prende la pianta, e stendesi da un lato In terra ferma nn collo stretto, & poscia Da l’altro il mare la bagna, ove Vulcano Minerva havendo si rallegra & gode; Là ti comando che tu vada tosto, Conducendo animai per offerire Ad Hercole un solenne sacrificio.

Et stando essi in dubbio qual’ Isola si dovesse intender per le parole dell’oracolo. Sostrato, il quale era Capitano della guerra. Disse, Bisogna haver cura di mandare il sacrificio a Hercole in Tiro: percioche ivi è tutto quel ch’è stato detto dal l’oracolo. l’Iddio ha detto l’Isola prender nome dalla pianta: con ciosia cosa che l’Isola sia de Phenici, & la Phenice (cioè la palma) è pianta. Di questa isola ne contendono il mare, & la terra, questa la tira a fe, & quello quinci et quin di la bagna: onde ella giace in mare, & non abbandona la terra; percioche la congiunge con la terra ferma una stretta gola, la quale è come collo dell’Isola; & non è ella fondata in mare; ma l’acqua sottentra: & il seno del mare giace sotto allo stretto, & è un nuovo & maraviglioso spettacolo, essendo città in mare, & Isola in terra. Et mentre l’oracolo dice, Vulcano haver Minerva: egli oscuramente parlando, vuo le intender l’uliva e’l fuoco: le quali due cose appresso di noi habitano insieme congiunte: imperoche un luogo sacro circondato di mura produce l’uliva di rami verdissimi, & con essa nasce il fuoco, che sparge grandissima fiamma intorno a i rami, & la cenere del fuoco coltiva & nutrisce la pianta, tal è l’amicizia del fuoco & della pianta, & cosi Minerva non fugge Vulcano. Cherphonte collega maggiore di Sostrato, percioche egli di patria era da Tiro, riputandolo & lodandolo per huomo divino, disse, Io ti narrerò una cosa bella & vera, & non ti dei maravigliare della natura del fuoco solamente; ma anche di quella dell’acqua. io ho veduto cotai secreti. E un’acqua in Sicilia, che ha in se mescolato il fuoco, & vedesi da essa saltar in alto la fiamma; ma se toccherai l’acqua? la troverai fredda come neue, & fuoco non è estinto dall’acqua, ne l’acqua è abbraciata dal fuoco. ma co’l fuoco col’acqua nel fonte se ne stà in compagnia. Similmente in Hispagna è un fiume, che vedendolo nulla più altro che fiume lo stimerai, ma volenda sentir l’acqua sonare; fermati al quanto, attentamente porgendo le orecchie: percioche per picciol vento che percuota sopra i rivolgimenti dell’acqua; ella rende suono some corda di stormento: & il vento è il plettro dell’acqua; & il corso di lei suona come una citara. E anche vua palude in Africa simile a quella d’India: & le vergini Affricane hanno il secreto di conoscer quando l’acqua sia ricca, la qual serba la richezza nel fondo me scolata nel fango, & quivi è il fonte dell’oro. Mettono adunque nell’acqua una pertica impeciata, & aprono i ritegni del fiume. La pertica è all’oro come al pesce l’amo, percioche ella il pesca, & la pece è l’esca della preda: che tutto quel seme di oro ‘ che s’imbatterà in essa. si attacca solamente, e la pece poi tira interre la predo: di questa maniera nel fiume d’Africa si posca l’oro. Havendo Clitophonte narrate queste cose; di consentimento di tutta la città fece inviar le vittime verso Tiro. Callisthene finge di esser un di quei che hanno ad hauer cura del sacrificio: & essendo in picciolo spazio di tempo giunto a Tiro, havendo imparato la casa di mio padre: pose insidie alle donne: le quali, essendo il sacrificio molto magnifico e suntuoso; era no uscite a vederlo. Era una gran pompa di vittime un lungo orine di huomini, profumi di cassia, d’Incenso di Croco, fiori di nerciso, di Rose. e di Mirthi: gli odori de’fiori contendeaano con quei de’profumi. Il vento trascorrendo per l’acre mescolava la soavità de gli odori talmente, che era venuto pieno di dilettatione. Le vittime erano molte & varie, & fra loro le più eccellenti erano i buoi del Nilo: percioche il bue di Egitto non solamente di grandezza; ma anche di colore avanza gli altri: in quanto alla grandezza, egli è in tutto grande. Ha il collo grosso, le spalle larghe, il ventre grande, & le corna le ha non basse: come quei di Sicilia, ne brutte come quei di Cipro, ma dalle tempie ascendendo a poco a poco da amendue i lati piegandosi, conducono le lor sommità tanto appresso, quanto sono distanti i principij delle corna, tale che hanno somiglianza della luna ritonda: il colòre egli l hà qual’Homero lodavano ne i cavalli di Thracia. Questo bue Egizzio ne va col collo elevato, quasi con questa maniera dimostrando che egli è Rede gli altri buoi. & se la favola di Europa è vera, Giove pigliò ia similitudine del toro egizzio. Avvenne adunque che all’hora Panthia madre di Leucippe si sentiva alquanto mal disposta. & Leucippe fingendo di esser ammalata, rimase a casa: percioche noi havevamo posto ordine di ritrovarci insieme. Callisthene non havendo mai veduta Leucippe, & vedendo Calligone mia sorella, & istimando ch’ella fusse Leucippe (percioche la moglie di Sostrato egli la conosceva) senza dimandar nulla, & essendo gia dal l’aspetto della fanciulla preso, a un suo familiare, che gli era fidelissimo, la mostra, & gli comanda che raguni alquanti corsali per rapirla: & dicegli che modo in cio habbia da tenere, & si come gia si avvicinava la festa, nella quale egli haveva inteso che tutte le donzelle della città andavano al mare. Havendogli cosi detto, facendo poco stima di andar a vedere il sacrificio si diparti con una sua nave, la quale egli prima che si partisse da Bizantio; haveva apparecchiata, se per avventura gli fusse accaduto di poter fare quel che si haveva pensato. Gli altri che havevano cura del sacrificio, navigaron via; ma egli si allontanò al quanto da terra, havendo date le ancore a fondo, parte per parer di seguitar gli altri cittadini: & parte accioche stando la nave vicina alla città di Tiro, dopo la rapina non potesse esser reso. Poi che fu giunto presso a Sarapta città de Tryrij posta nel mare: quivi arriva, & assegna una barchetta a Zenone: cosi era chiamato il familiare, del quale egli si serviva a far la rapina: era costui & robusto & per natura corsale, & havendo subitamente trovati alcuni corsali pescatori di quella villa, navigò verso Tiro. E non molto lontano da Tiro una isoletta, che ha una piccola spiaggia, che i Tirij la chiamano la sepoltura di rodope, dove la barachetta stava in agguatto attendendo l’occasione. Innanzi l’universal festa da Callisthene con sommo desiderio aspettata, è messo ordine di far quel che l’agurio dell Aquila, e gl’indouni dimostrava. Noi la notte per il giorno sequente ci apparecchiammo per andar a far sacrifizio a Giove: & niuva di queste cose era nascoca a Zenone: ma essendo ga venuta la mezza notte; noi andammo innanzi, & egli seguiva dopo noi, & mentre eravamo a lavarci nelle sponde del mare; egli fa il segno ordinato fra loro. la barchetta in un subito navigando giunse a riva. Erano in essa dieci giovani, & altri otto ne erano in terra in aguato, i quali portavano vestimenti da donne, et si ha vevano rase le barbe. & ciascuno portava sotto le vesti la sua spada: & anch’essi conducevano le vittime per non dar cagione di sospetto alcuno: & veramente noi pensavamo che fussero donne. Poscia che noi havemmo accesa la massa delle legne per offerir il sacrifizio; subitamente gridando corsero, & estinsero le nostre facelle, & noi per lo spavento confusamente ci demmo a fuggire, & essi tirate fuori le spade rapirono mia sorella, & messonla in barca, & subito montativi dentro se ne volarono a guisa di uccello. Di noi alcuni fuggiavano, ne sapendo, ne vedendo cosa alcuna; & altri in un tempo medesimo vedevano & gridavano, i corsari hanno presa Calligone, e la barchetta già haveva trapassato in mezzo del mare. Ma appressandosi loro a Sarapta, Callisthene da lontano vedendo il segno, andò a incontrarli con la nave, e ricevette la fanciulla, & navigo subitamente via per alto mare. Io essendo si le nozze cosi disciolte fuori di ogni mia openione; mi confortai; nondimeno mi doleva, che mia sorella fusse caduta in cotalo infelicità. Et havendo lasciati passare alcuni giorni; parlai con Leucippe dicendole, insino a quanto padrona mia carissima, staremo su i baci? in vero sono bei principij, ma aggingamoci hormai qualche cosa altra amorosa. hor sù poniamoci l’un l’altro la obligation della fede. percioche fe Venere ne conducerà nelle sue cose sacre; troveremo ni un’altro Iddio esser migliore di lei. Et facendole io spesse volte di queste incantamenti; la persuasi a ricevermi di notte nella sua camera con l’aiuto di Clio, la quale era sua cameriera. La sua camera stava posta di questa maniera. Era uno spazio grande, che haveva quatro camere: due a mandestra, & due alla sinistra, nel mezzo era un’andito stretto, per il quale si passava andando alle camere. nel principio di questo andito si serrava una porta. questo era l’albergo delle donne: nelle camere più a dentro, che erano allo incontro l’una dell’altra, stavano la fanciulla & la madre; nelle altre due più addietro vicine all’entrata dell’andito, in una albergava Clio oppresso la fanciulla; & l’altra serviva per salva robba. La madre sempre metteva a dormir Leucippe, & serrava di dentro la porta dell’andito, & un’altro la serrava di fuori, & per un foro gittava dentro le chiavi, & ella prendendole le serbava, & all’alba chiamando colvi che haveva questo carcio di nuovo gli porgeva le chiavi, accioche egli aprisse. Satiro adunque havendosi ingegnato di farne fare altre simili a queste, & havendo trovato che si poteva aprire; persuase a Clio essendone con sapevole la fanciulla, che non impedisse la fanciulla in cosa alcuna, & cio fu fatto con astuzia. Era un certo servidore curioso; cicalone, & geloso: & ogni altra cosa che di peggio si possa dire il cui nome era Conope, cioè Zenzara. Costui parmi che di nascoso poneva mente atutto ciò che noi facevamo: & massimamente sospettava, che noi la notte facessimo qualche male: onde egli insino a passata mezza notte vegghiava, tenendo aperta la porta della camera, si che era difficil cosa schifarsi da lui. Alla fine Satiro volendo farlosi amico molte volte scherzava con lui, & chiamandolo Zenzara, & ridendo lo motteggiava del suo nome. Egli conoscendo l’astuzia di Satiro; allo’ncontro auch’esso fingeva di motteggiare, & al motteggio aggiugneva la perfida intenzione del suo animo, & diceva verso di Satiro. Poi che tu biasim i il mio nome; horsu lascia ch’io ti dica una novella della Zenzara. Il Leone si lamentava spesse fiate di Prometheo, & diceva che egli l’haveva formato bello & grande; & gli haveva armate le mascelle di dentri, & fortificati i piedi di unglie, & l’haveva fatto più possente de gli altri animale, ma che essendo tale gli haveva pavra del Gallo. Allo’ncontro Prometheo gli rispondeva veramente tu m’incolpi senza ragione: conciosia che tu habbia da me tutto ciò che formadoti hò potuto fare. Ma in questo salamente la tua anima è debole & vile. Il Leone adunque piangeva di se medesimo, & accusava la sua viltà & voleva finalmente morire. & essendo in questo oppenione; per aventura s’incontrò nell’Elephante, & salutatolo si fermò a parlar seco. & vedendo che di continuo crollava gli orecchie; gli disse, che hai? & donde procede, che non passa pur piccol momento, che le tue orecchie non tremino? & l’Elephante per sorte volandogli adosso una Zenzara; disse vedi tu questo piccolo animaletto? s’egli entra nella via del mio udito; io son morto. Et il Leone seco stesso, disse. Ache fine voglio io morire. se io son tale, & più felice dell’Elephante? quanto è più degno il Gallo della Zenzara? vedi tu che la Zenzara ha tanta forza, che l’Elephante n’ha pavra? Satiro intesa la malizia del suo parlare; sogghignando alquando, disse. Ascolta anche tu me, che ti vo raccontare una historia della Zanzara, & del Leone, la quale intesi da nn certo Philosopho, & io ti concedo la tua favola dell’Elephante Dice adunque la Zenzara con molta arroganzia contra il Leone, Tu li pensi di signoreggiar me come gli altri animali? & pur tu non sei nato ne più bello, ne più forte, ne maggiore. & avegna che sopra tutte la miglior cosa che tu habbia sia la forza, squarciando con le unghie, & mordendo con i dentri; nondimeno questo medesimo anche la donna combattendo è solita di far. Qual grandezza o bellezza ti adorna? il petto largo, le spalle grosse, & i molti crini intorno al colla, ma non vedi tu le brutte parti di dietro? Ame la grandezza è tutto l’acre, & ciò che posso toccare con le ali: la bellezza sono i fiori de prati, percioche essi mi sono come vestimenti, de i quali mi vesto, quando io voglio riposarmi dal volo. la mia forrezza non è punto cosa da ridere a dirla, essendo io tutto istrumento da guerra. Dopo il suono della tromba mi pongo in ordinanza, la mia tromba & la mia saetta è la bocca. ondo io sono & trombetta & arciere, & diventò saetta & arco di me stessa. percioche con le ali in aria tendo il mio arco, & scendendo a basso faccio ferita eguisa di saetta, & colvi ch’alla sprovista si sente ferito: grida, & và cercando chi l’habbia ferito: & io essendogli presente, non vi sono, & in un tempo suggo & sto ferma, & con le mie ali vò cavalcando intorno all’huomo, & ridomí di lui, che per le ferite và là, & quà saltando. ma che bisogna dir più parole? cominciamo a combattere. Et nel dir cosi andò sopra il Leone, & gli salto ne gli occhi, in ogni altra parte del muso, che fusse senza peli, volando & soffolandogli attorno. il Leone si sdegnava, & fi aggirava per tutto, & a bocca aperta andava prendendo l’acre. La Zenzara di questo sdegno pigliana maggior ciacere, & gioco. & pungendogli ella le labra; egli piegandosi si volgeva in quella parte, dove sentiva la percossa della ferita: & la Zenzara come valoroso lottatore chinando il corpo èsce fra la congiuntura de i dente del Leone, volando per mezzo le mascelle, ch’egli serrava i denti essendo rimasi voti della preda, l’un con l’altro stringendosi stridevano. Il Leone havendo co i denti in vano contra l’aria combattuto; già era stanco, & divenuto debole & languido per la stizza, si era fermato: & la Zenzara volandogli intorno de i crini: sonava il segno della vittoria. ma per la su erchia insolenza non si accorge di esser intrigata nelle reti del ragno, ma il ragno ben si avvede ch’ella ni è caduta: & non potendo fuggire dolendosi diceva. O grande sciochezza è stata la mia, io provocava il Leone, e hora son fatta preda d’una piccola, & sottil tela di ragno, Havendo Satiro racontate queste cose disse a Conope, Guarda che anche a te non bisogni haver pavra dei ragni, & con questo rise alquanto. Lasciato passare alcuni giorni conoscendolo egli esser dedito alla gola, havendo comprato un medicamento da far dormire profondamente, _lo’nuito a mangiare. egli veramente hebbe sospetto di qualche inganno, & da prima dubitando ricusava, ma poi che la golosità, la quale hebbe magior forza, lo astrinse, egli si la ciò vincere; & andato a trovar Satiro, cenò con essolvi: & havendo centato, & dovendosi partire; Satiro nell’ultimo nappo di vino mise dentro la medicina, & egli beuue & vi s’interpose tanto spazio, quanto hebbe tempo di poter entrare nella sua camera, dove caduto si giaceva dormendo il medicamento. Satiro venne correndo a me, & dicemi, Zenzara si giace là dormendo e tu hora sij valoroso come Vlisse. & cosi dicendo giugnemmo alla porta dell’amata Leucippe. Satiro rimase di fuori, & io entrai dentro, ricevendomi Clio senza far motto alcuno. io tremava di doppio tremore, di pavra insiememente & d’allegrezza: percioche la pavra del pericolo turbava le speranze dell’anima: & la spaeranza di conseguir l’amata, nascondeva la pavra co’l piacere. Et cosi il mio sperar temeva, & la mia maniconia s’allegrava. Poco prima ch’io fussi entrato dentro della camera

della fanciulla; avvenne che la madre hebbe un sogno di lei, che gravemente la molestava: parevale che un certo ladrone tenendo la spada nuda, havendo presa sua figlivola la menasse via, & la tagliasse cominciando di sotto dalle parti vergognose. Ella adunque turbata dalla pavra per cotal sogno, saltò suso del letto subitamente, nel modo, che ella si trovava, e corse all camera della figlivola, che le era vicina. Io intanto mi era messo a giacere, ma sentendo lo strepito della porta, che si apriva; subitamente mi levai. El la già si era a pressata al letto; & io conosciuto il pericolo saltai via, & correndo andai fuori dell’uscio, e Satiro mi riceve tutto tremante & confuso, dipoi al buio ce ne fuggimmo, & andammo alla nostra camera. Ella primamente presa dalla vertigine cadde, dispoi ritornata in se, & levatasi su dava de ripugni nel volto a Clio quanto più poteva, & suegliendosi i capelli piangeva verso la figlivola dicendo, Leucippe tu hai pur disperse le speranze mie. Ahime Sostrato tu stai a Bizantio a combattere per difender le altrui nozze: e qui a Tiro un non so chi ha vinto & rapito le nozze di tua figlivola. Ahime misera io non aspettava di veder tali le tue nozze. Dio havesse voluto, che tu fussi rimasa in Bizantio. Dio havesse voluto, che tu havessi patita questa ingiuria per ragion di guerra. Dio havesse voluto, ch’alcuno di Travtia doppo la ottenuta vittoria ti havesse fatto violenza, che per la necessità la cosa non meritava biasimo. Hora misera te sei vituperata, dove ti mancano tali scuse: le imagini de i sogni mi hanno ingannata. Io non ho veduto il vero segno. Hora per certo ti è stato tagliato il ventre più miseramente: questo è la ferita della spada molto peggiore di quello che’l sogno mi mostrava: non ho veduto chi t’habbia ingiuriato, ne ho conosciuto chi sia stato la cagione della mia infelicità: ahi misera me, è stato forse qualche servo? La fanciulla sentendo ch’io era fuggito, perse ardire, & disse, Madre non oltraggiar la mia verginità, non ho fatto cosa, ond’io meriti che mi stano dette simil’parole, ne ho consciuto cotestui, chinunque egli sia stato o Dio, o Semideo, o ladrone, io mi giaceva tutta tremando, e per la pavra non poteva

,, gridare: percioche la pavre è il legame della lingua.

,, questo so ben io che niuno ha fatto vergogna ala mia verginità. Essendo adunque Panthia caduta, dinuovo si lamentava. Noiridotti insieme soli consideravamo ciò che si deue a fare, e parveci il meglio di dover fuggir prima che l’alba arrivasse, & che Clio esaminata & tormentata narrasse il tutto, e havendo cosi deliberato, mandammo la cosa ad esecutione, fingendo co’l portinaro di voler andare alle nostre amorose, e n’andammo a casa di Clinia, & era già mezza notte, onde il portinaio appena ci aperse. Clinia (percioche egli haveva la sua camera nella superior parte della casa) havendoci uditi parlare; vien’ giu correndo tutto turbato. In questo mezzo vendemmo dopò noi Clio correr con molta fretta, che haveva proposto di fuggir sene. & a un tratto Clinia udi ciò che noi havenvamo fatto, & noi Clio che voleva fuggire, Clio allo’ncontro quel che noi eravamo per fare. Entrati adunque dentro la porta, narriamo a Clinia il sucesso della cosa, & come havevamo deliberato di scampare: & Clio disse, & io con esso voi: percioche se starò insino a giorno; mi è propsta la morte, la quale mi saria piu dolce, che i tormenti. Clinia finalmente presomi per mano, & tiratomi lunge da Clio mi dice. Ame pur di haver trovato un’ottimo consiglio cioè che manidamo via constei, & noi ci rimanghiamo per al quanti giorni, & se cosi vi pare ci partiremo tutti insieme: percioche hora la madre della fanciulla (si come voi dite) non sa chi ella habbia trovato nel fatto: & non vi sarà chi vi discuopra e manifesti, essendo levata via Clio. & forse ancho persuaderote alla fanciulla di fuggirsene con esso noi: & doceva che anchora egli ci saria compagna nel peregrinaggio. Cosi deliberammo, & Clinia a uno de i suoi servidori assegnò Clio, comandandogli che la mettesse in una barca. Noi essendo quivi rimasi, stavamo a pensare quel che dovessimo fare: & finalmente facemmo de li boratione dicentar Leucippe, & volendo ella fuggir seno, cosi fare: ma quando che nò; reflar’qui vi dandoci in __ vitrio della fortuna. Et havendo dormito tutto quel poco spazio di hore, che restava della nove, le maniera quasi all’alba ce ne ritornammo a casa. Panthia essendosi levata si apparocchiava per dar de torm mi a Clio, & commandò ch’ella fosse chiamara, ma vedendo che stera tolta via; di nuovo se ne un a sua figlivola dicondole. Tu non mi di come e passirei ___ine di questo cosa è erro Clio se n’è fuggita. All’hora Leucippe prese maggiormente ardire, & disse, che ti debbo io dir più? qual altra maggior testimonianza della verità ti adurro? se della verginità ci è prova alcuna; facciasi. Anche questo (disse Panthia) ci manca, che habbiamo disgrazia in haveri testimoni. & dicendo queste parole usci fuori. Leucippe rimasa quivi sola, & havendo gli orecchi pieni delle parole della madre: faceva diverse mutationi si attristava, si vergognava, & si adirava: attristava si di essere stata trovato in sallo, si vergognava che le fusse detto villania, e si adirava che non le fusse

,, creduto. La vergogna, la manineonia, & l’ira sono ,, tre onde dell’anima: percioche la vergogna entrando ,, per la via de gli occhi: toglie loro la libertà: ,, la maniconia sparsa intorno al petto pascendosi consuma ,, il calor dell’anima: & l’tra abbaiande intorno ,, al core, affoga la ragione con la stuma del furore. ,, Dalla parola nascono tutte questo tre, & perche essa ,, tenda l’arco, & drizzi il colpo al segno, & saettando ,, finalmente vi giunga, & mandi nell’anima diver se ,, saette: delle quali una è la villania, & la sua ferita diventa ,, ira l’altra è la riprensione de cativi fatti; & ,, da questa saetta nasce la maninconia: & l’altra è il ,, biasimo de gli errori, & la ferita è chiamata vergogna. ,, La propria natura di tutte queste saette è di penetrar ,, profondamente, e far ferite senza sangue. A ,, tutte tre vi è un rimedio solo cioè il ferire il saettato ,, re con le medisime saetne. percioche la parola è saetta ,, della lingua, & con la saetta d’un’altra lingua le si ,, rimedia: che in vero cosi si racqeuta lo sdegno del core ,,, & la maniconia dell’anima: ma se l’huomo sforzato ,, da un più potente non risponde, matacendo se ,, ne rimane; le ferite per il silentio apportano maggior ,, dolore, percioche i dolori che nascano dalle onde ,, della parola, se non gettano fuori la spuma, intorno di

,, se medesimi gonfiati si accrescano. Leucippe adunque ripiena di tante parole non poteva sostenere l’impeto. In questo tempo io mandai Satiro alla fanciulla per tentarse ella voleva fuggirsene: & ella prima che Satiro parlasse, gli disse. Per li Dei hospitali, & di questo paese vi prego menatimi via, & levatimi denanzi a gli occhi di mia madre, & conducetemi dove volate: & se partendovi di qui voi mi lasciarete; io facendomi un laccio, con quello manderò fuori la mia anima. Poi che hebbi inteso questo: scemai gran parte del mio pensiero. Et havendo lasciati passar due giorni, che all hora mio padre era absente, ci apparecchiammo a fuggire. Haveva Satiro un poco di medicina sonnifera rimasa di quella, con la quale haveva addormentato Zenzara. Di questa, mentre egli ci serve a tavola, nascosamente ne sparge nell’ultimo nappo di vino, & porge a Panthia. La qual poi che si fu levata da mensa se n’andò alla sua camera, & subitamente si addormentò. Leucippe haveva un’altra cameriera. La quale con la medesima medicina Satiro haveva alloppiata. percioche doppo che ella entro alla cura della camera; egli finse di amarla: venne poi alla terza porta al portinaio, alquale similmente diede del medesimo beveraggio. Noi ci aspettava un carro dinazi alla porta, il quale Clinia havea fatto apparecchiare, dove egli stava aspettandoci. Poi che tutti furono addormentati intorno all prima parte della notte ce ne partimmo quetamente, & Satiro menava per mano Leucippe, percioche Zenzara, il quale teneva guardato ogni nostro affare, per avventura in quel giorno era andato fuori per servigio della padrona. Satiro apre la porta, & ce n’andiamo, & usciti fuori della porta montammo sopra il carro: in tutto eravamo sei, io, Leucippe, & Satiro, & Clinia con due servidori C’indirizzammo adunque verso Sidone, & passata buona parte di notte arrivammo alla cittá & subito volgemmo il camino verso Berito, hoggi detto Barutto: pensando di ritrovar quivi nave, che partisse ma in ciò non havemmo ventura. Di poi andati al porto di Berito trovammo una nave, che tosto era per far ve la. Noi senza dimandare altramente qual viaggio ella havesse da tenere, di terra ci trasportiamo in mare, et era poco avanti l’aurora. La nave andava in Alessandria la gran città del Nilo: io primamente vedendo il mare mi rallegrava non essendo anchora la nave combatuta dall’onde, ma standosi nell acque del porto, Ma poi che parve che fusse vento prospero da navigare, nella nave si faceva gran strepito & da i marinari, che correvano di là & di quà & dal padrone, che commandava: & dalle sarte che erano tirate. l’antenna girava, la vela si stendeva, la nave era spinta innanzi le anchora tirate via, il porto lasciato a dietro, & veggiamo la terra a poco a poco dipartisi dalla nave, come se anche ella navigasse. Si cantavano hinni, & fadevansi molte orazioni invocando gli Dei liberratori, & pregando che ne concedessero prospera navigazione. Il vento comiciò a diventar più gagliardo & la vela a gonfiarsi, & tirar la nave. Stava per avventura appresso di noi un giovanetto, il quale poi che fu venuta l’hora del desinare humanissimamente invitandoci, ne pregava che desinassimo con esso lui, & ‘gia Satiro ci portava da mangiare, onde ponendo la in mezzo quel che noi havevamo: facemmo comune il desinare, & i ragionamenti. E io primo dimandandolo dissi, o giovane donde sei? & come ti chiami? E egli rispose, il mio nome è Menelao, & per nazione sono Egizzio, ma voi di grazia ditemi chi siete? Io rispondendo dissi, : mi chiamo Clitophonte & questi Clinia, amendue siamo di Phenicia: ma qual è la cagione del tuo pelegrinaggio? che se tu prima laci racconterai, ancho tu da noi ascolterai quella del nostro. Disse adunque Menelao, La somma del mio pellegrinaggio è l’invidioso Amore, & la caccia infelice. Io amava un bel giovanetto; & il giovanetto era amatore della caccia, della quale spesse volte lo frastornava, ma non lo poteva ritener del tutto, & poi che io non hebbi possanza di farnelo rimanere; mi diedi anchor io a seguitarlo alla caccia, Cacciavamo adunque amendue essendo a cavallo, & da prima havemmo ventura, fin che persequitammo le fiere piccole: ma poi in un subito ecco salta fuori della selva un porco cinghiale. Il giovanetto si misse a seguitarlo. Il porco volgendogli il muso, gli corse all’ncontro, ne perciò il giovanetto si rivolse punto a dietro. Io chiamava & gridana volgi il cavallo, tira le redine, che la fiera è troppo eroce, il porco essendosi mosso; si mette a correr furiosamente per andar contra il giovane. Essi cosi l’un l’altro si venevano ad affrontare. Io subito che questo viddi, tutto tremai, & temendo che’l porco l’arrivasse, & gli gettasse a terra il cavallo; alzato il dardo, prima ch’io guardassi bene di drizzare il colpo a segno, lanciai. il giovanetto essendo trascorso tolse il colpo. Qual credete voi fusse all’hora la mia anima, se pur del tutto io haveva anima; io era non altramente che se un vivendo morisse, & quel che è più compassionevole, mentre anchora egli alquanto spirava, mi porgeva la mano, & morendo mi abbracciava, & colvi che ere da me ucciso, non haveva in odio me disleale & infelice. me egli mandò fuori l’anima te vendomi stretta quella destra, la quale l’haveva uccio. Il padre del giovane mi mena in giudicio, non già contra mia voglia: percioche se io fussi andato via, & statomi lontano; non havrei confessato cosa alcuna: ma io mi condennava alla morte da me stesso. Li giudici havendomi compassione, mi diedero bando per tre anni, & essendo hora finito il tempo; me ne ritorno alla mia patria. Clinia, mentre cha Menelao raccontava queste cose, havendosi ricordato di Charicle, lagrinava, & Menelao gli disse, Piangi in mosso a compassione di me, o pur un simil accidente è cagione, che ancho tu sij mandata in bando fuori della patria? Clinia havendo prima sospirato, narra il caso di Charicle & del cavallo, & io la cose che mi erano avvenute. Ma vedendo lo Menelao star molto afflitto, essendosi rammentato della sua disaventura, & Clinia lagrimar per la rimembranza di Charicle, & desidevando io di rimorverli da cotai pensieri; diedi occasione di ragionamento pieno di amorosa dilettazione. percioche Leucippe non vi era presente, ma nella secreta parte della nave ritiratasi era andata a dormire. Volgendomi adunque verso di loro sorridendo dissi, Clinia il più delle volte mi vince, & hora (percioche voleva egli dir contra le donne come era suo costume) più facilmente lo farà, che si ha trovato: compagno di amore. Io veramente non so perche l’amor verso i maschi hora sia cosi publicamente frequentato. Et non è egli (disse Menelao) questo molto miglior di quello delle femine? i fanciulli sono più semplici delle donne, & la lor bellezza ha maggior forza di muovere altruia dilettazzione. Come (disse Clinia) ha ella più forza? forse perche appena uscita fuori, & solamente apparita ella se ne và, & non si lascia godere all’amante? ma è similie all’acqua di Tantalo? percioche le più volte mentre si beue, se ne parte & fugge via: & l’amante non trova da bere: & quel che ancora si beue è rapito prima che l’huomo bevendo rimangasazio. & non puote un’amante par tirsi da un fanciullo, che compiuto diletto senza dispiacere ne gusti: percioche mentre ancora ha seteiegli l’abbandona. All’hora Menalao soggiunse, tu non conosci

,,, O Clinia il sommo piacere: imperoche quella cosa ,, che non sazia. sempre è più da amarla: & quella che ,, piu lungo spazio di tèpo si puote usare, con la sazzietà ,, guasta la dilettazione. ma la cosa; che è in un subito ,, rapita, e sempre nuova, & tuttavia fiorisce. percioche ,, non ha il piacere che s’invecchi, e quanto ne è dimi ,, nuito per la brevità del tempo; tanto per il desiderio ,,, diventa maggiore. la rosa perciò è piu bella delle

,, altre piante; perche la sua bellezzà subito se ne fugge via. Due bellezze veramente io reputo che siano sparse fra i mortali, celestel’una, l’altra terrestre. Alla celeste è grave & molesto di esser legata con la mortale e cerca di fuggir subitamente al Cielo: la terrestre cade al basso, & dimora intorno a i corpi. & se della celeste via della bellezza si ha da prender testimonianza di Poeta; ascolta Homero che dice,

Costui rapir gli Dei a fin che per la Bellezza sua porgesse a Giove il Nettar, Et fusse aggiunto a gl’immortali Dei.

Niuna donna è salita al cielo per la bellezza. Et se Giove si congiunse con le donne; ad Alcmena ne segui pianto, & esilio, a Danae l’arca e’l mare, & semele ne fu nuirimento del fuoco. ma essendo innamorato del giovane Troiano; gli dona il cielo, accioche egli habiti con esso lui. e diagli da bere il Nettare. & chi prima in ciò gli era ministro, fu privato di cotal honore, e istimato veramente che fusse donna. Io all hora interrompendogli il parlare dissi, Anzi parmi che le donne habbiano tanto più del celeste, quanto la lor bellezza, cosi tosto non si guasta. & in vero quel che è incorruttibile si avvicina alla divinità, e quel che si corrompe seguitando la mortal natura, non è celeste ma terreno. Giove amò il giovane Troiano, egli lo tirò suso in cielo; ma la bellezza delle donne tirò Giove dal cielo in terra. Per la donna Giove già mugghiò come toro, per la donna già saltò come Satiro, & per la donna trasformò se medesimo in oro: Ma concediamo che Ganimede porga da bere, ma che anchora Giuvone beua con gli altri Dei; non haverà anche la donna un giovane per misistro? Io o tra di ciò gli ho compassione pen ando alla sua rapino: un’uccel. o che si pasce di cruda carne discese a lui, & essendo egli rapito gliè fatto violenza, & è simile a uno che è tiranneggiato. E in vero che il vedere un giovane star pendente dalle vugie d’un’aquila è spetiacolo bruttissimo. Semele fu condotta in cielo, non da rapacissimo uccello, ma dal fuoco, & non ti maravigliar s’alcuno mediante il fnoco ascende in cielo, che cosi anco vi ascese Hercole. E se tu ti ridi dell’arca di Danae, perche taci Perseo? Ad Alcmena à a bastanza questo dono, che Giove per amore di lei nascose il Sole tre giorni interi. Et se ponendo da parte le favole, ho da dire il piacere, che ne i fatti amorosi dalla donna si prende: Io lo prima volta ne feci prova con una donna molto gentile, per quanto si puo haver pratica con queste, che per prezzo fanno l’essercizio di Venere, percioche altri foese ne potrebbe dir molto più. Et benche io n’habbia mediocre esperienzia, dirò, che la donna ne gli abbracciamenti ha il corpo più molle, & le labbra per baciar più delicate. &, perciò ella ha il corpo & nelle braccia, e nelle carni del tutto acconciamente fatto, & colvi che si congiunge con lei, abbraccia & stringe il piacere, & appressa alle labbra i baci come sigilli, ella bacia con arte, & condisce i baci più dolcemente percioche non pur vuol baciar con le labbra; ma combattendo si congiugne anchora codenti, & si pasce intorno alla bocca dell’amante, e morde il baci. Et anche nel toccar delle manmelle vi è il proprio piacere. Ella nel sommo vigore dell’atto venereo per la allattazione viene in furor. e baciando morde, e per dolcezza furiosamente si dimena. Le lingue allhora si congiungono insieme, e come possono si sforzano anch’esse di baciarsi, e tu arrendo di baci, fai il piacer maggiore. La donna venendo al fine della fatica amoroa, anvienche sotto l’ardente piacere ansando sospira: & l’ansare col sospiro amoroso saltando insino nella sommità delle labbra. s’incontra col bacio, che va errando, et cercando di scendere a basso, et volgendosi a dietro insieme con l’ansare, lui mescolatosi le seguita, e percuote il cuore, il quale conturbato dal bacio salta, & se non fusse legato al’interiora; tirato da i baci si partirebbe.

Habbiamo in questo luogo lasciato distanpare una piccola particella, forse di vinticinque versi, havendo pensato ch’ella poteva bruttamente macchiar qust’amorosa narrazione, la quale nel rimanente e honestissima.

Alessandrino dell’amor di Leucippe, & Clitophonte LIBRO TERZO:

Noi havendo navigato tre giorni còn un tempo molto sereno subitamente si sparse intorno, un’ oscuro pembo, & disperse la luce del giorno, e le vossi di sotto dal mare vento all’oncontro della nave. & il padrone comandò che facessero girar l’antenna. il che da galeotti fu subitamente fatto, da una parte stringendo per forza la vela nel corno di sopra (percioche il vento diventato più gagliardo non la lasciava raccoglire) & dall’ altra lasciando star nel modo che da prima stava. Ma poi che per cotal rivolgimento il vento venne più forte & tempestoso; la nave da un lato si abbassa, & dall’altro s’inalza. & era d’ogn’intorno in precipizio. & soffiando il vento tuttavia con grandissimo impeto; parve a molti di noi mutarci di luogo. Tutti adunque ci tramutiamo nella parte più alta della nave. per alleggerir quella che abbassata si sommergeva, & con questo peso aggiunto alquanto la tiravamo a piegar egualmente, ma perciò nulla di più facevamo: impero che il fondo della nave maggiormente inalzandosi ci ributtava, o vero dal nostro lato si abbassava. ne sforzavamo per alquanto spazio di tener equal la nave bilanciata dall’onde: ma subitamente si rivolge il vento dall’altra parte della nave, & quasi ch’ella s’affondò, inalzandosi per lo grande impeto hora quella parte che era chinata verso l’onde, & hora abbassandosi quella ch’era inalzata. Nella nave si lieva un grandissimo romore, & di nuovo bisogna tramutarsi, & gridando corriamo a i luoghi dove eravamo di prima, & tre, & quatro volte, e più facendo il medesimo tutti correvamo nella nave per questo confuso camino, percioche innanzi c’havessimo compiuto il primo; ci sopragiugneva di far il secondo corso. Portando adunque tutto’l giorno questo grave peso. per la nave facemmo continuamente cotal corso per i spazio di un miglio & più, sempre aspettando la morte. & convenevole cosa era, che non fosse molto lontana. Ma essendo già verso la sera la luce del Sole del tutto si volse via, & ci vedevamo l’un l’altro come si fa nel lume di Luna da il ampi usciva fuoco: il cielo cotuoni mugghiava: l’aere era ripieno di strepito, & il combattimento delle acque di sotto allo’ncontro con lo strepito gli rispondeva: & tra il cielo e’l mare diversi venti soffiando impetuosamente stridevano, & l’aere a guisa di tromba risonava. le sarte cadano intorno della vela, & dal continuo ripercuotimento fi consumarono, & anco si temevano che; essendo i legni della nave rotti, & gia suelti i chiodi, a poco a poco il fondo della nave s’aprisse. Tutta la coperta era nascosa, essendo dalla molta pioggia inondata. noi entrammo sotto la coperta, & quivi stemmo come in vuo grotta, dandoci nelle mani della fortuna, & gittando via ogni speranza. Venivano onde grandissime da ogni lato, alcune per proda, alcune per poppe, combattendo l’una contra l’altra. La nave sempre verso la gonfiata parte de la mare si levava in alto, verso la piana, & bassasi sommergeva, & delle onde alcune parevano simili a i monti, & alcune simigliavano profondissme voragini. & quelle che di la & di quà venivano e traversoci erano di maggiore spavento; percioche entrando l’acque a ella nave, si rivolgeva per la coperta, & copriva tutta la concavità della nave. Et in vero che le onde inalzate & quasi toccanti le nuuole, da lontano si vedevano all’oncontro della nave a guisa di grandissima altezzo. & se fusti stato presente a vedere; haresti creduto; che volessero inghiottir la nave. Era dunque il combattimento, & de i venti, & della onde: & noi non potevamo star fermi in nessun lato per l’impetuo movimento della nave. I gridi & le voci di tutti erano insieme confusamente meschio, le onde aspramento risonava, i venti soffiavano, le donne piangevano. egli huomini gridavano, i marinari fra di loro si esortavano, & ogni cosa era pieno di lamenti. Il padrone comandò che si gittassero le robbe in mare, ne si faceva differenza dall’argento & l’oro alle altre cose vili, ma tutte egualmente le lanciavano fuori della nave. & molti mercadanti essi stessi pigliando le proprie mercatanzie, nelle quali havevano poste ogni loro speranza, sollecitavano di gittarle fuori,

e già la nave era vota d’ogni cosa, nondimeno la fortuna anchora non cessava. Finalemente il padrone abbandonò il timone, e lasciò andar la nave a di screzione del mare: e già apparecchiava il battello, e commandò a marinari che vi andassero dentro; egli cominciò a scendervi giu per la scala, e essi vi saltarono in piè subitamente. All’hora si vendevano cose dispretate, e un crudel combattimento di mani. percioche quei che già vi erano dismontati, tagliavano la fune, che teneva legato il battello alla nave, e ciascuno de passeggieri si affrettava di saltarvi dentro, quando viddero ancho il padrone tirar la corda e quei che erano nel battello non lo permessero: essi havevano le accette, e le spade, e minacciavano di ferir chiunque si fusse appressato per entrarvi. e molti di quei che erano in nave, armatisi come potevano, alcuni pigliando un pezzo di remo vecchio, alcuni con le assi della nave si difendevano: percioche il mare usava per legge la forza, e era un nuovo modo di battaglia navale. Quei che erano nel batteno per pavra di affogarsi per rispetto della moltitudine. di coloro, che vi volevano saltar dentro; gli ferivano con le accette, e con le spade, e questi saltandovi con le assi, e co remi sostenevano le percosse, alcuni hovendo appena tocco l’estremità del battello cadevano, e alcuni smontativi combattevano con quei che vi erano dentro: percioche non vi era legge ne di amicizia, ne di riverenza: ma ciascuno riguardava alla propria sicurezza: ne si considerava quel ch’era convenevole

,, di far verso altrui, conciosia che i pericoli

,, grandi rompano le leggi dell’amicizia. In questo mezo un certo giovane molto gagliardo, che era in nave, prende il canapo, e tira a se il battello, & già visi era appressato, e quando si fusse avincinato, ciascuno si apparecchiava di saltarvi dentro: e due o tre solamente hebbero questa ventura, ma non senza ferite: e molti altri che fecero prova di saltarvi, caduti dalla nave nel mare si affogarono: percioche i marinari con la scure tagliando la fune, subitamente sciolsero il battello. navigando dove il vento gli portava: e quei che erano nella nave, si sforzavano di somergerlo. La nave si aggirava saltando per le onde, e non si accorge che è traportata in uno scoglio nascoso sotto d’acqua, e tutta si ruppe. E gia essendo aperta, e dall’altro lato l’arbore essendo caduto; una parte se fracassò; e l’altra sene sommerse. Tutti quei adunque, i quali subitamente bevero l’acqua marina considerando l’acerbità del male, provarono minor miseria non dimorando lungamente nella

,, pavra della morte. Percioche nel mare la morte ,, tardanto uccide prima che si patisca: consiosia ,, che gli occhi vendendosi attorno si grande spazio di mare ,,, fanno la pavra quasi infinita, onde la morte è molto ,, più misera. Percioche quanto è maggior la grandezza

,, del male; tanto è più grave la pavra della morte. Alcuni sforzandosi di notare, percossi dalle onde allo scoglio si fraccassorono: molti essendosi imbattuti in qualche legno rotto trapassavano a guisa di pesci, e altri mezzi morti andavano notando. Poi che la nave fu rotta: non so qual pietoso Iddio fece per noi rimaner salua una parte della prora, nella quale sendendo io, e Leucippe, eravamo portati sopra le onde del mare. Menelao, e Satiro insieme con gli altri passeggieri havendo preso l’arbore, e a quello attenutisi notavano. E anche quivi ápresso vedemmo Clinia, che notava attorno dell’antenna, e udimmo la sua voce dire. Prendi il legno Clitophonte, e mentre cosi diceva, un’onda sporavenendogli dopo le spalle lo ricoperse, e noi in questo ci demmo a piangere, e la medesima onda venne sopra di noi: ma essendoci per avventura appressati per prenderlo; da basso trascorse di maniera, che solamente il legno elevato in alto, la sommità dell’onda: e un’altra volta Clinia potemmo vedere. Io adunque dolendomi dissi, o Nettuno signore habbi compassione di noi, e riconciliati, e sij favorevole a quei che sono rimasi del naufragio: gia habbiamo per la pavra infinite morti patite. e se pur tu vuoi che noi moriamo; non dividere la nostra morte, una istessa onda ci ricuopro. e se il voler de i fati è che noi debbiamo esser cibo di fiere; almeno un medesimo pesce ne divori, e un medesimo ventre ne rinchiuda, accioche ne i pesci siamo insieme sepolti. Poco doppo tal preghiera, il grande impeto del vento si acquetò, e l’asprezza e la ferocità delle onde divenne piana, e humile. e il mare era pieno di corpi morti. Quei che erano insieme con Menelao l’onda più tosto gli condusse a terra. e questi erano i liti d Egitto. e all’hora tutto quel paese era pieno di ladroni. Noi la sera al tardi arrivammo a Pelusio, hoggi detto Damiata. e con gran desiderio smontati in terra, rendevamo grazie alli Dei, e piangevamo Clinia, e Satiro, pensando che fussero annegate. In Pelusio è un picciol tempio di Giove Casio con la sua statua, la quale: ha sembianza di giovane, e stende una mano, che tiene un pomogranato, il quale ha secreta significazione. Porgemmo adunque preieghi a questo Dio chiedendogli qualche segno di Clinia, e di Satiro: percioche dicevano questo Iddio render altrui risposta della dimande fatte. Andammo guardando attorno il tempio, e nella parte posteriore vedemmo due pitture, della quali una mostrava il caso di Andromeda, e l’altra quel di Prometheo erano amedue legati: e perciò stimo che’l pittore quivi gli havesse dipinti insieme, e erano le pitture per un’altra condizione ancho simili che amedue erano legati ne i scogli, e attorno di amendue vi è una fiera per divorarli: quella che va sopra di Prometheo scende per aere; e quella che va per divorare Andromeda, esce del mare i loro difensori sono due Greci d’un medesimo parentado. a Prometheo da soccorso Hercole; a Andromeda da aiuto Perseo: quei saetta l’uccello di Giove, e questi combatte contra la balena di Nettumo: ma l’uno triando l’arco sta in terra ferma; e l’altro con le ali sta sospeso in aria. Era adunque lo scoglio cavato alla misura della grandezza della giovane, e le cava era di maniera, che dava a vedere, che nessuna mano l’haveva fatta artificiosamente: havendo il dipintor finto il seno della pietra ruuido, e aspro, come la terra naturalemente lo produce: nel qual coperto stava la giovane legata. e cotale spettacolo in quanto all bellezza, pareva una nuova statua; ma riguardando i legami, e la balena; simigliava un’aspra e horrida sepoltura. Era nel volto della giovane la bellezza e la pavra mescolata: percioche nelle guancie sedeva la pavra, e da gli occhi fioriva la bellezza, e la pallidezza della guancie non era del tutto priva di rossezza; essendo alquanto tinta di rosso: il fior della bellezza de gli occhi non era vivace, e lieto, ma pareva simile alle viole poco innanzi divenute languide, talmente il pittor l’haveva fatta adorna di bella pavra, e le haveva distese le braccia nello scoglio, e il legame di sopra le stringeva, accostandole amendue al sasso, e le mani pendevano dalle lor giunture come grappoli dalla vite. e il puro bianco delle sue braccia, si tramutava nel pallido, e le dita parea che si morissero. Ella adunque aspettando la morte; stava cosi legata, e vestita a guisa di sposa con una veste biancha, che giugneva insino a piedi, sottile come tela di ragno, fatta non, secondo che si fanno, di peli di pecora; ma di piume di uccelli, qual le donne Indiane tirando le fila da gli arbori, sogliono tessere. La Balena allo’ncontro della fanciulla uscendo di sotto con la testa apriva l’acqua marina, e la maggior parte del corpo haveva coperto dalle onde, solamente con la testa appariva sopra del mare: sotto l’acqua dell’onda era dipinta l‘ombra de gli homeri: la qual si scorgeva di sopra, similmente le congiunture delle squamme, la curvatura del collo, le sete delle spine, e i rivolgimenti della coda. la bocca era lunga e grande, e l’haveva tutta aperta insino alla giuntura de gli homeri. Dopo la quale subito era il suo ventre: tra la balena e la giovane era dipinto Perseo, che discendendo per l’aere si calava contra la fiera tutto nudo, havendo solamente la veste militare sparsa intorno. a gli homeri e le scarpe a piedi, che havevano simiglianza di ali. Il suo capo era coperto di un cappello, il quale simigliava l’elmetto di Plutone: con la mano sinistra teneva la testa di Medusa, e la sporgeva innanzi a guisa di scudo elle era spaventevole, e ancho nella pittura teneva aperti gli occhi horribilmente, e dalle tempie alzava i crini, e destava i serpenti di maniera, che ancho nella pittura minacciava. Cotale scudo haveva egli nella sinistra, e la destra haveva armata di un’armre che era di due forme, cioe che da un lato era falce, e dall’altro spade, e ad amendue serve un’istesso manico, e insino al mezzo del ferro è spada, e da indi ingiu divisa in due parti, l’una è acuta, e l’altra è ritorta, e quella si come havea cominciato a esser spada; spada rimaneva: e questa diveniva falce, accioche in un medesimo colpo l’una tagliasse, e laltra tenesse la cosa tagliata. Di questo modo era la pittura di Andromeda: seguiva dipoi quella di Prometheo. Era egli legato con la catena di ferro allo scoglio. Hercole era armato di arco, ‘e di saette. l’aquila si godeva del ventre di Prometheo, e stava apprendolo, già essendo aperto. ma il rostro era fittò nel forto, e pareva che cavasse dentro della ferita, e cercasse il fegato, del quale tanto se ne vedeva, quanto il pittore haveva aperto il foro della piaga. stava l’uccello sopra la coscia di Prometheo, ficcandovi gli acuti artigli. Prometheo tirava a deitro il ventre, e il costato, a suo danno raccoglieva la coscia, percioche riconduceva l’uccello al fegato. e all’oncontro l’altro suo piede di stendeva a basso i nervi diritti sino all’estremità delle dita: il resto del corpo dimostrava anche il dolore egli inarcava le ciglia, ritirava le labbra, e mostra va i denti: e in vero che tu haresti havuto compassione della pittura, come che ella patisse dolore. A questo afflitto dava soccorso Hercole, percioche stava saettando il divoratore di Prometheo. la saetta era adattata all’arco, con la sinistra lo sporgeva innanzi spingendo il corno, e tirando la corda. tirava la destra mano alla mammella, e di dietro haveva incurvato il gomito. Ogni cosa adunque era in un medisimo tempo tirava, l’arco, la corda, e la saetta, dalla corda erano insieme congiunte le punte dell’arco, la corda era raddoppiata dalla mano, e la mano si serrava appresso la mammella. Prometheo si stava pieno disperanza, e di pavra: percioche hora rignardava la ferita, e hora Hercole, e con gli egli haria voluto guardarlo, ma il dolore gli toglie va la metà dello sguardo. Havendo adunque dimorato quivi due giorni, e ristoratici alquanto dall’affanno patito; togliemmo a volo una nave, Egizia (percioche havevamo anco un poco di moneta d’oro, la quale per avventura ci trovammo hauer saluata) e su per lo fiume del Nilo navigammo verso Alessandria, havendo ad ogni modo deliberato iui far dimora, e istimando subito dover ritrovare gli amici nostri quivi arrivati. ma poi che fummo giunti a una certa città; subitamente udimmo un grandissimo romore. Il Padrone havendo detto, ecco i villani; rivoglie la nave come per tornare a dietro: e in un subito la terra fu ripiena di huomini brutti, e terribili, tutti grandi, di color non del tutto negro, quale hanno gl’Indiani; ma qual saria que d’un Ethiope bastardito: havevano le teste picciole, i piedi sotili, il corpo grosso, e tutti parlavano barbaramente. Il Padrone dicendo noi siamo prigioni; fermò la nave: percioche in quel luogo il fiume era strettissimo. E essendo quattro de i ladroni saliti in nave, pigliando tutto ciò che vi era, e tolgonci i nostri danari, e legatici, e serrati in una cameretta, si partirono, lasciandoci guardiani attorno, per voler poi il gioro seguente menarci al Re: (percioche con questo nome ciamano il ladro maggiore) il quale stave lontano quanto era il camino di due giornate, si come intendemmo da quei che con esso noi insieme erano prigioni. Poi che fu venuta la notte. e che come eravamo legati, cosi giacevamo; e i guardiani dormivano; all’hora in quel modo che io poteva mi diedi a pianger sopra di Leucippe: e considerando di quanti travagli io le era stato cagione, piangendo profondamente dentro della mia anima, e celando il suono del pianto nella mente, io diceva, O Dei, e demoni, se voi in luogo alcuno siate, e udite, Che ingiuria si grave v’habbiamo fatto, che in si pochigiorni ci havete sommersi in cosi gran moltitudive di travagli? e hora n’havete condotti nelle mani de ladroni Egizzij, a fin che non possiamo trovar compassione alcuna: percioche i ladroni Greci, e la voce gli haveria piegati, e le preghiere fatti diventar benigni. Conciosia che le parole il più delle volte muovano a compassione, percioche il dolor dell’anima la lingua dogiosa spiegandolo in preghiera, fa divenir mansueto lo sdegno dell’anima di coloro, che l’ascoltano.

,, Ma hora con qual voce pregheremo, e quai giuramenti faremo? Che henche alcuno havesse ,, parole più dolci, e più atte a persuadere, che non ,, hanno le Sirene; i micidiali non le ascoltano. Mi convien

,, pregar co i cenni soli, e dichiarar i miei preghi con gesti delle mani. O miseria grave, mi bisognera ballando fare il lamento. e avvenga che i miei mali trapassino ogni infelicità; non me ne doglio: ma de i tuoi, o Leucippe, con qual voce me ne lamenterò? e con quai occhi ne piangerò? O: fedele nell’obligazione d’amore, o begnignia verso l’nfelice amante? begli ornamenti sono questi delle tue nozze: la camera è la prigione, il letto è la terra, le collane, e le maniglie sono le fune, e i lacci, e in vece di colvi che suol condur la sposa a marito; ti stede appresso il ladrone, e in luogo de i versi nuzziali ti è cantato il lamento. O mare in vano ti habbiamo rendute grazie: mi doglio della tua cortesia. Tu sei stato più benigno verso di color che tu hai sommersi: noi havendoci tu salvati ci ha condotti a morte più acerba. Tu ci hai invidiato il morir fuori delle mani de ladroni. Cosi io tacitamente mi lamentava, ma non poteva piangere.

,, Percioche il non poter lagrimare è proprio de gli ,, occhi nelle gravi avversità: ma nelle mediocri miserie ,, si spargono abbondantemente le lagrime, le quali ,, sono i preghi di coloro che patiscano, verso di quel ,, che danno loro i tormenti, e come da gonfiata piaga ,, uscendo votano il dolore de gli afftltti. ma ne gli affanni ,, che trapassano ogni misura, fuggono le lagrime ,,, e abbandonano gli occhi: conciosia che il dolore ,, incontrandosi in esse, mentre che sono per venir su ne ,, gli occhi, faccia fermare il lor vigore, e le desuia, seco

,, conducendole a basso: e elle: dalla strada de gli occhi ,r volgendosi a dietro discendono nell’anima, e cosi fanno ., molto più molesta la sua piaga. Mi volgo poi verso

,, di Leucippe, la quale tutta tacita si stava, e le dissi. Per qual cagione, o carissima Leucippe, taci, e punto non parli meco? E ella rispose, o Clitophonte dolcissimo, questo m’avviene, perche la mia voce si è morta prima che l’anima. E standoci cosi a ragionare, non ci avvedemmo esser sopraggiunta l’aurora: e in questo eccoti uno ne viene spronando il cavallo: haveva egli una lunga, incolta, e ruvida chioma: e anche il cavallo haveva lunghissimi crini, era nudo, senza sella, e senza guarnimenti: percioche tali sono li cavalli de ladroni. Costui veniva dal Principe de ladri, e domandando disse. E fra questi prigioni una fanciulla? bisogna menarla via per farne sacrifizio a Iddio per purgarei falli dell’esercito. Eglino subitamente si voltorno verso di Leucippe ella teneva stretto me, el gridando pendeva dal mio collo. E parte de ladroni tirava, e parte batteva: tiravano lei, e battevano me. finalmente pigliandola di peso la portaron via: noi poscia a bell’agio ci menarono legati. E havendo caminato un quarto d’un miglio lontando dal villaggio; si udiva un gran romore con suoni di trombe, e vedevasi un ordinanza di_ soldati armati tutti all grave, i ladroni havendogli veduti missero: noi in mezzo, e gli aspettavano come per difendersi da loro, se ne venivano: non molto dopo venero cinquanta tutti armati, e parte di essi portavano gli scudi, che gli coprivano insino a piedi, e parte havevano rotelle. I ladroni essendo molti più, con le zolle della terra percuotevano i soldati. la zolla della terra di Egitto è più dura assai, che non sono le pietre: ella è grave, aspra, e disuguale, e quella disuguaglianza fa l’effetto, che fariano le punte della pietre. onde essendo lanciata, fa doppia percossa: come pietra fa enfiatura; e come saetta fa ferita. ma i soldati con scudi riparandosi da colpi de i sassi, poca stima facevano di coloro che triavano. Poi che i ladroni lanciando furono stanchi; i soldati aprirono la lor ordinanza: e quei che erano armati alla leggiera cia scuno col dardo, e con la spada mandati fuori lanciarono, e niuno fu che non ferisse: di poi soccorevano gli arma ti di grave armatura. Fu fatta una, e dura battaglia: d’amendue le parti ne furono percossi, feriti, e uccisi molti, e l’esperienza de soldati suppliva al difetto del numero della gente. Noi tutti che eravamo prigioni, ponendo mente a quella parte de i ladroni, ch’era messa in rotta tutti insieme rompendo fra loro ordinanza trapassammo, e fuggimmo verso i nimici: i quali non sapendo la cosa, da prima cercavano di ucciderci; ma poi che ci viddero nudi, e legati, pensando esser la verità, ne ricevettero dentro fra loro, e mandaronci alla coda della battaglia, lasciandoci riposare. In questo mezzo sopravvennero i cavalli, e poscia che furono appresso, distendendo la battaglia circondarono i ladroni: e a questo modo ridottogli in picciolo spazio, gli uccidevano, e parte ne giacevano morti, e parte mezzi morti anchora combattevano, il rimanente pigliarono vivi Già era sopragiunta la sera, quando il Capitano fattici chiamare a uno a uno, ci domandava chi fossimo: e chi una, e chi altra cosa diceva: io gli raccontava il caso mio. Poi che egli hebbe inteso il tutto; comandò che lo seguitassimo, e ne promisse di darci le arme. Percioche havea deliberato aspettando il resto dell’essercito di assalire il luogo dove si era ridotta la gran moltitudine de ladroni: dicevasi che erano quasi diecimila persone. Io, percioche era molto essercitato nel cavalcar, chiedeva che mi fusse dato un cavallo, e havendomelo un di loro condotto nel farlo muovere a tempo, dimostrava d’intender l’ordine del combattere, tal che il Capitano me ne lodava sommamente. e in quel giorno fece ch’io mangiai alla sua tavola. e dopo cena mi domandava delle cose che mi erano avvenute, e ascoltandole

,, mi havea compassione, Percioche l’huomo che ,, ascolta gli altrui mali, si muove a compassione, e ,, quelle compassione molte fiate viene ad esser mezzana ,, della benivolenza. Conciosia che l’anima mossa a ,, dolersi per le cose udite, a poco a poco havendo accresciuta ,, la misericordia per l’ascoltar la passione altrui

,,, raccoglie la compassione del dolore in benivolenza. Io adunque per havermi il Capitano benignamente ascoltato, disposi l’animo suo di maniera, che egli anchora mandò fuori le lagrime che niente altro più potevano fare, essendo Leucippe nelle mani de ladroni. Egli mi diede un servidore Egizzio, il quale mi havesse a servire. Il giorno seguente si apparecchiava a passare, e attendeva di far si che fossa, che a far cio era d’impedimento, fusse riempita: percioche dall’altra parte di essa vedevano i ladroni con infinita moltitudine di gente, la quale si era posta in arme. Quivi fra loro era un’altare rozzamente fatto di terra, e appresso dell’altare stava un’urna da sepellire. e due menavano una fanciulla legata con le mani di dietro. quegli io non conosceva chi fussero: percioche erano armati; la fanciulla ben conobbi io che era Leucippe: costoro spargendole acqua sacra sopra la testa, la menavano attorno dell’altare, e uno di loro diceva a lei non so ché parole, e il sacerdote cantava (si come è da credere) un canto in lingua Egizzia: percioche il gesto del corpo, e il movimento della testa quasi dimostrava il canto. dipoi a un segno tutti si scostarono alquanto lontano dall’altare, e l’uno de giovani facendola chinare supina, la legò a certi pali fitti in terra, si come i pittori dipingono Marsia legato a un’arbore: poscia preso un coltelloglielo ficcò nel core, e tirandolo a basso insino al ventre l’aperse, e subitamente saltoron fuori l’interiora e cosi strappandole con le mani, le posero sopra l’altare. poi che furono arrostite; le divisero, e tutti ne mangiaro la lor parte. Il Capitano, e i soldati stando cio a vedere, adogni cosa che facevano coloro, gridavano ad alta voce, e rivolgevano gli occhi da cotale spettacolo. Io per lo subito, e non aspettato accidente, postomia sedere, misera quasi trasformato, e uscito de i sentimenti, e questo era per lo spavento della mente. percioche il male trapassando ogni misura, mi haveva come che un fulgore percosso. E forse che la favola di Niobe non fu bugia. ma anche ella, havendo una simil passione per la perdita de figlivoli, diede cagione, essendo diventata immobile, che altri havesse oppinione, ch’ella fusse divenuta pietra. Poi che la cosa (si come iò pensava) hebbe fine; essi havendo posto il corpo nel’urna, e messovi sopra il coperchio. l’abbandonano: e disfatto l’altare se ne fuggono senza mai volgersi a dietro: percioche il sacerdote haveva predetto loro, che cosi facessero. Ma essendo venuta la sera, era già la fossa tutta stata riempita, e i soldati havendola passata, posero gli alloggiamenti poco di sopra la foss, e si missero a cenare. Il Capitano stando io mal contento, si sforzava di confortarmi. Io, poi che fu passata la prima parte della notte; guardato, che tutti dormivano, pigliata la spada, cominciai a dire. Misera Leucippe, e infelicissima sopra tutte le altre: io non piango solamente che tu sei morta, e morta fuor della patria, e violementemente uccisa: ma che tali siano stati i giuochi delle tue infelicità; ma che tu sij stata offerta in sacrificio per purgar si immonde e scelerate genti. e che ti habbino, ahime infelice, cosi viva dinanzi sparata; e che tu medesima habbi veduta tagliarti; ma che habbiano diviso le secrete parti del tuo ventre, e ti habbiano dato per sepoltura, e il maladetto altare, e l’urna: in questa ponendo il corpo; e in quello l’interiora: se il fuoco ti havesse consumata; saria minore infelictià: ma hora il sepolcro delle tue viscere è il nutrimento de i ladroni. O abominevoli facelle nell’altare accese, o nuove, e religiose maniere di cibo. e gli Dei hanno dal cielo riguardato sopra cotai sacrificij? e il fuoco non si è estinto; ma ha patito d’imbrattarsi, e ha portato l’odore alli Dei? piglia adunque da me l’essequie, che a te si convengono. E cosi dicendo alzai la spada per porlami alla gola, et i scannarmi: ma ecco all’oncontro di me io veggio (percioche era lume di Luna) due che con molta fretta venivano correndo: io pensando che fussero ladroni, accioche essi m’uccidessero, mi ritenni. in tanto si appressarono, e amendue ad una voce gridarono, e questi erano Menelao, e Satiro. Io avvenga che vedessi e i miei amici, e fuori della mia opinione vivi, nondimeno non gli abbracciai, ne fui punto mosso dall’allegrezza, talmente il dolore dell’accidente m’haveva tolto fuori di me stesso. Mi prendono finalemente la man destra, e cercano di toglermi la spada, e io dissi loro, Per Dio vi prego, non mi habbiate invidiadi cosi bella morte, anzi del rimedio de i mali: percioche non poss più vivere, se ben’hora voi mi sforzaste, essendo Leucippe morta di questa maniera: Voi mi torrete questa spada? e ella è spinta dentro, e alquanto ha gia tagliato, volete ch’io muoia d’una immoral al ferita? All’hora Menelao disse, se per questa cagione tu vuoi morire; ritien pur la spada, che Leucippe ti ritornerà viva. Io riguardando verso di tui gli dissi. In si molesti affanni anchora ti fai beffe di me? Ah Menelao rammentati dell’amicizia c’habbiamo fatta mangiando e bevendo insieme. e egli percotendo l’urna disse, poi che Clitophonte non mi crede; fanne tu, o Leucippe, vera testimonianza che tu sei viva, e insieme con queste parole, e due, e tre volte percosse l’urna. E io sento da basso uscire una voce molto sotile: onde mi prese un subito tremore, e guardava verso di Menelao, istimandomi che fusse incantatore. E egli in questo medesimo tempo aperse l’urna, e Leucippe da basso si levò suso. O che spettacolo horribile, e pieno di terrore. il suo ventre tutto era aperto, e veto dell’interiora, e lasciatasi cader sopra di me mi abbraccia, e ci stringemmo, e cademmo amendue. E havendo io appena ripigliato lo spirto, dissi a Menelao. Tu non mi dici che vogliono dir queste cose? non veggio io Leucippe? non la tengo io? non la sento io parlare? quel che io vidi hieri che cosa era? ò quello o questo è sogno ma ecco il bacio è vero e vivo, e soave come quello di Leucippe. Hor hora, disse Menelao, rihaverà anco l interiora, e il petto si ricongiugoerà, e lo vedrai senza ferita alcuna. ma nasconditi il viso, percioche a quest’opera io voglio chiamar l’infernal Proserpina. Io credendolo mi nascosi: e egli dicendo alcune parole cominciò a far l’incantesimo, e parlando tolse via d’intorno al ventre di Leucippe tutte quelle cose, che vi haveva poste –er coprir l inganno, e la fece ritornar nello stato di prima, e dissemi che io mi scopr_ssi io lo faceva appena e con pavra: percioche veramente me pensava che Prosperpina vi fusse venuta: nondimeno mi levai pur le mani da gli occhi, e vidi Leucippe del tutto intera e sana. Io maggiormente maravigliandomi, pregava Menelao dicendo, o carissimo Menelao. Se tu sei qualche ministro de gli Dei; dimmi ti prego, in che luogo sono io? e che vogliano significare queste cose, che io veggio? E Leucippe soggiunse dicendo Menelao, rimanti di spaurirlo, e narragli in che modo tu hai ingannati i ladroni. E egli comincià a dire, Tu sai, si come io ti dissi in nave. che io sono di Egitto: e intorno di questo villaggio ho molte possessioni, e i governatori di quella sono miei conoscenti poscia che noi rompemo in mare, e poi che le onde mi gittarono ne i liti di Egitto, fui preso insieme con Satiro da questi ladroni, che guardavano il detto villaggio. ma poi che fui menato dinanzi al loro Principe; alcuni de i ladroni havendomi riconosciuto; mi sciolgono i le gami, e mi confortano a star di buon’animo, e come amico affaticarmi con essiloro, e io dimandai loro Satiro come cosa mia. ma essi mi dissero, Mostraci pur primamente che tu sia ardito, e valoroso. In questo mezzo hanno risposta dall’oracolo, che debbiano sacrificare una fanciulla, e purgar le colpe della comunanza de ladroni, e sacrificata che l’haranno gustar delle sue interiora, e il resto del corpo metterlo in sepoltura, e partirsi, accioche lo esercito de nemici trapassasse il luogo dove era stato fatto il sacrificio. Hora di tu Satiro il rimanente, percioche questa parte tocca a te di raccontarla. e Satiro cominciò a dire. Subito che io per forza fui condotto allo essercito, piangeva chiamando te Signor mio, e mi doleva intendendo il caso di Leucippe; e pregava Menelao, che in ogni modo procurasse di liberar la fanciulla, e in ciò ne diede aiuto un non so qual benigno Iddio. Il giorno innanzi che si havesse da fare il sacrificio, per avventura amendue ci eravamo posti a sedere su nel lito tutti afflitti, pensando sopra il caso di Leucippe. e alcuni de ladroni havendo veduto una nave, per non saper i luoghi dove ella fusse, andare errando, si mosseró verso di lei. coloro che si ritrovavano in nave, conoscendo che erano quei che gli andavano incontro, si sforzavano di volgersi a dietro, e fuggire ma essendo sopraggiunti da ladroni; si rivolsero a far difesa. percioche era fra di loro un certo, che ne i theatri recitava le cose di Homero. e havendo egli messasi l’armatura, che soleva usare in cotale esercitio, e armati medesimamente i suoi compagni, si apparecchiarono a combattere. si misero adunque a far resistenza, e valorosamente, a i primi che si fecero aunnti, ma essendo sopraggiunte mol e più har che di ladroni; la nave fu sommersa, e le persone di essa cadute furono uccise, e niuno si accorse di una certa cassetta che si era separata da loro, e dal naufragio per le onde a noi trasportata, Menelao la prese e in un luogo tiratosi da parte (e veramente io a aspettava che vi fusse qualche cosa preziosa) egli in mia presenza l’aperse, e vedemmo una sopranvesta, e un coltello, il quale haveva il manico quattro dita lungo, il ferro che stava messo nel manico era durissimo, e di lunghezza non più di tre dita. Menelao havendolo preso in mano non si accorse haver lo rivoltato, e la parte del ferro del coltello usciva fuori come da una grotta tanto, quanta era la grandezza del manico: e rivolgendolo un’altra volta a dietro, di nuovo il ferro si nascondeva dentro, questo coltello, si come è cosa conveniente da credere, quelle infelice usava ne i theatri per fare i finiti scannamenti. Diss’io all’hora a Menelao, se tu vuoi esser valente huomo; Iddio ci persterà aiuto. e certamente potremmo salvar la fanciulla, senza che i ladroni se n’accorgano, e ascolta in che maniera; Piglieremo una pelle di pecora quanto più sottile si potrà, e la cuciremo a modo di un sacchetto, quanto saria la grandezza del ventre humano, e poscia empiendo d’interiora di fiere. e di sangue questo finto ventre, lo curciremo, accioche l’interiora non possano facilmente cadere, e a questa guisa acconciandolo sopra quello della fanciulla, e mettendole una vesta attorno con cintole, e con fascie nasconderemo questa acconciatura: e a poterla nascondere; l’oracolo ci è del tutto favorovole, percioche egli ha dato risposta, che il ferro la debbia tagliar per mezzo, stando ella vestita. Vedi questo coltello con che sottile artisicio è fatto: percioche chi lo ficcherà nel corpo ad alcuno; rientrerà nel manico, come in una guaina, e a quei, che stanno a vedere, par che il ferro sia fitto nel corpo, e pur egli è saltato dentro nel foro del manico, e solamente lascia la punta tagliando il finto ventre, e il manico tocca la pelle di chi è scannato: e levando via il ferro dalla ferita; di nuovo il col tello esce del foro, quanto l’altezza del manico ne manda fuori: e nel medesimo modo inganna i riguardanti, conciosia che paia che tanto n’entri nella gola quanto n’è fuori del manico. Facendo adunque le cose di questa maniera, i ladroni non potranno conoscer l’astutia: percioche le pelli saranno ascose, e l’interiora salteranno fuori del taglio, che tu farai, e tirandole via le porremo sopra l’altare. Udisti tu dianzi il Principe haverti detto che bisognia mostrarsi loro di haver ardimento? fi che ti è lecito andare al suo cospetto, e prometter gli in questo di far prova del tuo valore. E cosi detto io lo pregava per Giove hospitale, e per il comune naufragio: e quest’huomo da bene disse. Questa è grande impresa: ma per l’ami

,, co, benche ancho bisognasse morire; è honesto perico

,, lo, e credo che Clitophonte sia anchora vivo: percioche dimandandola io, mi ha detto haverlo lasciato legato insieme con quei che erano stati presi da ladroni. de i quali alcuni essendo al lor Principe fuggendo venuti, dicevano che tutti i prigioni, mentre si combatteva, si erano fuggiti nell’esercito nimico. e tu in ciò farai cosa gratissima a lui, e libererai la misera fanciulla da si grave pericolo, e con queste parole glielo persuasi, e la fortuna ci fu favorevole. Io adunque era intorno all’artificio per apparecchiar lo inganno. E poco prima che Menelao doveva parlare a i ladroni circa il fatto del sacrificio: il lor Principe a sorte incontrandolo gli disse, E appresso di noi una legge, che coloro i quali hanno appresi i primi ammaestramenti della cose sacre, comincino a far sacrificio, e massimamente quando bisogna sacrificar vittima humana. attendi adunque ad apparecchiarti per domattina a far sacrificio. e bisognerà similmente che tu instruisca il tuo sarvidare a far le cerimonie con essa teco. all’hora Menalao rispose, Noi ci sforzaremo di non esser inferiori ad alcuno de i vostri. Ma bisogna disse il Principe, che da voi stessi acconciate la fanciulla di maniera, che comodamente la possiate tagliar. Noi soli acconciamo la vittima, cio è la fanciulla, nel modo sopradetto, e la confortiamo a stare arditamente, e di buon’animo, narrandole particularmente ogni cosa, e come bisognava che stesse nel l’urna, e se ben ella piu tosto si destasse dal sono, che dovesse starvi dentro tutto quel giorno, e quando i nostri si fussero allontanati, se ne fuggisse a salvamento nell’essercito. E cosi detto menammo fuori la fanciulla, all’altare. il resto tu’l sai. Poi che io hebbi udito queste cose; mi si rivolgeano diversi pensieri per lamente, e non sapeva qual premio il dovessi rendere a Menelao, che fusse degno del merito suo. onde feci quel che comunemente si suol fare: corsi ad abbraciarlo; e inginocchiatomi l’adorava come un Dio, e nel la mia anima albergava infinito piacere. Posciache vidi le cose di Leucippe esser succedute felicemente; di mandai quel che fusse avvenuto di Clinia. Menelao rispose. Io non ne so nulla: percioche dopo che la nave si ruppe; subito io lo vidi, che si era attaccato all’antenna. ma dove egli andasse non lo so. Piansi nel mezzo dell’allegrezza: che non so qual Dio hebbe invidia ch’io provassi il piacer compiuto. Colvi che per mia cagione non appare in luogo alcuno: colvi che dopo Leucippe è mio padrone, il mare l’ha fra tutti gli altri ritenuto_occioche non solamente gli togliesse l’anima; ma ancho la sepoltura. O mare iniquo tu ne hai hanuto invidia del compito effetto della tua benigna cortesia. Andammo adunque tutti insieme all’essercito: e entrati dentro del mio padiglione, quivi dimorammo tutto il resto della notte, e questa cosa non potè passar senza saputa di molti. Venuto il di condussi Menelao al capitano, e gli narrai il tutto. il quale se ne rallegrò sommamente, e ricevette Menelao per amico, e gli dimanda quante genti siano quelle de nemici. E gli rispose che tutto il villaggio vicino era pieno d’huomini di mal’affare, e tuttavia s’accresceva la lor masnada, di modo che sariano diecimila. Il Capitano all’hora disse. A noi sono a bastanza queste cinquemila persone contra ventimila delle loro: e ne verranno anco oltra di queste quasi altre duemila di quelle, che sono intorno al paese detto Delta, e d’Heliopoli, poste quivi a difesa contra i barbari. E mentre egli diceva queste parole: ecco un servo che ne vien correndo, e diceva che veniva dall’esercito, ch’era iui, per avvisare come bisognava che le due mila persone indugiassero altri 5. giorni. percioche se ben i barbari, che trascorrevano il paese, si erano acquetati; nondimeno quando le genti erano per venire, si appressò loro il sacro uccello, portando la sepoltura di suo padre. onde: erano forzate a prolungar la lor venuta insino a 5. giorni. Al l’hora diss’io, e che uccello è questo, che è degno di tanto honore? e che sepoltura porta egli? L’uccello è chiamato Phenice. nasce in Ethiopia, ed è simile al Pavone: ma nella bellezza è a lui secondo. ha le penne di color d’oro, e di porpora variate: si gloria haver per padrone il Sole, e la sua testa ne rende testimonianza: percioche egli l’ha coronata d’un bellissimo cerchio di penne, e la corona del cerchio rappresenta la imagine del Sole, ed è di color celeste, e quivi le sue penne sono elevate. Questo uccello gli Ethiopi l’hano mentre egli e in vita, e gli Egizzij dopo la sua morte: percioche quando egli è morto (e ciò gli avviene in lunghissimo spazio di tempo) il figlivolo il porta al Nilo, apparecchiandogli una sepoltura di questa maniera: Piglia una massa di odoratissima Mirra, e di tanta quantità, che per sepellir l’uccello sia a bastanza: e co’l rostro la cava nel mezzo; e cotal cava è la sepoltura del morto uccello, e havendolo posto, e acconcio dentro di quest’urna, e turatola con la terra, cosi al Nilo se ne vola portando quest’opera. E se guitato da gran moltitudine di altri uccelli a guisa di soldati, che stiano alla sua guardia, e egli rassembra un Re, che sia in viaggio, e la città dove lo porta è del Sole. Si posa finalmente in luogo alto si, che possa esser veduto, e aspetta i sacerdoti del Sole. Viene un certo sacerdote Egizzio, che porta fuori dal tempio un libro, e giudica l’uccello dalla pittura: e egli conoscendo che non gliè prestato fede; mostra le occulte parti del suo corpo, e palesa il morto uccello, mostrando che gli diano sepoltura, i sacerdoti del Sole prendendo il morto uccello, il seppelliscono. Adunque mentre che vive, egli è Ethiope per lo nutrimeuto che in Ethiopia prende; e morto diventa Egizzio per la sepoltura, che in Egitto gli è data.

Alessandrino dell’amor di Leucippe, e Clitophonte. LIBRO QUARTO.

IL Capitano havendo inteso l’apparecchio de’nemici, e lo indugio delle genti che havevano da essergli in aluto, deliberò di nuovo ritornarsene al villaggio, donde n’eramo partiti, insino a tanto ch’elle giugnessero. A me fu assegnato un’alloggiamento insieme con Leucippe, poco sopra di quello del Capitano. Poi che io fui entrato dentro; abbracciando Leucippe, mi era apparecchiato di mostrarmi huomo co’l prender di lei l’amoroso piacere. ma poscia ch’ella nol consentì; le dissi, Insino a quanto vogliamo star privi de’sacrifici di Venere? non vedi che naufragij fuor d’ogni aspettazione ci occorrono? e i ladroni, e i sacrifici, e gli scannamenti? fin che ci troviamo nella tranquillità della fortuna; pigliamò l’occasione, prima che ci sopravvenga qualche peggior disaventura. Ed ella allo’ncontro disse: Non è anchora lecito di venire a far questo. percioche la dea Diana apparendomi in sogno hieri, quando io piangeva dovendo esser scannata; mi disse, Non pianger, che hora tu non morrai, io sarò in tua difesa. persevera di star vergine insin che io ti condurrò a marito, e niun’ altro ti haverà che Clitophonte. Io veramente haveva dispiacere dello’ndugiare, e godeva delle’ speranze del futuro. Poscia che io hebbi inteso il suo sogno; me ne rammentai d’un simile. Parevamila notte passata vedere il tempio di Venere, e dentro esserui la statua della Dea, e appressatomi per far orazione, essersi serrate le porte. e havendo io di ciò preso ma ninconia, mi apparue una donna, che haveva l’aspetto somigliante a quello della statua, e dissemi, Hora non ti è lecito di entrar dentro del tempio, ma se aspetterai qualche poco spazio di tempo; non pur io t’aprirò ma farotti sacerdote della Dea. Narrai questo sogno a Leucippe, e non cercai più d’usarle violenza. e considerando il sogno di Leucippe non poco mi turbai. Fra questo mezzo tempo Carmide (tal era il nome del Capitano) pon gli occhi addosso di Leucippe, e hebbe modo di vederla per questa occasione. Erano per avventura alquanti huomini che havevano preso una bestia del fiume, cosa veramente degna d’esser guardata. gli Egizzij la chiamano cavallo del Nilo. Ha egli in vero similitudine di cavallo nel ventre, e ne piedi, salvo c’ha l unghia partita per mezo. è di tanta grandezza, quanta saria quella d’un grandissimo bue. la coda è piccola, e di peli sottili, si come gli ha nel resto del corpo, la testa ritonda, e non picciola, le mascelle simili a quelle del cavallo. le narici grandemente aperte e spiranti fumo infocato come da fonte di fuoco, il mento largo quanto la mascella, l’apertura del la bocca giugne fino alle tempie. i denti chiamati caninigli ha ritorti, e nella forma, e nella positura gli ha come cavallo, ma di grandezza tre volte maggiori. A cotale spettacolo ci chiamo il Capitano. eravi anco presente Leucippe. noi tenevamo gl’occhi volti verso la bestia, il Capitano verso di Leucippe, e subito subito fu preso dall’amo di lei. e volendo che noi quivi più lungamente dimorassimo, per poter far cosa grata a gl’occhi suoi, cercava occasione di lunghi ragionamenti, prima narrando la natura di quell’animale, dipoi il modo che si usa a pigliarlo, e com’egli è voracissimo, e che si nutrisce di biade. Nel prenderlo bisgona usare inganno. onde i cacciatori osservando il luogo, dov’egli suol ridursi, e facendovi una fossa, di sopra la ricuoprono di canne, e di terra, e soto le canne vi mettono una casetta di legno. che ha le porte nel sommo della fossa aperte. esse stanto ascosi aspettando, che l’animal vi cada entro. percioche andandovi egli sopra, subitamente cade abasso, e la casetta a guisa di caverna lo riceve: i cacciatori saltando fuori, subito serrano le portelle del coperchio, e cosi lo prendono, percioche in quanto alla fortezza, niuno lo potrebbe tener per forza, conciosia che oltra le altre cose egli sia gagliar dissimo, e lasva pelle come vedete è durissima, e non acconsente a colpo di ferro. ma è (dirò) cosi Elephante di Egitto percioche di fortezza par che tenga il secondo luogo dell’Elephante, d’India. E Menelao, havete voi disse, giamai veduto l’Elephante? e Carmide rispose. Io l’ho veduto, e da quei che ne hanno buona notizia, ho udito la natura del nascimento quasi maravigliosa. Noi, diss’io, insino a questo giorno non l’habbiamò veduto se non dipinto. io disse egli poi che habbiamo ozio, ve ne ragionerò. La madre lo partorisce, ma in lunghissimo spazio di temdo: percioche sta gli anni a dar forma al seme, e dopo tanto rivolgimento di anni lo partorisce all’hora che il parto è divenuto vecchio. e perciò reputo che egli diventi cosi grande, di fortezza insuperabile, di vita lunghissima, e tardo al morire: conciosia che dica no la sua vita avanzar quella del corvo di Hesiodo. la gola dell’Elephante è come la testa d’un bue, e se voi vedesti la sua bocca; direste che’ella havesse due corni e questi sono i ritorti denti dell’Elephante. fra il mezzo di i quali egli ha anteposta una proboscide, la quale usa in vece di mano, e nella forma, e nella grandezza ella simiglia una tromba, e di modo volge, che con questa prende il cibo, e ogni sorte di esca, che si troverà avanti: e se è buona per suo cibo; subito la prende, e gittandola nella gola, se ne nutrisce. e se egli conoscer à che sia cosa dura; con questa piglia la preda, e stringendola in giro? la lieva in alto, e ne fa dono al padrone che gli sta sopra, percioche siede sopra di lui un’Ethiope, che è un nuovo cavaliero dell’Elelphante: al quale fa egli carezze, e lo teme, e intende la sua voce, e sopporta le sue battiture, e la sferza, con la qual batte l’Elefante, è una scure di ferro. E ricordomi già haver veduto un nuovo spettacolo: Un’huomo Greco mi se la sua testa per mezzo di quella dell’ Elephante, il quale aprendo la bocca spirava nell’huomo, che vi haveva messo dentro il capo. Io d’amendue queste cose mi maravigliava, e dell’ardir del Greco, e della benignità dell’animale. l’huomo diceva haver dato il pagamento al l’Elephante, che haveva spirato il lui quasi de gli odori d’India. e ciò esser rimedio al male di testa. L’Elephante in vero conosce haver questa medicina, e non apre la bocca senza permio: ma è medico superbo, e chiede primamente la mercede, e dandoglie la si lascia persuadere, e fa la grazia, e apre la bocca, e tante volte aprendola lo riceve; quante l’huomo vuole: percioche conosce che egli ha venduto il suo odore. E onde, dissi io, a cosi brutto animale vien si grande soavità di odore? Questo, rispose Charmide, avviene perche egli è tale il suo nutrimento. La terra de gl’Indiani è vicina al Sole: percioche essi primi lo veggon nascere, e a lor soprastà la sua luce più calda, e il lor corpo ritiene la tintura del fuoco. nasce in Grecia un fior del color dell’Ethiopie: appresso gl’Indiani è non fiore; ma fronde, come sono appresso di noi le frondi de gli arbori: la quale nascondendo il suo spirare; non sparge fuori l’odore: percioche o vero teme di divenir superba per il piacere che ne prenderebbono quei che lo conoscessero; o vero che ella ha invidia a i paesani. ma se è alquanto trasportata, e passa fuorl de i termini di detta terra; apre la serrata soavità, e diventa fiori di fronde ch’ella è, e vestesidi odore. questa negraro, a Indiana è cibo de gli Elephanti, si come è de buoi l’herba appresso: di noi. Essendo adunque quasi dal primo nascimento nutrito di questa fronde: tutto rende odore, e da basso, dove è il fronte del spirare, manda fuori un fiato odoratissimo. Poi che noi fummo partiti da i ragionamenti del Capitano (percioche

,, chi è ferito d’amore non può tolerare, essendo

,, oppresso dalle fiamme) lasciò andar poco spazio che fece chiamar Menelao, e presolo per mano gli disse, Per le cose, che tu hai fatto verso di Clitophonte, ho conosciuto, che sei tu ottimo amico, e me tu ritroverai non men buono. Io ti chieggio una grazia, la quale a te è molto facile a farla; e a me dove tu vogli; salverai la vita. Leucippe mi ha gravemente ferito d’amore, hora sanami tu. Ella ti è obligata della vita a te per cotal servigio darò cinquanta monete d’oro; e a lei quante ne vuole. I danari, rispose Menelao, tenetegli, e serbategli a coloro, che vendono i servigi. io essendovi amico, mi sforzerò di esservi utile. e havendo cosi detto se ne viene a me, narrami il tutto. Ci consigliavamo adunque di quel che in questo caso dovevamo fare. parveci che l meglio fusse l’ingannarlo, percioche il contradirgli all’hora non era senza pericolo, che egli havesse adoperato la forza. Il fuggire era impossible, essendo i ladroni sparsi per tutto, e tanti soldati intorno di lui. Menelao essendo alquanto spazio dimorato, se n’andò a Charmide, e dissegli, la cosa è fatta. benche da prima la fanciulla ricusava grandemente ma pregandola io, e rammentandole il benificio che le ho fatto; acconsentì ma- ben vi dimanda una cosa giusta, che gli vogliate conceder grazia d’un termine di pochi giorni, finche si giunga in Alessandria. questa è una villa, e ciò che si fa, è in vista di tutti, e vi sono molti testimoni. Troppo lungo termine, disse Carmide, tu mi assegni ad ottener questa grazia. nella guerra si hanno da differir i desiderij? il soldato che tien le arme in mano; se egli si habbia da vivere, essendogli tante vie di morte appercchiate? va a dimandarmi la sicurtà dalla fortuna, e aspetterò. Hora io uscirò fuori combattere con questi villani, e dentro della mia anima si fa un’altra battaglia. un soldato che porta arco, mi ha espugnato. un soldato che porta saette, mi ha vinto. son pieno di saette. chiamami tosto chi mi dia rimedio. la ferita mi molesta. io accenderò il fuoco contra i nemici, e amore accenderà le faci contra di me. questo fuoco, o Menelao, estingui primamente. l’amoroso congiungimento, innanzi che si vada alla battaglia, è buono augurio. sia Venere mandata a Marte. E Menelao soggiunge: Tu vedi che que ella non puo facilmente schifarsi dall’huomo, e suo, e di lei sommamente innamorato. E Charmide rispose, cosa facile sarà levar via Clitophonte. Vedendo finalemente Menelao lo smisurato desiderio di Charmide, e temendo che per questa cagione non mi sopravvenisse qualche strano accidente; subito si pensò una cosa credibile, e disse, Vuoi tu Signore saper la verità del suo volere indugiare? ella veramente dimane ha i suoi mestrui, e non le è lecito congiungersi con huomo. Dimoraremo adunque. disse Charmide, qui tre o quattro giorni, percioche tanti son a bastanza. ma intanto dimando da lei cosache è convenevole, venga dinanzi a gli occhi miei, e mi faccia grazia de suoi ragionamenti. desiro di udir la sua voce, e di stringerle la mano, e toccarle il corpo: percioche queste son le covsolazioni de gli amanti. e a lei è lecito di baciarmi: che questo non può esser impedito dal ventre. Poscia che Menelao a me ritornatone, mi hebbe ciò annunziato; io a questo gridai dicendogli, che più tosto mi lascierei morire, che veder altri goder del bacio di Leucippe

,, Percioche niuna cosa è più dolce del bacio. conciosia ,, che il congiungnimento venereo habbia termine ,,, e sazietà, ed è nulla se tu ne levi il bacio: il ,, quale è senza termine alcuno, e non sazia mai ,,, ed è sempre nuovo. E in vero che dalla bocca n’escono ,, tre cose bellissime, il respirare, la voce, e il ,, bacio: percioche con le labbra ci baciamo l’un l’altro,

,, e la fontana del piacere vien dall’anima. Credi a me Menelao. che nelle miserie harò da far festa. Ne io ho da Leucippe otienuto altro che cotal cose: nel resto è anchora pulzella. insino a i baci soli è mia moglie, e se alcuno me ne vorrà privare; non comporterò cotal violenza, e non permetterò che sia commesso adulterio co miei baci. e Menelao disse. Adunque ci fa dibisogvo trovar ozzio e presto consiglio.

,, percioche chi ama, ìnsino a tanto che egli ha speranza ,, di conseguire il suo desiderio; sopporta, stando con ,, l’animo intento a conseguirlo: ma disperandosi, mutando ,, il desiderio, circa quanto gli è possibile di vendicarsi ,, di quel che glì fa impedimento. ma’sianvi anche ,, le forze di modo, che possa offendere senza esser

,, offeso, non essendo temute, fanno divenir più fiero lo sdegno dell’animo. Oltra di questo il tempo ci stringe a non poter prender fermo consiglio della cosa. Mentre noi eravamo a pensar sopra di ciò; uno tutto affannato ne vien correndo, e dice che Leucìppe caminando in fretta, era caduta, e haveasi guasto un occhio. Noi saltando suso, coremmo a lei, e la vedemmo giacere in terra. io apressandomele le dimandava ciò che ella havesse. e subito che mi vidde, levatai suso mi percosse il volto sdegnatamente con gli occhi tu ti sanguigni guardandomi. & essendosi Menelao apparecchiato a prenderla; dava anco a lui de calci. pensando adunque che fosse qualche frenesia sopraggiunta al male, presola per forza, ci sforza vamo di tenerla. et ella comatteva con essonoi, nulla curandosi di nasconder quelle parti che le donne non vorrebbono che fussero lor vedute. onde levossi nel padiglione un romor grande di maniera, che vi corse anco il Capitano a veder ciò che era. Egli da prima hebbe sospetto che tal malattia fusse una fintione, e rivolse gli occhi verso Menelao. ma poi che a poco a poco conobbe la verità; n’hebbe dolore anche egli, e le ne havea compassione. e finalmente presa la meschina, la legarono. Io quando le vidi i lacci in torno delle mani, essendo già molte persone andate via, pregava Menelao dicendo, scioglietela vi prego, scioglietela, che letenere mani non possano sopportare i legami, lasciate me solo con essalei. io abbracciandola le saro in vece di legame. usi Pur la sua frenesia e furia contra di me’ che io non posso patir di vivir piu, poiche Leucippe sendole io presente più non mi conosce ella se ne stà legata, e io crudele potendola sciogliere, non voglio farlo? la fortuna ci ha saltavi dalle mani de’ladroni, accioche tu diventassi giuoco della frenesia? O infelice noi, quando saremo felici? noi habbiamo fuggite le pavre, che havevamo nella propria casa, siamo campati dal mare, uscímo del le mani de ladroni per esser serbati alla frenesia, O carissima Leucippe se tu ritorni in buon sentimento ‘temo di nuovo la fortuna, che ti apparecchi qualche altro male. Chie adunque più infelice di noi, se te meno ancho le felicità? ma pur che tu ritorni a buon sentimento, e ti ristori: faccia di nuovo la fortuna quel che le piace contra di noi. Et dicendo io questo parole, Menelao mi confortava dicendomi cotai mali non esser durabili. e spesse fiate avvenire per il calor della giovanezza. percioche il sangue per tutte le membra vigoroso, e giovane, per lo molto vigore bollendo, si sparge spesse volte fuori della vene, e dentro inondando la testa, sommerge i spiriti della parte rationale bisogna chiamar i medici, e farla curare, onde Menelao se n’ando al Capitano, e lo prega che faccia chi amare il medico dell’esercito, e egli molto volentieri lo fece. percioche gl’innamorati si rallegrano di adoperarsi in servigio della persona amata.

,, Il medico essendo venuto, disse, Hora per mitigar l’acerbità

,, del vigor del male apparecchieremo di farla dormire conciosia cosa che’l sonno sia il rimedio di tutti

,, mali. Egli adunque ne diede un poco di medicina, quanta aria la grandezza d’un grano d’Orobo, e comandocci che stemperandola in olio, le un gossimo meza la testa, e disse che n’apparecchierebbe un altra per purgarla del ventre Noi facemmo tutto ciò che gli ordinò. Ella essendo unta e anche pochissimo, dormì tutto il resto della notte isino all’aurora, Io tutta la notte vegghiando e sedendole appresso piangeva e guardando i legami deceva, Ahime carissima Leucippe, tu sei legata anche dormendo, e anche il sonno tu non hai libero quali sono le tue visioni? sei tu dormendo sana della mente? o pur ancho i tuoi sogni sono stolti? Poiche ella si fu desta; di nuovo cominciò a gridar con p role, che non si potevan’intendere. venne all’hora il ma dico, e le diede l altra medicina In questo mezo giuese uno, che veniva dal governatore dell’Egitto, portndo una letterà al Capitano, per la quale gli era co ammandato (per quanto potevamo giudicare) che si affrettasse di andar a combattere. percioche egli ordinò, che si mettessero in arme come e dovessero andacontra i villani e subitamente movendosi ciascunor quanto piu presto potè, prese le arme appresentandosi, insieme co suoi Capi e egli havendo lor dato il segno e commandaro che andassero a gli alloggiamenti; si rimase solo. Il giorno seguente nell’alba l’e ercito usci fuori contra li nemici. Il sito di questa villa era di questa maniera. Il Nilo discende di sopra da Thebe dell’Egitto, e scorre insino a Memphi. il ramo inferiore è picciolo, la villa è chiamata Siro, posta nel fine del gran corso del fiume, il quale è quivi rotto dalla terrar e di un fiume se ne fanno tre: due si dividono di la e di qua; e l’altro facendo la terra in figure di triangolo, corre a diritto come faceva prima che si dividesse niuno di questi fiumi corre insino al mare, ma si dividono altro in questa, e altro in quella città e questi partimenti sono maggiori, che appresso i Greci non sono i fiumi, e benche quest’acqua sia di visa in molte parti; non diventa perciò picciola, e debole; ma è navigata, bevuta, e coltivata. Il gran Nilo a loro è ogni cosa, e fiume, e terra, e mare, e palude. E’un nuovo spettacolo il veder la nave insieme e la zappa, il remo e l’arato, il timone e’leropheo, gli alberghi de i marinari e de gli agricoltori, e di i pesci insiememente, e de i buoi. e: pianti e semini questo coltivato pelago, dove tu prima hai navigato: percioche il fiume si diparte per ispazio di alcuni giorni drizzando il suo corso altrove. e l’Egitto sta aspettandolo, e numerando i giorni della sua absentia: e il Nilo non falla punto, ma è fiume che osserva il tempo del giorno determinato, e misura l’acqua fiume veramente, che non vuol esser condannato di haver preterito il promesso giorno. e possi vedere la contesa del fiume e della terra contendono l’uno con l’altro: l’acqua dintorno si gran terra: e la terra di ricever si gran mare di acqua dolce; e amendue ottengono ugual vittoria, e non appar qual sia vinto: percioche l’acqua tanto si stende; quanto è lo spazio della terre del paese, e d’intorno alle contrade de i villani sempre ve ne rimane assai, e poscia che ha inondata la terra tutta; fa quivi ancho paludi: e le plaudi, benche il Nilo si diparata, nondi meno restano piene di acqua, e di fango conduttovi dall’acqua. Sopra di queste essi caminano e navigavo, ne vi puote andar altra barca, se non di tanta grandezza, quanta sia bastante a starvi un’huomo ma ogui sorte di barca forestiera dando nel fango del luogo, è ritenuta: a loro poi sono bastanti alcune piccole e leggiere barchette, e poca quantità di acqua. e quando e gran secca, i barcarvoli, ponendose le in ispalla. portano via le barche insino a tanto che rihabbino l’acqua. In mezzo di queste paludi sono alcuue isole sparse quà e là: nelle quali non vi è habitazione alcuna, ma sono piantate di papiri, le cui spesse file tanto sono distanti, quanto fra l’una e l’altra vi puo stare una sola persona. e lo spazio di mezo delle strettezze di sopra è riempito e coperto dalle frondi de i detti papiri quivi sotto ricoverandosi, e si nascondono, e stanno in aguato, in vece di mura usando i papiri. Sonvi ancora alcune isole circondate dalle paludi, che hanno molte capanne, e somigliano una citta rozzamente fabricata. e queste sono gli alberghi de villani. erane una quivi vicino, che di grandezza, di moltitudine di capanne avanzava le altre, e chi a mavanla Nichochi. Essendosi tutti come in luogo fortissimo quivi ridutti, si confidavano, e nella moltitudine della gente e nel sito del luogo. percioche un ristretto sentiero toglieva, ch’ella del tutto non era isola, e di grandezza era un’ottavo d’un miglio, e di larghezza settanta due piedi. le paludi circondano la città che vi è. Poi che viddero il Capitano appressarsi; usarono quest’astuzia, che havendo raguna ti tutti i vecchi, e posti loro in mano rami di palma per segno di chieder pace, dopo loro misero un’ordinanza di gagliar dissimi giovani armati con lance e, scudi i vecchi alzando i rami havevano da coprir con le supplichevoli frondi coloro, che andavano dopo, e quei che seguitavano, portar le haste basse, che non potessero punto esser vedute: e se’l Capitano si piegava a i prieghi de vecchi, i giovani hastati non innovassero cosa alcuna per combattere; e quando che nò, lo conducessero dentro nella città, facendo vista di offerirsi prontamente a esser uccisi, e quando: fussero nel mezzo della stretto sentiero; i vecchi dato il segno se me fuggissero, e gitassero via i rami: e i giovani armati facessero tuto il loro sforzo: Andarono adunque messi in ordine di questa maniera, e pregavano il Capitano che havesse rispetto alla lor vecchiezza, che si humiliasse a i lor preghi, e havesse compassione della città: e offersero a lui solo privatamente cento talenti d’argento, e cento huomini che gli conducesse al Prefetto, volendo loro darli per la città, accioche anco al Prefetto potesse portar delle spoglie de nemici? e le loro parole non erano falsamente dette, che in vero glieli haveriano dati, se gli havesse voluti ricevere. ma poi che egli non volse dare orecchio alla loro ambasciata; i vecchi dissero: Se cosi ti piace: noi sopporteremo questa rea morte: concedine almeno questa grazia, non ne uccider fuori de le porte, ne lontano dalla città, ma nella terra de nostri padri, nella casa dove nascemmo: di grazia dacci per sepoltura la città ecco noi ti siamo guida alla nostra morte: Il Captiano havendo udito: queste cose; diede licenzia alla schiera apparecchiata per combattere, e comandolle che quietamente si ritirasse all’essercito: stavano alcune vedete da lontano a veder cioche si facevano: e quivi le havevano locate i villani comandando loro, che se vedevano venir gli nemici, rompendo gli argini del fiume, mandassero l’acqua tutta addosso di loro: percioche i corsi del Nilo sono di tal maniera, che a ciascuna fossa gli Egizzij hanno l’argine, accioche il fiume gonfiandosi innanzi che fussero il tempo del bisogno, non inondi la terra: e quando fa lor di mestiere d’inacquar la pianura; aprono un poco dell’argine: Erano dopo la villa una fossa del fiume e grande e larga: l’argine della quale da coloro, che a ciò erano ordinati, come viddero entrati gli nemici, fu tagliato: e tutto si fece in un medesimo tempo, i vecchi che erano dinanzi, subitamente si divisero, e i giovani alzate la haste corsero avanti, e l’acqua già era sopravvenuta, e le paludi d’ogni intorno gonfiate trascorreano, e lo stretto era inondato, e ogni cosa era come mare. I villani adunque fatto l’assalto ferirno con le lancie, e il Capitano, e quei che erano nella fronte, si trovorno disprovisti, e confusi, e ispaventati per la cosa non aspettata: E le lor morti non si potrebbono narrare: percioche alcuni nel primo assalto, senza haver pur mosse le arme, furono uccisi; e alcuni non hebbero tanto spazio di tempo, che potessero difendersi, percioche fu in un medisimo punto l’intendere, e il patir la morte: e ad alcuni avvenne patirla prima che nulla ne sapessero: alcuni per il subito spavento smarriti stavano fermi aspettandola: e alcuni solamente movendosi cadevano, imperoche l’acqua gli gittava a terra: e alcuni essendo messe a fuggire, rivolsi sotto sopra si affogavano nel fondo della palude: percioche a quei che stavano in terra, l’acqua arrivava insino all’ombelico: onde torceva loro gli scudi, e scopriva il ventre alle ferite, e nella palude l’acqua giugneva alla testa di ogni huomo, e non si poteva discerner dove fosse palude, e dove pianura: e colvi che correva per terra: bisognava che non ponesse il piè in fallo: percioche altramente egli diventava più tardo al fuggire; e chi andava errando per la palude, istimando che fusse terra: si affogava. Erano nuove disgrazie, e naufragij grandi, e non vi era nave: e l’una, e l’altra cosa era nuova, e fuor d’ogni opinione, veder in acqua far battaglia a piedi, e in terra naufragij: I villani levati in superbia per questo fatto, se ne gloriavano, e ne facevano allegrezza grandissima, riputando di havere ottenuta la vittoria per fortezza, e non per inganno: E veramente gli Egizzij quando che temono, nel timore avviliscono e dove hanno ardire accrescano il valore, et in ciascuna di queste due cose, trapassano la misura, e la parte più debile va in riva, e la gagliarda e ardita riman vincitrice Erano già trapassati dieci giorni della frenesia di Leucippe; e la infermità non si alleggeriva punto: ma pur una volta dormendo mando fuori quest’infiammate parole dicendo, Per amor tuo, o Gorgia, son divenuta pazza; Venuto che fu il giorno, io narrai a Menelao quel ch’ella havea detto: e stava pensando se nella villa vi fosse alcuno c’havesse nome Gorgia, e uscendo noi fuori dell aloggiamento, ecco ci viene incontro un certo giovanetto, e chiamando mi disse: Io vengo per salvare te e la tua donna; Di che restando io maravigliato, e istimando che fusse mandato da Iddio, gli disse, sei tu forse Gorgia? Non diss’egli, ma son Cherea: e Gorgia è stato cagione della tua rovina. All’hora io mi spaventai molto più e li dimandai, Qual è questa rovina, e che è questo Gorgia? percioche la notte passata non so quale Iddio lo mi ha annunziato: ma sijmi tu espositore de gli annunzij divuni. Gorgia, disse egli, era un soldato Egizzio, hora non vive più, che e stato ucciso da villani. egli amava la tua donna, e essendo naturalmente incantatore; apparecchio un certo medicamento amatorio e persuase a quello Egizzio, che vi serviva, pigliare il medicamento, e darlo a bevere a Leucippe: ma egli non s’accorse haverlene dato più del dovere, onde l’amore si è converito in pazzia queste c_semi raccontò hieri vu servo di Gorgia, il quale, essendo con essolvi andato a combattere contro i villani, è da pensare che la fortuna per vostra ventura l’habbia salvato egli per sanarla dimando quattro monete d’oro: percioche egli dice haver un’altro medicamento apparecchiato, co’l quale risolvera la virtù del primo. Ancora tu dissi io, haverai premio di cotal servigio ma conduci a noi cotesto huomo che tu dici. Egli andò via. e io entrato dentro dava de i pugni nella faccia del servo Egizzio, e due, e tre volte, gridando e dicendo, Dimmi che hai tu dato a Leucippe? e per qual cagione ella è diventata pazza? Esso havendo havuto pavra, narra tutto cio che ne havea raccontato Cherea. Noi adunque havendolo legato lo tenemmo prigione: e in questo mezzo venne Cherea menando seco l’huomo, che egli ci havea detto. Io volgendomi ad: amendue dissi, pigliate hora le quattro monete d’oro: mercede del buono annuzio. ma udite il mio parere di questo medicamento: Voi vedete che la cagione del presente male della donna è stato il medicamento, e non saria senza pericolo medicarle le interiora, essendo gia medicate: horsu diteci quel che e in cotesta medicina, e apparecchiatela in presenza nostra: e se voi fatte cosi; eccovi per premio quattro altre monete d’oro. All’ora il predetto huomo disse, Voi havete ragionevole sospetto: ma sappiate che le cose, le quali vi si mettono, sono comuni, e tutte da mangiare, e io ne gusterò tanto, quanto la donna ne prenderà: e subito comanda che alcuno andatole a conprare le porti, dicendo il nome di ciascuna: onde prestamente furono, portate, e presenti noi le pestò tutte insime e fattone due parti: questa, disse egli, la haverò prima io, e quest’altra darete alla donna e pre a che l’haverà; lasciatela per ogni modo dormir tutta la notte: e quando sara presso all’alba; ella lascierà il sonno e la infermità. Egli primo adunque piglia la medicina, e il resto ordina che la sera sia data da bere a Leucippe. Io, disse egli, me ne vò a dormire percioche il medicamento cosi richiede, e cosi detto si parti; pigliando da me le quatro monete d’oro: le altre dis’io, ti darò quando ella sarà guarita. Poi che fu venuta l’hora di darle a bere la medicina, mescendola io la pregava di questa maniera: O medicina figlivola della terra, o dono di Esculapio siano vere le tue promesse, sijmi favorevole, risana la mia carissima Leucippe, fa che tu vinca quella barbara e crudel medicina. Havendo fatto questo prego alla medicina, e baciato il nappo, la diede da bere a Leucippe. Ella si come havea detto quell’huomo, dopo picciolo spazio si addormentò: e io standole allato, parlavamo con lei. non altramente che se ella mi udisse: Ritornerai: tu veramente in buon sentimento? mi riconoscerai tu? ascolterò io quella tua voce? indovina anche hora qualche cosa dormendo, percioche hieri indovinasti del fatto di Gorgia. meritamente adunque sei più felice dormendo, che vegliando: per il furore sei sfortunata, e i tuoi sogni sono savi. Mentre io parlava di questa maniera verso di Leucippe non altramente: che s’ella m’ascoltasse, e appena essendo appartia la desiderata, e aspettata aurora; Leucippe parlò, e con la sua voce chiamò Clitophonte. Io saltato suso m’accosto a lei, e dimandole come si senta ma pareva che non si ricordasse d alcuna di quelle cose, ch’ella havea fatte: e vedendo i legami; si maravigliava e dimandava chi fosse stato colvi che l’haveva legata. Io veduto ch’ella era ritornata in buon sentimento, con molta allegrezza sciolsi i legami, e poscia le racconati il tutto: ella udendo si vergognava, e diveniva rossa, e parevale all’hora di far cotai cose: ma io la presi a confortare, e diedi molto volentieri la mercede della medicina. Era tutta la notra roba saluai percioche Satiro per avventura l’haveva salvata mentre rompemmo in mare: e ne a lui, ne a Menelao fu tolto alcuna cosa da i ladroni. In questo mezo un maggiore essercito venuto dalla principal città del paese vinse i ladroni, destrusse la lo città insino a’fondamenti. Essendo già libero il fiume dell’ingiuria de villani; ci apparecchiammo di navigare in Alessandra: veniva con esso noi Cherea fattosi già nostro amico per l’aviso datoci della medicina per Leucippe: Era egli per nazione dell’isola del Pharo, e per arte pescatore: egli era venuto a soldo contra i villani con quelle genti, che venivano nelle navi a combattere: onde dopo la guerra si parti dall’essercito. Il fiume adunque, percioche non si era potuto navigare già molto tempo, era tutto pieno di naviganti, e era un grandissimo piacere di cotal dilettazione, i marinari cantavavo. i passeggieri s’allegravano. le navi trascorrendo innanzi, e indietro pareva facessero balli, e tutto il fiume era festa, e la navigazione simigliava un fiume festeggiante. All’hora fu la prima volta ch’io bevvi de l’acqua del Nilo senza mesco larvi il vino, volendo provare di che soavità fusse il beverne. percioche il vino nasconde la natura dell’acqua e pigliatone un pieno calice di chiarissimo vetro riguardava l’acqua con la sua bianca chiarezza contender con quella del nappo, il quale ne rimaneva vinto e nel beverla io la sentiva essere e dolce e fresca, e percioche mi ricordava, che appresso il Greci sono alcuni fiumi tanto freschi, che bevendone feriscono altrui, io gli assimigliava a questo. onde gli Egizzi havendo poco bisogno del vino non temono bever di questa acqua pura. Mi maravigliai anche del modo del beverla, percioche non la voglion bever attingendola dal fiume, ne la prendono con nappo alcuno, ma essi n’a doperano un fatto da se stesso, e questo è la mano. Conciosia che s’ad alcuno navigando vien sete, inchinandosi dalla nave sporge fuori la testa sopra il fiume, e calando la mano nell’acqua, e incurvandola la tuffa, e l’enpie d’acqua, e lanciala verso la bocca, e tira a diritto nel berzagio, e la bocca aperta aspettando il colpo lo riceve, e serrasi, e non lascia più l’acqua cader fuori. Vidi anco un’altro animale del Nilo di fortezza lodato più che’l cavallo del fiume. Egli è chiamato Cocodrillo. ha la sua forma differente: percioche dal capo insino alla coda è pesce insiememente e una gran bestia, e la larghezza non ha proportione con la lunghezza. la pelle è coperta d squame le spalle sono di color negro, e duro come pietra. il ventre bianco. ha quattro piedi alquanto rivolti in fuora, come quei della testuggine terrestre. la coda lunga e grossa e tutta soda: percioche non l’ha come le altre bestie, ma à un’osso intero, che è fine della schiena, e è parte del tutto, e è di sopra partita in durissime spine, come sono i denti delle seghe, la quale egli usa in vece di bastone nel far preda, e con essa percuote quei contra i quali esso combate, e in un colpo solo fa molte ferite. ha la testa (havendolgi la natura nacosto il collo) senza distinzione alcuna con le spalle congiunta, e con esse a filo ugualmente diritta nel resto del corpo è da ogni parte horrible, e massimamente nelle mascelle che sono lunghe, e le apre largamente, e mentre questa bestia non le tiene aperte è testa; ma quando l’apre per pigliar preda, esso diventa tutto bocca. Egli apre la mascella di sopra, e ha quella di sotto chesta ferma &, evvi molta distanza, è l’apertura va insino alle spalle, e subito segue poi i ventre. ha molti denti. e in lungo ordine disposti. dicono che sono tanti innumero, quante fiate in tutto l’anno il Sole mostra la sua luce sopra la terra.

Alessandrino, dell’amor di Leucippe, e Clitophonte. LIBRO QUINTO

HAVENDO noi già tre giorni navigato; arivammo in Alessandria, e essondo io entrato per la porta del Sole, che cosi è chiamata; incontinente mi si appresentò alla vista la risplendente bellezza della grandissima città, e tempiè gli occhi miei di somma dilenttazione. Era dall’uno e da l’altro lato un dirittissimo ordine di colonne dalla porta del Sole insino a quella della Luna. Percioche questi Dei sono i custodi delle porte della città. al mezzo del detto ordine di colonne erano la piazza, per la quale si caminavano in una lunghissima strada, tal che nella città si potevano andare quasi in peregrinaggio. E havendo caminato innanzi non molto grande spazio; venni a un luogo che ha il cognome da Alessandro. di qui vidi un’altra città, la cui bellezza era divisa in due parti. percioche quanto l’unordine di colonne per diritto si astendeva, tanto l’altro durava per traverso. Io rivolgendo gli occhi a mirar tutte le strade, non poteva ne saziarmi di guardare; ne era bastante di veder pienamete tutte le bellezze. alcune cose io guardava, alcune n’haveva da guardare, altre io sollecitava di veder, e altre non voleva trapassare, le cose che io vedeva, ritenevano la vista, e quelle che io aspettava di vedere, sopragiungevano. Havendo finalmente cercate tutte le: strade, e adiratomi contra la vista, essendo già stanco dissi, Occhi miei moi resitamo vinti. Ma due cose vidi, nuove e incredibile, che la grandezza della città con la propria bellezza, e la moltitudine del popolo con la grandezza di lei contendeva e ciascuna di esse rimaneva vincitrice. percioche quella era maggiore del suo fito, e questa di numero infinito, e certamente se io riguardava la città; dubitava se si potesse trovar tanta moltitudine di persone, che fosse bastante habitandola riempirla tutta. allo incontro se io poneva mente a si grand popolo, mi maravigliava se fosse città alcuna, che lo potesse ricevere. tanto dell’uno e dell’altro era equale la bilancia. Celebravasi allhora per aventura: la festa del grande Iddio, che i Greci chiamano Dia (cioè Giove) e da gli Egizzij è nominato Serapi. per tutto risplendevano facelle, e questo vidi anco degno di maraviglia, :che era sera, e già il Sole era tramontato, e non dimeno non mostrava che fosse notte, ma si levava un’altro Sole in minute parti diviso et all’hora io m’accorsi che la città contendeva anco di bellezza co’l cielo. Oltra di ciò vi vidi la imagine e il celeste tempio di Giov: Mi lichio, cioè el mente, e hav ndolo adorato, e pregatolo che gli piacesse por fine alle nostre miserie, ce n’andammo in una casa, che Menelao per noi haveva tolta a pigione. Ma perche non parve che Giove hauesse

data segno di haver ascoltati i nostri preghi; sopravenne altro nuovo travaglio di fortuna. percioche Cherea già molti giorni adietro, senza mai disco prirlo, era acceso del’amor di Leucippe, e perciò egli havea mostrato il rimedio al male di lei, cercando in un medisimo tempo occasione di haver nostra domestichezza, e di risanar Leucippe per lui. Ma conoscendo che era difficile a ottenerla, come huomo marinaresco che egli era, messi insieme alcuni huomini che come anche esso faceva, essercitavano l’andar in corse, e insegnato loro quel che havevano da fare; ordinò uno inganno: e finto di voler far festa del suo giorno natale, chiamatoci amichevolmente ne invito a gire insino al Pharo. subitamente adunque che noi fummo usciti di casa; ci apparue un cattivo augurio. percioche uno Sparviere, seguitando una Rondine, percosse con l’ali nella testa di Leucippe. per la qual cosa fortemente turbato. alzati gli occhi al cielo, dissi, O sommo Giove, perche ci mandi questo prodigio? ma se questo è veramente uccello mandato da te; mostraci un’altro augurio più manifesto. E rivolgendomi a dietro, mi trovo esser vicino alla bottega d’un dipintore. vi veggio una dipintura, che tacitamente ci dava indizio di un caso simile. percioche vi era dipinto l’incesto di Philomena, la violenza fattale da Tereo, il tagliarle della lingua, e finalmente la historia tutta, la tela, Tereo, & la mensa. La tela una serva la teneva distesa, e appresso vi era Philomena, che co’l dito mostrava le figure della tela, e Progne accennava d’intendere, e turbatamente guardava, e isdegnaua si contro la dipintura. Tereo era intessuto, che faceva forza a Philomena. ella haveva le chiome tutte guaste, la cintola sciolta, la veste, squarciata, il petto mezo nudo, la destra mano l’haveva posta nel volto di Tereo, con la sinistra riduceva una parte della squarciata veste intorno alle mammelle. Tereo heueva fra le braccia Philomena trahendo a se il corpo di lei quanto più poteva, e verso il corpo l’abbracciava strettissimamente. Di questa maniera il pittore haveva tessuto la dipintura del velo. nel rimanente della tavola erano dipinte le due sorelle, che portando in un piattello le reliquie della cena, mostravano a Tereo la testa e le mani dell’ussiso figlivolo, e di ciò ridevano parimente e temevano. Tereo era dipinto che si levava suso dalla sedia, e tirava fuori il pugna le contra le donne havendo appoggiato un braccio alla mensa, la quale nestava del tutto in piedi, ne cadeva, ma nella dipintura accennava di dover cadere. Disse adunque Menelao, il parer mio è che ci dobbiamo rimaner di gire al Pharo. percioche non vedi tu che gli augurij non sono punto buoni? si il voler dell’uccello contra di noi; si ancho il minacciante soggetto della dipintura? gli spositori de gli augurij dicono, che mentre noi usciamo a far qualche negozio, incontrandoci a vedere alcuni pittura, dovemo considerar le favole di essa, e quel che havrà da avvenire, assimigliarlo al modo e forma della historia. Non vedi tu di quante

sceleraggini è ripiena la dipintura? di amore non legisimo? di sfacciato adulterio? e di feminili miserie? onde io consiglio che ci vogliamo rimaner di andar fuori. Ame parve che Menelao dicesse cose molto simili al vero onde io iscusandomi, per quel giorno presi comiato da Cherea. il quale tutto pieno di maninconia si dipartì dicendo di voler ritornare a noi il di seguente. Ma essendo tutte le donne naturalmente di favole; Leucippe verso di me volgendosi mi disse, che vuol significar la favola di questa dipintura? che uccelli son questi? e chi queste donne? e chi è quell’huomo si sfacciato e malvagio? E io allhora cominciai a dirle, il Lusignuolo, l’Vpupa, e la Rondine gia furono tutte creature razionali, e hora tutti son’uccelli: l’Vpupa fu huomo, la rondine e il Lusignuolo furono donne, questa fu chiamata Philomena, e quella Progne, ambedua Ateniesi l’huomo nominossi Tereo, e fu Re di Thracia, e marito di Progne. Ma pare che alla lussuria de’barbari una sola femina non sia a bastanza, massimamente: quando la occasione da lor modo di adempire per forza il dishonesto appetito. La benivolenza adunque di Progne verso la sorella diede occasione a questo barbaro Re di usar la sua pessima natura: percioche havendolo mandato a visitar la sorella: egli si diparte marito di Progne, e ritorna amante di Philomena, e per camino la si fa diventare un’altra Progne: e temendo che Philomena lo ridicesse, le tagliò la lingue e il dono, che le diede per premio della tolta virginita. fu il non poter piu parlare; ma con questo egli non potè far che la cosa stesse celata: percioche l’arte di Philomena ritrovo un tacito parlare: ella ordi una tela. e con la trama disegnò tutto’l fatto, e la mano imitò l’ufficio della lingua, e mostrò a gli occhì de Progne quelle cose che s’apparteneva a gli orenchi di sentirle, e con la spuola tramando le narrò tutto quello ch’essa haveva patito. Progne intende dalla tela la violenza fatta alla sorella dal marito, e cerca vendicarsi di lui fuori d’ogni misura. Due erano gli sdegni, e due le donne, che amendue erano intente a una cosa medesima, havendo alla ingiuria mescolata la gelosia. mettono ordine di far una cena piu miserabile, che non furono le forzate nozzedi Philomena: la cena fu il figlivolo di Tereo, del quanle innanzi allo sdegno Pronge era madre. ma allhora si dimenticò delle doglie ch’ella hebbe nel partorirlo, tal forza hanno i dolori della gelosia, che avanzano quei del parto. E in vero che le donne, le quali solamente

,, sono rivolte a vendicarsi di colvi, che ha rotta ,, la fede congiugale. anchora che nel satisfare all’animo ,,loro patiscano; non dimeno compensano la noia ,, del patire co’l piacere che hanno di adenpire il lor desiderio. ,, Tereo mangio la cena postagli davanti dall’infuriate

,, donne: le quali di poi con pavra ridendo gli appresentarono in un piattello le reliquie dell’ucciso figlivolo. Tereo vedendole pianse di cotal cibo, e si conobbe esser padre della cena, e conoscendolo entrò in grandissimo furore, e tirato fuori il pugnale corse contra le due sorelle, le quali volarono in aria, e Tereo seguitandole anch’egli diventò uccello, e serbano anchora la simiglianza della lor passione, che’l Lusignuolo fugge, e Tereo lo perseguita, di tal maniera ha serbato l’odio, anco nella forma di uccello. Noi adunque in questo modo all’hora schifammo le insidie: ma in ciò non avanzammo salvo che un giorno. percioche la mattina seguente Cherea ritornò a noi, e noi vergognandoci non li potemmo disdire. Si che entrati in barca andammo al Pharo, e Menelao dicendo di non sentirsi bene; rimase all’albergo. Cherea primamente ci menò a una torre, e da basso ci mostrò la maravigliosa e incredibile disponsizione del o edificio. era posto nel mezo del mare un monte, il qual parea che toccasse le nuvole: l’acqua passava sotto la detta torre, che si sporgeva in fuori sopra il mare, talmente che pareva ch’ella pendesse in aria: nella somità del monte era un’altra torre, che tenendovisi il fuoco acceso, la notte a guisa di nocchiero era guida a i naviganti di venir a diritto camino. Dopo questo ci condusse a una casa, che nell’ultima parte dell’isola era posta presso della marina. e sopravvenuta che fu la sera; Cherea fingendo di gire a far sue bisgone, se n’usci fuori: e poco dopo sentissi d’intorno la porta un certo romor, e subitamente entrorono dentro huomini e grandi e molti, con le spade ignude, e tutti corsero addosso alla fanciulla. Io quando vidi che menavano via la mia carissima Leucippe? non lo volsi comportare. corro a mettermi in mezzo delle spade, e uno di loro mi feri in una coscia, e caddi, e caduto spargeva gran copia di sangue. essi havendo messa la giovane in una barchetta; se ne fuggirono. E facendosi grandissimi romori, e gridi, come si suol far nell’arrivar de’corsari: vi corse il Capitano dell’Isola, il quale io haveva conosciuto nell’essercito gli mostro la ferita, e lo prego a seguir i corsali stavano in: porto molti navili, egli montato su uno de questi. si mise a perseguitargli con quella guardia che allhora si ritrovava havere, e io fattomi portar di peso andai in nave con esso loro. I corsari subito che viddero la nave esser vicina, e apparecchiarsi a combatere; mettono sopra la coperta della barca la giovane con: le mani legata di dietro, e uno di loro ad alta voce gridando e dicendo, Ecco i vostri premi, le tagliò la testa, la qual serbò in nave; gittando il resto del corpo in mare. Io mentre che ciò vidi; fortemente gridando mi volli gittar in acqua ma poi che quei che iui erano presenti mi ritennero; gli suplicava che fermassero la nave, e che alcuni di loro saltassero in mare, se per modo alcuno io potessi ricovrare il morto corpo della fanciulla per sepellirlo. Il Captitano mosso da miei prieghi fece fermare il legno: e due de marinari avventatisi fuori della nave nel mare, preso il corpo lo portarono suso. In questo mezzo tempo i corsali molto maggiormente si affaticavano a scampare: ma havendogli noi un’altra volta sopragiunti; essi veggono un’altro legno de corsali, e conosciutili gli chiesero in aiuto loro, i quali grano corsali dalla città di Porphira.

Il Capitano vedendo i due legni già messi insieme hebbe pavra, voltò la popea, che gia i corsali ivoltì dalla fuga lo sfidavano a combattere: Poscia che noi fummo smontati in terra, io abbracciato il morto corpo, piangendo diceva Hora veramente, carissima Leucippe, tu sei morta di doppia morte divisa nella terra, e nel mare: percioche io tengo le reliquie del tuo corpo; ma te in vero ho perduta la parte che di te ha havuta il mare,! non è equale a quella che ne ha la terra: picciola parte di te mi è rimasa, essendo la maggiore, e più degna posta nella faccia. il mare in si poca parte di te ritiene il tutto ma poi che la fortuna mi ha invidiato il poter baciao la tua faccia; horsu io bacierò il tuo collo. Havendo io pianto e lamentalomi di questa maniera, e fatto sepellire il corpo; me ne ritornai in Alessandria dove essendo contra mia voglia curato della fertià, confortandomi Menelao, stetti sopportando pazientemente il mio dolore erano già passati sei mesi, e in gran parte la mia maninconia cominciava a diminuissi. percioche il tempo

,, insime co’l Sole pieno di allegria à la medicina ,, del dolore; e mitiga le piaghe dell’anima. e quel ,, che per breve spazio ci attrista, benche sia fuori d’ogni ,, misura, bolle infin tanto che l’anima è infiammata, ma ,, vinto dal refrigerio de giorni si raffredda. Hora pas ,, seggiando io per piazza, ecco un che dietro mi sopravenne

,,, alla sproveduta prendendomi per mano, e ritenendomi senza dir nulla; abbracciandomi mi baciò infinite volte. Io veramente non conobbe da prima chi costui fusse, ma rimasi stupefatto, sopportando i colpi de gli abbracciamenti non di altra maniera che se io fussi stato il bergaglio de i baci ma poi che alquanto da me si fu discostato guardandolo nel viso, conobbi che gli era Clinia. e per allegrezza alzando io la voce, gli resi i baci e gli abbracciamenti, e poscia ne conducemmo al mio albergo. egli mi racconto in che modo era scampato dal naufragio e io gli narrai tutto ciò che era avvenuto a Leucippe. Subito che la nave, disse egli si ruppe; io mi ridussi a un corno dell’antenna, e appena ne potei pigliar l’estremità, essendo già pieno di persone. ma havendovi io poste su le mani, mi sforzava di tener miui appeso e essendo noi per piccolo spazio andati notando, sopravvenne una grandissima onda, e alzando il legno dritto, lo ruppe a uno scolgio sotto l’acqua nascoso io mi teneva appeso all’altro corno dell’antenna, il quale percosso dall’impeto di nuovo quasi da una machina fu ributtato a dietro, e io come con una fromba fui gittato molto lontano, dipoi andai notando tutto il rimamente del giorno senza alcuna speranza di salute: e essendo già stanco, e datomi in arbitrio della fortuna; viddi allo incontro di me venire una nave onde io alzando hor l’una hor l’altra mano, con quel modo, che io poteva, con cenni dimandava aiuto. i marinari o che havessere compassiodi me, o che il vento gli traportasse in quella parte; si condussero appresso di me, e uno di loro (non lasciando la nave il suo corso) mi calò giuso una fume. io la presi, e cosi fuori delle porte della morte mi cavorno. La nave andava a Sidone, e ritrovandovisi alcunl che mi conoscevano; attesero a darmi comforto, e a recrearmi. havendo già navigato due giorni, giugemmo alla città di Sidone all’hora io pregai quei Sidonij che si trovava no in nave (era Xenedama mercatante, e Theophilo suo socero) che se per aventura s’incontrassero in alcuno de Tirij; non dicessero come io era scampato dal naufraggio afin che non si risapesse che io fussi andato in viaggio lontano percioche sperava doverestar nascoso, se da quell’innanzi le cose quetamente passassero, non essendo di mezzo, se non cinque giorni solamente, che io non era stato veduto: e, come tu sai, a quei di casa mia, che mi dimandarono dove io fussi inviato, havea risposto che andava in villa, a starvi dieci giorni interi, e trovai che cotal fama di me era stata ricevuta. Tuo padre anchora non era tornato di Palestina, ma ritornò due giorni dopo, e ricevette lettere mandate da Sostrato padre di Leucippe, che erano giunte il secondo di appresso la nostra patria. nelle quali egli prometteva darti per moglie la sua figlivola. Tuo padre letto che egli hebbe queste lettere, e inteso il nostro fuggire, era da diversi e gravi pensieri molestato: si perche tu havevi perduto la utilita che per le lettere ti era offerta; si anco perche in si piccolo spazio di tempo la fortuna havesse le cose a cotal termine ridotte. il che non sarebbe avvenuto se piu tosto le lettere fussero state portate. Egli nondimeno istimò che fusse ben fattodi non riscrivere di ciò al fratello cosa alcuna; ma prego la madre della fanciulla, che dovesse allhora tacer, e non dar notizia alcuna a Sostrato del cattivo accidente, con dir tosto gli ritroveremo. e tosto, dovunque saranno, intenderanno la nuova del maritaggio, e ritorneranno, se sara loro lecito che senza rispetto la cagione della lor fuggita si manifesta Hora egli con ogni sforzo, e sollecitudine ricerca dove siate andati. e pochi giorni prima ch’io venissi, Diophante Tirio havendo navigato di Egitto, era arrivato, e gli dice che qui ti havea veduto. io subitò che ciò intesi; montai sopra una nave gia sono otto giorni, e giunto ti sono andato cercando per tutta questa città. tu adunque prendi a ciò qualche partito, perche tuo padre ne verrà quà in breve. Io havendo cotai cose udite; mi diedi a doler del giuoco che la fortuna si pigliava di me, dicendo, O fortuna, Sostrato hora mi da per moglie Leucippe. hora egli dal mezzo della guerra mi manda le nozze, misurando diligentemente i giorni, accioche non pervenisse la nostra fuga. o felicità troppo tarda. o beato me, se io lasciava trappassare un giorno. dopo la morte le nozze, dopo i pianti vengono gli Himenei: quale sposa mi dà la fortuna? Hora, disse Clinia, non è tempo di stare a lamentarsi, ma consideriamo se meglio sia che hora tu ritorni nella patrra, overo aspettar qui tuo padre. non vo far ne l’un ne l’altro risposi io. percioche con qual faccia potrei guardar mio padre, massimamente essendo io cosi vituperosamente fuggito, e essendo poi stato cagion della morte di colei, che alla sua fede era stata commessa dal fratello? resta adunque fuggirmene di qui, prima che egli vi arrivi. Mentre noi cosi ragionavamo; Menelao con Satiro insieme entrarono nel’albergo, e amendue abbracciarono Clinia, e da noi intesero tutto ciò che era successo. Allhora Satiro rivoltosi a me disse, Di presente tu hai occasione di poner le cose tue in ottimo stato, e haver compassione dell’anima di colei, che arde per te, e ascolti ciò anchora Clinia. Venere porge a costui una gran felicità, ma egli non la vuol prendere. una donna è di modo innamorata di lui, ch’ella ne impazzis_e. è supremamente bella, si che vedendola diresti, che fusse una Dea, ella è da Epheso, ha nome Melitta, è molto ricca, e di et à giovane. li è morto nuovamente il marito affogatosi in mare. desidera haver costui non dirò per marito, ma per signore, e gli da se stessa, e tutte le sue facultà, a per amor suo hora sono due mesi ch ella dimora in questa città, pregandolo che voglia andar con essalei, e egli non so da qual cagione mosso, non ne fa stima, pensandosi che Leucippe habbia da ritornare in vita. A queste parole loggiunse Clinia, che gli pareva che Satiro parlasse ragionevolmente, che se per te sono vinte beltà. ricchezza, e amore; non hai da star a sedere, ne dimorare. percioche la beltà ti darà piacere, ricchezza dilizie, e l’amore riverenza. oltra di ciò Iddio ha in odio i superbi, horsu credi e ubbidisci a Satiro, esta quieto al voler d’Iddio. All’hora

sospirando io risposi, conducimi ove tu vuoi, se cosi ancora pare a Clinia, pur che questa giovane non mi dia molestia, astrignendomi a prender piacere con essalei, fin che non arriviamo a Epheso havendo io giurato di non congiungermi con donna alcuna in questa città, dove h_ perdu a Leucippe. Satiro udite queste parole, andò correndo a Melitia portandole la buona nuova. e non molto dopo ritornò dicendo, che la giovane come ciò hebbe inteso, poco manco che non cadesse morta e ch’ella mi pregava, ch’io andassi a trovarla quel giorno per dover cenar con lei; e dar principio alle nozze. io l’ubbidi e andai, ella subito che mi vidde, corse ad abbracciarmi, e empieva tutta la mìa faccia di baci. e veramente era bellissima, e haresti detto che la sua faccia fusse sparsadi latte, e nelle sue guancie esser piantate le rose, e il suo sguardo risplendeva di splendore venereo. i fuoi capelli erano spessi e lunghi, e di color d’oro. onde nel mirarla mi parue di provar qualche dilettazione. La cena era suntuosa, e Melitta leggiermente gustando delle vivande per parer di mangìare, non poteva del tutto prendere il cibò, ma era tutta intenta

,, a riguardar me. Percioche a gli amanti niente puo ,, esser più soave ch’il mirar la cosa amata, conciosia ,, che Amore essendosi fatto signor dell’anima, non le ,, lasci ne ancho luogo da cibarsi, ma il piacere che si piglia ,, del guardare, trapassando per gli occhi, pone il ,, suo seggio nel cuore, e trahendo a se di continuo la ,, e imagine della cosa amata, la imprime nello specchio ,, dell’anima. e rinuova quella forma. e quel che dalla ,, bellezza si sparge per mezzo di amorosi raggi tirato

,, nell’amoroso core, vi suggella la similitudine di quella. Io essendomi di ciò avveduto le dissi, per qual cagione non mangiate punto delle vostre proprie vivande? ma parete simili a coloro che nelle pitture sono dipinti stando a mangiare? e ella rispose. Qual cibo potrei gustar piu delicato, e qual vino piu precioso del tuo aspetto? e cosi dicendo, me che i suoi baci riceveva non senza piacere, baciò soavissimamente. dipoi trattasi a dietro soggiunse, Questo è il mio nutrimento, e il mio cibo, Nel conuito adunque passammo di questa maniera ma venuta la sera, ella fece ogni sforzo di ritenermi a fin che quivi hauesse da dormire. e io prendea scusa replicando quel medesimo c’haveva detto a Satiro finalmente mi diede licenza con grandissima difficultà, rimanendosi tutta piena di maninconia. ma ben demmo ordine di ritrovarci il giorno seguente nel tempio della dea Iside, per dover ragionare insieme, e chiamando la dea in testimonianza, darci la fede. Andammo, e vi furono presenti Menelao e Clinia. giurammo amendue, io d’amarla fidelmente, e ella di tormi per marito, e farmi padrone di tutta la suà facultà ma questi patti, diss’io in comincino allhora che saranno giuntia Epheso percioche quivi in Alessandria voi cederete a Leucippe. Fece poi alla apparecchiarci una cena sontuosa, la quale hebbe solamente nome di nozze, ma l’effectto già ci eravamo fra noi convenuti che si differisse ad altro tempo. Sovviemmi vhe nel conuito Melitta disse una cosa da ridere, percioche mentre i conuitati con voci liete pregavano i Dei che concedessero felice successo alle nozze, ella volgendosi verso di me pianamente, disse, Io sola in questo convito provo cosa vana, e simile a quel che si costuma di fare a i morti, i corpi de quali non si ritovano, che si fa loro una sepoltura vota. ma ben ho veduto io de i sepolchri vacui, ma delle nozze non giamai. Cosi, parlò studiosamente motteggiando. Il giorno seguente ci mettemmo in viaggio, e per buona ventura anche il vento ne invitava. Menelao essendo venuto ad accompagnarci insino al porto, e havendoci abbracciati, e baciati, e pregato che il mare hora ne facesse haver miglior fortuna; se ne torno alla città: giovane veramente di somma bontà, e degno d’esser adorato, e partitosi tutto pieno di lacrime, similmente mosse tutti noi a lacrimare. A Clinia non parue di lasciarmi, ma venuto con’ esso noi in fino ad Epheso, edimoratovi qual che giorno ritornarsene, s’egli havesse vedute le cose mie ridotte a buon fine. Noi haveamo il vento in poppa, e era gia sera. e poi che havemmo cenato, ne ponemmo a giacer per dormire. era nella nave separatamente per me, e per Melitta apparecchiata una tenda d’intorno intorno serrata. ella adunque havendomi abbracciato mi baciava, e mi richiedeva del debito fine delle nozze, dicendo; hora havemo tra passato già il termine del giuramento fatto a Leucippe, e siamo entrati in quello della promissione fatta a me. qui comincia il termine prescritto. per qual cagione hora mi bisogna aspettar di pervenire ad Epheso? la bonaccia del’mare è in certa, ne è da fidarsi de i venti: che in un momento si mutano. Credimi Clitophonte ch’io arda. volesse Iddio ch’io potessi mostrarti il fuoco. volesse Iddio che egli havesse la medesima natura, che comunemente suol haver il fuoco d’amore, accioche mentre io t’abbraccio t’accendessi. hora a comparazion della altre fiamme, la mia sola abbrucia la propria materia, e oltra misura accesa nell’ abbracciar c’ho fatto dell’amante, da lui si disco sta, e gli perdona. O fuoco secreto, o fuoco che nascosamente risplendi, o fuoco che non vuoi uscir fuori de tuoi confini. Horsu, carissimo Clitophonte, incominciamo i sacri misterij di Venere. e io le risposi. Non mi sforzare a romper l’antica usanza dell’essequie de morti. anchora non s’intende c’habbiamo passati i termini di quella infelice giovane, insino a tanto che non ismontiamo in altra terra. non hai tu udito ch’ella è morta in mare? anchora navigo sopra la sepoltura di Leucippe. e forse che l’ombra sua va

,, d’intorno a questa nave: percioche si dice, che l’anime ,, di colore che periscono in acqua, non discendono

,, dell tutto nell’ inferno, ma vanno errando intorno a quell’acqua medesima. e per avventura ella ci sopraverrà quando staremo abbracciati. Ti pare egli questo: esser luogo: convenevole alle nozze? le nozze sopra le onde? le nozze portate dal mare? tu non vuoi che noi habbiamo la camera stabile e ferma per i nostri congiungimenti? Carissimo Clitophonte, rispose Melitta? tu parli ingegniosamente: ma ogni luogo a gli amanti è camera, e non è parte alcuna, dove Amor non possa entrare; e qual luogo è piu domestico, e più proprio d’amore, e de i secreti venerei: che’l mare? Venere è figlivola del mare: facciamo questa opera si grata allo Dio delle nozze, e con l’effetto delle nozze, rendiamo honore alla sua madre. a me pareche tutte queste cose che sono quì, siano segni di nozze il giogo che cosi ci pende sopra la testa, e i legami che sono d’intorno l’antenna, sono. o Signor mio, felici angurij. sotto il giogo è il letto della nozze, e lo funi legate, e il timone vicino al letto ecco che la fortuna governa le nostre nozze. il coro delle N____ e Nettuno, che medesimamente nel mare sposo Amphitrite, ci accompagneranno. l’aura soavemente fa strepito d’intorno le funi. a me pare che’l suono de i venti canti le parole del sacro Hymeneo. non vedi ancho la vela gonfiata a guisa di un corpo di femina gravida? e anchora questo io piglio per ottimo augurio, che ci annunzij. come dime tosto tu havera_ figlivoli. Io vedendo costei dall’amoroso desiderio grandemente in fiammata, le dissi, donna ti prego che vogliamo ragionare insieme, fin che smontiamo in terra, e ti giuro per questo mare, e per questa prospera navigazione, che anchora io ho il medesimo desiderio che tu hai: ma il mare ha le sue leggi, e spesse fiare ho udito da marinari vecchi che le navi debbone esser monde da gli abbracciamenti e piaceri venerei, forse o perche e le sono sacre, o peraventura acciche nel gran pericolo, che suole avenire nel marc, niuno prenda piacere di cose dishoneste. Non vogliamo, carissima padrona far questo oltraggio al mare, ne me scolar le nozze insieme con la pavra, serbiamoci il piacere sincero e sicuro. Dicendo queste parole, e accarezzandola con baci, la racquetai, e cosi tutto il rimanente della notte dormendo trapassammo. Dopoi i cinqui giorni segventi havendo finito di navigare, arrivammo ad Epheso Era la casa di Melitta, e grande, e bella, e la principale di tutte quante n’erano quivi, e piena di molti serventi e d’ogni altro sontuoso apparecchio ella commandò che si apparecchiasse una splendida cena, e disse, noi in tanto andiamo ad un mio podere lontano dalla città un mezzo miglio. e essendo montati in una carretta, uscimmo fuori, e subito che fummo arrivati; ce n’andammo a passeggiare nella strade fatte tra le vinti, e altri arbori. e incontinente s’inginocchia dinanzi a noi una giovane legata con funi grossissime. teneva in mano una zappa. le erano stati tagliati i capelli. havea la persona tutta lorda, e era vestita d’una povera gonnelluccia. e verso di Melitta disse queste parole, Deh Signora, essendo tu femina habbi compassione di me che son femina, libera in quanto al mio nascimento, ma serva in quanto cosi piace alla fortuna. e subito si tacque Melitta finalmente le disse. Lavati suso, e dimi che tu sei, e di qual luogo, e chi d’hà legata con cotesta cacene, percioche anco nello miserie il tuo aspetto dimostra la nobilià. E stato il tuo servitore rispose ella non gli volend’io compiacere ne i suoi dishonesti appeti ti il mio nome è Lacena, e son nata in Thessagita. ti raccomando questo mio infelice stato. e humilmente ti prego, che mi liberi dalla miseria, nella quale hora son posta, e mi facci sicura fin tanto ch’io renda dumila dramme, che per tanto prezzo Sosthene mi ha comprata da i corsali. e sij pur certa, che le ti darò prestissimo: e quando che non, io restarò tua schiava vedi in che modo con molte battiture mi ha flagellata. E cosi dicendo si scinse la gonna,e mostro le spalle segnate dalle battiture anche più miserabilmente che non diceva. Udito che noi havemmo le parole, e vedendo le battiture; io veramente restai confuso; percioche mi pareva ch’ella havesse una certa somiglianza di Leucippe; e Melitta le disse, Buona giovane sta di buon amimo, che ti liberarò di cotesti mali, e ti rimanderò nella tua patria senza che tu alcun premio me ne renda mai. E andato uno a chiamar Sosthene; ella fu subitamente sciolta da i legami, e egli ne venne tutto confuso e ispaventato, al quale Melitta cosi disse, Huomo reo quando vedesti tu mai in cosa nostra schiavo alcuno, anchora ch’egli fusse vile e inutile, esser cosi aspramente battuto? dimmi e senza bugia alcuna chi sia costei. Signora, rispose egli, veramente io non so dirvene altro se non ch’un certo mercante chiamato Callisthene la mi ha venduta co’l dirmi d’haverla comprata da corsali, e esser libera. e egli per nome la chiamava Lacena. Allhora melitta levò via Sosthene dall’aministrazione ch’egli havea, e assegnò la giovane alle sue fanti, imponendo loro che lavatala, e vestitela d’una buona e monda veste la conducessero alla città. E havendo ordinato alcune cose pertinenti a suoi campi, per cagion delle quali vi era andata montando con esso meco nella medesi ma carretta, ce ne ritornammo nella città, e n’ andammo a cena Mentre io mangiava: Satiro m’accennò, ch’io mi levassi suso, e nel volto egli dimostrava d’haver gran fretta, e per cosa d’importanza ond’io fingendo d’esser astretto d’andar alle bisgone del corpo, levatomi su, me n’usci fuori, e egli accostatosi, senza dir nulla, mi porge una lettera: e io subito che l’hebbi presa, innanzi che la leggessi restai tutto smarrito percioche conobbi che era scritta di mano di Leucippe, e conteneva queste cose.

A CLITOPHONTE MIO PADRONE: percioche cosi ti debbo chiamare, poi che sei divenuto marito della mia padrona Avenga che tu sappia molto bene tutti i mali che ho patiti per tua cagione; nondimeno da necessità hora son forzata ridurghti a memoria. Per te lasciai mia madre, e elessi di venir pellegrinando. Per te sostenni il naufragio, e venni nelle mani d’ladroni. Per te fui offerta per vittima, e sacrificio per purgar l’altrui colpe, e già la seconda volta ho patito la morte. Per te sono stata venduta, e con catene di ferro legata, ho portata la Zappa, ho la vorata la terra, e sono stata aspramente flagellata, a fin che tu ti dessi ad altra donna, si come hai fatto, e lo sta d’altri huomini: ma Iddio ciò non permetta. Io in cotanti travagli, e miserie sono stata sempre costante; e tu senza esser venduto, ne fiagellato hai pigliata moglie. Ma se tutto quel che ho sofferto per amor tuo merita grazia alcuna prega la tua moglie; che, si come ella mi ha promesso, mi rimandi nella mia patria: e le due mila drame, che Sosthene ha spese in comprarmi, credimi, e per me fa sicurta Melitta, che tosto le manderò, percioche la citta di Bizantio è assai vicina: e le tu mi farai questo beneficio; reputa di havermi data la mercede di gli affanni, che per tua cagione ho patiti. Sta sano, e delle nuove nozze lietamente godi Io Leucippe, che anchora sono vergine, ti scrivo.

Havendo ciò letto sensiva in me stesso in un medesimo punto diversi accidenti ardeva d’amore, m’impallidiva, mi maravigliava, non credeva, mi rallegrava, mi attristava. Dissi dunque a Satiro, sei tu venuto dal l’Inferno a portarmi questa lettera? o che voglion siguificar queste cose? è Leucippe risuscitata un’altra volta? Cosi è, rispose Satiro, et è colei che dianzi tu vedesti in villa e certamente allhora niuno che già tanto giovane l’havesse vista; l’havria potuta riconoscere, percioche l’esserle stati tagliati i capelli, l’ha mutata grandemente. Di questa maniera (diss’io) tu mi hai posto in si gran bene, e solamente mi rallegri l’orecchio? ma perche non mostri tanto bene ancora a gli occhi? Tien questa cosa secreta, disse Satiro. e ad cioche non sij cagione della ruina di tutti noi, non la palesare sino a tanto che più sicuramente ne possiamo prender partito. Tu vedi che questa donna è delle prime di Epheso, e talmente è innamorata di te, che ne divien pazza, e noi semo qui soli nel mezzo della reti. Non posso ciò fare, gli rispos’io, l’allegrezza mi và di correndo per tutte le vie del corpo, e ecco che con lettere si duol di me. e cosi detto di nuovo leggo la lettera, come per mezzo di quella vedessi lei, e leggendola a parte per parte io diceva, Giustamente, carris. Leucippe, ti lamenti di me, tu per mio amore hai patiti tanti disagi, io sono stato cagione di tanti tuoi mali. Venendo poi a quella parte, dove narrava le battiture e i tormenti datigli da Sosthene. io piangeva non altramente, che se fussi stato presente a vedergliele dare: percioche il pensiero mandando gli occhi dell’ani

,, mo a veder quel che anunziano le lettere, mostra le ,, cose che vede come se all’hora si facessero. Ma quando

,, mi rimproverava le nozze; io grandemente mi arrosiva, e come che io fussi stato colto in adulterio. mi vergognava della lettera. E rivolgendomi a Satiro gli dissi, Misero me, in che modo mi scusero noi siamo di coperti. Leucippe ci ha consciuti, e forse che ci porta odio. ma dimmi come si è ella salvata? e di chi era il corpo, che noi sepellimo? Ella istessa rispose Satiro, quando sarà tempo opportuno, te lo dirà. hora bisogna che tu le scriva, e che acquetie consoli la fanciulla. io con giuramento le ho affermato, che contra tua voglia hai presa costei per moglie. Adunque, diss’io, tu le hai detto che l’ho tolta per moglie? tu ingnorantemente mi hai rovinato: percioche in tutta questa citta non si sapeva cosa alcuna delle nozze e giuroti per lo Dio Hercole, e per la presente mia fortuna, ch’el la non è mia moglie. Satiro soggiunse, dileggimi tu? tu giaci pur con essalei. Certamente, risposi io, so che dico cosa da non esser creduta, ma in vero anchor non si è venuto all’effetto, e Clitophonte insino’ a questo giorno non ha preso piacer di Melitta. Ma che debbo scriver a Leucippe insegnami tu, che quest’accidente m’ha tirato fuori di me, che non so cioche m’habbi da scrivere. Io non sono, disse Satiro, più savio di te, Amore ti sarà in aiuto, scrive pur brevemente. Allhor cominciai una lettera di questo tenore.

DIO TI SALVI LEUCIPPE SIGNORA MIA. Io in un medesimo tempo sono infelice, e felice: percioche essendo io presente per mezzo della tua lettera ti veggio esser presente, ma non altramente che se tu fussi lontana. Se te adunque vorrai udir la verità, non mi condanando in alcuna cosa prima ch’io mi difenda; intenderai che la mia verginità (se ne gli huomini si trova verginità) ha seguitato l’esemplo della tua. ma se veramente senza udir la mia difesa, già mi porti odio; ti giuro per quegli Dei, che t’hanno conservata che’n breve con effetto ti mostrero l’innocezia mia. Sta sana cariss. Leucippe, e fa che tu mi sij ibenigna, e favorevole.

Questa lettera la do a Satiro, e lo prego che dica di me a Leucippe cose che siano convenevoli. Io da capo me ne tornai a cona pieno d’allegrezza e di pensiero percioche io conosceva che Melitta non havrebbe tolerato quella notte di non venire all’effetto delle nozze, e a me, havendo ritrovata Leucippe, era impossible pur di guardare altra femina. Mi sforzava adunque di non mostrarmi nel volto diversamente da quel che io havea fatto prima: non dimeno non mi potea del tutto ritenere, e poi ch’in ciò rimasi vinto; feci vista che il freddo mi discorresse per tutta persona. Melitta si avidde che io cominciava a trovar occasione di non attender la promessa, ma in questo non potea convincermi, Io senza cenare altramente, mi lievo su per andar’alletto; et ella seguendomi subitamente si levò su nel mezzo della cena Entrati che noi fummo in camera; io fingea maggiormente di esser aggravato dal male; e ella mi pregava e lusingava dicendo, perche fingi tu queste cose? insino a quanto starai a darmi risoluzione, ecco che siano usciti del mare, ecco che siamo in Epheso, il qual luogo e il termine certissimo che proponesti al frutto delle notstre nozze, qual altro giorno aspettiano anchora? insino a quanto giaceremo insime come in un tempio sacro? tu mi hai posto inanzi un abondante fiume, e non mi lasci bevere. e benche io già tanto tempo habbia copia d’acqua, e stia appresso la fonte, pur mi muoio di sete. e tale ho io il letto, quale ha Tantolo la mensa. Cosi dicea ella, e piangeva tenendo appoggiato il suo capo al petto mio tanto miserabilmente, che mi mosse alquanto a compassione, e non sapeva ciò ch’io dovessi fare, parendo mi ch’ella giustamente si dolesse. Alla quale io rispose di questa maniera: Io ti giuro, carissima Melitta, per li Dei della mia patria, che sommamente desidero di satisfare a questo tuo desiderio ma non so quel ch’io habbia fatto, il male mi è sopragiunto alla sprovista, e tu molto ben sai, che senza la savità non si può servire a Venere. E cosi parlando le asciugava le lagrime, e con altri giuramenti cercava di darle a credere, che non s’indugeria molto a conseguir cioche ella desiderava Allhora, ma con gran difficultà, si racqueto. Il giorno seguente Melitta chiamate le fanti, alle quali havea commessa la cura di Leucippe, dimandò loro se commodamente l’havevano trattata. e dicendo esse che non le haveano mancato di cosa alcuna, che le fusse stata di bisogno, impose loro che la facessero venire a lei? e venuta che fu; le disse queste parole, Sapendo tu qual sia stata la cortesia, che ho usata verso di te; mi par soverchio ricordarlati: ma ben ti prego che in cose che tu puoi, mi facci una grazia pari alla mia cortesia. Intendo che voi femine di Tessaglìa quei; che voi amate, si fattamente gl’incantate; che l’huomo non puote più inchinar l’animo ad amar altra donna: ma di maniera s’innamora di colei che gli ha fatti gl’incatameti, che la stima e ama sopra ogni altra cosa. dammi, ti prego, questo rimedio. Vedesti tu quel giovane, che hieri caminava meco? Leucippe maliziosamente interrompendola le disse, tu vuoi intender di tuo marito? percioche cosi ho inteso da i tuoi famigliari. Che marito? rispose Melitta; mente più ho da far conesso lui, che se egli fusse di pietra ma prepone a me una certa giovane morta, ne mangiando ne bevendo, ne di giorno ne di notte del nome di Leucippe (cosi egli la chiama) si puo dimenticare, Io per amor suo quatro mesi continui ho dimorato in Alessandria, pregandolo, e lusingandolo. e non ho lasciato ne di dir, ne di fare alcuna di quelle cose, che possono muover gli huomini ad amar. ma egli era a miei preghi non altramente che ferro o legno, o altra materia insensibile. Con gran difficultà (facendo appena secondo che hora richiede il tempo) mi la scia goder della sua vista. e ti giuro per la Dea Venere, che già son cinque notti, che io mi son giaciuta seco, e me ne som levata come s’io fussi stata appresso d’un eunucho. A me par di amare una statua, percioche posso goder la cosa amata solo con gli occhi. io femina porgo a te femina quei medesimi preghi, che hieri tu porgesti ame. dammi qualche rimedio da far divenir humil questo superbo. percioche tu conserverai la mia vita, che già vien mancando. Poi che Leucippe intese, che io non havevo havuto da far cosa alcuna con Melitta, parve che rihavesse i sentimenti:e dettole che se le desse licenzia andarebbe a cercar le herbe per far la malia, partendosi se n’andò in villa. percioche negando ella di far tal incantamento, istimava che non li fussi prestato fede onde mi penso io che ciò la inducesse a prometterlo a Melitta, la qual solamente sperando divenne tutta lieta, percioche

,, quelle cose dilettano, e piacciono, benche altri

,, anchora non le habbia presenti; nondimeno per la speranza di haverle porgono piacere. Ma io, che non sapevo alcuna di queste cose, me nestavo ripieno di maninconia, pensando in che modo la notte seguente potessi ingannar Melitta; e come ritrovarmi insieme con Leucippe: e parevami che anchora ella per il desiderio di esser meco si affrettasse parimenti di andar in villa, e di nuovo la sera al tardi ritornare. Si havevano da apparecchiar la caretta per Melitta per andar anchor noi fuori. Fra questo mezzo, essendoci noi posti a cena si sente nel cortile uno grandissimo rumore, e un strepito grande con li piedi, et ecco uno de gli serventi ne vien dentro correndo, insiememente ansando, e dicendo, Thesandro è vivò, e qui presente. Era questo Tersandro marito di Melitta, il quale ella tenevano per certo, che fussero annegato. percioche alcuni suoi famigliari, che con essolvi si trovavano, essendo sommersa la nave, e essi scampati, e credendosi che egli fussero affogato in mare, havevano porato cotal nuova. Mentre il: servitor parlava; Thersandro ne vien dentro correndo: percioche havendo per la strada inteso ogni cosa del fatto mio; ne venivano con grandissima fretta per ritrovarmici Melitta si levò suso smarrita per lo accidente non aspettato, e si sforzava di abbracciare il marito, e egli quanto più potevano gagliardamente la ributtava no indietro. e rivoltato a ame, e de, questo è lo adultero? mi venne al pssudosscon impetito grandissima colera mi diede una percossa nel volto, e tirotomi per i capegli mi gittò per terra nel pavimento, e standomi sopra mi pestava con le batitture. Io, come se mi fussi trovato a un sacro misterio, taceva, e non gli dimandava chi egli fusse ne per qual cagione mi battesse, e havendo sospetato, per che ciò avenisse, ben che io poteva farlo, nondimeno non hebbi ardire di difendermi Ma poi che amendue fummo stanchi, egli di battermi, e io di pensar le mie ragioni, levatomi suso gli dissi, chi sei tu? e per che mi batti di questa maniera? Egli perche io parlai, anchora maggiormente isdegnato di nuovo tornò a battermi, e facendosi rocar funi e ceppi mi legarono e rinchiusero in una camera. in questa cotal Zuffa io non m’accorsi che mi era caduta la lettera di Leucippe, la qual io haneva inseno legata a una fibbia della veste; e Melitta nascosamente la ricolse temendo che non fusse alcuna, delle sue, che già ella m’havea scritte e poi che sola tiratasi da parte l’hebbe letta, e trovato il nome di Leucippe; fu subitamente percossa da una saetta nel core, conoscendo il nome; nondimeno non si credeva che fusse quella, ha vendo tante volte udito che ella era morta ma seguitando di leggere il resto delle parole, e havendo del tutto compresa la verità; haveva l’animo offeso da diverse cose, dalla vergogna dallo sdegno, dall’amore, e dalla gelosia si vergogna del marito, si sdegnava per la lettera. l’amor consumava lo sdegno, e la gelosia di nuovo accendeva l’amore, e finalmente l’amore rimase vincitore: Essendo già venuta la sera Thersandro cessato il primo impeto, se n’ando a casa d’un certo suo amico: e Melitta havendo parlato a colvi, che mi havea in guardia, di nascoso da gli altri servi. facendone star due innanzi all’entrata della camera, venne dentro dove io era, e mi trovò disteso in terra, e appressatamisi volse a un tratto dirmi tntto ciò, che ella haveva in animo, mostrando nel sembiante quali havevano da esser le parole. O infelice me, disse ella, che per mia ruina ti vidi, primamente desiderando quel; che è impossible di ottenere; e poi del tutto pazza, che odiata amo chi m’ha in odio e aflitta dal dolore ho compassione di uno che si trova in affanno. e l’ingiurie fattime non fanno cessar l’amore. O coppia d’huomo e di donna, che contra di me ha congiurato. questo gia tanto temposi prende giuoco di me; e quella è andata a coglier le herbe per l’incantamento e io sciocca non ho conosciuto che dimandava rimedio contra di me da coloro, che mi sono mortalis simi nimici. E con queste parole mi gitto innanzi la lettera di Leucippe; la qual veduta ch’io hebbi, e conosciutola mi sentij tutto agghiacciare, e teneva gli occhi fitti in terra, come persona ritrovata in errore. ma ella di nuovo cominciò a lamentarsi dicendo, oime misera da cotanti mali afflitta, che per tua cagione ho perduto il marito, ne da hora innanzi potrò goder di te, benche per lo passato non t’habbia mai goduto, se non veramente con gli occhi, contra i quali tu non potesti far riparo. Io so dicerto, che mio marito per amar tuo mi porta odio, a hammi accusato, lche ho commesso adulterio con te. adulterio senza frutto, aldulterio senza piacere, del quale non ho guadagnato altro che villanie. Le altre femine hanno per premio della vergogna il piacer che prendono, adempiendo il lor desiderio, ma io misera ho raccolto il frutto della vergogna, senza pigliar dilettazione alcuna. Perfido e barbaro tu hai havuto ardire di lasciar consumare una giovane, che cosi ardentemente ti amava. e questo hai fatto essendo anchor tu servo d’amore? non hai havuto pavra delle minaccie sue? non hai hanuto riverenza al suo fuoco? non hai honorato i suoi misterij? questi occhi miei pieni di lagrime non hanno potuto romper la durezza del tuo core? O più crudel che non sono i ladroni: percioche essi per le lagrime altrui si muovono a pietà. niuna cosa ti hai potuto tìrare al piacer venereo pur una volta, non preghi, non occasione di tempo, non abbracciamenti: ma aggiungendovi tu quello, che mi riputo a grandissina in giuria, ma baciandomi ti sei levato su da lato di me come femina da femina si leverebbe. questa è una certa ombra di nozze. Tu veramente non sei giaciuto con una che sia vecchia, no che rifiuti i tuoi abbracciamenti, ma si ben con una giovane, e innamorata di te, e altri forse direbbe ancho bella eunucho et effeminato, e dispreggiator della egreggia bellezza io giustamene prego che venga maladizzione sopra di te, e cosi Amor ti sia contrario in ogni tuo affare. Queste parole diceva Melitta, e insiememente lagrimava. ma poi che io tenendo gli occhi bassi nulla rispondeva, havendo alquanto taciuto, mutatasi d’animo disse, Le parole, che ho dette, carissimo Clitophonte, me l’ha fatte dire il dolore e lo sdegno, ma quelle che hora debbo dirti, Amore me la dette. Ben che io sta adirata; pur ardo per amor tuo benche io riceva ingiuria da te; nondimeno ti amo. compiacimi hora, e habbi compassione di me non bisogna più la dimora di molti giorni. ne lunghe nozze. con la cuivana speranza mi hai intertenuta. mi bastava un solo congiungimento ti dimando piccola medecina al mio gran male. estingui alquanto del mio fuoco se in alcuna cosa ti ho temerariamente effeso; perconami carissimo giovane.

,, l’amore quando non ottiene i suoi desiderij, diventa

,, fuore. so ben che io fo cose che trapassano i termini dell’honestà ma non mi tengo a vergogna manifestare i secreti d’amore. io parlo a una che n’è ammaestrato. tu conosci la mia passione. a gli altri huomini sono ascose le saette d’amore, e niuno potrebbe mostrare

,, i suoi fiori colpi. Gli amanti soli conoscono le

,, piaghe de gli altri amanti. Anchora mi resta questo giorno. ti chieggio che tu oservi la promissione fatta mi, e parimente ricordati della dea Iside, non disprezzare i giuramenti, che tu facesti nel suo tempio e veramente se tu havessi voluto prendermi per moglie, si come dicevi; io non mi sarei curata di mille Thersandri: ma percioche, havendo tu ritrovata Leucippe, non puoi pigliare altra moglie; di mia volontà anchor io questo ti concedo conosco che son vinta. non dimando più di quello, che mi si può concedere. cose tutte nuove si levano contra di me. tornando in vita ancho i morti. O mare, navigando io sopra di te mi hai condotta a salvamento: ma ciò è stato per maggior mio danno, facendo tu venire a mia rovina due, che erano tenuti per morti. bastava che Leucippe sola fosse viva, a finche Clitophonte non più stesse in dolore; ma hora è ancho ritornato il crudel Thersandro, e ha in mia presenza batutto questo giovane, e io infelice non poteva dargli aiuto le battiture hanno segnato questo bel viso? O Dei. penso che Tersandro battendoti era cieco. Ma ti: prego, o Clitophonte signor mio, percioche tu della mia anima sei signore, che oggi la prima e ultima volta mi facci copia de te stesso questo breve spazio di tempo sarà a me in vece di molti giorni. cosi tu non perderai più Leucippe: cosi ella non morra più ne ancho falsamente. Non di spregiar l’amor mio, che estato cagione di grandissimo tuo bene. egli ti ha renduta Leucippe. percioche se io non mi fussi innamorata di te, e non t’havessi qui condotto; anchora pensaresti che Leucippe fosse morta, sono, o Clitophonte, anco doni di fortuna; ma uno havendo già trovato il thesoro, honoro il luogo, dove l’havena trovato, vi fece l’altare, vi offeri vittime, e coronò la terra: e tu hàvendo appresso di me trovato il thesoro amoroso; mi sei ingrato di tanto beneficio? Reputa che per bocca mia Amor ti dica queste parole, Clitophonte, a me, che sono il tuo duce, e mastro, concedi questa grazia, non rifiutar Melitta, non l’abbandonare ubbidiscimi, se vuoi che io habbia cura delle cose tue hora tu sarai sciolto da questi legami a mal grado di Thersandro, e farotti apparecchiar una stanza in casa d’un mio fratello da latte, dove tanto potrai dimorar, quanto ti sara di piacere e senza fallo spera che dimane all’alba sarà qui Leucippe; percioche elle disse di voler questa notte rimanere in villa, per coglier le herbe al lume della Luna, che a quasto modo si prende giuoco di me io, sti mando che fusse una delle incantatrice di Thessaglia, le dimandai che facesse un’incantesimo per indurti ad amarmi. E che poteva io far altro, vedendomi priva di speranza di ottenere il mio desiderio, che ri

,, correre a gl’incantamenti i quali sono il rifugio di co

,, loro, che nell’amor sono infelici? Thersandro, accioche tu stia sicuro a far quanto desidero, levarosi di casa per la collora, è andato a ritrovar un suo amico e mi pare che qualche Iddio l’habbia menato via di quì, a fin che io possa impetrar da te ultìmamente quel che io bramo fammi adunque copia di te stesso. Havendo Melitta fatto questo savio ragionamento

,, (percioche Amore insegna le ragioni e la parole

,, sciolse i legami, e mi baciò le mani, e se le pose primamente a gli occhi e poi sopra il petto dicendo, Senti tu come salta il mio cuore: e come fa un battimento si spesso, che mostra esser pieno di rimore e di speranza, cosi fusse egli colmo di piacere. e par che con questo battimento egli ti preghi che m’habbi compassione. Poiche elle mi ebbe sciolte, e piangendo tenuto abbraccìato, io mi sentì muovere a pietá, & veramente hebbi pavra, che Amore non si adirasse meco. & massimamente perchè io haveva ricuperata Leucippe, & perch’ella di poi haveva da liberarmi da Melitta, & anco perchè non erano veramente nozze quel’che noi facevamo, ma una medicina come se l’anima fusse inferma. Lei adunque, che m’abbracciava, io teneva stretta, & non faceva resistenza ai suoi abbracciamenti, & fecesi tutto ciochè volse Amore, non ricercando noi ne letto, ne altro apparecchio solito farsi nel voler prender gli piaceri

,, venerei. Perciochè Amore è artefice, che da se medesimo ,, fa ogni cosa, & è prontissimo inventore all’improviso, ,, & ha statuito, che in ogni luogo si possano fare ,, i suoi segreti sagrifizij, & il piacere amoroso preso ,, alla sproveduto senza apparecchiamento alcuno, è ,, molto più soave di quello, che con gran cura, & diligenzia ,, viene apparecchiato, perciochè cosi egli ha la ,, natural dilettazione. Il fino del quinto libro Alessandrino, dell, amor di Leucippe, & di Clitophonte. LIBRO SESTO

POSCIA che io hebbi sanata Melitta; le dissi, in che modo mi darai la via sicura da poter fuggire, & mi osserverai quanto m’hai promesso di Leucippe? Non haver pensiero, rispose ella, quanto a questa parte di Leucippe, ma reputa già d’averla teco: vestiti pur di cotesti miti panni, & co’l velo nasconditi la faccia, & Melantho mia servente ti guiderà per la via d’andare alla porta, dove un giovane t’asperta, al quale ho dato ordine che ti conduca ad una casa, dove troverai Clinia, & Satiro, & ancho tosto ne verrà a te Leucippe. Et havendo cosi detto, mi adornò nella guisa che faceva se medesima, & basciandomi disso, O come tu sei molto più bello in questo habito, tale ho già veduto Achille in una dipintura, intanto Clitophonte te mio carissimo conservamiti sano, & per memoria di me serbando appresso di te questa veste, lasciami la tua, della quale essendo io vestita, mi parra d’esser abbracciata da te. All’hora ella mi diede cento monete d’oro, & fece chiamare a se Melanthò, la quale era la più fedele, & anche la piu cara di tutte le sue fanti, & haveva in guardia una porta. Poiche ella fu entrata: le narro cioche haveva ordinato si dovesse far di me, il che fatto le commando che ritornasse a lei. Io, poi che vestito a cotal guisa fui uscito di camera, & che’l guardiano, accennandogli Melanio si tirò da parte, ist mando ch’io fussi la padrona, passando per i più solitari luoghi della casa pervenni ad una porta, la quale non rispondeva nella strada pubblica, dove fui ricevuto da un giovane, che ai ordina di Melitta quivi m’alpettava Era costui non servo ma libertino, & di qu l che con noi havevano navigato, & oltra diciò molto mio amico. Poi che Melanthò fu tornata, trovò il guardiano, che allhora haveva serrato l’uscio della camera, & ella di nuovo commandò che l’apprisse, & havendolo egli aperto. ella entrò dentro, & della mia uscita diede aviso a Melitta, la quale chiamò il guardiano, & egli, come è da credere, vedendo uno spettacolo fuori d’ogni sua aspettazioine, secondo il proverbio che dice, In vece della donzella la cerva, rimase tutto stupefatto, & come mutolo, & finalmente gli disse, Non perche io habbia havuto diffidenza di te, che tu non havessi la sciato andar Clitophonie, mi è bisognato usar questa astuzia, ma a fin che tu ti possi scusar con Thersandro come quello che a ciò non hai consentito, queste dieci monete d’oro ti dona Clitophonte, se tu vuoi rimaner qui, ma se penserai di fuggirtene, sarà miglior cosa. Allhora Pasione (che questo era il nome del guardiano) disse, Padrona tutto quel che pare a te, io reputo che sia il meglio. Parve adunque a Melitta, che all’ora egli se ne dovesse fuggire, & ritornar poi, quanto le cose del marito fussero ridotte a buon termine, & che l’ira fusse acquetata, & egli cosi fece. Ma la solita fortuna di nuovo cominciò a battermi, & a trovar nuovi accidenti. perciochè subito fece, che m’incontrassi in Thersandro, il quale essendo stato dall’amico, dove egli era andato, persuaso che non volesse quella notte star separato dalla moglie. havendo cenato, di nuovo se ne tornava a casa. Facevasi all’ora la festa di Diana, & ogni cosa era pieno di gente ebria, di modo, che tutta la notte la moltitudine delle persone trascorreva per tutta la piazza. Io pensava questa sola cosa essermi contraria, non sapendo d’un’ altra piu grave apparecchiatami dalla fortuna. perciochè Sosthene, il quale haveva comprata Leucippe, & a cui Melitta haveva commandato che si levasse dal governo delle possessiani, intesa la ventura del padrone, non lasciò l’amministrazione, & voleva vendicarsi dell’ingiuria fattagli da Melitta, & primamente trovatolo gli rapporta del fatto mio con lei, perciochè egli era calunniatore. di poi di Leucippe gli narra una certa finzione molto credibi le perchè essendo egli privo di speranza di poter ottener da lei quanto bramava, ne diventa ruffiano al suo padrone per rimoverlo del tutto da Melitta onde gli disse, Padrone io haveva comprata una giovane molto bella, ma di animo non corrisponde alla bellezza cosi udendo come, che vedendola potresti crederlo questa io serbava per te, havendo inteso che tu erivivo, & lo credeva si come lo desiderai, ma non lo feci palese ad altri, accioche tu su’l fatto trovasi la padrona, & che questo adultero infame, & forestiere non si facesse beffe di te. Hieri la padrona mi tolse questa giovane, e doveva mandarla alla sua patria: ma la fortuna l’ha serbata per te, a fin che tù goda di si gran belleza hora ella è in villa, non soper qual cagione quivi mandata da Melitta onde, se cosi ti piace, prima ch’ella ritorni alla padrona, serratala, in qualche luogo la terrò custodita per te. Thersandro lodò il consiglio, & imposegli che lo mandasse ad essecuzione. Sosthene con molta fretta se n’andò in villa, & veduto l’albergo, dove quella notte dovea Leucippe dimorare, chiamati due lavoratori commandò loro, che con qualche astuzia menassero via le fanti, ch’erano insieme con Leucippe essi le chiamarono con dire, che havendo da ragionar con esse loro di segreto, volevano ridursi da lontano. Sosthene mendanò seco due altri, veduto che Leucippe era sola, corsole adosso, et serratole la bocca la portò via, & se n’ando per una strada diversa da quella ch’erano andate le fanti, portando la ad una certa casetta secreta, & postola giuso le dice, Io vengo per arrecarti un grandissimo bene, ma conseguito che tu l’harai, non ti dementicar di me. non temer questa rapina, ne stimar, che sia stata fatta per tuo danno percioche questo si è fatto a fin ch’el mio padrone il qual’è innamorato di te, si congiunga teco con nodo di stretta anicizia. Leucippe percossa dal non aspettato accidente, si tacque, Sosthene ritornò a Thersandro, & gli narrò tutto quel che egli haveva operato. Per avetura Thersandro, ritornava a case & divisandogli Sosthene le cose avenute intorno a Leucippe, & lodandogli estremamente le bellezze di lei, & egli per le cose raccontate essendo ripieno que stridetta imagine della besta, & facendosi la sopradetta testa, che si vegghiava tutta la notte, & non essendo la villa più lontana di mezo miglio, commando a Sothene che’l guidasse in villa, che voleva andar a trovar Leucippe. Intanto io con la veste di Melitta in dosso, non me ne accergendo m’incontrai in amendue. Sosthene primo havendomi conoscivio disse, ecco l’adultero ch’a guise di haccante vestito de i panni di tua molgiere ci viene incontro. Il giovane che mi guidara, conoscendoli, per la pavra non havendo spatto di avisarmene, si diede a fuggire, & io subito fui preso da loro Thersandro cominciò a gridar si fortemente che gran moltitudine di quei che festeggiando vegghia vano a norte, vi accorse: allhora Thersandro maggiormente si lamentava grioando, & dicendo cose da dire, & da non dire, & di adulterio & di latrocinio in co pandomi, finalmente mi condusse in prigione, & dandomi nelle mani del magistraio, mi accusò, benche falsamente d’adulterio. Maniuna delle cose predette, ne la vergogna d’esser in prigione, ne la cagione per la quale io era accusato, mi dava troppa molestia, percioche con ragion mi considava di mostrar ch’io non era adultero, essendo state le nozze fatte palesamente. ma la mia pavra era per cagione di Leucippe, la quale anchora non haveva veramente recuperata. Et in vero l’animo è presogo del male, ma non già del bene Non poteva adunque imaginarmi di lei alcun buono avenimento: ma mi dava sospetto ogni cosa, & d’ogni cosa temeva, & cosi l’animo mio era tutto pieno di noia. Thersandro poi che m’hebbe posto in prigio ne con grandissimo desiderio, & allegrezza n’andò a Leucippe, & egli con Sosthene entrati nella casetta trovarono una fanciulla giacere in terra, rivolgendosi nell’animo quel che Sosthene gli haveva detto, mostrando nel volto insiememente pavra, & maninconia. onde non mi pare che sia vero quel detto, Che la

,, mente delle persone per modo alcuno non si può cono ,, scere. percioche ella chiaramente appare nel volto, co ,, me imagine nel specchio. che s’ella e lieta, fa risplender ,, l’imagine del’allegrezza ne gli occhi, & se è trista:

,, fà turbare il sembiante, & manifesta la sua noia. Subito che Leucippe sentì aprir l’uscio havendo alquanto (perche quivi dentro stava accesa una lucerna) al zari gli occhi verso di loro, di nuovo gli abassò. Thersandro havendo veduta la bellezza di lei non altramente che noi veggiamo un baleno, che passa via in un momente, essendo il principal seggio della bellez

,, za, posto ne gli occhi, rivolse tutto l’animo suo a lei & stava contenolandola, attendendo se di nuovo alcuna volta guardasse verso di lui Ma vedendo che tuttavia mirava la terra, disse, Bella giovane, perche tien tu il viso basso? perche spargi in terra le bellezza de gli occhi tuott’ deb spargila più tosto ne miel. Poi che Leucippe ciò hebbe udito, si diede a lagrimare, ____ lagrime ritenevano la propria bellezza di lei. Per

,, cioche le lagrime fanno gonfiar gl’occhi. & dive ,, nir fieri. & se sono brutti, & spiacevoli, esse accresce ,, no loro bruttezza ma se sono piacevoli, e negri di bianco ,, alquanto circondati, quando per le lagrime divengono ,, humidi, simigliano il fonte d’una gonfia mammella ma ,, brusciando l’humor salso delle lagrime intorno al cerchio, ,, il bianco acquista più candidezza, e il negro diventa ,, vermiglio, & l’uno è simìle alla Viola, l’altro al ,, Narciso, e le lagrime rivolgendosi dentro nel cerchio

,, de gl’occhi par che ridano. Tali erano le lagrime di Leucippe, che con la bellezza teneva vintala maninconia, & se poi ch’erano cadute, si fussero potute con gelare, la terra haurebbe havuto una nova sorte di ambra. Thersandro per la bellezza era rimaso stupefatto, e per la maninconia sdegnato, & haveva gl’occhi

,, pregni di lagrime. Perciochè le lagrime inducono ,, i riguardanti a compassione, e massimamente qualle ,, delle donne, e quanto più frescamente sono sparse, tanto ,, maggiormente muovono altrui, & se colei, che lagrima ,, è bellazza il riguardante sia di lei innamorato ,, gl’occhi di esso non si acquetano, ma mandano fuori ,, le lagrime. Et perchè la bellezza delle belle tiene il ,, principal seggio ne gl’occhi, quella vagbezza, che ,, esce da loro, si ferma ne gl’occhi i riguardanti, & ,, ne trahe fuori una fonte di lagrime. ma chi è amante ,, riceve l’una cosa, & l’altra raccoglie la bellezza dentro ,, nel cuore, & conserva le lagrime ne gl’occhi, & ,, desidera che sieno vedute, e benche ei possa, non vuole ,, asciugarle, ma quanto più puote le tiene, & teme ,, che non si dipartano inanzi al tempo, e ritiene il movimento ,, de gl’occhi, acciochè non cadano prima, che ,, dall’amata siano vedute, istimando egli ch’elle siano

,, chiara testimonianza del suo amore. Una simil cosa avvenne a Thersandro: percioche egli lagrimava, parte per dimostrar (come è da credere) ch’era mosso da humana compassione, parte per acquistar la grazia di Leucippe, come ch’egli havesse pianto, perche Leucippe piangeva. Finalmente rivolto a Sosthene gli disse, ora habbi tu cura di costei, e confortala: perciochè tu vedi in quanta grande maninconia ella si ritrova: & io per non le esser molesto, benche ciò non sia senon contra mia voglia, mi partirò di quì, & all’hora che più piacevole sarà divenuta, verrò a parlar seco. ma tù o giovane stà di buon’animo, che tosto t’arrecherò medicina da levarti coteste lagrime, e cotesta maninconia. Poscia che fù uscito, di nuovo volgendosi a Sosthene gli disse, Parlerai di me onoratamente con Leucippe, & domattina verrai a trovarmi, portandomi qualche buona nuova, e cosi se ne di partì Intanto Melitta, doppo che ebbe meco preso piacere, subito mandò un giovane in villa a sollecitar Leucippe, che dovesse tosto ritornare, che non più le facevano di bisogno l’herbe per gl’incantesmi. Poi che’l giovane fu giunto in villa, trovo le fanti, che spaventate, e confuse andavano cercando Leucippe, ma non la trovando in luogo alcuno, egli con molta sretta tornato annuziò questo casi alla padrona. & havendo ella inteso, ch’io era stato messo in prigione, & che Leucippe non si trovava, se le sparse intorno una nuvola di maninconia: & bench’ella non potesse di ciò saper la verità: nondimeno havea sospetto che non fusse stato cagion Sosthene. Et volendo per rispetto di Thersandro, che palesamente si cercasse di Leucippe, con molto artifici compose una novella, c’havea il vero mescolato con la bugia. Poi che Thersandro fu entrato in casa; di nuovo si pose a gridar con Melitta dicendo, tu hai discoso l’adultero, tu l’hai scioito, & mandato fuori di casa. questa è stata apera tua. perche noi segui? perche tene stai tu qui, & non vai atrovar il tuo amante, acchioche tu’l veda legato con più forti catene? Al qual Melitta, rispose, Che adultero dici tui che cos'è intravenuta? se posta da parte la collera, vorrai intraprendere il tutto? facilmente consoscerai la verità. ma uns aola gratia ti domando, che tu vogli essermi giu iudice , & purgando le orecchie dalla calunni., & ando l’ira dal cuore, & ponendovi la ragione, il qual e è giudice sincero, ascoltami. Questo giovane non è adultero, ne mio marito, ma egli è di Phe & a nessuno de Tirij inferiore. & navigando la fortuna contraria. & ha perdute in tutte le merci che portava seco. Io havendo in sua disaventura, mi mossi a compassione di mi ricordai di te, & diedigli albergo, dicendo stessa, forse, che anco Thersandro in qualche si ritrovava andare in simil conditione, & che similmente anleuna giovane havendo pietà della sua miseria l’ha souvenuto, ma s’egli veramente (si come n’era sparsa fama) ha lasiara lavita in mare, facciamo honore, & usiamo cortesia verso quegli, che dal mare hanno ricevuto oltraggio. A quanti altri ch’era no scanpati dal naufragio, ho io sovenuto, quanti quei ch’erano affagati in mare, ho fatti sepellire? S’io intendeva, che qualche legno rotto in mare fusse stato spinso a terra dall’onde, diceva meco, forse che Thersandro si è ritrovato a navigar con questa nave. Di quei che sono scanpati dalla fortuna de mare, costui e stato solo, & ultima, alquale honoradolo ho usato corte sia. Egli fu naviagnte, si come tu, & io marito mio carissimo, hò havuto compassione della sua miseria, come che imagine della tua. Hai adunque con verità inteso in che modoso a ciò fare sia stata constretta. oltra di questo egli piangeva sua mogliere, non sapendo ch’ella non era moria si come da un non so chi gli erà stato affermato, & che si ritrovava qui appresso d’uno de i nostri Fattori (intendendo di Sosthene) & cosi era in vero, imperoche essendo noi andati in villa, quivi la trovammo appresso di lui, & per tal cagione quel giovane era venuto meco. Tu hai Sosthene, & la giovane è in villa piglia informatione da loro di ciascuna delle cose, ch’io t’hò raccontate & se io t’hò detta pur una minima bugìa, allhora tien per fermo, ch’io habia seco commesso adulterio. Melitta diceva queste cose fingendo di non saper che Leucippe, fusse stata menata via serbandosi ad altro tempo, se Thersandro havesse cercato di trovar la veritâ, addurgli per testimonian Zale fanti, che dicevano che Leucippe non si trovava in luogo alcuno, in compagnia delle quali ella era andata in villa per trovar la mattina seguente Melitta sollecitava, che palesamente si cercasse di Leucippe, per astrigner Thersandro a creder più facilmente Havendogli ella adunque cosi fintamente rispostovi aggiunse. anchora queste chiare parole, Carissimo marito mio presta pur fede a quel che io dico: percioche nel tempo, che vissi teco, non conoscesti, ne hora potrai con verità conoscer ch’io mi ritrovi in simil difetto ma di ciò se n’è sparsa la fama per l’honor, che ho fatto a queste giovane, non sapendo le genti cagione della domestichezza, che ho tenuta con esso voi, & anchora tu se si ha da dar fede alla fama erigia morto.

,, La calunnia veramente, & la fama, sono due mali ,,, che trà loro hanno strettissimo parentado. la fama è figlivola ,, della calunnia. la quale è più pungente d’una ,, spada, più ardente del fuoco, & più atta a persuadere ,,, che le Sirene. La fama è più corrente delle onde ,, più veloce del vento, & più presta de gli uccelli. Adunque ,, mentre la calunnia havrà tirato con l’arco delle ,, sue parole, elle volano a guisa di saetta, & feriscono ,, colvi, nel quale esse le indrizza, & chi le ascolta subitamente ,, presta lor fede,& gli si accende il fuoco ,, dell ira, & diventa furioso contra di colvi, che è stato ,, ferito. Ma la fama, che nasce da cotal saettamento ,,, & ferita, subito cresciuta spargendosi trascorre in ,, molte parti, inondando le orecchie di chiunque trova, ,, & facendo tempesta col’ vento delle parole, se ,, ne va largamente soffiando, & dalle ali della lingua

,, inalzata se ne vola. Queste due cose combattono contra di me, & havendo occupato l’animo tuo, hanno serrato le porte delle tue orecchie alle mie parole. Et nel dir cosi prese la mano di Thersandro, & la volle baciate, & egli divenne mansueto, & per le parole di Melitta si commosse, & quel che ella gli haveva detto di Leucippe conforme alle parole di Sosthene tolse via parte del sospetto, ma non le diede credenza del tutto, perciocche la gelosia essendo una volta entrata nell’animo, con gran difficultà si può cacciar fuori, Thersandro adunque havendo inteso, che Leucippe era mia moglie, si turbò grandemente, & di tal maniera, che cominciò a portarmi odio più acerbo. Ma havendo allhora detto di voler investigar se le cose ch’ella haveva dette, erano vere, se n’ando a dormir solo, & Melitta sentiva nell’animo gran passione, vedendo, che le era impedita la strada da poter osservarmi la promessa, che ella mi haveva fatto. Sosthene havendo per alquanto spazio fatto chiamar Thersandro, & havendogli molto promesso di Leucippe, di nuovo a lei se ne ritornò, & mostrandosi di volto allegro disse, Lacena le cose sono andate felicemente. Thersandro è si fortemente innamorato di te, che ne divien pazzo, di maniera, che forseti prenderà per moglie, & questo fatto è avvenuto per mia cagione, percioche appresso di lui ho detto miracoli della tua bellezza, & hogli empiuto l’animo di desiderio. ma perche piangi? levate suso, & per cotal felicita rendendole gratie fa sacrificio a Venere. Allhora Leucippe rispose, Iddio faccia, che tal feliciata sia la tua, qual tu la rehi a me. Sosthene non intendendo il simulato senso delle parole, ma credendo, che ella parlasse da dovero, segui benignamente dicendo, Accioche tu meglio conosca il tuo bene, voglio dirti la conditione di Thersandro. Egli adunque è marito di Melitta, la quale tu vedesti qui in villa. di nobilità egli è il primo, che sia nel pasce della Ionia, con le ricchezze vine e la nobiltià con la benignità avanza le molte sue ricchezze. di ciò è qual si può vedere, giouvane, & belle. il che suole esser sommamente grato alle donne. In questo non potendo Leucippe tollerar più le sciocche parole di Sosthene, disse Insino a quanto, bestia indiserita, vuoi contaminar le micorecchie con le tue sozze parole? Che ho io da far con Thersandro? Sia egli bello a Melitta, ricco alla sua patria, benigno a te, & magnanimo a coloro che hanno di bisogno. io di niuna di coteste cose mi curo se ben egli fusse più nobile di Contro, & più ricco assai che non fu Creso, A che fine mi racconti l’infinite lode d’altrui_ io lodorò Thersandro come huomo da bene all’hora, che non farà oltraggio alle altrui moglieri. Sosthene parlando da vero le disse, Tu motteggi? Che cagione, rispose ella, ho so da motteggiare? lasciami stare nella di faventura, & nel rio destino che mi tiene, so ben io di certo ___ sono frà corsali. Parmi, soggiunso Sosthene, che su sia impazzita, & d’una pazzia ineurabile. pa ti che queste siano cose da corali? le ricchezze, le nozze, & i piacere? pigliando tu un marito, che gli Dell’amano di tal maniera, che l’hanno cavato fuori delle parte della morte. Dipoi racconto il naufragio di lui dicendo che per divino aiuto era scampato, & falsamente novellando che a guisa di Arione fusse stato portato da un Delphine. Poi che Leucippe à Sosthene, che all’hora più non parlava. nulla rispose, elgi ricominciando a parlare disse, considera diligentemente quel che sia il tuo meglio, & che tu non hai da dire a Thersandro alcuna delle cose, le quali tu hai dette: accioche tu non facei adirar lui, che è

,, huomo benigno, & adirato che egli è: diventa molesto ,, & intollerabile. Perciò che la benignità trovando ,, gratia appresso d’altrui, di continuo maggiormente ,, si accresce: ma essendo ingiuriata & biasimata; ,, prende grandissimo sdegno, & la molta humanità

,, è accompagnata da molta tra per vendicarsi, Il fatto di Leucippe passava di questa maniera. Clinia, & Satiro havendo inteso (cosi erano stati avisati da Melitta) che io stava distretto in prigione, vennero la notte subitamente à trovarmi, & volevano quivi con esso meco dimorare, ma il guardiano della prigione no’l concedette loro, & commandò che incontinente si dovessero partire, & cacciogli fuora contra lor voglia, & io imposi loro che se Leucippe fusse ritornata a mattina di subito dovessero venire a me, & havendo narrato le promesse di Melitta, io haveva l’animo posto nella bilancia della speranza, & della tema, & la mia speranza temeva, & la mia tema sperava. Venuto il giorno, Sosthene n’andò subito a Thersandro, & Satiro a me. Thersandro come vide Sosthene, gli domandò di che maniera fussero passate le cose, inquanto che la giovane fusse persuasa a compiacergli. Sosthene in ciò non gli narrò la verità, ma acconciamente componendo alcune bugie, disse, Ella in vero nega di acconsentirti, ma io stimo che il suo negare non si habbia da intender cosi assolutamente, anzi parmi ch’ella habbia sospetto, che go_duta che tu l’havrai una sola volta l’ la cacci via da te, & similmente teme, che tu le faccia qualche oltraggio. Allhora Thersandro disse, In quanto a questa parte stia pur sicura, che l’amor mio verso di lei i di tal maniera, che si può dir che sia immortale, Ma d’una sola cosa io temo, & ho grandissimo desiderio di saperla, se la giovane, si come Melitta mi è racontato, è veramente moglie di quel giovane. Et cosi trà loro ragionando pervennero alla casetta, dove si trovava Leucippe, & avvicinatisi alla porta sentirono ch’ella si lamentava grandemente, & essi accostarisi all’uscio, senza far punto di strepito, si fer marono: Ohime Clitoponte, ohime Clitophonte_ (& questo nome replicava ella spesse volte) tu non sai dove io miritrovi, ne dove io sia tenuta rinchiusa, ne all’incontro io so qual sia ora la tua fortuna, & per non saper l’uno dell’altro alcuna cosa, amendue viviamo miseramente. Hatti egli Thersandro per aventura alla sprovista trovato in casa? hatti egli fatto qualche oltraggio? Piu volte ho voluto dimandar Sosthene di te, ma non sapeva in che modo farlo se io ne dimandava come di mio marito, temeva di esser cagione del tuo male, movendo Thersandro a sdegno contra di te. se n’addimandava come di persona forestiera, anchora questo dava occasione di sospettare.

,, Percioche le donne non d bbono haver cura di ,, quelle cose, che a loro non siano appartinenti. Quante

,, volte tentai, ma non potei indurre la mia lingua à parlare, & solamente diceva queste parole, o Clitophonte marito mio, marito di Leucippe sola, verso di lei fedele, & costante si, he anchora che tu sia giaciuto con altra donna, non ti ha potuto indurre a fare il suo volere bench’io vinta da soverchia gelosia ho creduto altramente. Io dopo tanto spatio di tempo rivedendoti in questa villa non son corsa a volerti hasciare? Hora se Thersandro verrà a dimandarmi; che risposta gli debbo dare? dirogli io la verità, nascondendo la fintione di questa cosa? & accioche tu Thersandro non mi stimi essere una vilissima serva, sappi ch’io son figlivola del Capitano de’ Bizantini, & mogliere d’un giovane, il quale è de i più nobili, che sia no nella città di Tiro io veramente non sono di Thessaglia, ne meno sono chiameata Lacena, questo è oltraggio che mi e stato fatto da Corsali, i quali mi rubarono ancho il mio nome, mio marito è Clitophonte, la attria Bizantio, mio padre e chiamato Sostrato, & mia madre Panibia. Ma sebenio ciò ti dicessi, non lo credere sti: & se pur lo credessi; temo del male, che potrebbe intervenire a Clitophonte, si che il gran desiderio della mia libertà non venisse ad esser cagione della morte del mio carissimo sposo. Hòrsu adunque ripiglierò la finta persona. & nuovamente mi porrò il nome di Lacena. Thersandro havendo udito queste parole tirandosi indietro per alquanto di spatio, disse a Sosthene, Hai tu udite le parole non degne di esser credute, ma ben piene di amore? hai udito quante cose ha dette, quanti pianti, & quanti lame ti ha fatti? l’adultero mi e del tutto superiore io reputo, che questo ladro sia incantore. Melitta è di lui innamorata, & Leucippe e molto infiammata del suo amore deh volesse Iddio, che io potessi diventar Clitophonte. Non dovete, o padrone (disse Sostene) per questo abbandonar l’impresa, ma ener te alla giovane: percioche hora ella ama questo scelerato adultero & la sua anima è tutta affettionata & volta a lui, finche lui sola conosce, & non fi mescola con altri. ma se tu una sol fiata pervieni al medesimo luogo che egli è, avanzandolo tu di bellezza infinitamente; ella del tutto si dimenticherà di

,, lui Percioch’el nuovo amore discaccia l’amor vecchio ,,, & la femina ama l’huomo mentre le è presente ,, & di quello che le è lontano ne tien memoria fin ,, tanto, che non ne ha trovato un nuovo ma ricevuto ,, ch’ella ha un’altro il premiero le esce di mente. ,, Thersandro havendo udite queste cose, riprese ardimento. ,, Conciosia che le parole che porgono speranza ,, di conseguir le cose amate, facilmente muovono altrui ,, al credere. Percioche la concupiscen a che è in ,, aiuto delle parole, considerando quel che ella brama ,, suscita, & infiamma la speranza Thersandro adunque

,, dopo le parole, che Leucippe haveva dette seco medesima, havendo alquanto dimorato, per non le dar sospetto di haverle udite fingendo un’allegro sembiante per indur più facilmente Leucippe, come egli si pensava, a riguardarlo, a lei se n’entrò, & poi che l’herbe veduta; si sentì infiammar l anima & allhora gli parue molto piu bella Percioche tutta la notte, il quale spatio di tempo egli stette lontano dalla giovane, havendo nutrito il fuoco amoroso, prendendo per esca della sua fiamma gli occhi di Leucippe, subitamente di nuovo avampò, & manco poco, che lasciandosi andare sopra di lei, non l’abbracciasse ma ritenutosi, & postosele a sedere appresso, le parra a dicendo alle volte parole, che non havevano sentimento alcuno. Et veramente cosi aviene a gli

,, amanti, quando cercano di pa lar dinanzi alle loro ,, innamorate, che non ponendo mente alle parole, che dicono, ,, ma havendo l’animo tutto volto verso la cosa amata ,,, lasciano andar le parole formate solamente dalla ,, lingua senza il reggimento della ragione. Et mentre

,, egli ragionava; le volse porre un braccio all collo e stringerla per volerla basciare Et ella havendo preveduto la via, dove anaova il braccio, chinò la testa & la nescose nel grenbo: nondimeno egli facea ogni suo eforzo di tirargliela fuori: & ella maggiormente la te

neva bassa, & gli nascondeva i basci. Ma poi che la lei ta di una man sola fu alquanto spatio durata, Thersandro fù preso da una pertinacia amorosa, & ponendole sotto al volto la sinistra mano, con la destra le pigliò la chioma, & con l’una tirava indietro, & con l’altra ha endola fermata nel mento spingeva in suso. Poscia ch’egli, o che la baciasse, o nò, o che pur fusse stanco, si rimase di farle forza; Leucippe gli disse, tu non usi modi che si convengano ne ahuomo nobile, ne libero, & tu imiti Sosthene, il quale è servo degno di cotal padrone, ma rimanti di seguir più innanzi, & isperar (se per aventura tu non divenissi Clitophonte) di adempire il tuo desiderio. Thersandro havendo udite queste parole, restò tutto confuso, & fuori di se stesso, perciò che egli era insiammato d’amore, e d’ira. L’amore ve

,, ramente & l’ira sono due faci dell’animo & l’ira è ,, un fuoco, che ha natura sommamente contraria all amore ,,, ma ben simile di forza, questa stimula ad odiare ,, altrui, & quello sforza ad amare, & l’uno ha l’habi ,, tatione vicina all’altro, che è la fonte del fuoco percioche ,, questo siede nel fecato & quellà furiosamente ,, circonda il core Quando adunque aviene che l’huomo ,, sia preso da ambedue, l’anima sua diventa come lor ,, bilancia, dove si pesa il fuoco dell uno, & dal altro & ,, ambedue combattono per dar il tratto alle biancia, & ,, amore il più delle volte suol rimaner vincitore, quando ,, felicemente ottien quel che desidera ma e l’amata ,, lo disprezza, egli chiama lira in suo aiuto, & ella come ,, vicenna lo soccorre, & amendue accendono il fuoco, ,, & se una volta avien che l’ira tiri l’amore appresso di ,, se, & caduto della propria sedia lo sottometta, essendo ,, ella senza fede alcuna, non l’aiuta come amico per ,, fargli ottener la cosa desiderata, ma come servó del ,, desiderio lo tien legato, & bench’ei voglia, ella non li ,, concede rappacificarsi con l’amata, egli inondato da ,, l’ira si sommerge, & volendo tornar nella propria signoria ,,, non ha libertà di farlo, ma è costretto portar ,, odio alla cosa amata. Ma poi che l’ira si è colma di ,, punire, e satia della sua voglia, per la satietà di venta ,, inferma, & debile, & indebilita divien langnida, & abbandona ,, ogni sua forza, all’hora amore si vendita, & arma ,, il desiderio, & vince l’ira già addormentata, & considerando ,, l’ingiutie che villanamente ha fatte al ama ,, ta, ne piglia dolore, e con lei si scusa, & la riobiama ,, a praticar seco, affermandole che l’ira sarà vinta dal ,, diletto ottenendo adunque quel ch’egli disiderava divien ,, piacevole, e humano: ma essendo disprezzato, di ,, nuovo si sommerge nell’ira, & ella adormentata si ,, desta, e come prima s’incrudelisce, percioche al amore

,, essendo dispreszzato l’ira gli porge soccorso. Thersandro adunque sperando di ottener felicemente il suo desiderio, si era del tutto dato per servo a Leucippe ma poi che non impetrò quel ch’egli sperava mandò fuori dell’animo il piacere; lo scelerato percosse la giovane in una guancia dicenndo, Serva malvagia. & veramente meretrice, che bene ho intesa tutti voi fatti tu non ti rallegri ch’io parli teco? tu non reputi che sia gran felicità basciare il tuo padrone? ma fingi di havera a schifo & risiuti cioche tu non pur desideri, ma sono momente brami? & il dimostri nel volto piena di fasti dio. & disperata? io in vero credo che tu sta una meretrice, percioche tu mi un adultero ma poi che non mi vuoi provar come amante: mi proverai come padrone. Allhora Leucippe rispo_e, se tu vuoi tiranne? giarmi, & io son contenta di esser ritanneggiata per che tu non mi facci violenza guastando l honor mio. & vivoltassi verso di Sosthene gli disse, Fa testimonianza tu come io so con ortarle hattitare, havendomene tu date molto maggiori di queste Sosthene vergogna tosi d’_sser discoperto, disse Padrone bisogna batter costei di maniera, ch’_lla ne divenga tutta livida. & darle infiniti tormenti, afin che impari a no_ dis rezzare il suo padrone. Allhora Leucippe rispose, Credi a Sosthene, ch’egli ti da buon consiglio apparecchia i tormenti. fa portar le rote: ecco ch’io sono apparecchiata distentervi suso le braccia. fa portar i flagessi ecco le spalle pronte a riceve l battiture fa portar il fuoco: ecco il corpo per orderlo. fa portar il coltelloi ecco il collo per tagliarlo Volvedrete un nuovo con battimento. una sola femina commbatterà contra tutti tormenti & tutti gli vincetà. Di poi tu chiam Clitophonte adultero essendo tu veramente degno di cotal nome? Dimi non hai tu pavra di offender la tua dea Diana? & vuoi tu usarforza a una vergine in quel Città, dove è honorata la vergine dea? O Diana, dove sono hora i tuoi a_hi. _ le tue a_tto? Tu, disse Thersandro, sei vergine? O audacia degna di risa. Tu sei vergine, che tante notti sei stata fra tanti corsali? sono essi stati eunuchi per te? la nave de corsali era divenuta albergo di philosophi? adunque niuno di loro hebbe occhi? & Leucippe a questo soggiuse. Se dopo la forza, che Sosthene mi volse usare, mi sia conservata vergine; dimendane lui, il quale veramente è stato corsale verso di me & in vero i corsali erano più modesti di voi: & niuno di loro mi fece tanto oltraggio, quanto voi me havete voluto fare. Se voi havete ardir di commetter tali sceleratezze; questo si può chiamar veramente albergo di corsali: & voi senza vergogna alcuna fate quel, ch’essi non hebbero ardimento di fare? ma tu non sai che per questa tua prosontione acquisto maggior laude, che se ben hora macchiando tú il mio honore, mi ucciderai; non mancher à chi poi dirà, Leucippie è stata vergine tra i villani, vergine dopo la rapina di Cherea, & vergine dopo la forza usatale da Sosthene, ma questa è piccola lode, maggiore è ch’ella è stata vergine con Thersandro più scelerato, & più dishonesto de i corsali perche egli non le potè tor la sua verginità; le tolse la vita Armati hormai, & prendi contra di me i flagelli, le rote, il fuoco, & il ferro, & teco insieme venga Sosthene tuo consigliero. io & nuda, & sola, & femina tengo solamente lo scudo della libertà, la quale non puo esser battuta da i flagelli, ne tagliata dal ferro, ne abbrusciata dal fuoco: & questa io non lascero giamai: & se ben tu mi vorrai ardere; non troverai fuoco si ardente; che giamai possa far cotal’ effetto

Alessandrino, dell’amor di Leucippe, & di Clitophonte. LIBRO SETTIMO

THERSANDRO havendo udite queste parole, hebbe in un medesimo tempo diverse passioni nell’animo, si doleva, si adirava, & desiderava, essendo disprezzato da lei: fi doleva non havendo potuto adempir la sua volontà, & come amante ardeva di desiderio. Havendo adunquel animo diversamente tra agliato, senza dir nulla a Leucippe pieno di sdegno, quasi correndo. se n’usci fuori dandospatio all’anima dimette fine alla tempe sta. Consigliatesi finalemente con Sosthene se n’andò al Capitano, il quale haveva podesta sopra i prigio _eri & pregollo che mi dovesse far morir co’l veleno, & non lo potendo indure a far ciò, perche haveva pavra del popolo, il quale nel passato haveva fatto morire un’altro Capitano, che similmente fu scoperto haver adoperato il veleno; di nuovo lo pregò, che fusse contento di metter uno comereo nella medesima prigione, dove io mi trovava star legato, fingendo egli di voler per mezo ai costui intender i fatti miei, havendo il Capita_o acconsentito a questa dimanda, pose in prigione l’huomo che gli deide Thersandro, il quale esso

haveva ammaestrato, che destramente entrasse in ragionamento, come Leucippe per ordine di Melitta era stata uccisa, & cotale astutia Ther andro l haveva trovata, accioche istimando io che la mia amata Leucippe non fusse più viva, se ben io fussi stato assolto no mi fussi dato a cercar di lei, & aggiugneva Melitta haver dato commessione di far questo homicidio, a fin che cercando io Leucippe esser morta: non pigliassi per moglie Melitta ome mia amante; & mi riman ssi quivi onde io sarta stato cagione dit nerlo in qu lche poco di pavra si che non h vria potuto godersi di Leucippe securamente, anzi odiandola come quel a che havesse uccisa la mia amata donna, el tutto mi dipartissi dalle _i_ta. _ ofcia adunque che costui fà messo in prigione, si venne appresso di me. & comiacio a rappresentar la tragedia, & malitrosamente sospirando disse in qual maniera havemmo noi da vivere? come ci dovemo guardare per viver senza pericolo? percioche non ci basta l’esser huomini da bene. le disgratie che ne occorrono, ci ommergono mi bisognava haver s puto indovinar chi egli era colvi, col qual m accompagnai per viaggio, & che salto elgi havea commesso Queste altre parole diceva egli da se stesso, cercando di darmi occasione, ch’o gli dimandessi quel che gli era intervenuto per dar principio all’inganno contra di me ordito. Ma io stava in pensiero, & sollecitudi e di quelle cose, che toccavano a me & egli si diede al quanto a pingere. onde uno de prigionieri

,, (percioche l huomo infelice è desidero di ,, ascoltar l’altrui miserie, essendo il comun icar con altrui ,, i proprià affanni una medicina della macintonia

,, che molesta nelle avversiia) si mossà a dir gli queste parole. _ he disaventura è stata la tua? percio____ par come rendere, che senza haver commesso sceleraggine alcuna sei caduto nella mani della cattiva fortuna, & ne piglio congettura da quel che è intravenuto a me, & insiememente gli raccontava la cagione, per la quale egli era stato preso. Io in vero non ascoltava nel’un nel altro ma poi che fu venuto al fine del suo ragionare; lo pregava che gli dovesse tenderle il cambio del raccontare le disgratie, dicendogli hora potresti ancora tu raccontar le tue, & egli allhora aisse, Hieri per aventura partito della città, presi la strada per andare a Smyrna, & havendo caminato un mezo miglio, un giovane della villa mi venne apresso & mi salutò; e caminato alquanto in mia compagnia mi domandò dove io volessi andare. gli risposi voler essere a Smyrna, & io, disse egli, con buona aventura penso d’andarui & cosi ce n’andavamo di compagnia havendo fra noi diversi ragionamenti, come tra niandanti si costuma essendo per venuti a un’ hosteria, de sino___o insieme, & in questo medesimo luogo, sopra v__tro quattro, & si posero a sedere appresso di noi & mostrando ancor essi di desinare; si guardanamno molto spesso, & si accennavano l’uno all’altro onde io presi sospetto, che costoro deliberassero di farei qualche dispiacere, nondimeno io poteva comprendere cioche i lor cenni volessero significare. Ala il mio compagno a poco a poco era diventuo pallido, & tuttavia piu temeva, & gia cominciava a tremare. il che essi vedendo, ci saltarono a osso & ci presero legandoci subitamente con le funi, & uno di coloro diede una guanciata al mio compagno & egli essendo percosso, come se havesse havuti mille tormenti, senza esser dimandato da _teuno, disse, Io ho uccisa la giovane, & ho prese cento monete d’oro per premio da Melitta moglie di Thersandro, la qua e mi ha pagato, accioche io facessi questo homicidio ecco le cento monete, che le dò a voi. ma perche volete esser cagion della mia ruina, & invidiar a voi stessi tanto guadagno? Io non havendo prima posto mente alle altre parole, come udì nomina Thersandro & Melitta, non a rimenti che da un sprone mi senti ponger l anima, & alzai la testa, & a mente; volgendomi ver o di colvi dissi, che dici tu di Melitta? & eg i vi pose Melitta à una delle primando_ne, che siano in Epheso, e la era innamorata d’u_ certo giovane, par mi che dicano che egli sia Tiro, & che h ven o una innamorata, la quale ha trovata esser schiava in casa di Melitta, & M litta infiammata di gelosia, trovatala le pre e, & la diede i mano di costvi, che con mia mala ventura incontrai per camino & gli commando che dovesse ucciderla, & egli veramente ha fatto cosi sceler t opera io infelice, che lui non ha v a mai piu veduto ne seco tenuta pratica, ne in fatti, ne in parole, fui menato via insieme con essolvi le gato, come se io in sua compagnia mi fussi trovato a commetter cotale homicidio. Il peggio è che essendo essi andati poc_ lontano dall’hostaria, havendo dá lui preso i cento ducati, lasciatono lui fuggir via, & mecondussero al Capit no Io poi che intesi la historia de i miei mali; essendomi mancata la voce, & le lagrime, non potei ne lamentarmi ne piangere: ma un subito tremore mi si sparse per tutto il corpo, & il mio core si veniu_ consumando & poco manco che non ab_andonasse l’anima ma poi che dopo al quanto spallo mi fui desto quasi da una ebbrezza, nella quale mi havevano fatt_ cader le parole di colvi; lo dimandai, in che modo huomo condotto per prezzo hai uccisa la giovane? & che havete fatto del suo corpo? Egli poi che hebbe consosciuto haver posto in me lo_stimolo, & fatto l’opera che desiderava; si pose al l’incontro di me, & senza dir nulla se ne stava tacendo. Et dimandoanolo io di nuovo; disse, Mi par che ancora tu ti sia ritrovato a far quest homicidio. onde altro non potei ritrarre, se non che la giovane erà stata uccisa, ma dove, & in che modo non mi vol_e egli dire. Allhora mi vennero le lagrime a gli occhi, & da loro uscendo fuori mostrarono il dolore. Percioche

,, si come nel corpo battuto non appaiono subitamente ,, le lividure, & battiture non di subito man ,, dan fuori il lor fiore, ma sponta dopo alquanto spatio: ,, & fi come ohi è stato percosso dal dente del cinghiale ,,, subito cerca la ferita, e non la sa trovare, che ,, ella si sta anchora nascosa nel profondo, & non mostra ,, il taglio della piaga fatta, ma poscia in un tratto ,, apparisce un bianca linea, & non molto indugia ,, che’l sangue ne viene, & corre fuori; Cosi l’animo ,, percosso dalla saetta del dolore, gli riman ferito, & ,, ha il taglio fatto dall’arco delle parole. ma la veloce ,, saetta non apre anchora la ferita, & le lagrime da ,, lontano seguono gli occhi, conciosia che le la rime ,, siano il sangue delle ferite dell’animo. quando il dente ,, del dolore a poco a poco harà consumato il core; appar ,, fuori la ferita dell’anima, & a gli occhi si apre ,, l’uscio delle lagrime: & poco dopo, che gli è aperto.

,, saltando fuori. Cosi a me le cose che da prima ascoltai, & che a guisa di saette mi trafissero l’anima, haveano serrato il fonte delle lagrime, le quale usciron fuori dopo che l’anima hebbe fatto alquanto tregua co’l dolore, & io meco medesimo diceva. Qual si maligno spirtto m’ha ingannato con si breve allegrezza? chi mi hà levata via Leucippe per darmi nuova occasione di affani? io di verderla non potei satiar gli occhi, mercè de i quali havea qualche parte di felicità, ne per molto guardare io potei rimanere contento veramente questo piacere è stato simile a quel che si gusta sognando. Dimmi Leucippe quanto volte sei tu morta? in vero anchora non mi era rimaso del pianto, sempre ti piango, succedendo di continuo hor una , hor altra morte ma tutte quelle morti la fortuna fece nascere per prendersi giuoco di me, ma questa non è già givoco di fortuna In che modo, cura Leucippe, mi sei stata uccisa? io in quelle tue false morti haveva pur qualche poco di conforto: percioche la prima volta mi era rimaso tutto il tuo corpo intero; & la seconda fiata, benche fusse senza testa, io gli diedi se poltura hora a sei tu morta di due morti, & dell’anima & del corpo tu Acampasti di due luoghi di ladroni: ma la casa i Melitta, habitation veramente di corsali, ti ha d ta la morte, & io empio & molvagio in finite volte colei che ti ha fatto uccide e ho basciata, _ con dishonesti abbracciamenti ho tenuta stretta. & a lei rima, che a te ho fatto gratia del piacer venereo. Mentre io cosi mi lameutava; Clinia entrò nella p_igione: al quale raccontai tutta la cosa & che io haveva del tutto deliberato di morire. egli mi con fortava dicendo, _bi sa che ella di nuovo non sia tornata viva? non è ella molte fiate morta? non è anco tante volte risuscitata? perche vuoi tu morir si pazzamente potrai far questo con piu gio, mentre sarai ben erto della sua morte. Ahi rispos’io, sono ciancie coteste. di che maniera ne posso haver maggior certezza? parmi di haver trovate una bellissima via di morire, & tale, che Melitta nemica de gli Dei non andera del tutto senza pena, & ascolta in che modo, Io mi era apparecchiaro, come tu sai. se per aventura si b veva da venire in giudicio, a difendermi dell adulterio che mi è o posto: ma hora sono in tutto di contraria opinione, perche delibero di confessar l’adulterio, & dir che io & Melitta, essendo l’un dell’altro innamor ti, di comune consentimento habbiamo faeta uccider Leucippe, & aquesto modo ella sarà punita: & io abbandonerò questa misera vita Via disse Clinia, parole più saute. dunque tu havrai ardimento di voler morire per cosi vituperosa cagione, com’è l’esser riputato micidiale, & massimamente di Leucippe? Niuna cosa, diss’io può esser di vitaperio, men

,, tre si offende il nimico, & io hora mi ritrovo in simil

,, caso. Hor, colvi che haveva racconto la falsa morte poco dopo fu tratto di prigione; mostrando che’l Presidente havesse commandato che fusse condotto alla sua oresenza per dover render conto di quello, che gli era opposto. Intanto Clinia, & Satiro mi confortavano, & cercavano, se per alcun modo potevano persuadermi si, che io non dice in gi dicio alcuna di quelle cose, che haveva in animo di dire, ma in vero nulla operarono. In quel giorno adunque tolsi re a pigione una casetta per non dimorar piu appresso il fratello da latte di Melitta. Il di seguente fui menalo in giudicio dove Thersandro, era venuto con grande: apparte chio per accusarmi, & i suoi Avocati erano non meno di dieci? ne con minor sollecitudine Melitta si ra apparecchiata per far la sua difesa. Poiche essi hebbero posto fin: al loro parlare; dimandai che mi fusse data licenza di poter addur le mi ragioni, onde cosi incominciai. Veramente tutti coloro, che hanno parlaro a favor di Thersandro, & di Melitta, hanno detto ciancie, & bugie, ma io ben vi dirò tutta la verità. Io ha veva già una inamorata che di patria era Bizantina, & haveva nome Leucippe: & credendomi che costei fusse già morta, (percioche ella mi fu rapita in Egitto da i ladri) per aventura m’imbattei in questa Melitta, & havendo insieme preso amicitia, quà no venimmo insieme & trovammo Leucippe, che craschiava di Sosthene, il quale haveva cura delle rosse oni di Thersandro ma come Sosthene havesse per ischiava una giovane libera, & che pratica tengono con lui i orsali lo lascio consider r a voi. Poscia, che Melitta hebbe i teso ch’io haveva ritrovata la mia prima amici, temendo, che di nuovo non inchinassi l’animo e lei; deliberò di farla uccidere allqual cos___ (percioche per qual cagione non si ha da dir la verità?) io acconsentij promettendo Melitta farmi padrone di tutti i suoi lent. indusse adunque uno che per premio facesse quest’homicidio, & la sua mercede facento monete d’oro. Egli havendo fatto quanto gli er stato imposto; se ne fuggi, & da quell’hora inanzi non si è mai più veduto. Ma subitamente Amore ha presa vendetta di me percioche havendo inteso lei esser morta; mi venni a pentire & a pianger l’error mio. io l’amava, & ancora l’amo, & vengo ad accusar me stesso. accioche mi mandiate alla mia amata. conciosia ch’io non possa hora vivere, essendo micidia le, & amante di colei, a cui feci tor la vita Havendo io cosi parlato; restarono tutti pieni di stup re; & m scimamente Melitta. Oli Avocati di Thersandro con grande allegrezza gridando mostravano haver ottenuta la vittoria ma quei di Melitta le dimano vano, sele cose che io ha eva dette, fussero vere. ella in parte riman_u turbata in parta egava, & parle ne diceva e bello studio oscur me te confessava di conoscere Leucippe, & confermava cioche io havea narrato, ma non già l’homicidio, onde essi. percioche la maggior parte della cosa era conforme a i miei detti, hebbero sospetto di Melitta & non sapevano quali ragioni dovessero usare per difenderla In tanto Clinia, facendosi quivi nel giu ticio grandissimo tumulto, si fece innanzi, & disse, _oncodete anche a me gratia di poter dir. alcune parole, poi che la co_tesa e della vita d’un’huomo Ilche havendo impetrato, còn gl occhi pieni di lagrime, inconunciò di questa ma tera, Signori Ephesi, non vogliate senza diligente con _ deratione condan_are a morte un’huomo, ch’è sommame te bramo o di mortre (& in vero la morte naturalmente è le medicina: & il rimedio de gli infelici.) conciosia che egli falsamente si habbia attribuito la colpa de gli huomini scelerati, per partir egli la pena ch essi meritariano di portare. io qual siano io sue infelicità vi diro brevemente. Costvi amava quella giovane, si come egli v’haraccontato, & non ha punto detto bugia, che i corsali la rap rono, & che Sosthene l’haveva comprata & tutto cio che egli v’ha narrato ananti che sia venuto a dir della morte di lei; & in vero la cosa è andata di questa maniera Costei è stato in un subito levata via, & non so in che modo, o se alcuno l’habbia uccisa, o se pur da qualche uno rapita anchora viva. ma quest’ v a cosa so ben io di certo, che Sosthene l’amava, & che per ridurla a fare il piacere suo asprissimamente l ha flagellata ma non ha perciò ottenuto quel che desiderava: & similmente io so ch’o gli è molto amico de’corsali. Costui adunque istimando che la giovane sia morta; non vuol piu vivere, & però è venuto ad accusar se medesimo falsamente di tale homidicio, & che egli brami di morire spinto dal dolore, che ha preso della morte di quella giovane, egli istesso l’ha confessato. Considerate voi, se uno che veramente habbia ucciso un’altro, debbia desiderar di morir dopo lui, & non possa patir di stare in vita, che è cosi pietoso micidiale? & che odio è questo cosi amorevole? Deh non per Dio, non gli credete, & non fate dare la more a quest’huomo, degno piu tosto di compassione, che di pena. Se egli, si come ha detto, ha fatto uccider costei; dica chi sia questo che per danari ha commesso l’humicidio, mostri dove sia il corpo della morta giovane & se non si nomina l’homicida, & non vi è il corpo morto, chi ha giammai udito homicidio di tal sorte? Io amava Melitta, dice egli, & percio ho fatto morir Leucippe: Come adunque accusa Melitta esserne consapevole, se le porta cotanto amore? & hora desidera morir per Leucippe, la quale ha fatto uccidere? Puote esser che uno habbia un odio la cosa amata, & che ami la cosa odiata? Et non si dee piu tosto credere, che se ben fusse stato convinto di haver fatto far l’hoicidio, lo negarebbe per saluar l’amata, & per non perder la vita in vano? per qual cagione adunque incolpa egli Melitta, se ella in ciò non ha commesso fallo alcuno? Ma anchra questo dirò di anazi a voi & alli Dei. Non pensare che io parli di questa maniera per caluniar questa donna, ma per dirvi come è passato il tutto. Melitta era oltra misura accesa dell’amor di costui: & parlarono insieme della nozze prima, che questo Thersandro morto in mare risuscitasse, ma questo giovane non era disposto a ciò, ma molto arditamente rifiutava di far le nozze. In questo mezzo havendo, si com’egli ha detto, ritrovata l’amica sua, che riputa va che fusse morta esser viva appresso di Sosthene; molto maggiormente si allontanò da voler acconsentire al desiderio di Melitta: la quale prima che sapesse che la giovane era amata da costui, trovandola in poter di Sosthene, si mosse a compassione di lei, & la fece sciogliar dalle catene, nelle quali Sosthene la teneva legata, & la ricevette in casa sua, & oltra di ciò le fece quell’honore, che si conveniva fare a persona libra, benche in infelice conditione si ritrovi. Ma poi che s’avidde della cosa: la mandò in villa per suoi servigi, & da indi in qua ella non s’è mai piu veduta, Et che io di questo non dica la bugia: Melitta lo confessa, & due fanti, in compagnia delle quali la mandò in villa. Una cosa adunque ha indutto costvi ad haver questo sospetto, cioè che per gelosia Melitta habbia fatto uccider Leucippe; & l’altra che nel sospetto l’ha confermato, è per una caso avenuto in prigione, & l’ha indutto ad esser crudele contra di se medesimo & di Melitta Un certo huomo, che è in prigione, piagendo, & lamentandosi della sua infelice sorte, raccontava come egli in viaggio s’accompagnò con uno, che esso non sapeva che fusse micidiale, & che colvi haveva fatto cotal homicidio per danari, & di eva che la persona, la quale a far ciò per prezzo l’haveva indutto, si chiamava Melitta, & l’uccisa Leucippe. Il che se sia stato cosi; io veramente no’l so ma ben voi lo potete sapere voi havete l’huomo in prigione. vi sono le fanti, & vi è Sosthene, egli vi dirà da chi habbia havuto Leucippe per ischiava, queste come ella sia stata levata, & quello vi scoprirà chi sia stato il micidiale per mercede condutto. Ma prima che intendiate ciascuna di queste cose; non è opera ne de giustita, ne di pietà dar la morte a questo misero giovane dando voi fede alla pazzia della sue parole: che in vero egli per dolore è divenuto pazzo. Havendo Clina detto queste cose, a molti parvero le sue parole degne di fede: ma gli Avocati di Thersandro & tutti quei suoi amici che vi si trovavano presenti, gridavano, che si doveva fer morire l’huomicida, il quale per divina providenza havevano palesato se medisimo. Meltitta finalmente appresentò le fanti, & voleva, che Thersandro appresentasse Sosthene, il quale forze haveva uccisa Leucippe. Et tal cosa dimandava no quei, che havevano preso a difender Melitta Thersandro temendo di esser discoperto, ascosamente mando uno di quei che lo favorivano, a Sosthene in villa, con mandandogli, che subitamente se ne dovesse fuggire, prima che i ministri del magiratovi andassero. Colvi montato a cavalla, con grandissima fratta n andò a Sosthene, & gli mandò il pericolo, che se egli era preso; saria posto al tormento. Allhora Sosthene per aventura si trovava casetta dove stava Leucippe. cercando d’indurlo a far il suo volere: ma essendo elgi dai messaggiero ad alta voce, & con molto spavento chiamato, usci fuori: & havendo inteso il fatto, tutto pieno di pavra, parendogli che già gli ufficiali del magistrato dovessero quivi giugnere, montato a cavallo con grandissima sretta cavalcò verso Smyrna, & il messo se ne tornò a Thersandro. Ma perche, come

,, verissimamente si suol dire, la pavra f i perder la memoria, Sosthene essendo stato soprapreso dalla pavra del fatto suo, si dimenticò d’ogni cosa, se ben l’haveva di nanzia gli occhi; per il grande spavento, si che ancho gli uscì di mente di serrar l’uscio, dove serbava Leucippe, ne è maraviglia, percioche i servi in quelle cose

,, che temono, sono fuor di misura timidi. In questo me

,, zo Thersandro, essendo stata fatta questa dimanda da Melitta. fattosi avanti cosi disse: costvi (chiunque egli si sia) molto sufficientemente ha racconte delle novelle, ma ben mi sono maravigliato, che voi siate si privi di giustitia, che havendo preso l’homicida nel fatto istesso (benche sia molto piu l accusar se medesimo) non lo diate hormai nelle mani del carnefice: ma sedete ascoltando questo ingannatore, che si acconciamante sa fingere, & lagrimare, il quale io reputo che essendo anch’egli partecipe dell’homicidio stia in pavra del fatto suo. onde non veggio, che sia dihisogno mettendolo al tormento essaminarlo, essendo di tal cosa cosi manifestamente convinto. Ma, al mio parere,

egli ha commesso un’altro homocidio percioche Sosthene, il quale costoro mi dimandando, hoggi è il terzo giorno che non si è veduto, & è d’haver qualche sospetto, che per loro insidir non sia stato ucciso, percioche egli mi fece intender l’adulterio commesso da mia mogliere. onde mi par cosa ragionevole, che essi l’habbiano fatto morire. e sapendo essi ch’io non posso adurlo in giudiciò; malitiosamente hanno di lui fatto questa dimanda. Ma concediamo ch’egli sia vivo, e non morto, & che qui fusse presente che altro si converrebbe intender da lui, se non se havea comperata la fanciulla? Concedasi ch’egli l’habbia comperata, se la teneva, come dice Melitta, era per conto mio. Sosthene, confessate queste cose, è assoluto. Ma rivolgansi hora le mie parole a Melitta; & a Clitophonte. Voi che havete tolta la mia serva, che n’havete fatto dilei? mia serva in verità ella, era havendola comprata Sosthene. & se fusse viva, & costvi non l’havesse uccisa; con ognira gione era mia Schiava. Queste parole diceva Thersandro con malitia, accioche, se per l’avenire Leucippe fusse tornata viva, la potesse riducere in servitù. Di poi egli seguì: Clitophonte ha confessato d’haverla uccisa, & enne per patir la pena. Melitta nega, contra di lei sono gl’indicij delle fanti. Et se si mostra, che esse hanno havuta Leucippe da Melitta, & che poi non è con loro piu ritornata; che hanno dunque fatto di lei? dove, & a chi l’hanno mandata? Non è adunque cosa manifesta, che essi habbiano commesso ad alcuni che l’uccidessero? & le fanti, come è cosa ragionevole, non gli hanno veduti: acciocha l’homicidio fatto in presenza di piu testimoni non arrecasse maggior pericolo, & la lasciarono, dove era nascosa gran moltitudine di ladroni, onde è possibil che le fanti non habbiano veduto il fatto. Ha egli similmente finto, che un certo prigionero habbia racconto l’homicidio. Ma chi è questo prigionero, il quale non ne ha detto cosa alcuna al Prefetto, & a costvi solo ha scoperto il secreto dell’homicidio? questo è, perche egli ha conosciuto costvi essere stato compagno suo in cotal misfatto. Non volete poi por fine di ascoltar queste sciocche ciancie? & volete tener per giuoco tali, & si nuove cose? pensate che senza voler d’Iddio costvi habbia accusato se medesimo? Havendo cosi detto Thersandro, & giurato, che egli non sapeva quel che fusse stato fatto di Sosthene; parve al capo de i giudici (il quale era di schiatta regale, & giudicava nelle cause capitali, & secondo l’ordine delle leggi haveva appresso di se Consiglieri huomini di vecchia età, i quali si haveva presi per deliberar delle cause) gli parve adunque, havendo considerato la cosa insieme co i suoi assistenti, di condannarmi alla morte secondo la legge, la qual commandava, che chiunque accusava se medesimo; fusse morto. Di Melitta fecero deliberatione, che sopra l’essamine delle fanti si facesse un’altro giudicio, & che Thersandro ponesse il suo giuramento in iscritto di non saper che cosa fusse stato di Sosthene, & io come reo già condannato, mettendomi al

tormento fussi ess minato, se Melitta era con’apeno le dell’ho micidio. Et esse do io gia legato, & ispogliato. & levato in alto pendendo dalle funi, & havendo alcuni portato i flagelli & alcuni il fuoco & le rote, & Clina piangendo tuttavia. & pregando gli Dei che mi dessero aiuto. si vede venire in piazza il Sac rdote di Diana coronato di lavro. Il che è segno che sia ne venute genti forestie e per far sacrificio alla Dea. & menire ciò avenina; s’intermetteva di far tu _e le condannagioni insino a tanti giorni che fussero finiti, & cosi allora io fui sciolto Colvi che faceva far questi sacrificij, er Sostrato padre di Leucippe percioche i Bizantini, essendo loro apparita Diana nella guerra che facevano contro quei di Thracia, essendo rimasi vittoriosi, istimarono che fusse ragione vol cosa di mandare a farle sacrificio per renderle gratie dell’aiuto dato loro a ottener la vittoria Oltra di ciò privatamente era apparita in sogno a Sostrato, & nel sogno gli mostrava che egli ritrovarebbe la sua figlivola in Epheso, & similme te il figlivolo di suo fratollo. In questo te apo Leucippe vendendo l’uscio della casetta esser aperto, & che Sosthene non vi era, guardava ch’egli non fosse quivi d’intorno. ma poi che non lo vidde in luogo alcuno; le entrò nell’anima la solita speranza, & audacia percioche le tornò alla memoria, come ella spessefiate oltra la sua opinione si era salvata. prese speranza nel presente pericolo, & usò il favor della fortuna: che essendo il tempo di Dia na vicino a quella villa, a quello correndo n’andò, & in quello entrò. Et per antica legge era vietato alle donne libere d’entrarvi. ma ben era permesso a gli huomi i, & alle vergini & e donna alcuna v’entrava; era punita di pena capitale se peraventura non era serva che fusse chiamata in giudicio dal padrone alla quale era lecito di ricorrere a pregarlo Dea, & il _refetto giudicava tra lei e’l padrone: & se’l padrone non le haveva fatto ingiuria; di nuovo ripigliava la sua serva, giurando egli di dimenticarsi del l’ingiuria fatta gli per esserse e fuggita, & separava che la serva giustamente si lament sse; rimaneva quivi aservigi della Dea. In quel mezo che Sostrato me nava il Sacerdote al palazzo per far differir la giustitia; Leucippe giunse al tempio, di maniera che poco mancò, che non s’incontrasse nel padre. Poscia che fu libero da i tormenti per l’esser levato via il tener ragione; gran moltitudine di persone con molto strepito mi era d’intorno: della quali alcune mi haveano compassione della mia disaventura, alcune pregavano Iddio per me, & altre m’interrogavano: tra le quali ritrovandosi Sostrato, fermatosi mi guardò, & riconobbemi. Percioche, come nel principio bel nostro ragionamento si disse, egli era stato in Tyro mentre fu celebrata la festa d’Hercole, & quivi luugamente dimorò molto tempo, prima che noi suggissimo. onde subitamente venne a riconoscer la mia effigie, & malamamente aspettando egli di ritrovarci quivi secondo il sogno havuto Et essendomisi avincinato disse, Questo è Clitophonte, & Leucippe dove è? Io poi che l’hebbi conosciuto; chinai gli occhi a terra, & I circostanti gli raccontarono tutto ciò che io havea detto contra di me, & egli sospirato, & percossossi il capo mi corse adosso ponendomi le dita ne gli occhi, & mancò poco che non me gli cavasse, percioche io non cercava punto di vietarglielo, anzi accioche mi battesse; gli por geva la faccia, Ma Clinia fattosi avanti lo ritenne racquetandolo, & insiememente dicendoli, che fai tu huomo da bene? per qual cagione cosi pazzamente sei tu adirato contra questo giovane, il quale ama Leucippe molto maggiormente, che non fai tu? & hassi proposto di patir la morte, perche si da a credere che Leucippe sia morta. Et molte altre cose disse per confortarlo: ma egli lamentandosi chiamava Diana dicendo, O Dea, a questo effetto m’hai fatto venire in questa Città questo è quel che nel sogno m’ahi annontiato? & io ho prestato fede alle tuo visioni, & di certo sperava ritrovar qui mia figlivola? ma bel dono in vero è quello che tu mi fai, dandomi in iscambio di lei colvi, che l’ha ucci a. Clinia udendo dir delle visioni di Diana, divene tutto lieto, & disse, Padre habbi ferma speranza, & sia consicuro animo che Diana non mente. Leucippe tua è viva, credi a quanto io indovinando ti annontio. Non vedi tu si come la Dea ha similmente levato via quasi per forza costvi da i tormenti, a i quali si trovava appeso? In tanto uno de i ministri del tempio con molta fretta correndo ne viene al Sacerdote, & alla presenza di tutti gli dice, che una giovane forestiera era fuggita al tempio Il che havendo io udito; subito presi buona speranza, & alzai gli occhi, & cominciai a ripigliar la vita. Clinia volgendosi a Sostrato disse, Padre, io sono stato in dovino del vero, & rivolto al Nontio gli dimandò se la giovane era bella, & elgi rispose, che trattone fuori Diane, non ne vidde mai una simile. A questo io saltando d’allegrezza gridai, dici tu Leucippe? Cosi e rispose egli: percioche ella ha detto, che tale è il suo nome, & che la sua patria è Bizantio, & suo padre è Sostrato. Allhora Clinia, & con la voce & con le mani mostrava aperti segni diletitia, & Sostrato per soperchia allegrezza cadette; & io cosi legato saltai in alto, & quasi da una machina aventato correva verso il tempio. Coloro che mi havevano in guardia, mi seguitavano, havendosi pensato ch’io me ne fuggissi: & gridavano a quei che mi venivano incontro, che mi pigliassero, ma allhora i miei piedi havevano l’ali, finalmente, essendo io infuriato nel correre, alcuni mi presero: & i guardiani giuntiche furono; mi voleva no battere. ma io essendo già divenuto audace, mi difendeva, & essi mi tiravano per condurmi in prigione. In tanto sopragiunse Clinia, & Sostrato, & Clinia gridava, dove menate voi qnest’huomo. egli non ha commesso l’homicidio, per il quale è stato condannato, & Sostrato in parte replicava le medesime parole, & che esso era il padre di colei, che si tiene che sia stata uccisa, coloro che quivi si trovavano presenti, havendo inteso il tutto, lodavano, e rendevano gratie a Diana, & non permettevano, che mi condussero in prigione, & i guardiani dicevano, che non havevano auttorità di lasciar andare un’huomo con dan ato alla morte Il tanio il Sacerdote a prieghi di Sostrato si voligò di tenermi, & appresentarmi in giudicio ogni volta che bisognasse, & a questo modo io fui sciolto da i legami, & prestissimamente me n’andai al tempio, dopo ne veniva Sostrato, ma non so se la sua alleggrezza era pari alla mia. Et

,, veramente non è huomo alcuno nel correr tanto veloce,

,, che possa avanzar il volo della fama: la quale allhora prima di noi già era giunto a Leucippe, & le haveva & di me & di Sostrato ognì cosa raccontato Subito che ella ne vidde; saltò fuori del tempio, & abbracciava suo padre, & teneva gli occhi volti verso di me. Io stava fermo, & per la vergogna ch’io haveva per rispetto di Sostrato, mi riteveva dicorrer ad abbracciarla, ma era tutto intento a remirar il suo volto, & cosi l’un l’altro ci salutavamo, & abbracciavamo con gli occhi.

Alessandrino, dell’amor di Leucippe, & di Clitophonte. LIBRO OTTAVO

MENTRE noi volevamo ponendoci a sedere riposarci, & ragi onar de gli avenuti accidenti, Thersandro, menando seco alcuni testimoni, entrò nel tempio, & ad alta voce verso il Sacerdote disse, Io in presenza di questi testimoni ti faccio intendere che non hai fatto cosa honesta asciogliere un’huomo, che secondo le leggi era condannato _ola morte. oltra di ciò tu hai la mia serva, femina impudica, anzi impazzita dell’amor de gli huomini. costei come la guarderai tu?. Io vedendo chiamar Leucippe serva, & donna impudica; hebbi un grandissimo dolore, & non potei sopportar le ferite di simil parole: ma mentre egli ancora perlava, dissi, Servo, & impudico sei tu: Leucippe è libera, & vergine, & degna del favor di questa Dea. Egli udento queste parole, & dettomi huomo reo, & condannato, tu mi dici villania? con un grandissimo impeto mi percosse il volto. & raddoppiò la percossa un’altra volta, di maniera, che abbondanti riui di sangue correvano dal naso; percioche la percossa la diede con tutto il suo sdegno. Ma havendomi la terza volta con poco riguardo percosso, non s’accorge havermi battuto la bocca, & percossa la sua mano ne i denti, & feritosi le dita gridando fortemente, ritirò a se la mano, & identifeceno vendetta dell’ingiuria fatta al naso: percioche ferirono le dita, che l’havevano per cosso, & la mano pati le pene di quel che haveva fatto Egli per cotal ferita a guisa di vil femina lamentandosi, tirò a se la mano, & cosi cessò di battermi Io havendo veduto qual era il mal ch’egli haveva, finto di non me n’accorgère, mi lamentava dell’oltraggio fattomi da lui, riempiendo il tempio di gridi. Dove, diceva io, potremo noi fuggir dalle mani de malvagi? a quale Iddio dopo Diana ricorreremo? noi semo battuti, dentro ne i tempij, & nelle porte de i tempij semo feriti, cotali sceleratezze si commenttonone i luoghi diserti, dove non è huomo, ne testimonio alcuno ma tu alla presenza de gli Dei usi podestà di tiranno Et le leggi hanno permesso, che i rei fuggit ne i tempij siana sicuri: & io, che non ho commesso fallo alcuno, e son venuto a supplicar Diana, son battuto dinanzi a questo altare, ahme, veggente anco la Dea queste battiture sono date a Diana, & l’ingiuria non è solamente di battiture, ma anchora l’huomo ne riceve ferite nel volto, si come si fa nella guerra, e nella battaglia, & il pavimento è stato imbrattato di sangue humano. Chi fece mai sacrificio a Diana Ephesia di questa maniera? i harbavi, & Tauro fanno cosi, anco apress i Scythi è Diana, & solamente appresso di loro il suo tempio cosi si sparge di_angue, tu hai fatto diventar la donna Scychia, & in Epheso corre il snague, come in Taurica, prid_ ancho la spada contra di me, ma che ti fa di hisogno il ferro? la mano ha fatto l’usficio della spada, la tua destra è sanguinosa, & micidiale. Mentre io mi lamentava di questo: coneorse gran moltitudine nel tempio, & cosi lo biasimavano & il Sacerdote istesso diceva, come non si vergogna egli far tal cose tanto publicamente, & nel tempio? Allhora havendo io preso ardire s_guitai, _ qua sta guisa, Signori, sono trattato io che sono, & libero & di Città non ignobile, costvi haveva poste insidie ella mia vita; & Diana mi ha liberato, la quale ha discoperto che egli è un calunniatore. Hora mi besogna andare a lavar il volto fuori del tempio; percioche qui dentro nol farei, accioche le sante acque del sangue ingiustamente sparso non siano contaminate. Allora alcuni con gran difficultà tirando Thersandro, lo condussero fuori del tempio; il quale nel partirsi disse queste parole. La tua causa gia è stata giudicata, & poco appresso ne patirai la pena, ma di questa meretrice, che finge d’esser vergine, ne farà guidicio la Sirigna Poi che egli fu dipartito uscito io fuori, mi la vai la faccia, & essendo già l’hora della cena, il sacerdote corresemente ne ricevette, ma io non poteva guardar Sostrato con diritto occnio, essendo consapevole di quel che io haveva commesso contra di lui, & egli avedutosi del rispettoso movimento de g_’occhi miei, si vergognava di guardarmi, & Leucippe per lo piu teneva gli occhi fitti a terra di maniera, che tutto quel convito era pico divergognoso rispetto. Ma seguitando di bevere; & il vi o, che padre della libertà, scemando a poco a poco la vergona il Sacerdote fu il primo che volto a Sostrato cosi comincio a parlare, Perche ho spate carissimo, non racconti qual sia la vostra historia? percioche mi par comprendere, che sonte_ga accidenti, che non siano spiacevoli d’ascoliare, & simili ragionamenti si convengono grandemente ne i conviti Allhora Sostrato pigliando volentiere occasion di parlare, disse, La parte dell historia, che s’appartone a me, è semplice, & bre_e: percioche il mio nome è Sostrato, & Bizantino la mia atria, son zio di questo giovane, & padre di questa fanciulla. il resto dell’historia, quale ella sia dilla u Clitophone figlivolo senza vergognarti di niente percioche se mi è accaduto cosa alcuna di dispiacere, non è principalmente

,, avenuto per tua colpa, ma della fortuna. Oltra di ,, ciò il narrare _i passati affanni, a che n’è uscite fuori

,, non arreca _ oia, ma dilettatione. Allhora io raccontai ogni cosa del nostro pellegrinaggio. la partita da Tyro, la navigatione, il naufragio, l’arrivare in Egito. la presa di Leucippe il ventre finto a presso la tare, l’astutia di Menelao, l’amor del Capitano, la medicina di Cherea, la rapina de i corsali, la ferita che io hebbi nella coscia, & mostrai la cicatrice Ma essendo venuta a dir di Melitta; io recitava la cosa mia usando grandissima modestia senza dir punto bugia. io narava l’amor di Melitta, & la continenza mia, quanto tempo ella mi pregò, & come non ottenne, mai il desiderio suo, quante cose ella mi prometteva, & quanto si lamentava. dissi quello che avenne in nave, & la navigatione d’Alessandria ad Epheso, & come amendue giacemmo insieme, & vi giuro per questa Diana, che ella si levò la mattina come femina da femina si suol levare. una sola cosa trappassai de fatti miei cio è l’atto venereo, che poi segui fra me, & Melitta Poi che henni detto della cena, & come falsamente haveva accusato me medesimo, & insino alla venuta di Sostrato con le vittime; questo è diss’io quanto a me è avenuto: ma gli accidenti di Leucippe sono molto maggiori de miei. ella è stata serva, ella ha lavorato la terra, le sono state tagliate le chiome ornamento del capo guarda ch’ella è ancora tosata. Et narava particolarmente com’era passata ciascuna cosa, & venendo a dir di Sosthene, & di Thersandro con piu diligenza io raccontave, & innalzava le cose di lei, che di me stesso, da una parte facendo piacere a Leucippe, anchora che dall’altra non molto piacesse al padre. raccontava dico si come ella haveva patito nel suo corpo molte battiture, & ricevuto ogni oltraggio, salvo che un solo. fuori del quale ella ha patite tutte le altre ingiurie, & è rimasa tale insino a questo presente giorno, qual era quando si di partì da Bizantio: Ne voglio che questa sia mia laude, che havendo preso a fuggire, non ho fatto quello, per la cui cagione io era fuggito, ma sia ragionevolmente di lei, che in mezo de corsali è restata vergine, & ha vinto il peggior di tutti i corsali, dico Thersandro lo stucciato, & ingiurioso.

Noi padre ci consigliammo di partire, percioche Amore ne perseguitava: & la fuga fu dell’amante, & dell’amata, & nel viaggio siamo stati fratelli l’uno all’oltro di maniera, che se si trova verginità alcuna; io insino al presente l’ho serbata con Leucippe percioch’ella, gia gran tempo desiderava di servare a Diana Ma tu, ò Venere Regina, non prender isdegno contra di noi come da n i ingiuriata non havemo voluto che le nozze siano state senza padre, ecco il padre è qui presente vienne anchor tu, & sij a noi benigna, & favorevole. Havendo udire queste coso il Sacerdote rimase a bocca aperta maravigiandosi di ciascuna cosa ch’io havea raccontata, & Sostrato tanto pianse, quanto io ragionai de i travagli di Leucippe. Et havendo io già finito di parlare, soggiunst dicendo, Voi havete udito le nostre disaventure ma anchor’io cerco d’intender da te Sacerdote una sota cosa, cioè quel che vuol significar la Syringa, della quale ultimamente Thersandro partendosi parlando contra di Leucippe, fece mentione. Veramente disse egli, tu hai fatto degna & bella dimanda, & à noi conviensi, che sappiamo la cosa della Syringa che la diciamo a quei che qui sono presenti. & havendo io detto, che gli renderei gratie della sua narratione, seguitò. Vedi tu quel bosco di la del tempio? in quello è vita spilonca, nella quale alle donne è vietato, & alle vergini fanciulle e conceduto di entrare. dentro alla porta della spelonca è appresa una piccola Syringa. Se appresso di voi Bizantini è in uso cotale strumento, potete intender quel ch’io dico, ma se alcuno di voi è che non habbia pratica al tal musica, horsu io vi dirò quale ella è, & anco per questa cagione tutta la favola di Pan La Syringa, sono molte sampogne, & le canne delle sampogne ciascuna da per se & tutte insieme rendono suono come una sola sampogna: elle sono poste per ordine l’una congiunta all’altra, dinanzi, & di dietro sono di ordine equale, le canne corte mancano alquanto da queste, che sono maggiori delle seconde quanto le seconde sono maggiori delle terze, & cosi aproperitone il resta delle canne, ciascuna diquelle dinanzi son pari, & quella che è di dentro e nel mezo per esser dispari, & la cagion di cotal ordine è stata, accioche sufficientemente serva all’harmonia percioche la canna, che rende suono piu acuto, sta di sopra, & cosi di mano in mano discendendo, & amendue le estreme sampogne hanno la prima voce grave nell’uno, & nell’altro lato, & quelle che stanno nel mezo di queste sono gl’intervalli della consonantia, di tutte le canne di mezo ciascuna a questa che le è vicina rendendo suono acuto quello congiunge con l’ultimo grave. Et quella vertià di voci che fa la tibia di Pallade, rende la Syringa di Pan ma in quella le dita reggono il suono; in questa la bocca del sonatore im ta le dita, in quella il sanatore chiude gli altri fori, &, n’apre uno, onde esce il siato, in questa lascia andar libere le altre canne, & pon le labbra a una sola, la quale egli vuol che venda suono: & hora salta ad una, & hora ad un’altra, dove à piu soave l’harmonia del suono. & cosi la sua bocca va saltando d’intorno alle sampogne. La Syringa de prima non era ne sampogna, ne canna, ma una giovane bella, quanto giamai fi pottesse giudicare. Pan adunque correndole dietro mosso da amoroso desia, la sguitava, & ella fuggendo entrò in una spessissma selva, & Pan segvendola a gran corso, porsa la mano come per pigliar lei, & pensavasi di haverla presa, & tenerla ne i capegli, ma si trovò haver foglie di canne nelle mani: percioche dicono stioster andata sotterra; & la terra in vece di essa haver partorito canne. Pan mosso da sdegno tagliò le canne, come quelle che gli havevan furato, & ascoso la tua amata, ma poi che non la potè trovare, istimando che ella si fosse ascosa nelle canne, si rammaricava d’haverlo tagliate pensandosi d’haver uccisa la sua amata, havendo adunque raccolte le tagliate canne, come se fussero state membra del corpo, & in un corpo insieme aggiunte, le teneva in mano, ha sciando ì tagli di esse. onde il fiato passando per i stretti fo i delle canne, mandò fuori il suono, & la Syringa hebbe voce. Questa Syringa adunque dicesi che Pan la pose quivi, & spesse volte egli se ne viene attorno la spelonca, sperando che la sua amata donna vi venga. Ne i tempi che poi seguitarono, gli habitatori di questo paese. stimando di far cosa grata a Diana, le sacrarono la Syringa, con questa conditto ne, che non lasciariano entrare nella spelonca donna che vergine non fusse. Quando adunque occorre, che alcuno habbia sospetto, che alcuna donna non sia vergine, il popolo la conduce insino alla porta della spelonca, & la Syringa ne fa il giudicio di questa maniera: La giovane che è accusata, vi entra dentro vestita d’un vestimento, che a cosi solenne effetto si costuma che ella porti, & uno serra la porta della spelonca, & se la giovane è vergine; s’ode un sovavissimo, & quasi celeste suono, o sia perche il luogo serba un sonante, & harmonioso spirito nella Syringa, o pur forse Pan istesso venga a somare, & non molto dopo la porta della spelonca s’apre da se stessa, & vedesi la giovane coronata d una ghirlanda di foglie di pino. Ma se falsamente harà detto di esser vergine; la Syringa tace, o in vece di harmonia manda fuori della spelonca voce di pianto onde il popolo lasciandola qui vi in abbandono, si di parte. Dopo il terzo giorno una vergine sacerdotessa, che ha cura del luogo, andando nella spelonca trova la Syringa caduta a terra, ma la giovane non si vede piu. Si che apparecchiatevi a provar come passarete questa fortuna: & pensativi molto bene, percioche se Leucippe è vergine (si come io desidero) andiate liete, & sicuri, che havrere la Syringa favorevole, che certamente il suo giudicio è stato sempre vero, & giusto ma se ella non è voi sapete ben, ch’egli è verisimile, che una, la qual si sia ritrovata in tanti travagli, sia stata astretta a far delle cose contra suo volere. Allora Leucippe al Sacerdote, che voleva seguir di dire, disse: Di quanto s’appartiene a me, non dite piu, ch’io sono prontissima a entrar nella spelonca, della Syringa, & senza che alcuno ferri la porta, si chiuder a da se medesima. Tu dici cose, che m_ sono molto, grate, & tecco mi rallegro della tua contineaza; della tua buona furtuna. Ma essendo gia venu a la sera; ciascuno di noi se n’andò a dormire, dove il Sacerdote haveva ordinato. Clinia non era rimaso a cena con noi, per non esser di troppo carico al cortese albergatore: ma egli si ridusse là dove il giorno innanzi si era riparato Et veramente io viddi Sostrato esser rimaso tutto confuso, havendo inteso la virtù della Syringa, dubitando che noi per vergogna non fingessimo questa verginità. onde io di nascoso accevai a Leucippe, che rimovesse il padre da quella opinione con quel modo ch’ella stimava potergli persuadere: & parvemi ch’ella havesse, questo medesimo sospetto, si che subitamente m’intesse, & prima ch’io le havessi fatto di cenno; ella haveva pensato qual piu convenevol persuasione potesse usare. Dovendo ella adunque andar a dormire, salutando il padre humilmente gli disse, Padre resta sicuro di me, & credi, quel che noi habbiamo detto, che ti giuro per Diana, ne l’un ne l’altro di noi ha mentito. Il giorno seguente Sostrato, & il Sacerdote erano occupati intorno a i sacrificij, i quali già erano apparecchiati, & vi si trovavano presenti i magistrati, & con liete voci celebravano le laudi della Dea. Thersandro, che anch’egli per aventura vi si ritrovò, fattosi innanzi al Presidente disse, Differisci i nostri giudicij a dimani i poi che alcuni hieri hanno liberato, colvi, che tu havevi condannato a morte, & Sosthene non si trova in luogo alcuno. Fu adunque il giudicio prescritto differito per il di seguente. Noi ci apparecchiamo a esser molto ben provisti. Essendo già venuto’l giorno determinato; Thersandro, parlo di questa maniera, Non so con quali parole, ne da qual parte io habbia a cominciare; ne chi prima, & chi poi debbia accusare: Percioche molte cose temerariamente fatte, in un medesimo tempo mi si rappresentano, & niuna di esse di grandezza è all’altra seconda, & tutte sono per se stesse chiare, le quali io questa causa non toccherò. ma temo bene, che’l mio parlar non esplichi quel che ho conceputo nell’animo, trahendo la memoria della altre la lingua a dir di cia scuno. Percioche la fretta di voler dir quel che fin’hora non è stato detto, mi toglie di poter finir quel che già cominciai a dire. Poi che gli adulteri uccidono i servi altrui, il micidiali commenttono adulterio con le altrui moglieri, i ruffiani c’interrompono i sacrificij, & le meretrici contaminano i sacrati simi tempij, & euui chi fa citar le fanti, & i padroni; quale sceleraggine, adulterio, impietà, & homicidio, non si metterà ciascuno a fare? Condannate pur a morte chiunque volete per qualunque cagion si sia, che nulla importa, & legato mandatelo in prigione, e fatelo serbare al supplicio: che costvi in vece della funi, vestito di biano vestimento è qui alla presenza vostra, & essendo reo sie messo a star nell’ordine delle persone libere. & forse anche haverà ardire di parlar contra di me, & contra la vostra sentenza. Ascoltate come voi havete sententiato, & perche vi è paruto condannare alla morte Clitophonte. Dove è adunque il carnefice? strascinalovia di qui, dagli hormai il veleno; egli inquanto alle legi è gia morto, & è passato il giorno del supplicio. Che dici tu venerando & honorato Sacerdote? in quai leggi sacre si trova scritto, che sta lecito di toglier dalla giustitia, & scioglier dalle funi coloro che dal consilio, & dal sommo magistrato sono stati condannati alla morte, & alla prigione? & che si convenga da se stesso prendersi quella auttorità che hanno i giudici, & il Prefetto? Lievati suso dalla tua fedia, o Prefetto & concedi a custvi il tuo principato, & la potesta del giudicare. Da hora inanzi non harai auttorità di far cosa alcuna, ne libertà di con dannar gli scelerati, poi che hoggi costvi libera chiunque egli vuole. Ma perche, o Sacerdote, stai qui fra noi come una persona privata? perche non astendi, & non ti poni a sedere nel tribunale del Presidente & giudica tu per l’avenire, overo commandaci tirannicamente, togliendo via tutte le leggi, & tutti i giudicij? oltra di ciò non ti riputar del tutto huomo ma poi che ti hai usurpati gli honori di Diana, fatti anco adorare. Conviensi a Diana sola salvar coloro, che ricorrono a lei, ma quegli però, i quali non sono stati condannati, & la Dea non ha mai sciolto alcuno, che sia stato legato per reo: ne alcuno ne ha liberato, che sia stato giudicato a morte. gli altari sono il rifugio de i miseri, non de gli scelerati, nondimeno tu hai liberato chi era legato, per reo, & assoluto chi era condannato a morte, & a questo modo tu hai voluto haver maggior autorità di essa Dea. Qual mici diale ha mai in vece della prigione habitato nel tempio? & un’adultero appresso una casta Dea. O sceler tezza indegna, l’adultero è appresso la vergine? e con lui insieme vi è la impudica femina, che si è fuggita dal suo padrone? la quale, si come si è veduto, tu hai albergata, & in una medesima stanza hai dato loro albergo & convito, e forse tu Sacerdote ti sei giaciuto con lei. il sacro tempio l’hai fatto diventare scelerato albergo, l’habitatione di Diana è diventuta casa d’adulteri, & camera di meretrici, & cose simili appena si fanno ne i disonesti alberghi di roffiane. & questo mio primo parlamento è stato contra questi due, l’uno de quali stimo che patirà le vene della sua temeraria prosontione; & l’altro commander ete che sia dato al supplicio. Resta hora secondariamente che io dica contra di Melitta inquanto all’adulterio contra la quale non mi bisogna dir altro, essendosi già deliberato d’investigar la verità essaminando le fanti Queste adunque dimando io le quali se essaminate dirano di non sapere che questo condannato lungo tempo si sia a lei congiunto, & non solamente in luogo di marito; ma di adultero sia dimorato in casa mia; io le rimeto ogni colpa & le do la causa vinta. Ma se sarà il contrario; che ella secondo la legge perda la dote, la qual si serbi a me: & cosi vi porti la debita pena de gli adulteri, che è la morte. Et per qual di due cagioni egli morra; o come adultero, o come micidiale, essendo reo di amendue queste sceleratezze, patendo la pena non harà satisfatto, percioche se ben muore; egli rima debitor d’un’altro morte. Resta hora ch’io par li di questa mia serva, & di questo venerand_ suo padre finto. ma di cio ___ri erbo adir dopo che voi hare te deliberato di queste altre cose, & havendo cosi detto; si tacque. Allora il Sacerdote. il qual nel parlare era di non picciol valore, & era principalmente studioso delle comedie d’Aristophane. fattosi avanti egli cominciò a dire faceramente, & con maniera da Comico, toccando la lasciva vita di Thersandro, con queste parole. Veramente il dir mal de gli huomini tanto sfac_iatamente è ussicio di malvagia lingua. la qual costvi non solamente qui; ma in ogni luogo l’ha usata per ingiuriare altrui Egli da fanciullo teneva pratica con huomini dishonesti, & con loro consumò la sua fiorita età: mostrava d’esser honesti simo, fingeva grandissima modestia, & dava a veder di amar sommamente le buone discipline. in tutto però sempre sottomettendo, & inchinando il suo corpo con gran dishovestà Percioche havendo lasciata la casa di suo padre, tolse a pigione un picciolo, & ristretto luogo, & quivi hebbe sua habitatione, & spesse volte recitava, & cantava versi in piazza, & tutti quegli, che esso riputava atti a quello, che egli desiderava, se gli faceva compagni, & gli riceveva appresso di se, & a questo modo si pensava di essercitare il suo animo, & la hippocrisia era il velo della sua sceleraggine, Oltre di ciò l’habbiamo veduto ne i Ginna sij, come si ungeva il corpo come correva lo studio, & tenendo abbracciati ques giouvani, cò quali lottava, & cò i piu gagliar di usana ancora in questo il suo corpo dishonestamente, & tale era la sua vita, mentre fu giovanetto. Poi che fu giunto alla età virile; mostrò palesemente tutte quelle cose, cha egli haveva tenute celate & non potendo già piu in ciò adoperare il suo corpo, lasciò stare, & ossottigliò la lingua a dir mal d’altrui, & usò la bocca in ogni vituperio, biasimando tutti egli, veramente porta nel volto la sfacciataggine, che non havuto vergogna di vituperarsi villanamente alla presenza vostra colvi, che voi havete stimato degno del Sacerdotio, & se io per aventura fussi vivuto altrove, & non appresso di voi; mi bisognava ragionar lungamente di me, & di quei che me cosono vivuti. Ma poi che voi sapete che la mia vita è stata lontana da i biasimi, che costvi mi dà; horsu io risponderò a quello, di che egli mi accusa. Dice che io ho sciolto uno ch’era condannato a morte, & sopra di ciò acerhamente, & con grave sdegno si è lamentato, chiamandomi tutta via tirano, & molte altre cose ha dette esclamando contra di me. E egli tirano colvi, che conserva non i caluniator; ma coloro che non hanno fatto ingiuria ad alcuno, ne sono stati condannati ne dal consiglio, ne dal popolo? Dimmi per vigordi quai leggi primamente hai tu messo in prigione questo giovane forestiere? qual Presidente ha commandato? quai Giudici hanno imposto, che sia legato questo huomo? Ma poniamo che habbia commesso tutto cio che hai detto; sia primamente accusato, & con prove convinto, & habbia spatio di potere, ad ducendo le _ ve ragioni, difendersi la legge, la quale è padrona di te & di tutti gli altri, lo faccia legare. niuno è piu possente dell’altro, se non con la forza del giudioio fa serrar adunque il palazzo fa radunar i consigli. fal_u_r viai Capitani, tutte quello cose che hai detto al Presidente contra di me, piu propriamente & con verità si possono dir di te. Signor Presidente lievati suso, & fariverenza a Tersandro, che solamente in opparenza tu sei Presidente, & egli fa tutto quel che a te s’appartiene operare: anzi fa quel che tu non haresti ardimento _ai fare Percioche tu hai Consiglieri, & senza di loro non ti è permesso di far deliberatione alcuna: ne per tua amorità faresti cosa alcuna, se prima non venissi in questo tribunale: ne stando nella tua casa ordineresti, che fusse preso huomo alcuno, ne messo in prigione. Ma que sto nobile, & generoso huomo è diventato ogni cosa. egli è popolo, Consiglio, Presidente, & Capitano, egli in case sua punisce, giudica, & fa incarcerare, & il tempo del giudicare è la sera. Gentile in vero, & noturno giudice, che hora tutta via grida che io ho sciolto un reo condannato a morte. quel morte? qual reo? dimmi la cagion della morte? Dirai che è stato condannato per homicidio: adunque egli l’ha commesso? Dimmi chi è questa, la qual tu hai detto che egli ha uccisa? tu la vedi pur viva; & harai anchora ardimento d’incolparlo d homicidio? questa non èl’ombra ò simolacro della faniculla morta, che Plutone l’habbia rimandata al mondo contra di te Tu veramente sei reo di due homicidij: percioche con le parole costei; & con gli effetti costvi ha vuluto far morire, ma molto piu lei: che bene habbiamo inteso cioche tu hai voluto fare in villa. ma Diana la grande Dea amendue gli ha scampati togliendo costei dalle mani di Sosthene; & costvi dalle tue & tu hai fatto levar via Sosthene, per non esser discoperto non ti vergogni tu, che accusando questi due forestieri; vieni a dimostrarti calgnniatore. Et questo mi basti haver detto in risposta de i biasimi, che mi ha dati Thersandro, ma del dir la ragione di questi forestieri ne lascio il carico a costoro. Dovendo adunque parlar in favor mio, & di Melitta un Avocato, il qual era di non picciola riputatione, essendo ragunato il Consiglio, prese occasione di parlar prima un’altro Avocato nominato Sopatro, che favoriva Thersandro, & disse. Per certo Nicostrato (che tale nome haveva il mio Avocato) il primo luogo di parlar contra questi adulteri toca a me: il secondo sara tuo, & veramente le cose che ha dette Thersandro, erano dirizza te solamente conntra il Sacerdote, picciola parte toccando di quanto dovea toccar di questo reo. Quando adunque io harò mostato, che costvi è degno di due mort; allora havrai il tuo tempo di contradire alle ragioni. Havendo queste cose detto e mentito, sfacci_amente seguitò dicendo, Noi habbiamo udite le comice, & mordaci parole del Sacerdote, rispondendo in tutto con dishonesta, & isfacciatamente alle obbiettioni fattegli da Thersandro, e prese il principio contra Thersandro da quelle cose ch’egli contra di lui haveva detto ma Thersandro non ha punto mentito in tutto quello, che disse contra di costvi: percioche egli ha sciolto questo reo & ha albergata in casa sua la meretrice, & ha conosiuto l’adultero, e con lui dimorato e quelle cose, ch’egli sfacciatamente ha detto biasimando la vita di Thersandro, son tutte calunie. Ma se cosa alcuna è, che sia convenevole al Sacerdote (percioche io voglio usar le sue parole contra di lui) è il non far con la sua lingua ingiuria ad alcuna persona. Mi son ben sopra modo maravigliato di quelle cose, che egli dopo le facetie ci laciance, apertamente senza oscurità alcuna ha detto, lamentandosi gravemente che noi havendo preso questo adultero, l’habbiamo messo in prigione, et che gran cosa egli ha potuto acquistar con tanto studio? ma si può ben per coniettura comprendere il vero, egli ha veduto il volto di questi lasciui, & dell’adultero, e della meretrice. ella è giovane & bella, & questo giovane è bello, & non è anchora dispiacevole da vedere, ma anchora è buono per i piaceri del Sacerdote. Qual di loro piu ti diletta? con qual di loro hai preso maggior piacere? percioche tutti mangiate, e dormire insieme, & la notte niuno è stato a vedervi io dubito che’l tempio di Diana l’habbiate fatto diventar di Venere. ma se volemo considerare il sacerdotei, veramente non bisogneria, che tu have si questo honore La vita di Thersandro la sanno tutti, & dalle prima età la sua continenza accompagnata con la modestia è manifista, & è _oto a ciascuno, che essendo egli pervenato alla et a virile, secondo l’ordine delle leggi prese mogliera benche in ciò del suo giu ticio rimanesse in gannato conciosia ch’egli non la trovasse qual hebbe speranza che fusse, prestando fede alla nobile schtata & all ricchezza di lei. Et è cosa credibile, ch’ella per il passato habbia con qualch’un’altro commesso tal enrore. ma cio era ascoso a questè huomo da bene. Il fine poi della cosa discoperse tutta la vergogva, e diventrò del tutto sfacciata Percioche’essendo il marito andato in paesi lontani, istimò che tal tempo fusse opportuno a commetter l’adulterio, e pigliato ardimento si pose ad amar questo giovane Cinedo, percioche questa è maggior sua infelicità, ch’ella ha un’inamorato tale, che fra li donne serve per huomo, e tra gli huomini serve per donna, Et e stata tanto ardita, che senza timore alcuno non le bastato liberamente, in Città forestiera, consaputa di tutti commetter adulterio con esso lui, ma l’ha condotto qua, essendosi con lui giaciuta per tanto spatio di mare, benche in nave veggendo tutti, ha seco preso amoroso piacere. O adulterio comune alla terra, & al mare. o adulterio che ti estendi dall’Egitto insino nell’Ionia, vi sono delle altre donne che comettono adulterio, ma una sola volta e se alla seconda casceno nel medesimo errore, cercano di farlo di nascoso, & tenerlo celato a tutti. ma costei non solamente con la tromba, ma co’l banditore ha fatto paelse il suo adulterio, tutta la Città di Epheso conosce l’adultero. & ella non ha havuto vergogna di portar questo carico, & preciosa merce da paesi forastieri, ma havendo comprato questo adultero se n’è ritornata Ma ella mi risponderà, io mi pensava che mio marito fusse morto s’egli è morto; rimane assoluta. percioche non commette adulterio, ne fa ingiuria al matrimonio colei che non ha marito, & se il matrimonio non si toglie via, perche vive il marito, se ben la mogliera e stata corrotta, ma si commette furto; cosi non vivendo, non è l’adulterio, & vivendo s’intende che l’adulterio vi sia. Mentre ancora Sostrato parlava; Thersandro interrompendolo disse Non bisogna (percioche io propongo due conditioni una a Melitta, & l’altra a costei, che par che sia figlivola di questo huomo, che è venuto a supplicar l’oracolo) non bisogna dico piu far essaminar niuno, come prima haveva detto. ella ragionenolmente è mia sarva. LEGGI. Thersandro propone queste conditioni a Melitta, & a Leucippe (percioche ho inteso che cosi si chiama questa meretrice) a Melitta; che se per tutto quel tempo, ch’io sono stato, lontano non ha commesso adulterio con questo forestiere, entrando nel fonte della sacra Styge, & giurando, sia liberata da quest’accusa: A quest’altra poi, che s’ella è maritata, & libera; che debbia servire al padrone, non essendo lecito, che altri che le serve entri nel tempio di Diana, & se dice di esser vergine, sia rinchiusa nella spelonca della Syringa. Noi adunque subitamente pigliammo la condizione: percioche ben sapevamo che era vergine. Melitta corfidandosi, che tutto quel tempo, che Thersandro era stato absente, io non le haveva compiaciuto d’altro che di parole; & io ancora, disse, mi contento di questa condizione: et oltra di ciò, questa, ch’è cosa grandissima ma, vi aggiungo di piu, che io questo tempo del tutto non conosco ne forestiero ne cittadino, che meco habbia commesso adulterio, ma se si trovera, che in m’abbia falsamente accusata; che pena hai tu da patire? quella che parrà ai giudici, rispose egli. In queste si levarono i giudici havendo deliberato che’l giorno seguente si venisse alle prove della condizioni. la cosa dell’acqua Stygia stà di questa maniera. Era una bellissima vergine chiamata Rhodope, la qual si dilettava d’andare alla caccia, nel correr veloce, et nel lanciare il dardo molto destra ella n’andava con la benda in testa, et con la gonna saccinta, et raccotla insino al e ginocchia, et a guisa di huomo portava la chioma. Diana la vidde. la lodò grandemente, la chiamo a se, e la messe nel numero delle sue ninfe, et fecela si acomiagna di caccia, alla quale spesso volte andatano insieme, & fra loro la cacciogione era comune. anzi giorò di sempre mai stare appresso di Diana, et fuggir la dimestichezza de gli huomini, ne sopportar mai l’oltraggio, che suol far Venere. Il adepe fece tal giuramento, & Venere l’intese, & prosene sdegno, et volse far vendetta contra di questa giovane della superbia ch’ella havea. Era un giovane di Epheso si bello fra giovani, come fra le donzelle era Rhodope. egli era chiamato Euthynico, & dilettavasi di andare a caccia, come anco Rhodope et similmente havea egli in odio le cose Veneree, se ne venne adunque Venere a loro, et le fere che essi cacciavano, le ridusse a un medesimo luogo, & già si erano approssimati l’un l’altro. & all’hora non vi si trovava Diana, & Venere postasi avanti al figliolo disse. Figlivolo tu vedi questa coppia, che non ha provato mai gli amorosi piaceri, et è nimica de i nostri secreti. e la giovane ha giurato audacemente contra di me. tu vedi che amendue seguitano una cerva. comincia anco tu la caccia, & primamente della temeraria faniculla, e ad ogni modo la tua saetta arriverà diritta alsegno. In questo dire amendue tendono l’arco, la donzella nella cerva, & cupido nella donzella: et amendue giunsero co i lor colpi al segno. e la cacciatrice dopo la caccia restò presa, e la cerva ferita di saetta nella spalla, & la donzella nel cuore, la ferita era lo amar Euthynico, il quale con l’altra saetta fu percosso, & amendue si guardavono tenendo fissi gli occhi l’uno nel viso dell’altro, ne gli potevano volgere altrove, & a poco a poco le lor piaghe s’infiammavano. & Amore gli condasse nella spelonca, dove hora è la fonte, & quivi ruppero il giuramento. Diana vedendo rider Venere; comprese il fatto, & cangiò la fanciulla in fonte, dove ella havea sciolta la sua verginità. Per questa cagione quando alcuna è incolpata d’impudicitia, discendendo nella fonte si lauit la cui acqua è tanto bassa; che arriva solamente a meza gamba. Il giudizio si fa di questa maniera; Scrivesi il giuramento in una tavoletta, & legassese intorno al collo. & se’l giuramento è vero; l’acqua staferma nel suo solito stato: ma s’egli è falzo; s’innalza insino al collo, si che cuopre la tavoletta Havendo noi parlato di queste cose, & essendo già sopravvenuta la notte; ciaschuno separatamente se n’ando a dormire. Il giorno seguente concorreva tutto il popolo, inanzi al quale ne veniva Thersandro con faccia allegra, & ridendo guardava verso di noi. Leucippe era vestita di vestimento sacro, che arrivava insino a piedi, sottile, nel mezo cinta, & aveva la testa coperta di purpurea benda, ma co piedi nudi. & con molta honestà & modestia entrò nella spelonca. Io havendola veduta di questa maniera, cominciai a tremar, dicendo dentro di me stesso queste parole, Carissima Leucippe io credo che tu si vergine, ma ben temo lo Dio Pan, il quale è amatore delle vergini, & ho gran tema, che tu ancora non diventi un’altra Syringa. ma ella fuggina Pan, che la siguitava, per campagne, & per luoghi larghi: ma te noi habbiamo rinchiusa dentro le parte a guisa di coloro, che vengono assediati, accioche se egli ti seguita tu non possa fuggire. Ma tu Pan Signore sijci favorevole, e non: trapassar la legge di questo luogo, percioche noi l’havemo osservate, torna di nuovo vergine a noi Leucippe. tali sono i tuoi patti con Diana. non ingannar le vergine. Mentre che io dentro di me stesso cosi parlava; fu sentito una soavissi na harmonia. et dicevano che già non fu mai udita la piu soave, & subitamente vedemmo aprirsi le porte della spelonca. poi che Leucippe fu uscita fuori, tutto il popolo con liete voci ne mostrava grandissima allegrezza, & diceva villania a Thersandro; qual fusse allhora il mio contento no’l potrei esprimer con parole. Havendo noi ottenuta questa bellissima vittoria; ci diparti n_no, & andammo alla seconda prova, all’acqua Stygia. & ogniuno era apparecchiato. quivi Melitta si haveva legata la tavoletta al collo. la fonte passava per mezo di lei, & a lei venne molto bassa, & ella ne stette con volto allegro. et l’acqua quale era, tal se ne stava nel suo luogo, ne pur un minimo punto trapassò della sua solita misura, Poscia che fu passato quello spatio di tempo, che era determinato, che si dimorasse nella fonte, il Presidente presola per la mano la trasse fuori dell’acqua. Thersandro vedendosi vinto nelle due contese, & conoscendo di dover perder anco la terza, partendosi se n’andò correndo a casa, temendo di esser lapidato dal popolo. percioche quattro giovani, de i quali due erano parenti di Melitta, & due erano servi, da lei mandati a cercarlo, menavano Sosthene. Thersandro conoscendo che, se egli era esaminato, manifesterebbe il fatto; attesa la opportunità di fuggir sono, venuto la notte uscì della città. I giudici essendo fuggito Thersandro, commandarono che Sosthene fusse messo in prigione, & noi allhora havendo già ottenuta la vittoria; fummo del tutto liberati & lodati da ciascheduno. Il giorno seguente quei che havevano questa prova, menarono Sosthene avanti a i giudici. egli vedendosi monato al tormento, fece chiaramente ogni cosa manifesta, & tutto quel che Thersandro haveva fatto, & quello in che egli l’haveva servito: ne lascio di dire quel che tra loro havevano ragionato di Leucippe dinanzi all’uscio della casetta, dove ella stava rinchiusa, onde egli di nuovo fu rimentato in prigione a fine di volero punire. Thersandro essendo absento; lo condennarono all’esdio. Noi il sacerdote nel modo che prima haveva fatto, di nuovo ricevette, & cercando raccontavamo quel che il primo giorno havevamo lasciato di dire della nostre adversità. Leucippe, come quella che già non haveva piu vergogna del padre, essendo, stata chiaramente conosciuta per vergine; racontava i suoi accidenti con gran dilettatione. Ma essendo ella venuta a dir del Pharo & de i corsali, io le dissi; Perche non ci racconti la historia de’corsali del Pharo, & quella si intrigata novella di colei, a cui fu tagliata la testa, accioche anco tuo padre la sappia? percioche di tutta la cosa questa sola resta da esser udita. I corsali (disse ella) havendo ingannato una suenturata donna di queste che per prezzo fanno copia di se stesse, fingendo di volerla dar per mogliera a d’un padron di nave, in nave la condussero, & quivi la tennero, non sapendo ella in vero a che fine era menata, & separatamente si congiunso con uno de corsali. il qual veramente altrò non le era, che innamorato: poi che hebbero rapito me, si come tu vedesti, mi posero in barca, & co remi facendola volare, se ne fuggirno. ma vedendosi vicino il legno, che gli seguitava: pigliando l’ornamento & le veste della misera donna, ne vestirono me, & della mia lei. & ponendola sopra le poppe della nave, d’onde voi, che ne perseguitavate, la potevate vedere; le tagliorono la testa, & il corpo, come tu vedesti, gittarono in mare. la testa allhora si come ella cadette; cosi la ritennero in nave. ma poco dopo d’indi togliendola, similmente la gittorno via, quando viddero di non esser piu perseguitati: io non so già se essi l’havevano apparecchiata per questa cagione, o pur con deliberatione di vederla, si come poi vendettero me, certo è, che l’uccisero in scambio di me per ingannar coloro che gli perseguitavano, pensando di trar piu guadagno del vender me, che non haverian fatto di lei. la qual cosa fu cagione ch’io viddi Cherea pagar le debite pene, il qual diede consiglio, che in scambio di me fusse uccisa colei, & gittata via. ma il resto della moltitudine de’ corsali dicevano di non voler lasciarmi a lui solo. percioche egli per lo passato haveva havuta un’altra giovane, la quale havrebbe dato loro occasione di molto guadagno. & che era convenevole ch’io fussi venduta in vece della morta, & ch’io fussi comune a tutti piu tosto, che a lui solo, ma poi che egli all’incontro rispose dicendo le sue ragioni, cioè producendo in suo favore _ patti, che erano tra loro, che egli non m’haveva rapita accioche essi l’havessero da vedere, ma a fin di tenerla per sua innamorata. & disse anche parole molto piu superbe, allhora uno di quei corsali, che egli stava dopo le spalle, facendo opera degna, gli taglio la testa. havendo adunque portate le meritate pene della rapina, fu anch’egli gittato in mare. I corsali, havendo già navigato tre giorni mi condussero non so in qual luogo, & mi venderono al lor solito meroatante, il quale mi vendette poi a Sosthene. Allhora Sostrato mosse a dir queste parole: Poi che voi, figlivoli carissimi, havete raconntati i casi vostri, horsu ascoltate da me quel che a casa è avvenuto di Calligone tua sorella Clitophonte, accioche anco a me tocchi la mia parte del ragionare. Quando io sentij nominar mia sorella; mi voltai ad ascoltare con tutto l’animo, & dissi, padre dimmi solamente se di lei che sia viva, hai da ragionare? Egli cominciò a raccontar tutte quelle cose che di sopra da me furono dette, cioè di Callisthene, dell’oracolo, della pompa de i sacrificij, della barchetta; della rapina. dipoi vi aggiunse, che havendo Callisthene, mentre navigavano, conosciuto ch’ella non era mia figliola: tutto gli avvenne contrario al suo pensiero. nondimeno egli amava grandemenie Calligone, & postosele innanzi inginocchioni, le disse, Padrona non istimar che io sia. qualche corsale, & huomo iscelerato. io son nobile, & la mia patria è Bizantio, nella quale non sono ad alcun’altro secondo. Amor m’indusse a seguire il costume de i corsali, & a porti cotali insidie. da quest’hora innanzi adunque reputa ch’io sia tuo serva & in dote ti dono me medesimo, di poi tanto de i miei beni, quanti non ti havria dato tuo padre, & ti conservero vergine in sin che ti sarà di piacere. Havendo dette queste parole, & anco della altre molto piu atte a persuadeze, indusse la fanciulla ad esser sua. percioche egli era & di bello aspetto, & di parlare eloquente, & attissimo a persuadere. Poi che fu ritornato a Bizantio, havendole fatto il contratto di grandissima dote, & appareccoiate altre cose pretiose, & vestimenti, & oro, & tutto cio che si conviene per ornamento di nobil donna; si come le havea promesso, la lascio intatta, tal quale egli l’haveva tolta fanciulla. Esso poi in ogni cosi si mostrava honesto & gentilissimo, benigne, & prudente. & era degna di maraviglia questa subita mutation di vita da quella che tenne da giovane. percioche, egli dava luogo, & honorava i vecchi, & procurava d’esser egli primo a salutar quegli ch’incontrava, & quella suntuositá mostrata senza giudicio, & differentia alcuna, della prodigalità di prima mutandola in prudente liberalità servava la cortesia verso di quelli, che per povertà n’havevano di bisogno. onde tutti si maravigliavano come in un subito di si cattivo, si buono egli fusse divenuto. Ma veramente amava, & riveriva sopra tutti gli altri, & io allo’ncontro amava lui supremamente. & la sua passata prodigalità istimai esser maravigliosa magnificenza di natura, non vitto d’incontinenza. & mi venne alla memoria la cosa di Thimitocle: percioche anch’egli nella prima etá essendo paruto esser giovane fuor di misura dato alle lascivie; avanzò poi di sapienza tutti gli Atheniensi, onde io mi pentiva di haverlo. rifiutato, quando mi dimando per moglier a mia figliola. percioche egli mi chiamava padre, & armito mi faceva compagnia in piazza. Oltra di ciò si dilettava dell’esercitio della guerra, & molto valorosamente si diportava nel mestier della cavalleria: & in quel tempo che egli viveva lasciuamente, si dilettava di tener & di maneggiar cavalli, ma piu tosto per dilicatezza & per pompa: & nondimeno in lui nascosamente cresceva l’animo virile, con l’esperienza insieme. & finalmente cio gli fu cagione di mostrarsi valoroso, & in varij modi farsi illastre nelle cose della guerra. oltra di questo ne i bisogni della Repubblica diede assaibuona quantità di daneri, & meco insieme fu oreato Condottiere. onde egli maggiormente ni amava, & in ogni cosa mi si mostrava inferiore & ubbidiente. ma poi che per miracolo de gl’Iddij, che ci apparvero, havemmo ottenuta la vittoria, ritornati a Bizantio, fu deliberato che io venissi in questa sta città a render gratie a Diana & egli andasse a Tyro per ringratiar Hercole. ma prima Callisthene prendendo mi per la mano, mi raccontò quel che egli haveva fatto per Calligone, dicendo, Padre, della cose che io feci già, l’impeto della natura della giovanezza ne fu cagione, ma quel che ho fatto poi, è stato per elettione & per giudizio, percioche fin a quest’hora la fanciulla io l’ho serbata vergine, & ciò ho fatto nel tempo della guerra, nel quale niuno è che lasci andar ne differir i piaceri. Hora ho io deliberato di condurla in Tyro a: suo padre, & da lui secondo la legge prenderla per moglie.: se egli sarà contento di darlami, io con buona ventura la prenderò: se sarà difficile & ritroso: ripiglisi la sua fanciulla ancora vergine. io veramente dandosi non piccola dote, volentieri la prenderei per moglie. Leggerotti il contratto ch’io feci innanzi la guerra, desiderando che la fanciulla fusse maritata a Callisthene, narrando la sua stirpe, la nobilità, & il valore nelle armi, & questo è il nostro patto, ma io, se vinceremo questa lite: ho deliberata di navigar prima in Bizantio, di poi a Tyro. & havendo noi finiti i nostri ragionamenti ciascuno dove era costumato, n’ando a dormire. Il giorno seguente Clinia venendoci a trovare, ne disse come Thersandro la notte era fuggito, ne si era egli appellato per proseguir la lite, ma per voler con tal maniera impedir di non esser discoperto delle cose ch’egli haveva fatte. Noi havendo aspettato tre giorni dopo (che tanti erano il termine prescritto della citatione) andammo avanti al Presidente, & recitato le leggi, per le quali si dichiarava, che Thersandro non haveva attione alcuna contra di noi montati in nave, havendo prospero vento arrivammo a Bizantio, & quivi fatte le nozze magnificamente, con andamo a Tyro, dove essendo dopo due giorni arrivato Callisthene, trovammo mio padre, che apparecchiava di far sacrificio il giorno seguente per la nozze di mia sorella. Andammo adunque a far sacrificio insieme con lui, pregando li Dei che con buona fortuna conservassero il matrimonio mio, & di Callisthene, & deliberammo passato il verno, di ritornare a Bizanto.

IL FINE

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ACCHILLE TAZIO ALESSANDRINO. Dell'Amore di Clitofonte, e Leucippe. Tradotto di lingua Greca in Toscana dal Sig. Francesco Angelo Coccio. Nuovamente Ristampato, Con licentia de Superiori, & Privilegio. IN FIORENZA, Appresso i Giunti. M.DC. XVII. Tatius, Achilles Florence Giunti 1617.

This TEI edition is part of a project to create accurate, machine-readable versions of books known to have been in the library of Galileo Galilei (1563-1642).

This work was chosen to maintain a balance in the corpus of works by Galileo, his opponents, and authors not usually studied in the history of science.

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ACCHILLE TAZIO ALESSANDRINO. Dell'Amore di Clitofonte, e Leucippe. Tradotto di lingua Greca in Toscana dal Sig. Francesco Angelo Coccio. Nuovamente Ristampato, Con licentia de Superiori, & Privilegio. IN FIORENZA, Appresso i Giunti. M.DC. XVII. ALLI BENIGNI LETTORI.

IN tutte le azzioni humane quasi di necessità convien che succedano de gli errori : ma dove piu facilmente, in più diversi modi, e piu ne possano accadere , che si avvengaro nello stampare i libri, non ne so immaginare alcuna. E parmi la impresa della correzzion di essi veramente poterla assimigliare al fatto di Hercole intorno all’Hydra de i cinquanta capi i perciocche si come quando egli col suo ardire, e forze le tagliava una testa , ne rinascevano due; cosi parimer te mentre co’l sapere, e con la diligenza, si emenda un’errore; le piu volte s'imbatte, che ne germogliano non pui due; na a anco tre, e quattro, spesse fiate ci maggior importarza, che i on era il primo. Et a voler raccontare in che modo ciò possa in trauvenire; si richiedetia molto piu lungo discorso, che si convenga a questo luego . hora è a bastanza che coloro, i quali in qualche parte n’hanno fatto la prova, molto bene intendono il mio parlate .& quante fiate avviene, che si commettono errori non in una parola ponendovi una lettera per un’altra, non in levarla dal suo proprio luogo, & traportarla altrove ; ma anchora, il che è gravissimo fallo, nel lasciar fuori le sentenze intere. onde a buona fortuna puo riputarsi colvi, che trouerà le fue opere meno incorrette, che corrette del tutto. non sia alcuno, che per molta diligenza, che vi ponga, se lo possa in alcun modo promettere. Io veramente posso affermare, che con tutta quella diligente cura che vi ho posta , non ho potuto assicurarmi, si che in' quest'opera non siano corsi quegli errori, i quali in parte sono proprij della negligenza di coloro, che sostengono un cotal carico; & in parte di varij accidenti, che sopravvengono continuamente nello stampare. Non voglio dir di quei, che traducendo posso hauer commessi per mio poco sapere, o perche anco tradussi con l’aiuto solamente d’un’essemplare, il quale peravventura non era si ben corretto, che del tutto io me ne sia potuto star sicuro. Voi, se leggendo troverrete di quei, che stampando sono avvenuti ; secondo il vostro buono, e discreto giudizio gli potrete facilmente emendare: que sti veramente, che per colpa del mio debile intelletto saran nati da me, a me come di natura atto a poter errate, per cortes a del vostro animo benignamente perdonerete .

DI ACCHILIE TAZIO, Alessandrino dell’amor di Leucippe, & Clitophonte. LIBRO PRIMO.

SINDONE città posta apresso la marina, il mare è degli Assirij la città è la principale de i Phenici, & dal suo popolo di scesero i Thebani . ha due porti di seno larghissimi. i quali tranquillamente, & a poco a poco serrano dentro l'acqua del mare: percioche dove il seno dal lato della destra parte è cavo, è stata cavata la seconda bocca , & di nuovo l’acqua corre dentro, & fassi un’altro porto del porto, di maniera che in questo il verno, & in quello la state le navi possono in bonaccia dimorar sicure. Essendo io venuto in questo luogo . spinto dalla gran fortuna, per gratia di havermi condotto a salvamento faceva sacrificio alla Dea da gli Phenici adorata . i Sidonij la chiamano Astarte. Andato adunquee per vedere il resto della citta, & riguardando i doni offerti a i Dei, mi venne veduta quivi appiccata una tavola, nella quale insiemomente, & terra, & mare era dipinto. La pittura era di Europa , il mare de Phenici, la terra di Sidone. nella terra era un prato, & una brigata di fanciulle , nel mare era un toro, che'notaua, sopra i cui homeri sede va una bella giovane, che co’I toro navigava verso Candia. il prato era adorno di molta copia di fiori: fra i quali era mescolato una moltitudine, & ordinata schiera di alberi & di piante. gli alberi erano spessi ,& spesse le frondi, rami congiungevano le frondi, & le frondi congiugendosi facevano tetto a i fiori. haveva l’artefice dipinta sotto le frondi l'ombra: et i raggi del Sole a poco a poco sparsamente a baffo trapassavano nel prato tanto, quanto il pittore haveva aperto, dove si congiungevano le chiome de gli alberi i haveva dipinto un circuito di mura, colquale circondava tutto il prato. sotto le frondi delle piante in altuni quadri di terra erano con bell’ordine, & pari distanzo, i Narcisi, le Rose, e i Mirtí. l’acqua discorreva nel mezzo del prato della dipintura, parte sorgendo di sotto terra, & parte spargendo si tra i fiori, e trà le piante. Eravi dipinto un giardiniero, il quale tenendo una zappa in mano, & chinatosi intorno a un solco appriva la strada al corso dell’ acqua. Nella estremità del prato, dove la terra arrivava al mare, l’artefice haveva di pinte alcune donzelle, il cui sembiante mostrava et le titia & timore, & havevano la testa cinta di ghirlande & le chiome sparse sopra gli omeri, & le gambe tutte nude & discoperte, si la parte di sopra, che è tenuta ascosa dalla vesta; si anco la parte da basso, che suol esser coperta dale scarpe: percioche con la cintura si haveano alzate le vesti insino al ginocchio. pallide nel volto, le guancie ristrette, gliocchi volti verso il mare, la bocca alquanto aperta, quasi per la pavra dovessero mandar fuori la voce, le mani estendevano quasi verso il toro. entravano nella estremità del mare tanto avanti, quanto l’onda avanzava un poco sopra la parte dinanzi del piede. parevo che volessero correre al toro, ma per rispetto del mare temerssero di procedure pià avanti, il color dell’acqua marina era di due sorti: dalla parte verso terra era alquanto rosseggiante, & azzurro, & in quelle verso il pelago vi era dipinta la spuma, i scogli, & le onde i scogli erano elevati sopra la terra. la spuma faceve d’ogn’intorno biancheggiar gli scogli. le onde gonfiate s’inalzavano, & poi rotte intorno a i scogli si risolvevano inspuma. Nel mezzo del mare era dipinto il toro portato dalle onde, & dove la sua gamba piegata s’inalzava; l’onde ascendeve in alto a guise di montagna. sopra gli omeri fuoi sedeva la giovane, non come huomo siede a cavallo, ma in lato havendo nella destra parte accomandati ambedue i piedi, con la sinistra mano tenendo il corno, nella guisa che il cavalcatore suol regger il freno. & in vero che in toro, quasi co’l freno fosse governato, era rivolto più in quella parte, che dalla mano era tirata. Il busto del corpo della giovane insino alle parti vergogniose era coperto di una bianchissima camicia. da indi le parti inferiori del corpo da una veste di porpora erano ricoperte, le fattezze delle quali sopra la detta veste apparivano: l’ombelico profondo, il ventre disteso, i fianchi ristretti, & quel ristretto pervenuto in acutezza si allargava. Le mammelle erano dal petto alquanto rilevate, & la sopraposta cintola stringeva insieme le mammelle, & la comicia, la quale era specchio del suo corpo. le mani ambedue erano distese, l’una al corno, e l’altra alla coda: & da ogni lato con amdedue tenevan sospeso il velo sopra la testa, sparso intorno ogli homeri, & il seno del velo gonfiandosi per tutto si allargava, & questo avveniva per il vento fattovi dal dipintore. Ella sedeva sopra il toro a guisa di nave solcante il mare, quasi usando il suo velo in vece di vela. intorno al toro saltavano i Delphini, scherzavano gli amori, & si potria dire, che vi fussero anco dipinti i lor movimenti. Amore picciolo fanciullo tirava il toro, haveva le ali tese, da lato gli pendeva la pharetra, teneva il fuoco, & era rivolto quasi verso Giove, & rideva, quasi schernendolo; che per sua cagione era divenuto toro. Io veramente lodava tutte le cose della dipintura, & sopra tutto, come innamorato, più curiosamente riguardava Amore, che conduceva il toro, & mecolistesso diceva, Come un faciullino signoreggia il Cielo, il mare, & la terra. Mentre io cosi parlava, un giovanetto, il quale si trovava esser quivi presente, disse, Vi potrei ben render io ragione di queste cose, che per amore infiniti affanni, & ingiurie ho sopportate. Allora diss’io, cortese giovane, dimmi che hai tu patito? percioche mi par vedere nel iuo aspetto, che tu non sei rozzo delle cose d’Amore. Tu fai destare disse egli, una moltitudine di pungenti parole. percioche i miei accidenti sono simili alle favole (cioé incredibli, & maravigliosi.) Non ti sia grave, soggiunscie, ti prego per Giove, & per esso, Amore, di essermi in questo modo di giovamento, ancora che siano simili alle favole. Et cosi parlando lo presi per la mano, & lo condussi in un bosehetto vicino, dove erano, & molti & ispessi Platani: & oltre a ciò vi discorrevano acqua chiara & fresca, qual suole uscire dalla neve dianzi li quefatta. & fattolo sedere in un certo seggio quivi basso in terra, et postomi ancor’io asedere appresso di lui: tempo è diss’egli, che tu mi ascolti, & questo luogo in vero e del tutto dilettevole, & degno di amorose narrationi i & cominciò a dire in questa maniera, Io per natione sono di Phenicia. la mia patria è Tiro, il nome Clitophonte, mio padre Hippia, il fratello di mio padre Sostrato, ma non però del tutto fratello, ma in quanto ambedue eran nati d’un padre medesimo. percioche la madre di Sostrato era Binzantina, & quel la di mio padre era da Trio. Sostrato adunque, percio che egli haveva hauto grande heredità di sua madre, habitò in Costantinopoli. continuamente: & mio padre haveva sempre dimorato in Tiro. Mia madre io non la conobbi, percioche essendo io bambino, ella trapassò di questa vita. si che a mio padre fu di bisogno prender un’altra moglie, della quale mi naque una sorella chiamata Calligone: & parve a nostro padre di congiugnerci in matrimonio. ma i fati, che hanno più possanza de gli huomini, mi serbarono

,, a un’altra moglie. Sogliono spesse vilte gl’Iddij a ,, gli huomini in sogno annuntiar le cose future, non ,, per difender che non vengano a patirle, percioche essi ,, non posson vincere ne ritenere il fatto; ma a fin che ,, quei i qualile hanno da patire, più leggermente le ,, sopportino. percioche i subiti & non aspettati mali ,, sopravenendo ad un tratto, spaventano & sommergo ,, no l’anima: quegli poi che innanzi che si patiscano ,,, si aspettano, & a poco a poco sono considerati, consumano

,,il vigor della passione. Poscia che io hebbi disciannove anni, & che mio padre hebbe apparecchiato per l’anno seguente di far le nozze: cominciò la: fortuna a mostrar i suoi tristi effetti. Parevami in sogno haver le parti inferiori insino all’ombelico tutte congiunte a una fanciulla e da indi insuso esser due corpistavami sopra una donna terribile & grande. ella haveva il sembiante feroce, gli occhi sanguigni, le guancie horribili, le chiome di serpenti. nella destra mano teneva una scimitarra, nella sinistra una face, & con isdegno venendo sopra di me, & alzando la cimitarra lasciava cadere il colpo nel fianco, dove erano le congiunture de i due corpi, & dividenva da me la fanciulla. Spaventato adunque mi lievo suso per pavra. questa cosa io non la dico a persona alcuna ma fra me stesso pensava di cattivi avvenimenti. In questo mezzo tempo occorre, che Sostrato, si come ho detto, fratello di mio padre, da Bizantio manda uno portando sue lettere, le quali erano di questo tenore. Sostrato al suo fratello Hippia salute. Vengano a te mia figlivola Leucippe, & Panthia mia moglie: percioche i Thraci han mosso guerra a’Binzantini, serbami queste due piu care cose ch’io habbia, insino a tanto, che si veggia il successo della guerra. Il che subito che mio padre hebbe letto si levò suso, & corse alla marina, & poco dopo ritornò, dietro di lui seguitando una gran moltitudine di servi & di serve, che Sostrato havea mandati in compagnia delle sue donne. Era nel mezzo una donna grande, & riccamente vestita. ma quando io rivolgo gli occhi verso di lei; ecco dal sinistro lato veggo una fanciulla, & il suo aspetto abbarbagliava i miei occhi. simile già ho visto alcune volte la Luna dipinta sopra’l Tauro. ella havea lo sguardo acerbo, mescolato con la dolcezza, & la chioma bionda & crespa, le ciglia negre, & cotal negrezza era pura, le guancie bianche, & quel bianco nel mezo divenina; rosso tale che simigliavala porpora, con la quale sogliono le Vonne Lidiane tinger l’avorio, la bocca era come fior di rose, quando ella comincia ad aprir le

,, labbra delle sue foglie. Subito che io la viddi; restai ,, morto. Percioche la bellezza più acutamente ferisce ,, che la saetta, & per gli occhi trapassa nell’anima

,,, essendo l’occhio la via alla ferita amoro, sa. Erano in me insiememente laude, stupore, tremore, vergogna, e prosuntione. io lodava la grandezza, mi stupina della beltà, mi tremava il cuore, guardava prosontuosamente, & mi vergognava di essere scoperto che io fussi preso d’amore, & faceva tutto il mio sforzo di rimover gli occhi dalla fanciulla, ma essi non volevano. anzi tirati d’allettamento come da una fune della bellezza, da se medesimi vi si conducevano, & finalmente vinsero. Pervenuto che esse furono alla nostra

habitatione: mio padre havendo una parte di quella separatamente assegnata loro, fece apparecchiar da cena. Venuta che fu l’hora, ci mettemmo a mangiare, a due a due distribuiti alle mense percioche mio padre cosi haveva ordinato. egli & io eravamo in quella di mezzo, le due madri nella sinistra, nella destra le fanciulle. Inteso ch’io hebbi questo bell’ordino, quasi m’appressai per abbracciare, & baciare mio padre, che a tavola havesse posto la fanciulla a l’incontro de gli occhi miei. Ma io quel che mangiassi, per Dio che non sâprei dirlo; percioche io era simile a quei che si sognano di mangiare, & essendomi colgomito appoggiato alla mensa, & inchinatomi alquanto, era con tutto il volto rivolto verso la fanciulla, & quasi furando gli sguardi mi schifava di esser veduto: è questa era la mia cena. Poi che havemmo cenato, venne un giovanetto servidore di mio padre con la lira accordata, & prima con le mani solamente giua toccando le corde, & havendo un breve suono con le dita. che sottilissimo strepito facevano, bassamenta sonato; dipoi con l’archetto cominciò a toccar le corde, & hauendo sonato alquanto, si diede poi insieme col suono a cantare. La Canzone era si come Apollo si doleva di Daphne, & persegvendola egli era vicino per prenderla, & come ella si trasformò in verde pianta, nella quale Apollo se ne fece corona. Questa cosa cotanta viè più m’infiammava l’anima: Per

,, cioche le amorose parole sono le fiamme detta concu ,, piscevza. & benche la persona conforti se medesima ,, alla pudicitia: non dimeno ella è stimolata, & mossa

,, a seguitar quel che l’altrui esemplo le dimostra, & massimamente quando l’esemplo è di persona degna:

,, percioche la vergogna che si suol hauer degli errori ,,, che si commenttono, diventa audacia per l’autorità

,, di huomo degno. io allora dentro di me stesso diceva queste parole, Vedi che anchora Apollo à innamorato, & anch’egli ama una donzella, & amando non si vergogna, ma seguita l’amata pulzella; & tu hai pavra, & ti vergogni, & fuor di proposito stai continente; sei tu da più di lui; Poi che fu sopravvenuta la notte, primamente andorono a dormir le donne, & poco dopo anchora noi vi andammo. Gli altri veramente havenvano dal ventre misurato, & istimato il piacere: & io me ne portauva il conuito ne gli occhi, & essendo ripieno de i sembianti della fanciulla. & satio del suo puro sguardo, mi partiva inebriato

,,, di Amore Venuto che fui nella camera, dove io era ,, solito di dormire; non poteva prender sonno. Et in vero ,, che naturalmente & le altre infermità, & lefer ,, te del corpo sono di notte molto più noiose, & magi ,, giormente muovono il dolore, & ci tormentano mentre ,, noi riposiamo. perchoche quando il corpo piglia ,, riposo; all’hora le piaghe attendono a dar più noia. ,, Ma le ferite dell’anima non si muovendo il corpo, dan ,, no molto maggior dolore. Percioche gli occhi & le ,, orecchie il giorno, essendo ripiene di molte curiosità;

,, diminuiscono il vigore della malattia, ritirando l’anima , dall’hauer ozio di dolersi, ma se il corpo sarà legato

,, dalla quiete, l’anima ritirata in sestesia fota è ,, combattuta dalle onde del mare. percioche all’hora ,, tutte, le cose addormentate subitamente si destano; a ,, i dolorosi le maniconie, a i pensierosi i pensieri, a ,, quei che sono in pericolo, le pavre, agli amanti l’ardore.

,, Appresso all’apparir dell’ alba appena un certo son, havendomi compassione, mi diede un poco di riposo. ma ne ancho all’hora la fanciulla si volse partir del mio animo. tutti i miei sogni adunque erano di Leucippe. con essa lei ragionava, seberzava, cenava, & l’abbracciava. io haveva maggior bene, che non hebbi di giorno; percioche la baciava, & il bacio era vero. onde poi che il servidore ni hebbe desto: gli dicea villania, & lo riprendeva della importunità, havendomi fatto perdere un cosi dolce sogno. Essendomi adunque levato suso; studiosamente me ne vo dentro nella parte della loro habitatione all presenza della fanciulla, & tenendo io un libro in mano, in quello riguardando leggeva, ma quando io giugneva alla porta abbassava gli occhi a terra: & havendo alquante volte passeggiato, & con gli sguardi havendo bevuto l’amore, apertamente me ne partì con l’anima tutta afflitta. & cositre giorni continuamente me ne stetti ardendo. Haveva io un consubrino chiamato Clinia, il quale era rimaso privo di padre & di madre, & giovane che avanzava la mia età di due anni, molto ammaestrato ne l’amore. teneva egli amicitia con un giovanetto, & era verso di lui talmente liberale; che havendo comprato un cavallo, & il giovanetto vendendolo, & lodandolo grandemente; egli subito per far gli cosa grata, glielo donò. Io adonque mi faceva beffa di lui, & del suo poco pensiero, che di continuo attendesse all’amore, & fusse servo dell’amoroso piacere. & egli ridendosi di me, & crollando le testa diceva, verrà tempo che anchor tu sarai servo. A costuime n’andai subitamente, & salutatolo, & postomi a sedere appresso di lui gli dissi, O Clinia già sono io punito delle beffe, ch’io mi faceva di te. sono anchor io fatto servo d’Amore. & egli per segno d’allegrezza percuotendo insieme ambe le mani se ne rideva, & levatosi suso mi baciò il volto, il quale dimostrava l’amorosa veglia, & dissemi, Tu sei innamorato, tu sei innamorato veramente, gli occhi tuoi lo manifestano. Mentre che egli cosi parlava; ecco Charicle (cosi era chiamato il giovanetto suo amico) che ne vien dentro tutto turbato & confuso, Io diss’egli vengo a dirti o Clinia & Clinia in un tempo insieme con lui sospirò, quasi dall’anima del giovane dispendesse la sua, & con voce tremante disse, Tu mi uccidi tacendo. che cosa ti da cagione di attristarti? con chi ti bisogna combattere? Et Charicle disse, Mio padre apparecchia di darmi moglie, & moglie una brutta giovane, accioch’io sia a doppio ma

,, le congiunto. percioche la donna, anchora che bella ,, sia; è cosa pessima: & se per mala ventura sara brutta;

,, è doppio male ma mio padre riguardando alla richezza, sistudia difar questo parentado. Io infelice son dato a i denari di lei, accioche venduto io prenda

moglie. Ilchè havendo Clinia udito, diventò pallido Confortava adunque egli il giovane a lasciare star di prender moglie, sommanmente biasimando le donne. Tuo padre, diss’egli, già ti da moglie? che in giuria gli hai tu fatto, che egli ti lega? Non sai tu le parole. che dice Giove?

Io darò loro in pena del rubato Fuoce un tal mal, del qual tutti ne l’alma Ne prenderan diletto, amando’l proprio Danno.

Questo è il piacer de mali, che è simile alla natura delle Serene, le quali con la dolcezza del canto uccidono altrui. Tu puoi conoscere la grandezza del male dall’ apparecchio istesso delle nozze, dal rimbombar de i suoni, dallo strepito delle porte, & dal portar del le faci. alcuno, che vedesse, & udisse cotal romore: di rebbe che chiunque ha da prender moglie è infelice. a me par veramente ch’egli sia mandato in battaglia. Quando tu eri ignorante della musica, potevi dir di non saper le Canzoni delle cose, che le donne han no operato, ma hora tu hai da dir altramente. Le don nedi quante tragedie hanno riempite le scene? eccoti il monile d’Eriphile, la mensa di Philomela, la calunnia di Sthenobea, l’incesto di Aerope, & lo scannamento di Progne. Se Agamennone desidera la bellezza di Chriseida, fa venir la peste nell’esercito de Greci. se Achille ama la beltà di Briseida; apparecchia a se medesimo il pianto. se Candaule hebbe moglie bella; la moglie l uccise, il fuoco delle nozze di Helena accese un’altro fuoco in Troia, le nozze della casta Penelope non furon cagione di far uccider tanti giovani, che la dimandavano? Phedra amando fece morir Hippolito, & Clitennestra non amando

,, uccise Agamennone. O malvagie donne, che hanno ,, ardimento di fare ogni cosa. Se ti amano, ti ucci dono:

,, se non ti amano ti tolgono la vita. Doveva egli Agamennone esser ucciso, la cui bellezza era celeste? che haveva gli occhi & la testa simile a Giove saettatore? & pur donna fu quella che gliela tagliò. Ma alcuno direbbe, che queste cose siano solamente nelle done belle, & all’hora la disaventura è men grave: percioche la bellezza è il conforto del male: et questo è nelle infelicità esser felice. ma se ella è brutta, si come tu di; la miseria è raddoppiata: & in qual maniera alcuno potrebbe ciò tollerare, & massimamente un giovane cose bello? Non far Charicle, io te ne prego per Dio non diventare anchora servo; & non guastar innanzi al tempo il fiore della tua giovanezza. percioche oltra le altre. il tor moglie apporta seco questa infelicità che fa divenir languido il vigore della età. Non Charicle, te ne prego, non mi ti consumare anchora, non dar acogliere; & goder cose bella rosa a un brutto agricoltore. Et Charicle soggiugnendo disse, lasciane di questo la cura alli Dei & a me percioche insino al termine della nozze vi à spazio di tempo di qualche giorno: & molte cose potriano avvenire in una notte. ce ne consiglieremo con piaagio, questo tempo, che hora mi avanza io lo voglie spendere in cavalcare percioche dapoi che tu mi donasti quel bel cavallo; io non hò goduto anchora del tuo dono, e l’esercizio del corpo mi allegerirà la malinconia dell’animo. Egli adunque se n’ando nell’ultima strada, dovendo l’ultima & la prima volta cavalcare. io rimanendo racconto a Clinia la cosa mia come era passata, come io hebbi passione, come le viddi venire, la cena, & la bellezza della fanciulla & finalmente vergognandomi di più parlare, dissi, non posso, o Clinia, sofferir l’affanno: percioche Amore con tutte le sue forze è venuto sopra di me, & perseguita il sonno de i miei occhi. tutte le mie imaginationi & pensieri si volgono verso di Leucippe: non è mai ad alcun’altro avvenuta simile infelicità: percio, che il mio male habita meco. Tu sei stolto, disse all’hora Clinia, a parlar di questa maniera, essendo tu nell’amore cosi felice. percioche non ti conviene andaralle altrui porte ne ancho pregare i ministri. la fortuna ti ha dato la donna, che tu hai da amare, & portandolati l’ha posta dentro nel tuo albergo. A un’altro amante fia a bastanza il solamente veder la custodita pulzella, & reputa grandissimo bene l’haverventura di verderla. & altri si stimano felici sopra gli altri amanti, se ottengano solamente gratia di parlar con l’amata donna. & tu la vedi sempre, & sempre la senti, & mangi & beui con essa lei. & havendo queste felicità, tu ti lamenti? & sei ingrato de i doni, che ti ha fatti Amore? Non conosci tu che cosa sia il veder l’amata donna? egli ha in se maggior piacere,

,, che l’effetto istesso percioche gli occhi scontrandosi, & con le luci ripercuotendosi, ricevono come che

,, in uno specchio le imagini de i corpi, & quella sembianza ,, che si diparte dalla bellezza, & per la via de ,, gli occhi discende nell’anima, ha una certa mistione ,, in quel dipartirsi, et è un picciolo congiungimento, et

,, nuovo legame & abbracciamento di corpi. Io veramente t’annunzio che tosto la cosa ti succederà, percioche

,, è grandissima occasione & aiuto per indurre a ,, far si amare, il praticar continuamente con l’amata. ,, l’occhio è mezzano della benivolenza l’uso della compagnia ,, è molto atto ad acquistar gratia. percioche ,, se le bestie più fiere si fanno divenir mansuete con la ,, consuetudine; molto maggiormente con la medesima ,, farassi diventar piacevole ancho la donna. oltra ,, di ciò l’amante di equale erà ha in se un certo che ,,, che tira le giovani ad amare. & similmente quel che ,, nel fior della età muove la natura, & ancho lesser ,, con sapevole di esser amato, spesse volte partorisce ,, amore. Non è pulzella niuna, che non desideri di esser ,, bella, & essendo amata, ne prende allegrezza, & loda ,, l’amante di cotal testimonianza, & se alcuno non

,, l ama anchora non si da a credere di esser bella. una cosa adunque solamente io ti voglio rammentare, che tu opri di modo, che ella si creda di esser amata da te, che subitamente t’imiterà. In che maniera, risposi io, questo tuo annunzio potrà seguire? mostrami tu il modo & prestami aiuto. percioche tu sei più antico discepolo, & gia più assuefatto nelle cose d’Amore,

che io non sono Che dico? che debbo fare? come potrei ottener l’amata giovane? che in vero io non se trovar la via. Non cercar, disse Clinia, di queste cose niente impararne da altrui: percioche questo Iddio è savio si, che da se stesso è dotto senza maestro. Si come a i bambini, ancora che dianzi sian nati, nessuno insegna a cibarsi, ma da se medisimi imparano, & conoscono la lor mensa esser posta nelle mammelle, cosi il giovane, che si ritrovava ne i primi parti d’amore, non ha bisogno di ammaestramenti al partorire. Et veramente quando vengano i dolori del parto, & che il determinato tempo della necessità soprastia, non ti smarrir punto, anchora che tu sij ne primi parti amorosi: percioche tenendo cura di te Amore; tu troverai il modo di partorire. Ma tutte le cose che sono comuni, & nelle quali non fa bisogno di attendere opportuna occasione, queste ascoltando impara. Non richieder la giovane del piacer venereo: ma cerca come

,, tu possi venire all’effetto tacitamente. Percioche ,, i giovanetti & le giovanette nel vergognarsi sono d’u ,, na medesima conditione: ma quanto al congiungimento ,, amoroso, avennga che ne habbiano desiderio: ,, non vogliono pero udire quello che fanno, riputando ,, essi la vergogna esser posta nelle parole: le donne poi ,, mature ancho delle parole pigliano dilettatione. ma ,, la donzella fa prova de gli esteriori & leggieri assalti ,, de gli amanti, et subito acconsente co i cenni: ma se ,, tu appressandoleti la ricercherai dell’amoroso piacere ,,, con simil voce le percuoterai & offenderai le orecchie, ,, et arrossiranne, et haverà in odio cotal parlare; ,, & istimerà di esser oltraggiata, & benche ella habbia ,, desiderio dicompiacerti, nondimeno ne ha vergogna: ,, percioche all’hora le pare di far la cosa con effetto; ,, quando maggiormente ne sente la prova per la dilettatione ,, delle parole. ma se un’altra fiata verrai a tentarla ,,, & l’harai disposta a condurvisi facilmente; all’hora ,, con maggior piacere si sottometterà.

Adunque, si come si fa ne i sacri misteri, tacerai molte cose: & poco a poco apprenssandotele la bacierai.

,, percioche il bacio dell’amante dato all’amata, la quale ,, habbia animo di acconsintire, è un tacito dimandare: ,, & se ella è di natura ritrosa; è un prego da farla ,, divenir humile, anchora che non venga alla promissione ,, di far la cosa. & benche spesse fiate volontariamente ,, le donne vengano a condedere il piacere amoroso; ,, nondimeno vogliono parer di esser sforzate: accioche ,, cn’l nome della necessità possano scusar la vergogna ,,, nella quale di propria volontà si sono lasciate

,, cadere. Non dubitare adunque, se ben tu vedrai ch’el la faccia resistenza: ma osserverai in che modo a ciò fare ella simuova. percioche ancora in questi casi bisogna esser prudente. & se sarà costante nel resistere; rimanti da farle violenza, percioche non è anchora persuasa. ma se vorrai ch’ella divenga piacevole; usa lasimulatione per non guastare il fatto tuo. Tu mi hai dato, dissi io, o Clinia un grandissimo aiuto, & mi do vanto di ottenerla: condimeno io temo, che la felicità non mi sia principio di mali più acerbie, & mi trasporti a più intenso amore: & se per disaventura questo male prende aumento; che farò io? torla per moglie non potrei: percioche son dato per marito a un’altra giovane. & a questo si aggiugne mio padre, che da me non ricerca se non cosa giusta, & prendo non una forestiera, ne brutta fanciulla, & non mi compra con le ricchezze. come aviene a Charicle; ma egli mi dà una sua figlivola, & di aspetto, eccettuando Leucippe, veramente bellissimo. ma hora intorno alla sua bellezza io son cieco, & tengo solamente gli occhi volti a rimirar Leucippe. Io son posto nel confine di due contrarij. l’Amore, e’l padre contendono. questi da un lato stà, seco havendo la riverente vergogna; queglo dall’altro siede tenendo le sue fiamme. come determinerò io questa lite? la necessità, & la natura combatton. padre io vorrei dar la sententia a favor tuo ma hò un’avversario più possente. egli tormenta il giudice. mi stà davanti con le saette. dice le sue ragioni co’l fuoco. padre se io non gli ubbidisco; mi arde & mi abbrucia. Noi adunque stavamo ragionando di queste cose d’Amore; & ecco subitamente ne vien correndo un giovanetto servidore di Charicle, nel cui aspetto si scorgeva l’annuntio del male: onde Clinia vedendolo, subito gridò, qualche disaventura è avenuta a Charicle. Et in quel punto che Clinia cosi parlava; il servidore diceva, è morto Charicle. al quale annuntio Clinia rimase senza voce & tramortita, da cotai parole come da saetta percosso. Il servidore sequitò di narrar dicendò, Egli montò sopra il tuo cavallo, & da principio lo spinse leggiermente, & fattolo correr due o tre volte; lo ritenne: & cosi fermato sedendovi sopra, & havendo abbandonate le redine fregava il cavallo, che sudava: & asciugando i sudori della sella; fù fatto strepito quivi dietro, & il cavallo spaventato saltò alzandosi erto in aria, & furiosamente era trasportato: percioche mordendo il freno, inarcato il collo, iscuotendo i crini, punto & messo in fura dalla pavra, volava per aria, & de i piedi quei dinanzi andavano saltando, & quei di dietro cercando di arrivar quei davanti, sequitando il cavallo si affrettavano di correre: & cavallo inalzato dal combattimento de i piedi, saltando hor altro hor basso. per la fretta de gli uni & de gli altri, a guisa di nave combattuta dalla fortuna con la schiena ondeggiava & l’infelice Charicle quasi bilanciato da queste onde, dalla sella a guisa di una palla era gittato, hor cadendo all groppa del cavallo, & hora a capo chino verso il collo, & la tempesta delle onde gravemente l’affliggeuvano: & non potendo più regger le redine, & havendo dato se stesso al vento del corso, era in mano della fortuna. Il cavallo correndo con grandissimo impeto usci della strada publica, & saltò in un bosco, & subitamente fece lacerar il misero Charicle a un’arbore, & cosi lacero quasi da una macchina avventato, è gittato fuori di sella, & da i rami dell albero gli vien guasto tutto il volto, & è da tante ferite lacerato; quante erano le punte de i rami: & le redine avvolte intorno a lui non volevano lasciare il corpo; ma lo tiravano conducendolo nella via della morte. Il cavallo impedito del cor so calpestava il corpo del misero Charicle, & dava di calci all’impedimento della sua fuga, di maniera che chiunque lo vedesse, non lo riconoscerebbe. Clinia havendo udito queste cose, percosso dalla doglia tacque per alquanto spazio: di poi quasi destatosi dal dolore, si lamentava grandemente, & affrettavasi di correre a trovar il corpo di Charicle. io le seguina consolandolo come meglio poteva. Intanto Charicle vien portato morto. il che era spettacolo miserabile & con passionevole: percioche tutto era pieno di ferite, di mode che niuno, che fusse iui presente, potè ritener le lagrime. Il padre suo con altissimi gridi cominciò il la mento dicendo: Qual it partisti da me figliuolo, & qual mi ritorni? O maladetto cavalcare. tu non mi sei morro di morte ordinaria, ne ti mostri morto di convenevole aspetto. percioche gli altri morti benche non serbino i vestigi de gli ornamenti, & la vaghezza del l’aspetto sia guasta; nondimeno ritengono la imagine, & simigliando persone, che dormano, consolano chi rimane afflitto. l’anima veramente è tolta dalla morte, & nel corpo resta la sembianza dell’huomo: ma la fortuna hà in te queste cose tutte insieme guaste. tu mi sei morto di doppia morte, & di quella del’animo, & di quella del corpo, talmente è ancho morta l’ombra della tua imagine. percioche la tua anima è fuggita, ne anco ti riconosco nel corpo. Quando, o figlivol mio, prenderai moglie? quando farò festa per le tue nozze, cavaliero, e poso? ma sposo non compiutamente, & cavalliere infelice. La sepoltura, figliuol mio, è la tua camera. le nozze è la morte. il lamento è l’bimeneo & questo pianto sono i canti delle nozze. In aspettava, figliuol mio, di accender per te altri fuochi: ma la cattiva fortuna & te & loro inseiemo hà estinti, & hatti accese facelle di mali. o maladette faci. le essequie ti sono in vece delle faci nuzziali. Queste cose cosi piangendo suo padre diceva: & dall’altra parte Clinia, & era un combattimento di lamentanze, & dell’amico & del padre. (Io diceva Clinia) ho fatto perire il mio signore. perche gli diedi io cotal dono; non haveva io una tazza di argento e con la qual e sacrificando & bevendo egli havesse con gioia goduto il mio dono? io infelice donai una bestia ferocea un giovanetto cosi mansueto & bello: & haveva io ornato quel pessimo cavallo di frontale, di pettorale, & di altri guarnimenti d’argento, & di freno dorato. Abi lasso me Charicle, io con l’oro hò adornato il tuo ucciditore. Cavallo sopra tutte le bestie crudelissimio, malvagio, ingrato, & in nessuna parte conoscitore della bellezza. Egli ti ascugava il sudore, ti prometteva darti più biada, ti lodava del correre. & tu essendo da lui lodato, l’ai ucciso? non ti allegravi tu di esser tocco da un simil giovane? cotal cavaliero non ti era di gioia & diletto? ma tu privo di ogni amore gittasti a terra la bellezza. Hai disaventurato me, io ti comprai chi ti uccidesse. Doppo l’essequie io me n’andai a trovar Leucippe, ch’era nel nostro giardino. il giardino era un boschetto, cosa che a riguardarla era a gli occhi di grandissimo conforto. era circondato il boschetto di mura sufficietemente atte, & tutti i lati della mura, i quali erano quatro, stavano coperti di un tetto sostenuto da un’ordine di colonne, di dentro vi era molta copia di alberi insieme racolte. i rami verdeggiavano, & cadevano l’uno sopra l’altro, & le vicine frondi & frutti si abbracciavano insieme, tanto erano spesse le piante, appresso alcuni abori grandi era nata l’Hedera & la Smilace, questa pendendo dal Platano, con le sotili & dilicate foglie gli faceva corona d’intorno; & quella rivolgendosi attorno al Paccio abbracciandolo faceva domestico l’arbore, il quale era sostegno all Hedera, & ella a lui era corona. Le Viti da ogni lato dell’albero portate & sostenute dalle canne con le lor frondi verdeggiavano, & i frutti havevano i vaghi fiori, & pendeano da fori delle canne & erano quasi inanellati crini dell’arbore. & le frondi che di sopra pendeano sotto’l Sole, contrastando co’l vento facevano che la terra di verdi ombre risplendeva. poscia i fiori di colori diversi a gara mostravano la lor bellezza. & la porpora della terra era il Narciso & la Rosa, il calice della Rosa & del Narciso inquanto alla forma era simile, & era quasi nappo della pianta. La Rosa intorno al calice delle partire foglie haveva il color di sangue insiememente & di latte nella inferior parte della foglia. il Narciso era del tutto simile alla parte inferior del fior della Rosa, ma non gia del calice, che haveva il colore, quale e quel del mare, quando è quieto. Nel mezzo de i fiori sorgeva

una fonte, intorno alla quale era stata fatta a mano una fossa di forma quadrata, dove potesse discorrer l’acqua, la quale era lo specchio de i fiori, di maniera che parevano due giardini: il vero l’uno; & l’altro l’ombra del vero. Gli uccelli parte domestichi, che con l’esca da gli huomini erano stati allevati, se n’andavano intorno al boschetto pascendo, & parte havendo libero il volo; nelle sommità de gli arbori scherzavano, alcuni cantando quei canti, che a gli ucelli si con vengono; & alcuni vagheggiando si l’ornamento delle lor penne. I cantori erano le cicale & rondini: quelle cantando il letto d’Iò; & queste la mensa di Tereo. i domestichi erano il Pavone, il Cigno, e’l Pappagallo. il Cigno si pasceva intorno all’acque: il Pappagallo in una gabbia appiccata a un’arbore, il Pavone tra i fiori, tirandosi dietro’le sue vaghe penne, & l’aspetto de i fiori allo incontro de i coloril de gli uccelli risplendeva: i fiori de’quali erano le penne. Volendo io adunque disponer la fanciulla all’amore; cominciai a ragionar insieme con Satiro, prendendo al Pavone l’occasione del partare. percioche Leucippe per avventura insieme con Clio passeggiava, & era si poi fermato allo incontro del Pavone, il quale per sorte allhora haveva alzata & allargata la sua bellezza, & mostrava il theatro delle sue penne. Veramente l‘uccello diss’io fa questo non senza cagione, ne senza arte: ma cio fa egli perche è innamorato; & quando vuol tirar la sua amata; all’hora egli si adorna di questa maniera. Vedete quell’uccello vicino al Platano? (& mostrava io loro il Pavone femina) a questa hora egli mostra i fiori & prato delle sue penne. Ei in vero il prato del Pavone era molto più bello, & più fiorito. percioche nelle sue penne tutte ripiene d’occhi, era nato l’oro, & intorno all’oro con ugual cerchio si raggirava la porpora. Satiro havendo compieso la mia intenzione; a fin che io potessi più largamente parlar sopra di ciò, disse, Ha egli Amore cosi gran forza; che mandi del suo fuoco insino a gli uccelli? Non pur insino a gli uccelli, rispos’io, percioche questo non è maraviglia, havendo anche egli le ali; ma anchora a gli animali serpeggianti, & alle piante, & parmi anche insino alle pietre. Ecco la calamita ama il ferro, & solamente vendendolo & toccando lo a se lo tira, come ch ella habbia dentro dirse stessa cosa che induca ad amare. & questo non è il bacio dell’amante pietra, & dell’amato ferro? Delle piante dicono i philosophi (& si diceva ciò esser favola. se non era confermato da gli agricoltori) che una pianta ama l’altra. ma che spezialmente l’amore gravemente molesta la palma: la qual dicono essere & maschio & femina. il maschio adunque ama la femmina: la quale se nell’ordine del piantare è separata; il maschio innamorato si vien seccando. l’agricoltore conosce la maninconia della pianta: & andato in parte, dove possa ben vedere; guarda dove ella accenna. (percioche si piega verso l’amata pianta) & ciò conosciuto, egli porge rimedio alla infermità dell’arbore, con pigliare un ravauscello della palma femina, & metterlo nel core del maschio: & cosi ponge ristoro & refrigerio all’anima della pianta, & il corpo morente ripiglia vigore, & lieto si releva suso nel congiuguimente della sua amata. & questo è il maritaggio del la pianta. Enni un’altro maritaggio dell’acque nel mare. l’amatore è il fiume Alpheo, & l’amata è Aretbusa fontana di Sicilia. percioche il fiume come per una pianura discorre per il mare, il quale con le salse onde non guasta il dolce amatore: concio sia che egli dividendosi dia luogo al suo corso, & cotal divisione del mare fa letto al fiame, & à questo modo conduce lo sposo Alpheo ad Arethusa, quando adunque sono venute le feste Olimpice; molti gettano nell’acque del fiume chi un dono, et chi un’altro: et egli subito il porta alla sua amata. & questi sono gli sposareschi doni del fiume. Trovasi anche ne gli animali serpeggianti un’altro secreto d’Amore, non solamente in quei che sono della medesima generazione, ma in quei che sonò di specie diversa. Egli è un serpente terrestre chiamato Vipera, il qual è stimolato & in furiato dall’amor verso la Murena, la quale è una serpe marina inquanto all figura, ma nel vero si usa per pesce quando adunque si vogliono insieme congiugnere; quello venuto al lito fischia verso il mare; facendo cenno alla Murena: la quale conoscendo il segno, esce fuori del l’onde, non però subitamente accostandosi allo sposo, percioche ella conosce, ch’egli porta la morte ne i denti; ma se ne và in qualche scoglio e stà aspettando, che lo sposo habbia purgato la bocca, stanno adunque l’un l’altro guardandosi, questi amatore in terra ferma; & quella amata nell’isola. quando l’amatore ha vomitato quello, onde nasce la pavra della sposa, & che alla vede il veleno sparso per terra; all’hora discende dello scoglio, & ismonta in terra ferma & abbraccia il suo amatore, & non ha più pavra di baciarlo. Mentre io diceva queste cose; poneva anche mente con qua le attentione la fanciulla ascoltava l’amorosa narrazione. et in vero mostrava di ascoltar non senza piacere. La risplendente bellezza del Pavone mi parena molto minore di quella dell’aspetto di Leucippe. percioche la bellezza del suo corpo contendeva con quella de i fiori del prato. il volto riluceva del color del Narsico, & mandava fuori dalle guancie quel delle rose, & la luce de gli occhi risplendeva come la viola. le chiome inanellate si avvolgevano attorno piu che non fa la edera. Tale era il prato nel viso di Leucippe: la quale poco dopo partendosi se n’andò via. percioche l’hora del sonar la Citera la chiamava. & io volsi ritrovarmivi presente: che partendosi ella , tol se via la bellezza da gli occhi miei. Io & Satiro insieme ci rallegravamo, & gloriavamo di noi stessi: io di me medesimo per la favola raccontata; & egli, per havermente dato occasione. & dopo piccolo spazio venne l’hora della cena, & di nuovo nella medesima maniera ne ponemmo a tavola.

DI ACCHILLE TAZIO, Alessandrino dell’amor di Leucippe, & Clitophonte. LIBRO SECONDO.

MANO I cosi rallegrandoci con noi stessi; caminavamo per andare alla camera della fanciulla come per udire sonare. percioche io non potea star pure un minimo punto di tempo senza veder lei. Ella primamente sonando cantò la pugna del Porco contra il Leone descritta da Homero; dipoi cantò alcuna cosa di più vagha, et piacevole materia, imperoche la canzone era in laude della Rosa, et con parole sciolte senza cantare diceva in somma cioche si conteneva nella canzone, & le parole erano tali. Se Giove havesse voluto fare un Re sopra i fiori, certamente la Rosa sopra di loro haurebbe regnato. ella è ornamento della terra, splendor delle piante, occhio de i fiori, rossezza de i prati, fiore che a guisa di folgore risplende. ella spira Amore, ella è mezana a far con seguir i placeri venerei, ella nutrisce belle, & vaghe frondi, & gioisce de i suoi rami facilmente mossi, & che ridenti verso Zephiro si mostrano. Queste tai cose cantò Leucippe, & veramente a me pareva di veder la Rosa nella sue labbra, quando huomo volesse assimigliar la circonferenza del calice dalla Rosa alla forma del corpo. & di _uou vien l’hora della cena Era all’hora la festa di Dionisio, ò vogliamo dir Baccho. la quale si faceva avanti la vendemmia. percioche i Tirij; stimavano Dionisio a simil tempo esser venuto nel lor paese, & cantano la historia di Cadmo, & reputano l’origine della festa cotal historia. Dicono il vino non esser stato appresso altre gente prima che appresso di loro, non il negro vino di Anthosmia, non quello della vite Biblina, non qual di Maro ne di Tracia, non quel dì Chio della Lacedemonia, non quel della Isola d’Icaro, ma tutii a guisa di colonie esser discesi da gli huomini di Tiro, & la prima madre de vini esser nata appresso di loro. percioche narrano, che quivi fu: un bifolco amatore & albergatore de forestieri, (qual dicono gli. Athenie si essere stato Icaro) & in questa historia che cantano mostra che costui in tutto fusse Attico. Pervenne Dionisio a questo bifolco, il quale di quel che produce la terra & il carro de buoi, gli pose davanti. & appresso di loro si beuea quello che beveano i buoi concisia che anchora non fosse ritrovato il vino. Dionisio lodò & ringratiò il bifolco della benigna accoglienza, & gli porse un nappo invitandolo a bere, & il beveraggio era il vino. Egli havendo bevuto, cominciò dal gran piacere a divenir oltra misura allegro. & dimando a Dionisio, o forestiero d’onde hai tu hauto quest’acqua purpurea? dove hai tu trovato questo sangue cosi dolce? percioche non mi par che sia quella che discorre per la terra. questo veramente discende nel petto, & porta seco un piacere, che penetra acutissimamente, & prima rallegra l’odorato che’l gusto, & nel toccarlo si sente esser freddo & disceso che egli è nel ventre, respira da basso un fuoco di piacere. A cui Dionisio rispose, questa è l’acqua d’un frutto, cio è il sangne de i grappoli. & conducendo il bifolco alla vite, & pigliando i grappoli, & premedoli, & mostrando gli la vite disse, questa è l’acqua, & questa è la fonte. Egli poi se n’ando alle altre genti, si come dicono i Tirij. & in quel giorno celebrano a quel Dio festa solenne. Mio padre adunque volendomostrar sua magnificenzia, havend ogni cosa fatto apparechiar per la cena; avenne ch’ella fu molto più sontuosa, & più magnifica, & fece poner in tavola una tazza sacrato a Bacco, dopo quella di Glavco Chio la seconda, tutta di cristallo. & intorno intorno era coronata di viti, che nasce nano dalla istessa tazza, & i grappoli per tutto pendevano d’intorno; & ciascuno di essi era acerbo finche la tazza era vota, ma mettedovi ndentro in vino a poco a poco i grappoli si facevano maturi, & negri, & l’agresta diventava vua. & fra i grappoli era scolpito Bacco per coltivar la vite. Ma seguendosi tuttavia di bere, già senza vergogna alcuna guardava

,, Leucippe. Amore, & Bacco sono due Iddij, iquali ,, usano grandissima violenza, che occupando l’anima ,, muovono altrui con furore a operare sfacciatamente ,,, quegli infiammandola col solito fuoco, & questi ,, ardendola con la occulta! fiamma del vino, il quale

,, è il nutrimento di Amore. Già la fanciulla hauevo preso ardire di guardarmi più fisamente. & questo noi facemmo per ispazio di diece giorni, & fuor che sguardi niente altro guadagnammo, ne havemmo ardimento di fare altra cosa. Io comunico il tutto a Satiro. & lo prego che mi porga aiuto mi disse che prima, che da me l’havesse inteso, egli se n’era accorto: ma haver dubitato di scoprirmi, conoscendo che io cercava di nascondere il mio amore. Conciosia

,, che chiunque ama nascosamente, se egli da alcuno è ,, discoperto, gli porta odio, come se da lui havesse ricevuto

,, grandissimo oltraggio. Ma già (disse egli) la fortuna ha proveduto a i casi nostri, percioche Clio, la quale ha cura della camera di leucippe, si è meco dimesticata, & mostra di portarmi affezzione come a suo amante, io a poco a poco la disporro a esser tale verso di noi che ci dara aiuto in questa impresa. ma oltra di questo è di bisogno, che tu facci prova della fanciulla non solamente ne gli sguardi; ma anchora in dirle qualche pungente parola, & di poi aggiugniui la seconda machina, toccale la mano, e stringele le dita e stringedole sospira. Et fe facendo tu queste cose, essa le sopporterà, & riceve il tuo amore; officio tuo è chiamarla signora & padrona, & barciarle il collo. In vero (dissi io) tu molto acconciamente mi ammaestri & indirizzi alla impresa. ma io haveva sospetto, essendo timido & pigro non esser buon soldato di Amore. Amore (disse egli) non comporta la pavra. non vedi tu il suo aspeto, com’egli ha sembianza militare? l’arco la faretre, le saette, e’l fuoco? le quai tutte cose dimostrano audacia e fortezza. Adunque havendo dentro di te un ta le Iddio, tu fei pigro & pavroso? ma guarda che tu non dica falsamente di esser innamorato. Io comincierò a indrizzarti nella via, percioche menerò via Clio quando mi parrà che sia commoda occasione, che tu possa ritrovarti solo insieme con Leucippe sola. & ciò detto se n’usci fcori della porta. Io essendomi solo rimaso, mosso dalle parole di Satiro esercitava me stesso, & mi confortava a prender ardimunto verso di leucippe, & meco diceva, insino a quanto vile che tu sei, starai come muto? perche hai tu pavra essendo soldato di si valoroso Iddio? tu aspetti che la giovane ti venga a trovare? Et appresso agiugneva, infelice te, perche non ti rauvedi? perche non ami quelle cose, che a te è convenevole di amare? tu hai in casa un’altra bella giovane, ma lei mira lei, lei ti è lecito di tor per moglie: & parevami d’hauer persuaso me stesso, ma allo incotro quasi dal profondo core Amor mio mi gridava, Ahi temerario, tu hai ardire di venir a combattere contra di me, & farmi resistenza? io volo, saetto, & infiammo, come potrai fuggire, se tu schiferai li strali, non haverai modo da guardarti dal fuoco, & se con la castità estinguerai questa fiamma; io ti prenderò con l’ali. Essendo io in questo contrasto, non mi accorsi che alla sprovista mi ritrovai esser vicino alla fanciulla, & vedendola subito m’ipallidi, & poseia divenni rosso. Ella era sola, non vi essendo Clio con essa lei, nondimeno come a huomo consuso non mi souvenendo che dirle; la salutai dicendo; Padrona mia Iddio ti conceda viver lietamente. ella dolcemente ridendo, & col riso mostrando che haveva inteso con che animo io haveva detto Padrona mia Iddio ti conceda viver lietamentte, rispose, io son tua Padrona? non dir cosi. & quale Iddio mi t’ha venduto come Hercole a Omphale? se forse tu non vuoi dir Mercurio, alqual Giove ha data il carico del vendere, et insiememente si diede a ridere. Qual Mercurio di tu? (le diss’io) & perch’entri in ciancio intendendo tu chiaramente quel ch’io dico? et essendo passato d’uno in altro ragionamento, la sorte mi diede aiuto. Per aventura il giorno passato, quasi nel mezo di Leucippe sonando la citera stavasi a cantare. io era allo incontro di lei, & Clio li sedeva allato, & mentre che io andava passeggiando; eccoti in un subito un’ape non so donde volando, punse la mano di Clio. & ella si diede a gridare. Leucippe posta giu la Citara, & levatasi suso, la premeva dove era stata punta, & insiememenue la confortava dicendole, che non pigliasse dispiacere, ch’ella le acquetarebbe il dolore incantandola con due parole, le quali da una certa donna Egittia le erano state insegnate contra le punture delle vespe & delle api, & cosi detto cominciò a far l’incantesimo. & poco dopo Clio diceva sentir si meglio. All’hora per ventura un’ape, o vespa ch’ella si fusse, mormorando mi andava attorno al volto, & io prendo occasione di usare un’astuzia, perche postami la mano al viso fingeva di esser statò punto, et di hauer grand dolore. La fanciulla appressandomisi, & tirandomi via la mano , mi dimandava dove io fussi stato punto; io le risposi la puntura esser nelle labbra; ma perche, o padrona carissima, non le m’incanti? Ella venne, & accostò la sua bocca alla mia come per acquetare il dolore, & bassamente diceva non so che parole, toccando le mie labbra appena nella somità: & io tacitamente la baciava, occultando il suo no de i baci. ella apriva & chiudeva la congiuntura della labbra col mormorìo dell’incantesimo, & i baci facevano l’incantamento. All’hora io havendola abbracciata a ertamente la baciava. Il che ve dendo ella, disse, che cosa fai? ancho tu allo’ncontro incanti me? L’incantagione diss’io, è che amo, & che cerco di medicare il mio dolore. Ella havendo inteso quel che io diceva; si diede a ridere: onde assicurato arditamente dissi, Ahime padrona carissima, che di nuovo sono ferito più gravemente; imperoche il colpo è disceso al core, il quale per rimedio ricerca il tuo incantamento: & in vero credo per fermo che tu porti le api nella bocca: percioche sei piena di dolcezza, & i tuoi baci pungono: ma ti prego incantami un’altra volta, & non finir cosi tosto l’incantamento, per non inacerbir di nuovo la ferita. & insieme con le parole l’abbracciai più strettamente, & più liberamente la baciai. ella facendo vista di ributtarmi, se lo comportava. Intanto vedendo noi da lontano venir la servente; ci separammo: io veramente contra mia voglia, & con grandissimo dispiacere: ma ella non so con qual’animo lo facesse. Io adunque andava migliorando, & era ripieno di speranza: & sentiva il dato bacio sedermi nelle labbra non altramente, che se egli havesse corpo, & come thesoro diligentemente lo serbava

,,, Che veramente il bacio è la principal dolcezza ,,, che sia da gli amanti gustata. percioche egli è partorito ,, da i più bei membri del corpo. La bocca è istrumento ,, della voce, & la voce è ombra dell’anima, & ,, le congiunture delle bocche mescolate insieme mandano

,, il piacer ne i petti & tirano le anime ne i baci, Et certamente il mio core non haveva cotal cosa gia mai prima sentito. & all’hora la prima volta imparai, che ni un piacere si puote agguagliare a quello che si prova nel bacio amoroso. Ma essendo venuta l’hora della cena; di nuovo insieme ci mettemmo a bere nel medesimo modo. Satiro dava da bere a noi & faceva una cosa che è da innamorati: egli scambiava i nappi, & porgeva il mio a Leucippe, & quel di lei a me, & mescendo ad amendue porgeva da bere. Io havendo posto mente qual parte del nappo ella bevendo toccava con le sue abbra; a quello ponendo le mie bevea, mostrando che questo fusse il bacio mandato, & poscia io baciava il nappo. Il che poi che la fanciulla hebbe veduto; conobbe che io baciava anche l’ombra delle sue labbra. Satiro dandoci di nuovo a bere, scambiava i nostri nappi: & all’hora viddi, che la fanciulla faceva il medesimo, che io haveva fatto. di che io tuteavia ne sentiva maggior allegrezza & ciò si fece tre & quatro volte, & tutto il rimanente del giorno cosi l’un dell’altro bevemmo i baci. Doppo cena Satiro vendendomi a trovare mi disse. Hora è il tempo di portarsi animosamente: percioche la madre della fanciulla, come tu sai, sentendosi male è gia sola andata a ritosarsi. La fanciulla se ne va a fare le sue naturali bisogne, prima che vada a dormire solamente, seguitata da Clio, la quale io feco ragionando la ti leve ò via. Et ciò detto deliberammo di assalire egli Clio, & io Leucippe, & cosi fu fatto, che Clio fu da lui menata via, & la fanciulla rimase nel Cortile. Io havendo osservato il tempo, che il molto splendor del lume cominciava a mancare, & essendo divenuto più ardito per lo primo assalto già vinto, & fatto poca stima della battaglia; percioche in quell’ora vi erano molte cose, che mi armavano di ardimento, il vino, l’amore, la speranza, la solitudine. io non dissi cosa alcuna, ma andai come se a ciò fare mi fusse convenuto con essa lei: & subito ch’io l’hebbi abbracciata; la baciai: & quando io tentava di faro era migliore; fu fatto un certo strepito quivi dietro di noi, & ispaventati ci levammo via: & ella da una parte se n’andò alla sua camera; & io dall’altra rimasi gravemente afflitto dalla maninconia, havendo perduto di far cosi bell’opra, & malediceva cotale strepito. Intanto Satiro mi viene incontra con lieto sembiante, di modo che mostrava che egli havesse veduto cio che noi havevamo fatto, essendo si nascoso dietro a un certo abore, fin che niuno venisse dove noi era vamo: & egli era stato, che havendo veduto venire un non so chi. haveva fatto strepito. Trapassati che farono alcuni pochi giorni; mio padre cominciò apparechiar le mie nozze più tosto, che egli non haveva deliberato: percioche i sogni gravemente lo molestavano: arevagli di celebrar le nostre nozze, & havendo già accese le facelle; essersi estinte: & quel che più lo tormentava, era che gli pareva, che ambedue noi eravamo menati via. Il giorno seguente fu fatto que sto apparecchio: egli comprò alla fanciulla quelle cose che facevano di bisogno per le nozze, una collana di varie pietre preziose, & una veste tutta di porpora, & i fregi, che nelle altre vesti sono di porpora, in questa erano di oro le pietre preziose contendevano insieme l’una con l’altra di bellezza, & di splendore. Il Diacinto fra esse era come Rosa, & l’Amethisto rosseggiava come oro: nel mezzo erano tre gioie di variato colore, che insieme erano congiunte: il piano della gioia era negro, il corpo di mezo appariva bianco nel negro, & doppo il bianco, il rimanente che era nel sommo, andava in color rosso, la gioia essendo di oro circundata, haveva simiglianza di un’occhio di oro. la veste era tinta non di color di porpora comune & vile; ma di quella sorte che i Tirij dicono essere stata ritrovata dal cane di un pastore, & della quale insino a questi tempi ne tingono il velo di Venere. Et fu già tempo, che dell’ornamento della porpora non e ne haveva notizia appresso gli huomini: una picciola conchiglia la teneva ascosa dentro di se in ritondo & occulto luogo: un pescatore, sperando che fusse un pesce, andava cercando di pigliar questa preda: ma poi che hebbe veduto la durezza della conchiglia; maledicendo cotal preda, la gittò via come superfluità & sterco del mare. Il cane trovò questa cosa trovata dal pescatore, & la ruppe con i denti, & dalla bocca del cane colava giu il sangue di cotal fiore, il quale gli tingeva il mento, & con le labbra tesseva la porpora: il pastore vedendo le labbra del cane imbrattate, & pensando che la tintura fusse una ferita, andò a lavarlo nel mare. Ma il sangue all’hora molto più lucidamente porporeggiava: & subito che lhebbe toccato con le mani; nelle mani si ritrovo haver la porpora. Finalemente conobbe la nature della Conchiglia, ch’ella haveva dentro di se la pianta di cosi vabo & bel colore. & piglianto della lana, la mise nel foro, ricercando di dentro i secreti della Conchiglia, & poscia insanguinava intorno al mento del cane. & cosi all’hora imparò la tintura della porpora. & havendo egli preso alcun sossi; rompevano d’intorno intorno il guscio, che a guisa di muro teneva dentro serrato il colore, & aperto il secreto luogo della porpora; trovò il thesoro della tintura. Mio padre adunque celebravano le primitie delle nozze: io subito che l’hebbi inteso: rimasi tutto smarrito & perduto, & cercavano ogni via & modo da poterle prolungare. Mentre io mi stava pensando; ecco in un subito si fa romore dentro della nostra casa, nella stanza dove si cenava: percioche avvenne che havendo mio padre uccise le vittime, & postole sopra gli altari un’aquila volandovi sopra, rapi il sacrificio. & benche cercassero di cacciarla; nondimeno non fecero effetto, che l’uccello non se n’andò via, se non portando la preda. Pareva adunque, che ciò non fusse buono augurio, e per questo in quel giorno fu lasciato di far le nozze. Mio padre havendo fatto chiamar gl’indo vini, & gl interpreti de’prodigij, narra loro l’augurio essi dissero, che bisognava far sacrifico a Giove hospitale, nella meza notte andando al mare, essendo l’uccello volato a quella parte. & la cosa era avvenuta cosi, che l’aquila volata verso il mare, non fu poscia mia più veduta. Io essendo seguite cotal cose, lodava supremamente l’aquila, & diceva che meritamente ella era regina di tutti gli uccelli. & non trapassò molto spazio di tempo, che seguì l’effetto annunziato dall’agurio. Et un giovane Bizantino chiamato Callisthene. privo di padre & di madre, & molto ricco, ma di utta prodiga & lasciva costui intendendo che Sostrato havea una belle figlivola, la quale egli non havea giamai veduta, desiderava haverla per moglie

,,, & erane innamorato per fama. Percioche la ,, morbidezza de i lascivi è tanto, che anchora per via ,, de gli orecchi vengano a innamorarsi, & dalle parole ,, ricevono la medesima passione, che porgono all’anima

,, gli occhi mentre sono amorosamente feriti. Egli andato a trovar Sostrato prima che fusse stato mossa la guerra a i Bizantini; gli domando la fanciulla. Sostrato havendo in odio la pessima e dissoluta vita del giovane; glie la negò. Calisthene di questo prese sdegno, & si riputava di esser poco stimato, & di ricever ingiuria da Sostrato: nondimeno egli rimaneva innamorato. & fingendosi dentro della sua mente la bellezza della fanciulla, & imaginandosi le cose che non vedeva; se ne stava tutto solo di pessimo animo, & attendeva a volersi con insidie vendicar della ingiuria fattagli da Sotrato, & di adempire il suo desiderio. Hanno i Bizantini una legge, Che se alcuno havesse rapito una donzella, & più volesse torlasi per moglie, le nozze fossero la violenza usa tale. Callisthene havendo molto ben pensato sopra di questa legge; cercava occasione di mandarla ad effetto. In tanto che si faceva la guerra, & che la fanciulla era serbata appresso di noi, egli haveva inteso ciascuna di queste cose, nondimeno si mise a farle insidie, & a ciò gli fu in aiuto questo, che i Bizantini hebbero dall’ora colo una risposta tale,

Un’isola è, che di sua gente il nome Prende la pianta, e stendesi da un lato In terra ferma nn collo stretto, & poscia Da l’altro il mare la bagna, ove Vulcano Minerva havendo si rallegra & gode; Là ti comando che tu vada tosto, Conducendo animai per offerire Ad Hercole un solenne sacrificio.

Et stando essi in dubbio qual’ Isola si dovesse intender per le parole dell’oracolo. Sostrato, il quale era Capitano della guerra. Disse, Bisogna haver cura di mandare il sacrificio a Hercole in Tiro: percioche ivi è tutto quel ch’è stato detto dal l’oracolo. l’Iddio ha detto l’Isola prender nome dalla pianta: con ciosia cosa che l’Isola sia de Phenici, & la Phenice (cioè la palma) è pianta. Di questa isola ne contendono il mare, & la terra, questa la tira a fe, & quello quinci et quin di la bagna: onde ella giace in mare, & non abbandona la terra; percioche la congiunge con la terra ferma una stretta gola, la quale è come collo dell’Isola; & non è ella fondata in mare; ma l’acqua sottentra: & il seno del mare giace sotto allo stretto, & è un nuovo & maraviglioso spettacolo, essendo città in mare, & Isola in terra. Et mentre l’oracolo dice, Vulcano haver Minerva: egli oscuramente parlando, vuo le intender l’uliva e’l fuoco: le quali due cose appresso di noi habitano insieme congiunte: imperoche un luogo sacro circondato di mura produce l’uliva di rami verdissimi, & con essa nasce il fuoco, che sparge grandissima fiamma intorno a i rami, & la cenere del fuoco coltiva & nutrisce la pianta, tal è l’amicizia del fuoco & della pianta, & cosi Minerva non fugge Vulcano. Cherphonte collega maggiore di Sostrato, percioche egli di patria era da Tiro, riputandolo & lodandolo per huomo divino, disse, Io ti narrerò una cosa bella & vera, & non ti dei maravigliare della natura del fuoco solamente; ma anche di quella dell’acqua. io ho veduto cotai secreti. E un’acqua in Sicilia, che ha in se mescolato il fuoco, & vedesi da essa saltar in alto la fiamma; ma se toccherai l’acqua? la troverai fredda come neue, & fuoco non è estinto dall’acqua, ne l’acqua è abbraciata dal fuoco. ma co’l fuoco col’acqua nel fonte se ne stà in compagnia. Similmente in Hispagna è un fiume, che vedendolo nulla più altro che fiume lo stimerai, ma volenda sentir l’acqua sonare; fermati al quanto, attentamente porgendo le orecchie: percioche per picciol vento che percuota sopra i rivolgimenti dell’acqua; ella rende suono some corda di stormento: & il vento è il plettro dell’acqua; & il corso di lei suona come una citara. E anche vua palude in Africa simile a quella d’India: & le vergini Affricane hanno il secreto di conoscer quando l’acqua sia ricca, la qual serba la richezza nel fondo me scolata nel fango, & quivi è il fonte dell’oro. Mettono adunque nell’acqua una pertica impeciata, & aprono i ritegni del fiume. La pertica è all’oro come al pesce l’amo, percioche ella il pesca, & la pece è l’esca della preda: che tutto quel seme di oro ‘ che s’imbatterà in essa. si attacca solamente, e la pece poi tira interre la predo: di questa maniera nel fiume d’Africa si posca l’oro. Havendo Clitophonte narrate queste cose; di consentimento di tutta la città fece inviar le vittime verso Tiro. Callisthene finge di esser un di quei che hanno ad hauer cura del sacrificio: & essendo in picciolo spazio di tempo giunto a Tiro, havendo imparato la casa di mio padre: pose insidie alle donne: le quali, essendo il sacrificio molto magnifico e suntuoso; era no uscite a vederlo. Era una gran pompa di vittime un lungo orine di huomini, profumi di cassia, d’Incenso di Croco, fiori di nerciso, di Rose. e di Mirthi: gli odori de’fiori contendeaano con quei de’profumi. Il vento trascorrendo per l’acre mescolava la soavità de gli odori talmente, che era venuto pieno di dilettatione. Le vittime erano molte & varie, & fra loro le più eccellenti erano i buoi del Nilo: percioche il bue di Egitto non solamente di grandezza; ma anche di colore avanza gli altri: in quanto alla grandezza, egli è in tutto grande. Ha il collo grosso, le spalle larghe, il ventre grande, & le corna le ha non basse: come quei di Sicilia, ne brutte come quei di Cipro, ma dalle tempie ascendendo a poco a poco da amendue i lati piegandosi, conducono le lor sommità tanto appresso, quanto sono distanti i principij delle corna, tale che hanno somiglianza della luna ritonda: il colòre egli l hà qual’Homero lodavano ne i cavalli di Thracia. Questo bue Egizzio ne va col collo elevato, quasi con questa maniera dimostrando che egli è Rede gli altri buoi. & se la favola di Europa è vera, Giove pigliò ia similitudine del toro egizzio. Avvenne adunque che all’hora Panthia madre di Leucippe si sentiva alquanto mal disposta. & Leucippe fingendo di esser ammalata, rimase a casa: percioche noi havevamo posto ordine di ritrovarci insieme. Callisthene non havendo mai veduta Leucippe, & vedendo Calligone mia sorella, & istimando ch’ella fusse Leucippe (percioche la moglie di Sostrato egli la conosceva) senza dimandar nulla, & essendo gia dal l’aspetto della fanciulla preso, a un suo familiare, che gli era fidelissimo, la mostra, & gli comanda che raguni alquanti corsali per rapirla: & dicegli che modo in cio habbia da tenere, & si come gia si avvicinava la festa, nella quale egli haveva inteso che tutte le donzelle della città andavano al mare. Havendogli cosi detto, facendo poco stima di andar a vedere il sacrificio si diparti con una sua nave, la quale egli prima che si partisse da Bizantio; haveva apparecchiata, se per avventura gli fusse accaduto di poter fare quel che si haveva pensato. Gli altri che havevano cura del sacrificio, navigaron via; ma egli si allontanò al quanto da terra, havendo date le ancore a fondo, parte per parer di seguitar gli altri cittadini: & parte accioche stando la nave vicina alla città di Tiro, dopo la rapina non potesse esser reso. Poi che fu giunto presso a Sarapta città de Tryrij posta nel mare: quivi arriva, & assegna una barchetta a Zenone: cosi era chiamato il familiare, del quale egli si serviva a far la rapina: era costui & robusto & per natura corsale, & havendo subitamente trovati alcuni corsali pescatori di quella villa, navigò verso Tiro. E non molto lontano da Tiro una isoletta, che ha una piccola spiaggia, che i Tirij la chiamano la sepoltura di rodope, dove la barachetta stava in agguatto attendendo l’occasione. Innanzi l’universal festa da Callisthene con sommo desiderio aspettata, è messo ordine di far quel che l’agurio dell Aquila, e gl’indouni dimostrava. Noi la notte per il giorno sequente ci apparecchiammo per andar a far sacrifizio a Giove: & niuva di queste cose era nascoca a Zenone: ma essendo ga venuta la mezza notte; noi andammo innanzi, & egli seguiva dopo noi, & mentre eravamo a lavarci nelle sponde del mare; egli fa il segno ordinato fra loro. la barchetta in un subito navigando giunse a riva. Erano in essa dieci giovani, & altri otto ne erano in terra in aguato, i quali portavano vestimenti da donne, et si ha vevano rase le barbe. & ciascuno portava sotto le vesti la sua spada: & anch’essi conducevano le vittime per non dar cagione di sospetto alcuno: & veramente noi pensavamo che fussero donne. Poscia che noi havemmo accesa la massa delle legne per offerir il sacrifizio; subitamente gridando corsero, & estinsero le nostre facelle, & noi per lo spavento confusamente ci demmo a fuggire, & essi tirate fuori le spade rapirono mia sorella, & messonla in barca, & subito montativi dentro se ne volarono a guisa di uccello. Di noi alcuni fuggiavano, ne sapendo, ne vedendo cosa alcuna; & altri in un tempo medesimo vedevano & gridavano, i corsari hanno presa Calligone, e la barchetta già haveva trapassato in mezzo del mare. Ma appressandosi loro a Sarapta, Callisthene da lontano vedendo il segno, andò a incontrarli con la nave, e ricevette la fanciulla, & navigo subitamente via per alto mare. Io essendo si le nozze cosi disciolte fuori di ogni mia openione; mi confortai; nondimeno mi doleva, che mia sorella fusse caduta in cotalo infelicità. Et havendo lasciati passare alcuni giorni; parlai con Leucippe dicendole, insino a quanto padrona mia carissima, staremo su i baci? in vero sono bei principij, ma aggingamoci hormai qualche cosa altra amorosa. hor sù poniamoci l’un l’altro la obligation della fede. percioche fe Venere ne conducerà nelle sue cose sacre; troveremo ni un’altro Iddio esser migliore di lei. Et facendole io spesse volte di queste incantamenti; la persuasi a ricevermi di notte nella sua camera con l’aiuto di Clio, la quale era sua cameriera. La sua camera stava posta di questa maniera. Era uno spazio grande, che haveva quatro camere: due a mandestra, & due alla sinistra, nel mezzo era un’andito stretto, per il quale si passava andando alle camere. nel principio di questo andito si serrava una porta. questo era l’albergo delle donne: nelle camere più a dentro, che erano allo incontro l’una dell’altra, stavano la fanciulla & la madre; nelle altre due più addietro vicine all’entrata dell’andito, in una albergava Clio oppresso la fanciulla; & l’altra serviva per salva robba. La madre sempre metteva a dormir Leucippe, & serrava di dentro la porta dell’andito, & un’altro la serrava di fuori, & per un foro gittava dentro le chiavi, & ella prendendole le serbava, & all’alba chiamando colvi che haveva questo carcio di nuovo gli porgeva le chiavi, accioche egli aprisse. Satiro adunque havendosi ingegnato di farne fare altre simili a queste, & havendo trovato che si poteva aprire; persuase a Clio essendone con sapevole la fanciulla, che non impedisse la fanciulla in cosa alcuna, & cio fu fatto con astuzia. Era un certo servidore curioso; cicalone, & geloso: & ogni altra cosa che di peggio si possa dire il cui nome era Conope, cioè Zenzara. Costui parmi che di nascoso poneva mente atutto ciò che noi facevamo: & massimamente sospettava, che noi la notte facessimo qualche male: onde egli insino a passata mezza notte vegghiava, tenendo aperta la porta della camera, si che era difficil cosa schifarsi da lui. Alla fine Satiro volendo farlosi amico molte volte scherzava con lui, & chiamandolo Zenzara, & ridendo lo motteggiava del suo nome. Egli conoscendo l’astuzia di Satiro; allo’ncontro auch’esso fingeva di motteggiare, & al motteggio aggiugneva la perfida intenzione del suo animo, & diceva verso di Satiro. Poi che tu biasim i il mio nome; horsu lascia ch’io ti dica una novella della Zenzara. Il Leone si lamentava spesse fiate di Prometheo, & diceva che egli l’haveva formato bello & grande; & gli haveva armate le mascelle di dentri, & fortificati i piedi di unglie, & l’haveva fatto più possente de gli altri animale, ma che essendo tale gli haveva pavra del Gallo. Allo’ncontro Prometheo gli rispondeva veramente tu m’incolpi senza ragione: conciosia che tu habbia da me tutto ciò che formadoti hò potuto fare. Ma in questo salamente la tua anima è debole & vile. Il Leone adunque piangeva di se medesimo, & accusava la sua viltà & voleva finalmente morire. & essendo in questo oppenione; per aventura s’incontrò nell’Elephante, & salutatolo si fermò a parlar seco. & vedendo che di continuo crollava gli orecchie; gli disse, che hai? & donde procede, che non passa pur piccol momento, che le tue orecchie non tremino? & l’Elephante per sorte volandogli adosso una Zenzara; disse vedi tu questo piccolo animaletto? s’egli entra nella via del mio udito; io son morto. Et il Leone seco stesso, disse. Ache fine voglio io morire. se io son tale, & più felice dell’Elephante? quanto è più degno il Gallo della Zenzara? vedi tu che la Zenzara ha tanta forza, che l’Elephante n’ha pavra? Satiro intesa la malizia del suo parlare; sogghignando alquando, disse. Ascolta anche tu me, che ti vo raccontare una historia della Zanzara, & del Leone, la quale intesi da nn certo Philosopho, & io ti concedo la tua favola dell’Elephante Dice adunque la Zenzara con molta arroganzia contra il Leone, Tu li pensi di signoreggiar me come gli altri animali? & pur tu non sei nato ne più bello, ne più forte, ne maggiore. & avegna che sopra tutte la miglior cosa che tu habbia sia la forza, squarciando con le unghie, & mordendo con i dentri; nondimeno questo medesimo anche la donna combattendo è solita di far. Qual grandezza o bellezza ti adorna? il petto largo, le spalle grosse, & i molti crini intorno al colla, ma non vedi tu le brutte parti di dietro? Ame la grandezza è tutto l’acre, & ciò che posso toccare con le ali: la bellezza sono i fiori de prati, percioche essi mi sono come vestimenti, de i quali mi vesto, quando io voglio riposarmi dal volo. la mia forrezza non è punto cosa da ridere a dirla, essendo io tutto istrumento da guerra. Dopo il suono della tromba mi pongo in ordinanza, la mia tromba & la mia saetta è la bocca. ondo io sono & trombetta & arciere, & diventò saetta & arco di me stessa. percioche con le ali in aria tendo il mio arco, & scendendo a basso faccio ferita eguisa di saetta, & colvi ch’alla sprovista si sente ferito: grida, & và cercando chi l’habbia ferito: & io essendogli presente, non vi sono, & in un tempo suggo & sto ferma, & con le mie ali vò cavalcando intorno all’huomo, & ridomí di lui, che per le ferite và là, & quà saltando. ma che bisogna dir più parole? cominciamo a combattere. Et nel dir cosi andò sopra il Leone, & gli salto ne gli occhi, in ogni altra parte del muso, che fusse senza peli, volando & soffolandogli attorno. il Leone si sdegnava, & fi aggirava per tutto, & a bocca aperta andava prendendo l’acre. La Zenzara di questo sdegno pigliana maggior ciacere, & gioco. & pungendogli ella le labra; egli piegandosi si volgeva in quella parte, dove sentiva la percossa della ferita: & la Zenzara come valoroso lottatore chinando il corpo èsce fra la congiuntura de i dente del Leone, volando per mezzo le mascelle, ch’egli serrava i denti essendo rimasi voti della preda, l’un con l’altro stringendosi stridevano. Il Leone havendo co i denti in vano contra l’aria combattuto; già era stanco, & divenuto debole & languido per la stizza, si era fermato: & la Zenzara volandogli intorno de i crini: sonava il segno della vittoria. ma per la su erchia insolenza non si accorge di esser intrigata nelle reti del ragno, ma il ragno ben si avvede ch’ella ni è caduta: & non potendo fuggire dolendosi diceva. O grande sciochezza è stata la mia, io provocava il Leone, e hora son fatta preda d’una piccola, & sottil tela di ragno, Havendo Satiro racontate queste cose disse a Conope, Guarda che anche a te non bisogni haver pavra dei ragni, & con questo rise alquanto. Lasciato passare alcuni giorni conoscendolo egli esser dedito alla gola, havendo comprato un medicamento da far dormire profondamente, _lo’nuito a mangiare. egli veramente hebbe sospetto di qualche inganno, & da prima dubitando ricusava, ma poi che la golosità, la quale hebbe magior forza, lo astrinse, egli si la ciò vincere; & andato a trovar Satiro, cenò con essolvi: & havendo centato, & dovendosi partire; Satiro nell’ultimo nappo di vino mise dentro la medicina, & egli beuue & vi s’interpose tanto spazio, quanto hebbe tempo di poter entrare nella sua camera, dove caduto si giaceva dormendo il medicamento. Satiro venne correndo a me, & dicemi, Zenzara si giace là dormendo e tu hora sij valoroso come Vlisse. & cosi dicendo giugnemmo alla porta dell’amata Leucippe. Satiro rimase di fuori, & io entrai dentro, ricevendomi Clio senza far motto alcuno. io tremava di doppio tremore, di pavra insiememente & d’allegrezza: percioche la pavra del pericolo turbava le speranze dell’anima: & la spaeranza di conseguir l’amata, nascondeva la pavra co’l piacere. Et cosi il mio sperar temeva, & la mia maniconia s’allegrava. Poco prima ch’io fussi entrato dentro della camera

della fanciulla; avvenne che la madre hebbe un sogno di lei, che gravemente la molestava: parevale che un certo ladrone tenendo la spada nuda, havendo presa sua figlivola la menasse via, & la tagliasse cominciando di sotto dalle parti vergognose. Ella adunque turbata dalla pavra per cotal sogno, saltò suso del letto subitamente, nel modo, che ella si trovava, e corse all camera della figlivola, che le era vicina. Io intanto mi era messo a giacere, ma sentendo lo strepito della porta, che si apriva; subitamente mi levai. El la già si era a pressata al letto; & io conosciuto il pericolo saltai via, & correndo andai fuori dell’uscio, e Satiro mi riceve tutto tremante & confuso, dipoi al buio ce ne fuggimmo, & andammo alla nostra camera. Ella primamente presa dalla vertigine cadde, dispoi ritornata in se, & levatasi su dava de ripugni nel volto a Clio quanto più poteva, & suegliendosi i capelli piangeva verso la figlivola dicendo, Leucippe tu hai pur disperse le speranze mie. Ahime Sostrato tu stai a Bizantio a combattere per difender le altrui nozze: e qui a Tiro un non so chi ha vinto & rapito le nozze di tua figlivola. Ahime misera io non aspettava di veder tali le tue nozze. Dio havesse voluto, che tu fussi rimasa in Bizantio. Dio havesse voluto, che tu havessi patita questa ingiuria per ragion di guerra. Dio havesse voluto, ch’alcuno di Travtia doppo la ottenuta vittoria ti havesse fatto violenza, che per la necessità la cosa non meritava biasimo. Hora misera te sei vituperata, dove ti mancano tali scuse: le imagini de i sogni mi hanno ingannata. Io non ho veduto il vero segno. Hora per certo ti è stato tagliato il ventre più miseramente: questo è la ferita della spada molto peggiore di quello che’l sogno mi mostrava: non ho veduto chi t’habbia ingiuriato, ne ho conosciuto chi sia stato la cagione della mia infelicità: ahi misera me, è stato forse qualche servo? La fanciulla sentendo ch’io era fuggito, perse ardire, & disse, Madre non oltraggiar la mia verginità, non ho fatto cosa, ond’io meriti che mi stano dette simil’parole, ne ho consciuto cotestui, chinunque egli sia stato o Dio, o Semideo, o ladrone, io mi giaceva tutta tremando, e per la pavra non poteva

,, gridare: percioche la pavre è il legame della lingua.

,, questo so ben io che niuno ha fatto vergogna ala mia verginità. Essendo adunque Panthia caduta, dinuovo si lamentava. Noiridotti insieme soli consideravamo ciò che si deue a fare, e parveci il meglio di dover fuggir prima che l’alba arrivasse, & che Clio esaminata & tormentata narrasse il tutto, e havendo cosi deliberato, mandammo la cosa ad esecutione, fingendo co’l portinaro di voler andare alle nostre amorose, e n’andammo a casa di Clinia, & era già mezza notte, onde il portinaio appena ci aperse. Clinia (percioche egli haveva la sua camera nella superior parte della casa) havendoci uditi parlare; vien’ giu correndo tutto turbato. In questo mezzo vendemmo dopò noi Clio correr con molta fretta, che haveva proposto di fuggir sene. & a un tratto Clinia udi ciò che noi havenvamo fatto, & noi Clio che voleva fuggire, Clio allo’ncontro quel che noi eravamo per fare. Entrati adunque dentro la porta, narriamo a Clinia il sucesso della cosa, & come havevamo deliberato di scampare: & Clio disse, & io con esso voi: percioche se starò insino a giorno; mi è propsta la morte, la quale mi saria piu dolce, che i tormenti. Clinia finalmente presomi per mano, & tiratomi lunge da Clio mi dice. Ame pur di haver trovato un’ottimo consiglio cioè che manidamo via constei, & noi ci rimanghiamo per al quanti giorni, & se cosi vi pare ci partiremo tutti insieme: percioche hora la madre della fanciulla (si come voi dite) non sa chi ella habbia trovato nel fatto: & non vi sarà chi vi discuopra e manifesti, essendo levata via Clio. & forse ancho persuaderote alla fanciulla di fuggirsene con esso noi: & doceva che anchora egli ci saria compagna nel peregrinaggio. Cosi deliberammo, & Clinia a uno de i suoi servidori assegnò Clio, comandandogli che la mettesse in una barca. Noi essendo quivi rimasi, stavamo a pensare quel che dovessimo fare: & finalmente facemmo de li boratione dicentar Leucippe, & volendo ella fuggir seno, cosi fare: ma quando che nò; reflar’qui vi dandoci in __ vitrio della fortuna. Et havendo dormito tutto quel poco spazio di hore, che restava della nove, le maniera quasi all’alba ce ne ritornammo a casa. Panthia essendosi levata si apparocchiava per dar de torm mi a Clio, & commandò ch’ella fosse chiamara, ma vedendo che stera tolta via; di nuovo se ne un a sua figlivola dicondole. Tu non mi di come e passirei ___ine di questo cosa è erro Clio se n’è fuggita. All’hora Leucippe prese maggiormente ardire, & disse, che ti debbo io dir più? qual altra maggior testimonianza della verità ti adurro? se della verginità ci è prova alcuna; facciasi. Anche questo (disse Panthia) ci manca, che habbiamo disgrazia in haveri testimoni. & dicendo queste parole usci fuori. Leucippe rimasa quivi sola, & havendo gli orecchi pieni delle parole della madre: faceva diverse mutationi si attristava, si vergognava, & si adirava: attristava si di essere stata trovato in sallo, si vergognava che le fusse detto villania, e si adirava che non le fusse

,, creduto. La vergogna, la manineonia, & l’ira sono ,, tre onde dell’anima: percioche la vergogna entrando ,, per la via de gli occhi: toglie loro la libertà: ,, la maniconia sparsa intorno al petto pascendosi consuma ,, il calor dell’anima: & l’tra abbaiande intorno ,, al core, affoga la ragione con la stuma del furore. ,, Dalla parola nascono tutte questo tre, & perche essa ,, tenda l’arco, & drizzi il colpo al segno, & saettando ,, finalmente vi giunga, & mandi nell’anima diver se ,, saette: delle quali una è la villania, & la sua ferita diventa ,, ira l’altra è la riprensione de cativi fatti; & ,, da questa saetta nasce la maninconia: & l’altra è il ,, biasimo de gli errori, & la ferita è chiamata vergogna. ,, La propria natura di tutte queste saette è di penetrar ,, profondamente, e far ferite senza sangue. A ,, tutte tre vi è un rimedio solo cioè il ferire il saettato ,, re con le medisime saetne. percioche la parola è saetta ,, della lingua, & con la saetta d’un’altra lingua le si ,, rimedia: che in vero cosi si racqeuta lo sdegno del core ,,, & la maniconia dell’anima: ma se l’huomo sforzato ,, da un più potente non risponde, matacendo se ,, ne rimane; le ferite per il silentio apportano maggior ,, dolore, percioche i dolori che nascano dalle onde ,, della parola, se non gettano fuori la spuma, intorno di

,, se medesimi gonfiati si accrescano. Leucippe adunque ripiena di tante parole non poteva sostenere l’impeto. In questo tempo io mandai Satiro alla fanciulla per tentarse ella voleva fuggirsene: & ella prima che Satiro parlasse, gli disse. Per li Dei hospitali, & di questo paese vi prego menatimi via, & levatimi denanzi a gli occhi di mia madre, & conducetemi dove volate: & se partendovi di qui voi mi lasciarete; io facendomi un laccio, con quello manderò fuori la mia anima. Poi che hebbi inteso questo: scemai gran parte del mio pensiero. Et havendo lasciati passar due giorni, che all hora mio padre era absente, ci apparecchiammo a fuggire. Haveva Satiro un poco di medicina sonnifera rimasa di quella, con la quale haveva addormentato Zenzara. Di questa, mentre egli ci serve a tavola, nascosamente ne sparge nell’ultimo nappo di vino, & porge a Panthia. La qual poi che si fu levata da mensa se n’andò alla sua camera, & subitamente si addormentò. Leucippe haveva un’altra cameriera. La quale con la medesima medicina Satiro haveva alloppiata. percioche doppo che ella entro alla cura della camera; egli finse di amarla: venne poi alla terza porta al portinaio, alquale similmente diede del medesimo beveraggio. Noi ci aspettava un carro dinazi alla porta, il quale Clinia havea fatto apparecchiare, dove egli stava aspettandoci. Poi che tutti furono addormentati intorno all prima parte della notte ce ne partimmo quetamente, & Satiro menava per mano Leucippe, percioche Zenzara, il quale teneva guardato ogni nostro affare, per avventura in quel giorno era andato fuori per servigio della padrona. Satiro apre la porta, & ce n’andiamo, & usciti fuori della porta montammo sopra il carro: in tutto eravamo sei, io, Leucippe, & Satiro, & Clinia con due servidori C’indirizzammo adunque verso Sidone, & passata buona parte di notte arrivammo alla cittá & subito volgemmo il camino verso Berito, hoggi detto Barutto: pensando di ritrovar quivi nave, che partisse ma in ciò non havemmo ventura. Di poi andati al porto di Berito trovammo una nave, che tosto era per far ve la. Noi senza dimandare altramente qual viaggio ella havesse da tenere, di terra ci trasportiamo in mare, et era poco avanti l’aurora. La nave andava in Alessandria la gran città del Nilo: io primamente vedendo il mare mi rallegrava non essendo anchora la nave combatuta dall’onde, ma standosi nell acque del porto, Ma poi che parve che fusse vento prospero da navigare, nella nave si faceva gran strepito & da i marinari, che correvano di là & di quà & dal padrone, che commandava: & dalle sarte che erano tirate. l’antenna girava, la vela si stendeva, la nave era spinta innanzi le anchora tirate via, il porto lasciato a dietro, & veggiamo la terra a poco a poco dipartisi dalla nave, come se anche ella navigasse. Si cantavano hinni, & fadevansi molte orazioni invocando gli Dei liberratori, & pregando che ne concedessero prospera navigazione. Il vento comiciò a diventar più gagliardo & la vela a gonfiarsi, & tirar la nave. Stava per avventura appresso di noi un giovanetto, il quale poi che fu venuta l’hora del desinare humanissimamente invitandoci, ne pregava che desinassimo con esso lui, & ‘gia Satiro ci portava da mangiare, onde ponendo la in mezzo quel che noi havevamo: facemmo comune il desinare, & i ragionamenti. E io primo dimandandolo dissi, o giovane donde sei? & come ti chiami? E egli rispose, il mio nome è Menelao, & per nazione sono Egizzio, ma voi di grazia ditemi chi siete? Io rispondendo dissi, : mi chiamo Clitophonte & questi Clinia, amendue siamo di Phenicia: ma qual è la cagione del tuo pelegrinaggio? che se tu prima laci racconterai, ancho tu da noi ascolterai quella del nostro. Disse adunque Menelao, La somma del mio pellegrinaggio è l’invidioso Amore, & la caccia infelice. Io amava un bel giovanetto; & il giovanetto era amatore della caccia, della quale spesse volte lo frastornava, ma non lo poteva ritener del tutto, & poi che io non hebbi possanza di farnelo rimanere; mi diedi anchor io a seguitarlo alla caccia, Cacciavamo adunque amendue essendo a cavallo, & da prima havemmo ventura, fin che persequitammo le fiere piccole: ma poi in un subito ecco salta fuori della selva un porco cinghiale. Il giovanetto si misse a seguitarlo. Il porco volgendogli il muso, gli corse all’ncontro, ne perciò il giovanetto si rivolse punto a dietro. Io chiamava & gridana volgi il cavallo, tira le redine, che la fiera è troppo eroce, il porco essendosi mosso; si mette a correr furiosamente per andar contra il giovane. Essi cosi l’un l’altro si venevano ad affrontare. Io subito che questo viddi, tutto tremai, & temendo che’l porco l’arrivasse, & gli gettasse a terra il cavallo; alzato il dardo, prima ch’io guardassi bene di drizzare il colpo a segno, lanciai. il giovanetto essendo trascorso tolse il colpo. Qual credete voi fusse all’hora la mia anima, se pur del tutto io haveva anima; io era non altramente che se un vivendo morisse, & quel che è più compassionevole, mentre anchora egli alquanto spirava, mi porgeva la mano, & morendo mi abbracciava, & colvi che ere da me ucciso, non haveva in odio me disleale & infelice. me egli mandò fuori l’anima te vendomi stretta quella destra, la quale l’haveva uccio. Il padre del giovane mi mena in giudicio, non già contra mia voglia: percioche se io fussi andato via, & statomi lontano; non havrei confessato cosa alcuna: ma io mi condennava alla morte da me stesso. Li giudici havendomi compassione, mi diedero bando per tre anni, & essendo hora finito il tempo; me ne ritorno alla mia patria. Clinia, mentre cha Menelao raccontava queste cose, havendosi ricordato di Charicle, lagrinava, & Menelao gli disse, Piangi in mosso a compassione di me, o pur un simil accidente è cagione, che ancho tu sij mandata in bando fuori della patria? Clinia havendo prima sospirato, narra il caso di Charicle & del cavallo, & io la cose che mi erano avvenute. Ma vedendo lo Menelao star molto afflitto, essendosi rammentato della sua disaventura, & Clinia lagrimar per la rimembranza di Charicle, & desidevando io di rimorverli da cotai pensieri; diedi occasione di ragionamento pieno di amorosa dilettazione. percioche Leucippe non vi era presente, ma nella secreta parte della nave ritiratasi era andata a dormire. Volgendomi adunque verso di loro sorridendo dissi, Clinia il più delle volte mi vince, & hora (percioche voleva egli dir contra le donne come era suo costume) più facilmente lo farà, che si ha trovato: compagno di amore. Io veramente non so perche l’amor verso i maschi hora sia cosi publicamente frequentato. Et non è egli (disse Menelao) questo molto miglior di quello delle femine? i fanciulli sono più semplici delle donne, & la lor bellezza ha maggior forza di muovere altruia dilettazzione. Come (disse Clinia) ha ella più forza? forse perche appena uscita fuori, & solamente apparita ella se ne và, & non si lascia godere all’amante? ma è similie all’acqua di Tantalo? percioche le più volte mentre si beue, se ne parte & fugge via: & l’amante non trova da bere: & quel che ancora si beue è rapito prima che l’huomo bevendo rimangasazio. & non puote un’amante par tirsi da un fanciullo, che compiuto diletto senza dispiacere ne gusti: percioche mentre ancora ha seteiegli l’abbandona. All’hora Menalao soggiunse, tu non conosci

,,, O Clinia il sommo piacere: imperoche quella cosa ,, che non sazia. sempre è più da amarla: & quella che ,, piu lungo spazio di tèpo si puote usare, con la sazzietà ,, guasta la dilettazione. ma la cosa; che è in un subito ,, rapita, e sempre nuova, & tuttavia fiorisce. percioche ,, non ha il piacere che s’invecchi, e quanto ne è dimi ,, nuito per la brevità del tempo; tanto per il desiderio ,,, diventa maggiore. la rosa perciò è piu bella delle

,, altre piante; perche la sua bellezzà subito se ne fugge via. Due bellezze veramente io reputo che siano sparse fra i mortali, celestel’una, l’altra terrestre. Alla celeste è grave & molesto di esser legata con la mortale e cerca di fuggir subitamente al Cielo: la terrestre cade al basso, & dimora intorno a i corpi. & se della celeste via della bellezza si ha da prender testimonianza di Poeta; ascolta Homero che dice,

Costui rapir gli Dei a fin che per la Bellezza sua porgesse a Giove il Nettar, Et fusse aggiunto a gl’immortali Dei.

Niuna donna è salita al cielo per la bellezza. Et se Giove si congiunse con le donne; ad Alcmena ne segui pianto, & esilio, a Danae l’arca e’l mare, & semele ne fu nuirimento del fuoco. ma essendo innamorato del giovane Troiano; gli dona il cielo, accioche egli habiti con esso lui. e diagli da bere il Nettare. & chi prima in ciò gli era ministro, fu privato di cotal honore, e istimato veramente che fusse donna. Io all hora interrompendogli il parlare dissi, Anzi parmi che le donne habbiano tanto più del celeste, quanto la lor bellezza, cosi tosto non si guasta. & in vero quel che è incorruttibile si avvicina alla divinità, e quel che si corrompe seguitando la mortal natura, non è celeste ma terreno. Giove amò il giovane Troiano, egli lo tirò suso in cielo; ma la bellezza delle donne tirò Giove dal cielo in terra. Per la donna Giove già mugghiò come toro, per la donna già saltò come Satiro, & per la donna trasformò se medesimo in oro: Ma concediamo che Ganimede porga da bere, ma che anchora Giuvone beua con gli altri Dei; non haverà anche la donna un giovane per misistro? Io o tra di ciò gli ho compassione pen ando alla sua rapino: un’uccel. o che si pasce di cruda carne discese a lui, & essendo egli rapito gliè fatto violenza, & è simile a uno che è tiranneggiato. E in vero che il vedere un giovane star pendente dalle vugie d’un’aquila è spetiacolo bruttissimo. Semele fu condotta in cielo, non da rapacissimo uccello, ma dal fuoco, & non ti maravigliar s’alcuno mediante il fnoco ascende in cielo, che cosi anco vi ascese Hercole. E se tu ti ridi dell’arca di Danae, perche taci Perseo? Ad Alcmena à a bastanza questo dono, che Giove per amore di lei nascose il Sole tre giorni interi. Et se ponendo da parte le favole, ho da dire il piacere, che ne i fatti amorosi dalla donna si prende: Io lo prima volta ne feci prova con una donna molto gentile, per quanto si puo haver pratica con queste, che per prezzo fanno l’essercizio di Venere, percioche altri foese ne potrebbe dir molto più. Et benche io n’habbia mediocre esperienzia, dirò, che la donna ne gli abbracciamenti ha il corpo più molle, & le labbra per baciar più delicate. &, perciò ella ha il corpo & nelle braccia, e nelle carni del tutto acconciamente fatto, & colvi che si congiunge con lei, abbraccia & stringe il piacere, & appressa alle labbra i baci come sigilli, ella bacia con arte, & condisce i baci più dolcemente percioche non pur vuol baciar con le labbra; ma combattendo si congiugne anchora codenti, & si pasce intorno alla bocca dell’amante, e morde il baci. Et anche nel toccar delle manmelle vi è il proprio piacere. Ella nel sommo vigore dell’atto venereo per la allattazione viene in furor. e baciando morde, e per dolcezza furiosamente si dimena. Le lingue allhora si congiungono insieme, e come possono si sforzano anch’esse di baciarsi, e tu arrendo di baci, fai il piacer maggiore. La donna venendo al fine della fatica amoroa, anvienche sotto l’ardente piacere ansando sospira: & l’ansare col sospiro amoroso saltando insino nella sommità delle labbra. s’incontra col bacio, che va errando, et cercando di scendere a basso, et volgendosi a dietro insieme con l’ansare, lui mescolatosi le seguita, e percuote il cuore, il quale conturbato dal bacio salta, & se non fusse legato al’interiora; tirato da i baci si partirebbe.

Habbiamo in questo luogo lasciato distanpare una piccola particella, forse di vinticinque versi, havendo pensato ch’ella poteva bruttamente macchiar qust’amorosa narrazione, la quale nel rimanente e honestissima.

Alessandrino dell’amor di Leucippe, & Clitophonte LIBRO TERZO:

Noi havendo navigato tre giorni còn un tempo molto sereno subitamente si sparse intorno, un’ oscuro pembo, & disperse la luce del giorno, e le vossi di sotto dal mare vento all’oncontro della nave. & il padrone comandò che facessero girar l’antenna. il che da galeotti fu subitamente fatto, da una parte stringendo per forza la vela nel corno di sopra (percioche il vento diventato più gagliardo non la lasciava raccoglire) & dall’ altra lasciando star nel modo che da prima stava. Ma poi che per cotal rivolgimento il vento venne più forte & tempestoso; la nave da un lato si abbassa, & dall’altro s’inalza. & era d’ogn’intorno in precipizio. & soffiando il vento tuttavia con grandissimo impeto; parve a molti di noi mutarci di luogo. Tutti adunque ci tramutiamo nella parte più alta della nave. per alleggerir quella che abbassata si sommergeva, & con questo peso aggiunto alquanto la tiravamo a piegar egualmente, ma perciò nulla di più facevamo: impero che il fondo della nave maggiormente inalzandosi ci ributtava, o vero dal nostro lato si abbassava. ne sforzavamo per alquanto spazio di tener equal la nave bilanciata dall’onde: ma subitamente si rivolge il vento dall’altra parte della nave, & quasi ch’ella s’affondò, inalzandosi per lo grande impeto hora quella parte che era chinata verso l’onde, & hora abbassandosi quella ch’era inalzata. Nella nave si lieva un grandissimo romore, & di nuovo bisogna tramutarsi, & gridando corriamo a i luoghi dove eravamo di prima, & tre, & quatro volte, e più facendo il medesimo tutti correvamo nella nave per questo confuso camino, percioche innanzi c’havessimo compiuto il primo; ci sopragiugneva di far il secondo corso. Portando adunque tutto’l giorno questo grave peso. per la nave facemmo continuamente cotal corso per i spazio di un miglio & più, sempre aspettando la morte. & convenevole cosa era, che non fosse molto lontana. Ma essendo già verso la sera la luce del Sole del tutto si volse via, & ci vedevamo l’un l’altro come si fa nel lume di Luna da il ampi usciva fuoco: il cielo cotuoni mugghiava: l’aere era ripieno di strepito, & il combattimento delle acque di sotto allo’ncontro con lo strepito gli rispondeva: & tra il cielo e’l mare diversi venti soffiando impetuosamente stridevano, & l’aere a guisa di tromba risonava. le sarte cadano intorno della vela, & dal continuo ripercuotimento fi consumarono, & anco si temevano che; essendo i legni della nave rotti, & gia suelti i chiodi, a poco a poco il fondo della nave s’aprisse. Tutta la coperta era nascosa, essendo dalla molta pioggia inondata. noi entrammo sotto la coperta, & quivi stemmo come in vuo grotta, dandoci nelle mani della fortuna, & gittando via ogni speranza. Venivano onde grandissime da ogni lato, alcune per proda, alcune per poppe, combattendo l’una contra l’altra. La nave sempre verso la gonfiata parte de la mare si levava in alto, verso la piana, & bassasi sommergeva, & delle onde alcune parevano simili a i monti, & alcune simigliavano profondissme voragini. & quelle che di la & di quà venivano e traversoci erano di maggiore spavento; percioche entrando l’acque a ella nave, si rivolgeva per la coperta, & copriva tutta la concavità della nave. Et in vero che le onde inalzate & quasi toccanti le nuuole, da lontano si vedevano all’oncontro della nave a guisa di grandissima altezzo. & se fusti stato presente a vedere; haresti creduto; che volessero inghiottir la nave. Era dunque il combattimento, & de i venti, & della onde: & noi non potevamo star fermi in nessun lato per l’impetuo movimento della nave. I gridi & le voci di tutti erano insieme confusamente meschio, le onde aspramento risonava, i venti soffiavano, le donne piangevano. egli huomini gridavano, i marinari fra di loro si esortavano, & ogni cosa era pieno di lamenti. Il padrone comandò che si gittassero le robbe in mare, ne si faceva differenza dall’argento & l’oro alle altre cose vili, ma tutte egualmente le lanciavano fuori della nave. & molti mercadanti essi stessi pigliando le proprie mercatanzie, nelle quali havevano poste ogni loro speranza, sollecitavano di gittarle fuori,

e già la nave era vota d’ogni cosa, nondimeno la fortuna anchora non cessava. Finalemente il padrone abbandonò il timone, e lasciò andar la nave a di screzione del mare: e già apparecchiava il battello, e commandò a marinari che vi andassero dentro; egli cominciò a scendervi giu per la scala, e essi vi saltarono in piè subitamente. All’hora si vendevano cose dispretate, e un crudel combattimento di mani. percioche quei che già vi erano dismontati, tagliavano la fune, che teneva legato il battello alla nave, e ciascuno de passeggieri si affrettava di saltarvi dentro, quando viddero ancho il padrone tirar la corda e quei che erano nel battello non lo permessero: essi havevano le accette, e le spade, e minacciavano di ferir chiunque si fusse appressato per entrarvi. e molti di quei che erano in nave, armatisi come potevano, alcuni pigliando un pezzo di remo vecchio, alcuni con le assi della nave si difendevano: percioche il mare usava per legge la forza, e era un nuovo modo di battaglia navale. Quei che erano nel batteno per pavra di affogarsi per rispetto della moltitudine. di coloro, che vi volevano saltar dentro; gli ferivano con le accette, e con le spade, e questi saltandovi con le assi, e co remi sostenevano le percosse, alcuni hovendo appena tocco l’estremità del battello cadevano, e alcuni smontativi combattevano con quei che vi erano dentro: percioche non vi era legge ne di amicizia, ne di riverenza: ma ciascuno riguardava alla propria sicurezza: ne si considerava quel ch’era convenevole

,, di far verso altrui, conciosia che i pericoli

,, grandi rompano le leggi dell’amicizia. In questo mezo un certo giovane molto gagliardo, che era in nave, prende il canapo, e tira a se il battello, & già visi era appressato, e quando si fusse avincinato, ciascuno si apparecchiava di saltarvi dentro: e due o tre solamente hebbero questa ventura, ma non senza ferite: e molti altri che fecero prova di saltarvi, caduti dalla nave nel mare si affogarono: percioche i marinari con la scure tagliando la fune, subitamente sciolsero il battello. navigando dove il vento gli portava: e quei che erano nella nave, si sforzavano di somergerlo. La nave si aggirava saltando per le onde, e non si accorge che è traportata in uno scoglio nascoso sotto d’acqua, e tutta si ruppe. E gia essendo aperta, e dall’altro lato l’arbore essendo caduto; una parte se fracassò; e l’altra sene sommerse. Tutti quei adunque, i quali subitamente bevero l’acqua marina considerando l’acerbità del male, provarono minor miseria non dimorando lungamente nella

,, pavra della morte. Percioche nel mare la morte ,, tardanto uccide prima che si patisca: consiosia ,, che gli occhi vendendosi attorno si grande spazio di mare ,,, fanno la pavra quasi infinita, onde la morte è molto ,, più misera. Percioche quanto è maggior la grandezza

,, del male; tanto è più grave la pavra della morte. Alcuni sforzandosi di notare, percossi dalle onde allo scoglio si fraccassorono: molti essendosi imbattuti in qualche legno rotto trapassavano a guisa di pesci, e altri mezzi morti andavano notando. Poi che la nave fu rotta: non so qual pietoso Iddio fece per noi rimaner salua una parte della prora, nella quale sendendo io, e Leucippe, eravamo portati sopra le onde del mare. Menelao, e Satiro insieme con gli altri passeggieri havendo preso l’arbore, e a quello attenutisi notavano. E anche quivi ápresso vedemmo Clinia, che notava attorno dell’antenna, e udimmo la sua voce dire. Prendi il legno Clitophonte, e mentre cosi diceva, un’onda sporavenendogli dopo le spalle lo ricoperse, e noi in questo ci demmo a piangere, e la medesima onda venne sopra di noi: ma essendoci per avventura appressati per prenderlo; da basso trascorse di maniera, che solamente il legno elevato in alto, la sommità dell’onda: e un’altra volta Clinia potemmo vedere. Io adunque dolendomi dissi, o Nettuno signore habbi compassione di noi, e riconciliati, e sij favorevole a quei che sono rimasi del naufragio: gia habbiamo per la pavra infinite morti patite. e se pur tu vuoi che noi moriamo; non dividere la nostra morte, una istessa onda ci ricuopro. e se il voler de i fati è che noi debbiamo esser cibo di fiere; almeno un medesimo pesce ne divori, e un medesimo ventre ne rinchiuda, accioche ne i pesci siamo insieme sepolti. Poco doppo tal preghiera, il grande impeto del vento si acquetò, e l’asprezza e la ferocità delle onde divenne piana, e humile. e il mare era pieno di corpi morti. Quei che erano insieme con Menelao l’onda più tosto gli condusse a terra. e questi erano i liti d Egitto. e all’hora tutto quel paese era pieno di ladroni. Noi la sera al tardi arrivammo a Pelusio, hoggi detto Damiata. e con gran desiderio smontati in terra, rendevamo grazie alli Dei, e piangevamo Clinia, e Satiro, pensando che fussero annegate. In Pelusio è un picciol tempio di Giove Casio con la sua statua, la quale: ha sembianza di giovane, e stende una mano, che tiene un pomogranato, il quale ha secreta significazione. Porgemmo adunque preieghi a questo Dio chiedendogli qualche segno di Clinia, e di Satiro: percioche dicevano questo Iddio render altrui risposta della dimande fatte. Andammo guardando attorno il tempio, e nella parte posteriore vedemmo due pitture, della quali una mostrava il caso di Andromeda, e l’altra quel di Prometheo erano amedue legati: e perciò stimo che’l pittore quivi gli havesse dipinti insieme, e erano le pitture per un’altra condizione ancho simili che amedue erano legati ne i scogli, e attorno di amendue vi è una fiera per divorarli: quella che va sopra di Prometheo scende per aere; e quella che va per divorare Andromeda, esce del mare i loro difensori sono due Greci d’un medesimo parentado. a Prometheo da soccorso Hercole; a Andromeda da aiuto Perseo: quei saetta l’uccello di Giove, e questi combatte contra la balena di Nettumo: ma l’uno triando l’arco sta in terra ferma; e l’altro con le ali sta sospeso in aria. Era adunque lo scoglio cavato alla misura della grandezza della giovane, e le cava era di maniera, che dava a vedere, che nessuna mano l’haveva fatta artificiosamente: havendo il dipintor finto il seno della pietra ruuido, e aspro, come la terra naturalemente lo produce: nel qual coperto stava la giovane legata. e cotale spettacolo in quanto all bellezza, pareva una nuova statua; ma riguardando i legami, e la balena; simigliava un’aspra e horrida sepoltura. Era nel volto della giovane la bellezza e la pavra mescolata: percioche nelle guancie sedeva la pavra, e da gli occhi fioriva la bellezza, e la pallidezza della guancie non era del tutto priva di rossezza; essendo alquanto tinta di rosso: il fior della bellezza de gli occhi non era vivace, e lieto, ma pareva simile alle viole poco innanzi divenute languide, talmente il pittor l’haveva fatta adorna di bella pavra, e le haveva distese le braccia nello scoglio, e il legame di sopra le stringeva, accostandole amendue al sasso, e le mani pendevano dalle lor giunture come grappoli dalla vite. e il puro bianco delle sue braccia, si tramutava nel pallido, e le dita parea che si morissero. Ella adunque aspettando la morte; stava cosi legata, e vestita a guisa di sposa con una veste biancha, che giugneva insino a piedi, sottile come tela di ragno, fatta non, secondo che si fanno, di peli di pecora; ma di piume di uccelli, qual le donne Indiane tirando le fila da gli arbori, sogliono tessere. La Balena allo’ncontro della fanciulla uscendo di sotto con la testa apriva l’acqua marina, e la maggior parte del corpo haveva coperto dalle onde, solamente con la testa appariva sopra del mare: sotto l’acqua dell’onda era dipinta l‘ombra de gli homeri: la qual si scorgeva di sopra, similmente le congiunture delle squamme, la curvatura del collo, le sete delle spine, e i rivolgimenti della coda. la bocca era lunga e grande, e l’haveva tutta aperta insino alla giuntura de gli homeri. Dopo la quale subito era il suo ventre: tra la balena e la giovane era dipinto Perseo, che discendendo per l’aere si calava contra la fiera tutto nudo, havendo solamente la veste militare sparsa intorno. a gli homeri e le scarpe a piedi, che havevano simiglianza di ali. Il suo capo era coperto di un cappello, il quale simigliava l’elmetto di Plutone: con la mano sinistra teneva la testa di Medusa, e la sporgeva innanzi a guisa di scudo elle era spaventevole, e ancho nella pittura teneva aperti gli occhi horribilmente, e dalle tempie alzava i crini, e destava i serpenti di maniera, che ancho nella pittura minacciava. Cotale scudo haveva egli nella sinistra, e la destra haveva armata di un’armre che era di due forme, cioe che da un lato era falce, e dall’altro spade, e ad amendue serve un’istesso manico, e insino al mezzo del ferro è spada, e da indi ingiu divisa in due parti, l’una è acuta, e l’altra è ritorta, e quella si come havea cominciato a esser spada; spada rimaneva: e questa diveniva falce, accioche in un medesimo colpo l’una tagliasse, e laltra tenesse la cosa tagliata. Di questo modo era la pittura di Andromeda: seguiva dipoi quella di Prometheo. Era egli legato con la catena di ferro allo scoglio. Hercole era armato di arco, ‘e di saette. l’aquila si godeva del ventre di Prometheo, e stava apprendolo, già essendo aperto. ma il rostro era fittò nel forto, e pareva che cavasse dentro della ferita, e cercasse il fegato, del quale tanto se ne vedeva, quanto il pittore haveva aperto il foro della piaga. stava l’uccello sopra la coscia di Prometheo, ficcandovi gli acuti artigli. Prometheo tirava a deitro il ventre, e il costato, a suo danno raccoglieva la coscia, percioche riconduceva l’uccello al fegato. e all’oncontro l’altro suo piede di stendeva a basso i nervi diritti sino all’estremità delle dita: il resto del corpo dimostrava anche il dolore egli inarcava le ciglia, ritirava le labbra, e mostra va i denti: e in vero che tu haresti havuto compassione della pittura, come che ella patisse dolore. A questo afflitto dava soccorso Hercole, percioche stava saettando il divoratore di Prometheo. la saetta era adattata all’arco, con la sinistra lo sporgeva innanzi spingendo il corno, e tirando la corda. tirava la destra mano alla mammella, e di dietro haveva incurvato il gomito. Ogni cosa adunque era in un medisimo tempo tirava, l’arco, la corda, e la saetta, dalla corda erano insieme congiunte le punte dell’arco, la corda era raddoppiata dalla mano, e la mano si serrava appresso la mammella. Prometheo si stava pieno disperanza, e di pavra: percioche hora rignardava la ferita, e hora Hercole, e con gli egli haria voluto guardarlo, ma il dolore gli toglie va la metà dello sguardo. Havendo adunque dimorato quivi due giorni, e ristoratici alquanto dall’affanno patito; togliemmo a volo una nave, Egizia (percioche havevamo anco un poco di moneta d’oro, la quale per avventura ci trovammo hauer saluata) e su per lo fiume del Nilo navigammo verso Alessandria, havendo ad ogni modo deliberato iui far dimora, e istimando subito dover ritrovare gli amici nostri quivi arrivati. ma poi che fummo giunti a una certa città; subitamente udimmo un grandissimo romore. Il Padrone havendo detto, ecco i villani; rivoglie la nave come per tornare a dietro: e in un subito la terra fu ripiena di huomini brutti, e terribili, tutti grandi, di color non del tutto negro, quale hanno gl’Indiani; ma qual saria que d’un Ethiope bastardito: havevano le teste picciole, i piedi sotili, il corpo grosso, e tutti parlavano barbaramente. Il Padrone dicendo noi siamo prigioni; fermò la nave: percioche in quel luogo il fiume era strettissimo. E essendo quattro de i ladroni saliti in nave, pigliando tutto ciò che vi era, e tolgonci i nostri danari, e legatici, e serrati in una cameretta, si partirono, lasciandoci guardiani attorno, per voler poi il gioro seguente menarci al Re: (percioche con questo nome ciamano il ladro maggiore) il quale stave lontano quanto era il camino di due giornate, si come intendemmo da quei che con esso noi insieme erano prigioni. Poi che fu venuta la notte. e che come eravamo legati, cosi giacevamo; e i guardiani dormivano; all’hora in quel modo che io poteva mi diedi a pianger sopra di Leucippe: e considerando di quanti travagli io le era stato cagione, piangendo profondamente dentro della mia anima, e celando il suono del pianto nella mente, io diceva, O Dei, e demoni, se voi in luogo alcuno siate, e udite, Che ingiuria si grave v’habbiamo fatto, che in si pochigiorni ci havete sommersi in cosi gran moltitudive di travagli? e hora n’havete condotti nelle mani de ladroni Egizzij, a fin che non possiamo trovar compassione alcuna: percioche i ladroni Greci, e la voce gli haveria piegati, e le preghiere fatti diventar benigni. Conciosia che le parole il più delle volte muovano a compassione, percioche il dolor dell’anima la lingua dogiosa spiegandolo in preghiera, fa divenir mansueto lo sdegno dell’anima di coloro, che l’ascoltano.

,, Ma hora con qual voce pregheremo, e quai giuramenti faremo? Che henche alcuno havesse ,, parole più dolci, e più atte a persuadere, che non ,, hanno le Sirene; i micidiali non le ascoltano. Mi convien

,, pregar co i cenni soli, e dichiarar i miei preghi con gesti delle mani. O miseria grave, mi bisognera ballando fare il lamento. e avvenga che i miei mali trapassino ogni infelicità; non me ne doglio: ma de i tuoi, o Leucippe, con qual voce me ne lamenterò? e con quai occhi ne piangerò? O: fedele nell’obligazione d’amore, o begnignia verso l’nfelice amante? begli ornamenti sono questi delle tue nozze: la camera è la prigione, il letto è la terra, le collane, e le maniglie sono le fune, e i lacci, e in vece di colvi che suol condur la sposa a marito; ti stede appresso il ladrone, e in luogo de i versi nuzziali ti è cantato il lamento. O mare in vano ti habbiamo rendute grazie: mi doglio della tua cortesia. Tu sei stato più benigno verso di color che tu hai sommersi: noi havendoci tu salvati ci ha condotti a morte più acerba. Tu ci hai invidiato il morir fuori delle mani de ladroni. Cosi io tacitamente mi lamentava, ma non poteva piangere.

,, Percioche il non poter lagrimare è proprio de gli ,, occhi nelle gravi avversità: ma nelle mediocri miserie ,, si spargono abbondantemente le lagrime, le quali ,, sono i preghi di coloro che patiscano, verso di quel ,, che danno loro i tormenti, e come da gonfiata piaga ,, uscendo votano il dolore de gli afftltti. ma ne gli affanni ,, che trapassano ogni misura, fuggono le lagrime ,,, e abbandonano gli occhi: conciosia che il dolore ,, incontrandosi in esse, mentre che sono per venir su ne ,, gli occhi, faccia fermare il lor vigore, e le desuia, seco

,, conducendole a basso: e elle: dalla strada de gli occhi ,r volgendosi a dietro discendono nell’anima, e cosi fanno ., molto più molesta la sua piaga. Mi volgo poi verso

,, di Leucippe, la quale tutta tacita si stava, e le dissi. Per qual cagione, o carissima Leucippe, taci, e punto non parli meco? E ella rispose, o Clitophonte dolcissimo, questo m’avviene, perche la mia voce si è morta prima che l’anima. E standoci cosi a ragionare, non ci avvedemmo esser sopraggiunta l’aurora: e in questo eccoti uno ne viene spronando il cavallo: haveva egli una lunga, incolta, e ruvida chioma: e anche il cavallo haveva lunghissimi crini, era nudo, senza sella, e senza guarnimenti: percioche tali sono li cavalli de ladroni. Costui veniva dal Principe de ladri, e domandando disse. E fra questi prigioni una fanciulla? bisogna menarla via per farne sacrifizio a Iddio per purgarei falli dell’esercito. Eglino subitamente si voltorno verso di Leucippe ella teneva stretto me, el gridando pendeva dal mio collo. E parte de ladroni tirava, e parte batteva: tiravano lei, e battevano me. finalmente pigliandola di peso la portaron via: noi poscia a bell’agio ci menarono legati. E havendo caminato un quarto d’un miglio lontando dal villaggio; si udiva un gran romore con suoni di trombe, e vedevasi un ordinanza di_ soldati armati tutti all grave, i ladroni havendogli veduti missero: noi in mezzo, e gli aspettavano come per difendersi da loro, se ne venivano: non molto dopo venero cinquanta tutti armati, e parte di essi portavano gli scudi, che gli coprivano insino a piedi, e parte havevano rotelle. I ladroni essendo molti più, con le zolle della terra percuotevano i soldati. la zolla della terra di Egitto è più dura assai, che non sono le pietre: ella è grave, aspra, e disuguale, e quella disuguaglianza fa l’effetto, che fariano le punte della pietre. onde essendo lanciata, fa doppia percossa: come pietra fa enfiatura; e come saetta fa ferita. ma i soldati con scudi riparandosi da colpi de i sassi, poca stima facevano di coloro che triavano. Poi che i ladroni lanciando furono stanchi; i soldati aprirono la lor ordinanza: e quei che erano armati alla leggiera cia scuno col dardo, e con la spada mandati fuori lanciarono, e niuno fu che non ferisse: di poi soccorevano gli arma ti di grave armatura. Fu fatta una, e dura battaglia: d’amendue le parti ne furono percossi, feriti, e uccisi molti, e l’esperienza de soldati suppliva al difetto del numero della gente. Noi tutti che eravamo prigioni, ponendo mente a quella parte de i ladroni, ch’era messa in rotta tutti insieme rompendo fra loro ordinanza trapassammo, e fuggimmo verso i nimici: i quali non sapendo la cosa, da prima cercavano di ucciderci; ma poi che ci viddero nudi, e legati, pensando esser la verità, ne ricevettero dentro fra loro, e mandaronci alla coda della battaglia, lasciandoci riposare. In questo mezzo sopravvennero i cavalli, e poscia che furono appresso, distendendo la battaglia circondarono i ladroni: e a questo modo ridottogli in picciolo spazio, gli uccidevano, e parte ne giacevano morti, e parte mezzi morti anchora combattevano, il rimanente pigliarono vivi Già era sopragiunta la sera, quando il Capitano fattici chiamare a uno a uno, ci domandava chi fossimo: e chi una, e chi altra cosa diceva: io gli raccontava il caso mio. Poi che egli hebbe inteso il tutto; comandò che lo seguitassimo, e ne promisse di darci le arme. Percioche havea deliberato aspettando il resto dell’essercito di assalire il luogo dove si era ridotta la gran moltitudine de ladroni: dicevasi che erano quasi diecimila persone. Io, percioche era molto essercitato nel cavalcar, chiedeva che mi fusse dato un cavallo, e havendomelo un di loro condotto nel farlo muovere a tempo, dimostrava d’intender l’ordine del combattere, tal che il Capitano me ne lodava sommamente. e in quel giorno fece ch’io mangiai alla sua tavola. e dopo cena mi domandava delle cose che mi erano avvenute, e ascoltandole

,, mi havea compassione, Percioche l’huomo che ,, ascolta gli altrui mali, si muove a compassione, e ,, quelle compassione molte fiate viene ad esser mezzana ,, della benivolenza. Conciosia che l’anima mossa a ,, dolersi per le cose udite, a poco a poco havendo accresciuta ,, la misericordia per l’ascoltar la passione altrui

,,, raccoglie la compassione del dolore in benivolenza. Io adunque per havermi il Capitano benignamente ascoltato, disposi l’animo suo di maniera, che egli anchora mandò fuori le lagrime che niente altro più potevano fare, essendo Leucippe nelle mani de ladroni. Egli mi diede un servidore Egizzio, il quale mi havesse a servire. Il giorno seguente si apparecchiava a passare, e attendeva di far si che fossa, che a far cio era d’impedimento, fusse riempita: percioche dall’altra parte di essa vedevano i ladroni con infinita moltitudine di gente, la quale si era posta in arme. Quivi fra loro era un’altare rozzamente fatto di terra, e appresso dell’altare stava un’urna da sepellire. e due menavano una fanciulla legata con le mani di dietro. quegli io non conosceva chi fussero: percioche erano armati; la fanciulla ben conobbi io che era Leucippe: costoro spargendole acqua sacra sopra la testa, la menavano attorno dell’altare, e uno di loro diceva a lei non so ché parole, e il sacerdote cantava (si come è da credere) un canto in lingua Egizzia: percioche il gesto del corpo, e il movimento della testa quasi dimostrava il canto. dipoi a un segno tutti si scostarono alquanto lontano dall’altare, e l’uno de giovani facendola chinare supina, la legò a certi pali fitti in terra, si come i pittori dipingono Marsia legato a un’arbore: poscia preso un coltelloglielo ficcò nel core, e tirandolo a basso insino al ventre l’aperse, e subitamente saltoron fuori l’interiora e cosi strappandole con le mani, le posero sopra l’altare. poi che furono arrostite; le divisero, e tutti ne mangiaro la lor parte. Il Capitano, e i soldati stando cio a vedere, adogni cosa che facevano coloro, gridavano ad alta voce, e rivolgevano gli occhi da cotale spettacolo. Io per lo subito, e non aspettato accidente, postomia sedere, misera quasi trasformato, e uscito de i sentimenti, e questo era per lo spavento della mente. percioche il male trapassando ogni misura, mi haveva come che un fulgore percosso. E forse che la favola di Niobe non fu bugia. ma anche ella, havendo una simil passione per la perdita de figlivoli, diede cagione, essendo diventata immobile, che altri havesse oppinione, ch’ella fusse divenuta pietra. Poi che la cosa (si come iò pensava) hebbe fine; essi havendo posto il corpo nel’urna, e messovi sopra il coperchio. l’abbandonano: e disfatto l’altare se ne fuggono senza mai volgersi a dietro: percioche il sacerdote haveva predetto loro, che cosi facessero. Ma essendo venuta la sera, era già la fossa tutta stata riempita, e i soldati havendola passata, posero gli alloggiamenti poco di sopra la foss, e si missero a cenare. Il Capitano stando io mal contento, si sforzava di confortarmi. Io, poi che fu passata la prima parte della notte; guardato, che tutti dormivano, pigliata la spada, cominciai a dire. Misera Leucippe, e infelicissima sopra tutte le altre: io non piango solamente che tu sei morta, e morta fuor della patria, e violementemente uccisa: ma che tali siano stati i giuochi delle tue infelicità; ma che tu sij stata offerta in sacrificio per purgar si immonde e scelerate genti. e che ti habbino, ahime infelice, cosi viva dinanzi sparata; e che tu medesima habbi veduta tagliarti; ma che habbiano diviso le secrete parti del tuo ventre, e ti habbiano dato per sepoltura, e il maladetto altare, e l’urna: in questa ponendo il corpo; e in quello l’interiora: se il fuoco ti havesse consumata; saria minore infelictià: ma hora il sepolcro delle tue viscere è il nutrimento de i ladroni. O abominevoli facelle nell’altare accese, o nuove, e religiose maniere di cibo. e gli Dei hanno dal cielo riguardato sopra cotai sacrificij? e il fuoco non si è estinto; ma ha patito d’imbrattarsi, e ha portato l’odore alli Dei? piglia adunque da me l’essequie, che a te si convengono. E cosi dicendo alzai la spada per porlami alla gola, et i scannarmi: ma ecco all’oncontro di me io veggio (percioche era lume di Luna) due che con molta fretta venivano correndo: io pensando che fussero ladroni, accioche essi m’uccidessero, mi ritenni. in tanto si appressarono, e amendue ad una voce gridarono, e questi erano Menelao, e Satiro. Io avvenga che vedessi e i miei amici, e fuori della mia opinione vivi, nondimeno non gli abbracciai, ne fui punto mosso dall’allegrezza, talmente il dolore dell’accidente m’haveva tolto fuori di me stesso. Mi prendono finalemente la man destra, e cercano di toglermi la spada, e io dissi loro, Per Dio vi prego, non mi habbiate invidiadi cosi bella morte, anzi del rimedio de i mali: percioche non poss più vivere, se ben’hora voi mi sforzaste, essendo Leucippe morta di questa maniera: Voi mi torrete questa spada? e ella è spinta dentro, e alquanto ha gia tagliato, volete ch’io muoia d’una immoral al ferita? All’hora Menelao disse, se per questa cagione tu vuoi morire; ritien pur la spada, che Leucippe ti ritornerà viva. Io riguardando verso di tui gli dissi. In si molesti affanni anchora ti fai beffe di me? Ah Menelao rammentati dell’amicizia c’habbiamo fatta mangiando e bevendo insieme. e egli percotendo l’urna disse, poi che Clitophonte non mi crede; fanne tu, o Leucippe, vera testimonianza che tu sei viva, e insieme con queste parole, e due, e tre volte percosse l’urna. E io sento da basso uscire una voce molto sotile: onde mi prese un subito tremore, e guardava verso di Menelao, istimandomi che fusse incantatore. E egli in questo medesimo tempo aperse l’urna, e Leucippe da basso si levò suso. O che spettacolo horribile, e pieno di terrore. il suo ventre tutto era aperto, e veto dell’interiora, e lasciatasi cader sopra di me mi abbraccia, e ci stringemmo, e cademmo amendue. E havendo io appena ripigliato lo spirto, dissi a Menelao. Tu non mi dici che vogliono dir queste cose? non veggio io Leucippe? non la tengo io? non la sento io parlare? quel che io vidi hieri che cosa era? ò quello o questo è sogno ma ecco il bacio è vero e vivo, e soave come quello di Leucippe. Hor hora, disse Menelao, rihaverà anco l interiora, e il petto si ricongiugoerà, e lo vedrai senza ferita alcuna. ma nasconditi il viso, percioche a quest’opera io voglio chiamar l’infernal Proserpina. Io credendolo mi nascosi: e egli dicendo alcune parole cominciò a far l’incantesimo, e parlando tolse via d’intorno al ventre di Leucippe tutte quelle cose, che vi haveva poste –er coprir l inganno, e la fece ritornar nello stato di prima, e dissemi che io mi scopr_ssi io lo faceva appena e con pavra: percioche veramente me pensava che Prosperpina vi fusse venuta: nondimeno mi levai pur le mani da gli occhi, e vidi Leucippe del tutto intera e sana. Io maggiormente maravigliandomi, pregava Menelao dicendo, o carissimo Menelao. Se tu sei qualche ministro de gli Dei; dimmi ti prego, in che luogo sono io? e che vogliano significare queste cose, che io veggio? E Leucippe soggiunse dicendo Menelao, rimanti di spaurirlo, e narragli in che modo tu hai ingannati i ladroni. E egli comincià a dire, Tu sai, si come io ti dissi in nave. che io sono di Egitto: e intorno di questo villaggio ho molte possessioni, e i governatori di quella sono miei conoscenti poscia che noi rompemo in mare, e poi che le onde mi gittarono ne i liti di Egitto, fui preso insieme con Satiro da questi ladroni, che guardavano il detto villaggio. ma poi che fui menato dinanzi al loro Principe; alcuni de i ladroni havendomi riconosciuto; mi sciolgono i le gami, e mi confortano a star di buon’animo, e come amico affaticarmi con essiloro, e io dimandai loro Satiro come cosa mia. ma essi mi dissero, Mostraci pur primamente che tu sia ardito, e valoroso. In questo mezzo hanno risposta dall’oracolo, che debbiano sacrificare una fanciulla, e purgar le colpe della comunanza de ladroni, e sacrificata che l’haranno gustar delle sue interiora, e il resto del corpo metterlo in sepoltura, e partirsi, accioche lo esercito de nemici trapassasse il luogo dove era stato fatto il sacrificio. Hora di tu Satiro il rimanente, percioche questa parte tocca a te di raccontarla. e Satiro cominciò a dire. Subito che io per forza fui condotto allo essercito, piangeva chiamando te Signor mio, e mi doleva intendendo il caso di Leucippe; e pregava Menelao, che in ogni modo procurasse di liberar la fanciulla, e in ciò ne diede aiuto un non so qual benigno Iddio. Il giorno innanzi che si havesse da fare il sacrificio, per avventura amendue ci eravamo posti a sedere su nel lito tutti afflitti, pensando sopra il caso di Leucippe. e alcuni de ladroni havendo veduto una nave, per non saper i luoghi dove ella fusse, andare errando, si mosseró verso di lei. coloro che si ritrovavano in nave, conoscendo che erano quei che gli andavano incontro, si sforzavano di volgersi a dietro, e fuggire ma essendo sopraggiunti da ladroni; si rivolsero a far difesa. percioche era fra di loro un certo, che ne i theatri recitava le cose di Homero. e havendo egli messasi l’armatura, che soleva usare in cotale esercitio, e armati medesimamente i suoi compagni, si apparecchiarono a combattere. si misero adunque a far resistenza, e valorosamente, a i primi che si fecero aunnti, ma essendo sopraggiunte mol e più har che di ladroni; la nave fu sommersa, e le persone di essa cadute furono uccise, e niuno si accorse di una certa cassetta che si era separata da loro, e dal naufragio per le onde a noi trasportata, Menelao la prese e in un luogo tiratosi da parte (e veramente io a aspettava che vi fusse qualche cosa preziosa) egli in mia presenza l’aperse, e vedemmo una sopranvesta, e un coltello, il quale haveva il manico quattro dita lungo, il ferro che stava messo nel manico era durissimo, e di lunghezza non più di tre dita. Menelao havendolo preso in mano non si accorse haver lo rivoltato, e la parte del ferro del coltello usciva fuori come da una grotta tanto, quanta era la grandezza del manico: e rivolgendolo un’altra volta a dietro, di nuovo il ferro si nascondeva dentro, questo coltello, si come è cosa conveniente da credere, quelle infelice usava ne i theatri per fare i finiti scannamenti. Diss’io all’hora a Menelao, se tu vuoi esser valente huomo; Iddio ci persterà aiuto. e certamente potremmo salvar la fanciulla, senza che i ladroni se n’accorgano, e ascolta in che maniera; Piglieremo una pelle di pecora quanto più sottile si potrà, e la cuciremo a modo di un sacchetto, quanto saria la grandezza del ventre humano, e poscia empiendo d’interiora di fiere. e di sangue questo finto ventre, lo curciremo, accioche l’interiora non possano facilmente cadere, e a questa guisa acconciandolo sopra quello della fanciulla, e mettendole una vesta attorno con cintole, e con fascie nasconderemo questa acconciatura: e a poterla nascondere; l’oracolo ci è del tutto favorovole, percioche egli ha dato risposta, che il ferro la debbia tagliar per mezzo, stando ella vestita. Vedi questo coltello con che sottile artisicio è fatto: percioche chi lo ficcherà nel corpo ad alcuno; rientrerà nel manico, come in una guaina, e a quei, che stanno a vedere, par che il ferro sia fitto nel corpo, e pur egli è saltato dentro nel foro del manico, e solamente lascia la punta tagliando il finto ventre, e il manico tocca la pelle di chi è scannato: e levando via il ferro dalla ferita; di nuovo il col tello esce del foro, quanto l’altezza del manico ne manda fuori: e nel medesimo modo inganna i riguardanti, conciosia che paia che tanto n’entri nella gola quanto n’è fuori del manico. Facendo adunque le cose di questa maniera, i ladroni non potranno conoscer l’astutia: percioche le pelli saranno ascose, e l’interiora salteranno fuori del taglio, che tu farai, e tirandole via le porremo sopra l’altare. Udisti tu dianzi il Principe haverti detto che bisognia mostrarsi loro di haver ardimento? fi che ti è lecito andare al suo cospetto, e prometter gli in questo di far prova del tuo valore. E cosi detto io lo pregava per Giove hospitale, e per il comune naufragio: e quest’huomo da bene disse. Questa è grande impresa: ma per l’ami

,, co, benche ancho bisognasse morire; è honesto perico

,, lo, e credo che Clitophonte sia anchora vivo: percioche dimandandola io, mi ha detto haverlo lasciato legato insieme con quei che erano stati presi da ladroni. de i quali alcuni essendo al lor Principe fuggendo venuti, dicevano che tutti i prigioni, mentre si combatteva, si erano fuggiti nell’esercito nimico. e tu in ciò farai cosa gratissima a lui, e libererai la misera fanciulla da si grave pericolo, e con queste parole glielo persuasi, e la fortuna ci fu favorevole. Io adunque era intorno all’artificio per apparecchiar lo inganno. E poco prima che Menelao doveva parlare a i ladroni circa il fatto del sacrificio: il lor Principe a sorte incontrandolo gli disse, E appresso di noi una legge, che coloro i quali hanno appresi i primi ammaestramenti della cose sacre, comincino a far sacrificio, e massimamente quando bisogna sacrificar vittima humana. attendi adunque ad apparecchiarti per domattina a far sacrificio. e bisognerà similmente che tu instruisca il tuo sarvidare a far le cerimonie con essa teco. all’hora Menalao rispose, Noi ci sforzaremo di non esser inferiori ad alcuno de i vostri. Ma bisogna disse il Principe, che da voi stessi acconciate la fanciulla di maniera, che comodamente la possiate tagliar. Noi soli acconciamo la vittima, cio è la fanciulla, nel modo sopradetto, e la confortiamo a stare arditamente, e di buon’animo, narrandole particularmente ogni cosa, e come bisognava che stesse nel l’urna, e se ben ella piu tosto si destasse dal sono, che dovesse starvi dentro tutto quel giorno, e quando i nostri si fussero allontanati, se ne fuggisse a salvamento nell’essercito. E cosi detto menammo fuori la fanciulla, all’altare. il resto tu’l sai. Poi che io hebbi udito queste cose; mi si rivolgeano diversi pensieri per lamente, e non sapeva qual premio il dovessi rendere a Menelao, che fusse degno del merito suo. onde feci quel che comunemente si suol fare: corsi ad abbraciarlo; e inginocchiatomi l’adorava come un Dio, e nel la mia anima albergava infinito piacere. Posciache vidi le cose di Leucippe esser succedute felicemente; di mandai quel che fusse avvenuto di Clinia. Menelao rispose. Io non ne so nulla: percioche dopo che la nave si ruppe; subito io lo vidi, che si era attaccato all’antenna. ma dove egli andasse non lo so. Piansi nel mezzo dell’allegrezza: che non so qual Dio hebbe invidia ch’io provassi il piacer compiuto. Colvi che per mia cagione non appare in luogo alcuno: colvi che dopo Leucippe è mio padrone, il mare l’ha fra tutti gli altri ritenuto_occioche non solamente gli togliesse l’anima; ma ancho la sepoltura. O mare iniquo tu ne hai hanuto invidia del compito effetto della tua benigna cortesia. Andammo adunque tutti insieme all’essercito: e entrati dentro del mio padiglione, quivi dimorammo tutto il resto della notte, e questa cosa non potè passar senza saputa di molti. Venuto il di condussi Menelao al capitano, e gli narrai il tutto. il quale se ne rallegrò sommamente, e ricevette Menelao per amico, e gli dimanda quante genti siano quelle de nemici. E gli rispose che tutto il villaggio vicino era pieno d’huomini di mal’affare, e tuttavia s’accresceva la lor masnada, di modo che sariano diecimila. Il Capitano all’hora disse. A noi sono a bastanza queste cinquemila persone contra ventimila delle loro: e ne verranno anco oltra di queste quasi altre duemila di quelle, che sono intorno al paese detto Delta, e d’Heliopoli, poste quivi a difesa contra i barbari. E mentre egli diceva queste parole: ecco un servo che ne vien correndo, e diceva che veniva dall’esercito, ch’era iui, per avvisare come bisognava che le due mila persone indugiassero altri 5. giorni. percioche se ben i barbari, che trascorrevano il paese, si erano acquetati; nondimeno quando le genti erano per venire, si appressò loro il sacro uccello, portando la sepoltura di suo padre. onde: erano forzate a prolungar la lor venuta insino a 5. giorni. Al l’hora diss’io, e che uccello è questo, che è degno di tanto honore? e che sepoltura porta egli? L’uccello è chiamato Phenice. nasce in Ethiopia, ed è simile al Pavone: ma nella bellezza è a lui secondo. ha le penne di color d’oro, e di porpora variate: si gloria haver per padrone il Sole, e la sua testa ne rende testimonianza: percioche egli l’ha coronata d’un bellissimo cerchio di penne, e la corona del cerchio rappresenta la imagine del Sole, ed è di color celeste, e quivi le sue penne sono elevate. Questo uccello gli Ethiopi l’hano mentre egli e in vita, e gli Egizzij dopo la sua morte: percioche quando egli è morto (e ciò gli avviene in lunghissimo spazio di tempo) il figlivolo il porta al Nilo, apparecchiandogli una sepoltura di questa maniera: Piglia una massa di odoratissima Mirra, e di tanta quantità, che per sepellir l’uccello sia a bastanza: e co’l rostro la cava nel mezzo; e cotal cava è la sepoltura del morto uccello, e havendolo posto, e acconcio dentro di quest’urna, e turatola con la terra, cosi al Nilo se ne vola portando quest’opera. E se guitato da gran moltitudine di altri uccelli a guisa di soldati, che stiano alla sua guardia, e egli rassembra un Re, che sia in viaggio, e la città dove lo porta è del Sole. Si posa finalmente in luogo alto si, che possa esser veduto, e aspetta i sacerdoti del Sole. Viene un certo sacerdote Egizzio, che porta fuori dal tempio un libro, e giudica l’uccello dalla pittura: e egli conoscendo che non gliè prestato fede; mostra le occulte parti del suo corpo, e palesa il morto uccello, mostrando che gli diano sepoltura, i sacerdoti del Sole prendendo il morto uccello, il seppelliscono. Adunque mentre che vive, egli è Ethiope per lo nutrimeuto che in Ethiopia prende; e morto diventa Egizzio per la sepoltura, che in Egitto gli è data.

Alessandrino dell’amor di Leucippe, e Clitophonte. LIBRO QUARTO.

IL Capitano havendo inteso l’apparecchio de’nemici, e lo indugio delle genti che havevano da essergli in aluto, deliberò di nuovo ritornarsene al villaggio, donde n’eramo partiti, insino a tanto ch’elle giugnessero. A me fu assegnato un’alloggiamento insieme con Leucippe, poco sopra di quello del Capitano. Poi che io fui entrato dentro; abbracciando Leucippe, mi era apparecchiato di mostrarmi huomo co’l prender di lei l’amoroso piacere. ma poscia ch’ella nol consentì; le dissi, Insino a quanto vogliamo star privi de’sacrifici di Venere? non vedi che naufragij fuor d’ogni aspettazione ci occorrono? e i ladroni, e i sacrifici, e gli scannamenti? fin che ci troviamo nella tranquillità della fortuna; pigliamò l’occasione, prima che ci sopravvenga qualche peggior disaventura. Ed ella allo’ncontro disse: Non è anchora lecito di venire a far questo. percioche la dea Diana apparendomi in sogno hieri, quando io piangeva dovendo esser scannata; mi disse, Non pianger, che hora tu non morrai, io sarò in tua difesa. persevera di star vergine insin che io ti condurrò a marito, e niun’ altro ti haverà che Clitophonte. Io veramente haveva dispiacere dello’ndugiare, e godeva delle’ speranze del futuro. Poscia che io hebbi inteso il suo sogno; me ne rammentai d’un simile. Parevamila notte passata vedere il tempio di Venere, e dentro esserui la statua della Dea, e appressatomi per far orazione, essersi serrate le porte. e havendo io di ciò preso ma ninconia, mi apparue una donna, che haveva l’aspetto somigliante a quello della statua, e dissemi, Hora non ti è lecito di entrar dentro del tempio, ma se aspetterai qualche poco spazio di tempo; non pur io t’aprirò ma farotti sacerdote della Dea. Narrai questo sogno a Leucippe, e non cercai più d’usarle violenza. e considerando il sogno di Leucippe non poco mi turbai. Fra questo mezzo tempo Carmide (tal era il nome del Capitano) pon gli occhi addosso di Leucippe, e hebbe modo di vederla per questa occasione. Erano per avventura alquanti huomini che havevano preso una bestia del fiume, cosa veramente degna d’esser guardata. gli Egizzij la chiamano cavallo del Nilo. Ha egli in vero similitudine di cavallo nel ventre, e ne piedi, salvo c’ha l unghia partita per mezo. è di tanta grandezza, quanta saria quella d’un grandissimo bue. la coda è piccola, e di peli sottili, si come gli ha nel resto del corpo, la testa ritonda, e non picciola, le mascelle simili a quelle del cavallo. le narici grandemente aperte e spiranti fumo infocato come da fonte di fuoco, il mento largo quanto la mascella, l’apertura del la bocca giugne fino alle tempie. i denti chiamati caninigli ha ritorti, e nella forma, e nella positura gli ha come cavallo, ma di grandezza tre volte maggiori. A cotale spettacolo ci chiamo il Capitano. eravi anco presente Leucippe. noi tenevamo gl’occhi volti verso la bestia, il Capitano verso di Leucippe, e subito subito fu preso dall’amo di lei. e volendo che noi quivi più lungamente dimorassimo, per poter far cosa grata a gl’occhi suoi, cercava occasione di lunghi ragionamenti, prima narrando la natura di quell’animale, dipoi il modo che si usa a pigliarlo, e com’egli è voracissimo, e che si nutrisce di biade. Nel prenderlo bisgona usare inganno. onde i cacciatori osservando il luogo, dov’egli suol ridursi, e facendovi una fossa, di sopra la ricuoprono di canne, e di terra, e soto le canne vi mettono una casetta di legno. che ha le porte nel sommo della fossa aperte. esse stanto ascosi aspettando, che l’animal vi cada entro. percioche andandovi egli sopra, subitamente cade abasso, e la casetta a guisa di caverna lo riceve: i cacciatori saltando fuori, subito serrano le portelle del coperchio, e cosi lo prendono, percioche in quanto alla fortezza, niuno lo potrebbe tener per forza, conciosia che oltra le altre cose egli sia gagliar dissimo, e lasva pelle come vedete è durissima, e non acconsente a colpo di ferro. ma è (dirò) cosi Elephante di Egitto percioche di fortezza par che tenga il secondo luogo dell’Elephante, d’India. E Menelao, havete voi disse, giamai veduto l’Elephante? e Carmide rispose. Io l’ho veduto, e da quei che ne hanno buona notizia, ho udito la natura del nascimento quasi maravigliosa. Noi, diss’io, insino a questo giorno non l’habbiamò veduto se non dipinto. io disse egli poi che habbiamo ozio, ve ne ragionerò. La madre lo partorisce, ma in lunghissimo spazio di temdo: percioche sta gli anni a dar forma al seme, e dopo tanto rivolgimento di anni lo partorisce all’hora che il parto è divenuto vecchio. e perciò reputo che egli diventi cosi grande, di fortezza insuperabile, di vita lunghissima, e tardo al morire: conciosia che dica no la sua vita avanzar quella del corvo di Hesiodo. la gola dell’Elephante è come la testa d’un bue, e se voi vedesti la sua bocca; direste che’ella havesse due corni e questi sono i ritorti denti dell’Elephante. fra il mezzo di i quali egli ha anteposta una proboscide, la quale usa in vece di mano, e nella forma, e nella grandezza ella simiglia una tromba, e di modo volge, che con questa prende il cibo, e ogni sorte di esca, che si troverà avanti: e se è buona per suo cibo; subito la prende, e gittandola nella gola, se ne nutrisce. e se egli conoscer à che sia cosa dura; con questa piglia la preda, e stringendola in giro? la lieva in alto, e ne fa dono al padrone che gli sta sopra, percioche siede sopra di lui un’Ethiope, che è un nuovo cavaliero dell’Elelphante: al quale fa egli carezze, e lo teme, e intende la sua voce, e sopporta le sue battiture, e la sferza, con la qual batte l’Elefante, è una scure di ferro. E ricordomi già haver veduto un nuovo spettacolo: Un’huomo Greco mi se la sua testa per mezzo di quella dell’ Elephante, il quale aprendo la bocca spirava nell’huomo, che vi haveva messo dentro il capo. Io d’amendue queste cose mi maravigliava, e dell’ardir del Greco, e della benignità dell’animale. l’huomo diceva haver dato il pagamento al l’Elephante, che haveva spirato il lui quasi de gli odori d’India. e ciò esser rimedio al male di testa. L’Elephante in vero conosce haver questa medicina, e non apre la bocca senza permio: ma è medico superbo, e chiede primamente la mercede, e dandoglie la si lascia persuadere, e fa la grazia, e apre la bocca, e tante volte aprendola lo riceve; quante l’huomo vuole: percioche conosce che egli ha venduto il suo odore. E onde, dissi io, a cosi brutto animale vien si grande soavità di odore? Questo, rispose Charmide, avviene perche egli è tale il suo nutrimento. La terra de gl’Indiani è vicina al Sole: percioche essi primi lo veggon nascere, e a lor soprastà la sua luce più calda, e il lor corpo ritiene la tintura del fuoco. nasce in Grecia un fior del color dell’Ethiopie: appresso gl’Indiani è non fiore; ma fronde, come sono appresso di noi le frondi de gli arbori: la quale nascondendo il suo spirare; non sparge fuori l’odore: percioche o vero teme di divenir superba per il piacere che ne prenderebbono quei che lo conoscessero; o vero che ella ha invidia a i paesani. ma se è alquanto trasportata, e passa fuorl de i termini di detta terra; apre la serrata soavità, e diventa fiori di fronde ch’ella è, e vestesidi odore. questa negraro, a Indiana è cibo de gli Elephanti, si come è de buoi l’herba appresso: di noi. Essendo adunque quasi dal primo nascimento nutrito di questa fronde: tutto rende odore, e da basso, dove è il fronte del spirare, manda fuori un fiato odoratissimo. Poi che noi fummo partiti da i ragionamenti del Capitano (percioche

,, chi è ferito d’amore non può tolerare, essendo

,, oppresso dalle fiamme) lasciò andar poco spazio che fece chiamar Menelao, e presolo per mano gli disse, Per le cose, che tu hai fatto verso di Clitophonte, ho conosciuto, che sei tu ottimo amico, e me tu ritroverai non men buono. Io ti chieggio una grazia, la quale a te è molto facile a farla; e a me dove tu vogli; salverai la vita. Leucippe mi ha gravemente ferito d’amore, hora sanami tu. Ella ti è obligata della vita a te per cotal servigio darò cinquanta monete d’oro; e a lei quante ne vuole. I danari, rispose Menelao, tenetegli, e serbategli a coloro, che vendono i servigi. io essendovi amico, mi sforzerò di esservi utile. e havendo cosi detto se ne viene a me, narrami il tutto. Ci consigliavamo adunque di quel che in questo caso dovevamo fare. parveci che l meglio fusse l’ingannarlo, percioche il contradirgli all’hora non era senza pericolo, che egli havesse adoperato la forza. Il fuggire era impossible, essendo i ladroni sparsi per tutto, e tanti soldati intorno di lui. Menelao essendo alquanto spazio dimorato, se n’andò a Charmide, e dissegli, la cosa è fatta. benche da prima la fanciulla ricusava grandemente ma pregandola io, e rammentandole il benificio che le ho fatto; acconsentì ma- ben vi dimanda una cosa giusta, che gli vogliate conceder grazia d’un termine di pochi giorni, finche si giunga in Alessandria. questa è una villa, e ciò che si fa, è in vista di tutti, e vi sono molti testimoni. Troppo lungo termine, disse Carmide, tu mi assegni ad ottener questa grazia. nella guerra si hanno da differir i desiderij? il soldato che tien le arme in mano; se egli si habbia da vivere, essendogli tante vie di morte appercchiate? va a dimandarmi la sicurtà dalla fortuna, e aspetterò. Hora io uscirò fuori combattere con questi villani, e dentro della mia anima si fa un’altra battaglia. un soldato che porta arco, mi ha espugnato. un soldato che porta saette, mi ha vinto. son pieno di saette. chiamami tosto chi mi dia rimedio. la ferita mi molesta. io accenderò il fuoco contra i nemici, e amore accenderà le faci contra di me. questo fuoco, o Menelao, estingui primamente. l’amoroso congiungimento, innanzi che si vada alla battaglia, è buono augurio. sia Venere mandata a Marte. E Menelao soggiunge: Tu vedi che que ella non puo facilmente schifarsi dall’huomo, e suo, e di lei sommamente innamorato. E Charmide rispose, cosa facile sarà levar via Clitophonte. Vedendo finalemente Menelao lo smisurato desiderio di Charmide, e temendo che per questa cagione non mi sopravvenisse qualche strano accidente; subito si pensò una cosa credibile, e disse, Vuoi tu Signore saper la verità del suo volere indugiare? ella veramente dimane ha i suoi mestrui, e non le è lecito congiungersi con huomo. Dimoraremo adunque. disse Charmide, qui tre o quattro giorni, percioche tanti son a bastanza. ma intanto dimando da lei cosache è convenevole, venga dinanzi a gli occhi miei, e mi faccia grazia de suoi ragionamenti. desiro di udir la sua voce, e di stringerle la mano, e toccarle il corpo: percioche queste son le covsolazioni de gli amanti. e a lei è lecito di baciarmi: che questo non può esser impedito dal ventre. Poscia che Menelao a me ritornatone, mi hebbe ciò annunziato; io a questo gridai dicendogli, che più tosto mi lascierei morire, che veder altri goder del bacio di Leucippe

,, Percioche niuna cosa è più dolce del bacio. conciosia ,, che il congiungnimento venereo habbia termine ,,, e sazietà, ed è nulla se tu ne levi il bacio: il ,, quale è senza termine alcuno, e non sazia mai ,,, ed è sempre nuovo. E in vero che dalla bocca n’escono ,, tre cose bellissime, il respirare, la voce, e il ,, bacio: percioche con le labbra ci baciamo l’un l’altro,

,, e la fontana del piacere vien dall’anima. Credi a me Menelao. che nelle miserie harò da far festa. Ne io ho da Leucippe otienuto altro che cotal cose: nel resto è anchora pulzella. insino a i baci soli è mia moglie, e se alcuno me ne vorrà privare; non comporterò cotal violenza, e non permetterò che sia commesso adulterio co miei baci. e Menelao disse. Adunque ci fa dibisogvo trovar ozzio e presto consiglio.

,, percioche chi ama, ìnsino a tanto che egli ha speranza ,, di conseguire il suo desiderio; sopporta, stando con ,, l’animo intento a conseguirlo: ma disperandosi, mutando ,, il desiderio, circa quanto gli è possibile di vendicarsi ,, di quel che glì fa impedimento. ma’sianvi anche ,, le forze di modo, che possa offendere senza esser

,, offeso, non essendo temute, fanno divenir più fiero lo sdegno dell’animo. Oltra di questo il tempo ci stringe a non poter prender fermo consiglio della cosa. Mentre noi eravamo a pensar sopra di ciò; uno tutto affannato ne vien correndo, e dice che Leucìppe caminando in fretta, era caduta, e haveasi guasto un occhio. Noi saltando suso, coremmo a lei, e la vedemmo giacere in terra. io apressandomele le dimandava ciò che ella havesse. e subito che mi vidde, levatai suso mi percosse il volto sdegnatamente con gli occhi tu ti sanguigni guardandomi. & essendosi Menelao apparecchiato a prenderla; dava anco a lui de calci. pensando adunque che fosse qualche frenesia sopraggiunta al male, presola per forza, ci sforza vamo di tenerla. et ella comatteva con essonoi, nulla curandosi di nasconder quelle parti che le donne non vorrebbono che fussero lor vedute. onde levossi nel padiglione un romor grande di maniera, che vi corse anco il Capitano a veder ciò che era. Egli da prima hebbe sospetto che tal malattia fusse una fintione, e rivolse gli occhi verso Menelao. ma poi che a poco a poco conobbe la verità; n’hebbe dolore anche egli, e le ne havea compassione. e finalmente presa la meschina, la legarono. Io quando le vidi i lacci in torno delle mani, essendo già molte persone andate via, pregava Menelao dicendo, scioglietela vi prego, scioglietela, che letenere mani non possano sopportare i legami, lasciate me solo con essalei. io abbracciandola le saro in vece di legame. usi Pur la sua frenesia e furia contra di me’ che io non posso patir di vivir piu, poiche Leucippe sendole io presente più non mi conosce ella se ne stà legata, e io crudele potendola sciogliere, non voglio farlo? la fortuna ci ha saltavi dalle mani de’ladroni, accioche tu diventassi giuoco della frenesia? O infelice noi, quando saremo felici? noi habbiamo fuggite le pavre, che havevamo nella propria casa, siamo campati dal mare, uscímo del le mani de ladroni per esser serbati alla frenesia, O carissima Leucippe se tu ritorni in buon sentimento ‘temo di nuovo la fortuna, che ti apparecchi qualche altro male. Chie adunque più infelice di noi, se te meno ancho le felicità? ma pur che tu ritorni a buon sentimento, e ti ristori: faccia di nuovo la fortuna quel che le piace contra di noi. Et dicendo io questo parole, Menelao mi confortava dicendomi cotai mali non esser durabili. e spesse fiate avvenire per il calor della giovanezza. percioche il sangue per tutte le membra vigoroso, e giovane, per lo molto vigore bollendo, si sparge spesse volte fuori della vene, e dentro inondando la testa, sommerge i spiriti della parte rationale bisogna chiamar i medici, e farla curare, onde Menelao se n’ando al Capitano, e lo prega che faccia chi amare il medico dell’esercito, e egli molto volentieri lo fece. percioche gl’innamorati si rallegrano di adoperarsi in servigio della persona amata.

,, Il medico essendo venuto, disse, Hora per mitigar l’acerbità

,, del vigor del male apparecchieremo di farla dormire conciosia cosa che’l sonno sia il rimedio di tutti

,, mali. Egli adunque ne diede un poco di medicina, quanta aria la grandezza d’un grano d’Orobo, e comandocci che stemperandola in olio, le un gossimo meza la testa, e disse che n’apparecchierebbe un altra per purgarla del ventre Noi facemmo tutto ciò che gli ordinò. Ella essendo unta e anche pochissimo, dormì tutto il resto della notte isino all’aurora, Io tutta la notte vegghiando e sedendole appresso piangeva e guardando i legami deceva, Ahime carissima Leucippe, tu sei legata anche dormendo, e anche il sonno tu non hai libero quali sono le tue visioni? sei tu dormendo sana della mente? o pur ancho i tuoi sogni sono stolti? Poiche ella si fu desta; di nuovo cominciò a gridar con p role, che non si potevan’intendere. venne all’hora il ma dico, e le diede l altra medicina In questo mezo giuese uno, che veniva dal governatore dell’Egitto, portndo una letterà al Capitano, per la quale gli era co ammandato (per quanto potevamo giudicare) che si affrettasse di andar a combattere. percioche egli ordinò, che si mettessero in arme come e dovessero andacontra i villani e subitamente movendosi ciascunor quanto piu presto potè, prese le arme appresentandosi, insieme co suoi Capi e egli havendo lor dato il segno e commandaro che andassero a gli alloggiamenti; si rimase solo. Il giorno seguente nell’alba l’e ercito usci fuori contra li nemici. Il sito di questa villa era di questa maniera. Il Nilo discende di sopra da Thebe dell’Egitto, e scorre insino a Memphi. il ramo inferiore è picciolo, la villa è chiamata Siro, posta nel fine del gran corso del fiume, il quale è quivi rotto dalla terrar e di un fiume se ne fanno tre: due si dividono di la e di qua; e l’altro facendo la terra in figure di triangolo, corre a diritto come faceva prima che si dividesse niuno di questi fiumi corre insino al mare, ma si dividono altro in questa, e altro in quella città e questi partimenti sono maggiori, che appresso i Greci non sono i fiumi, e benche quest’acqua sia di visa in molte parti; non diventa perciò picciola, e debole; ma è navigata, bevuta, e coltivata. Il gran Nilo a loro è ogni cosa, e fiume, e terra, e mare, e palude. E’un nuovo spettacolo il veder la nave insieme e la zappa, il remo e l’arato, il timone e’leropheo, gli alberghi de i marinari e de gli agricoltori, e di i pesci insiememente, e de i buoi. e: pianti e semini questo coltivato pelago, dove tu prima hai navigato: percioche il fiume si diparte per ispazio di alcuni giorni drizzando il suo corso altrove. e l’Egitto sta aspettandolo, e numerando i giorni della sua absentia: e il Nilo non falla punto, ma è fiume che osserva il tempo del giorno determinato, e misura l’acqua fiume veramente, che non vuol esser condannato di haver preterito il promesso giorno. e possi vedere la contesa del fiume e della terra contendono l’uno con l’altro: l’acqua dintorno si gran terra: e la terra di ricever si gran mare di acqua dolce; e amendue ottengono ugual vittoria, e non appar qual sia vinto: percioche l’acqua tanto si stende; quanto è lo spazio della terre del paese, e d’intorno alle contrade de i villani sempre ve ne rimane assai, e poscia che ha inondata la terra tutta; fa quivi ancho paludi: e le plaudi, benche il Nilo si diparata, nondi meno restano piene di acqua, e di fango conduttovi dall’acqua. Sopra di queste essi caminano e navigavo, ne vi puote andar altra barca, se non di tanta grandezza, quanta sia bastante a starvi un’huomo ma ogui sorte di barca forestiera dando nel fango del luogo, è ritenuta: a loro poi sono bastanti alcune piccole e leggiere barchette, e poca quantità di acqua. e quando e gran secca, i barcarvoli, ponendose le in ispalla. portano via le barche insino a tanto che rihabbino l’acqua. In mezzo di queste paludi sono alcuue isole sparse quà e là: nelle quali non vi è habitazione alcuna, ma sono piantate di papiri, le cui spesse file tanto sono distanti, quanto fra l’una e l’altra vi puo stare una sola persona. e lo spazio di mezo delle strettezze di sopra è riempito e coperto dalle frondi de i detti papiri quivi sotto ricoverandosi, e si nascondono, e stanno in aguato, in vece di mura usando i papiri. Sonvi ancora alcune isole circondate dalle paludi, che hanno molte capanne, e somigliano una citta rozzamente fabricata. e queste sono gli alberghi de villani. erane una quivi vicino, che di grandezza, di moltitudine di capanne avanzava le altre, e chi a mavanla Nichochi. Essendosi tutti come in luogo fortissimo quivi ridutti, si confidavano, e nella moltitudine della gente e nel sito del luogo. percioche un ristretto sentiero toglieva, ch’ella del tutto non era isola, e di grandezza era un’ottavo d’un miglio, e di larghezza settanta due piedi. le paludi circondano la città che vi è. Poi che viddero il Capitano appressarsi; usarono quest’astuzia, che havendo raguna ti tutti i vecchi, e posti loro in mano rami di palma per segno di chieder pace, dopo loro misero un’ordinanza di gagliar dissimi giovani armati con lance e, scudi i vecchi alzando i rami havevano da coprir con le supplichevoli frondi coloro, che andavano dopo, e quei che seguitavano, portar le haste basse, che non potessero punto esser vedute: e se’l Capitano si piegava a i prieghi de vecchi, i giovani hastati non innovassero cosa alcuna per combattere; e quando che nò, lo conducessero dentro nella città, facendo vista di offerirsi prontamente a esser uccisi, e quando: fussero nel mezzo della stretto sentiero; i vecchi dato il segno se me fuggissero, e gitassero via i rami: e i giovani armati facessero tuto il loro sforzo: Andarono adunque messi in ordine di questa maniera, e pregavano il Capitano che havesse rispetto alla lor vecchiezza, che si humiliasse a i lor preghi, e havesse compassione della città: e offersero a lui solo privatamente cento talenti d’argento, e cento huomini che gli conducesse al Prefetto, volendo loro darli per la città, accioche anco al Prefetto potesse portar delle spoglie de nemici? e le loro parole non erano falsamente dette, che in vero glieli haveriano dati, se gli havesse voluti ricevere. ma poi che egli non volse dare orecchio alla loro ambasciata; i vecchi dissero: Se cosi ti piace: noi sopporteremo questa rea morte: concedine almeno questa grazia, non ne uccider fuori de le porte, ne lontano dalla città, ma nella terra de nostri padri, nella casa dove nascemmo: di grazia dacci per sepoltura la città ecco noi ti siamo guida alla nostra morte: Il Captiano havendo udito: queste cose; diede licenzia alla schiera apparecchiata per combattere, e comandolle che quietamente si ritirasse all’essercito: stavano alcune vedete da lontano a veder cioche si facevano: e quivi le havevano locate i villani comandando loro, che se vedevano venir gli nemici, rompendo gli argini del fiume, mandassero l’acqua tutta addosso di loro: percioche i corsi del Nilo sono di tal maniera, che a ciascuna fossa gli Egizzij hanno l’argine, accioche il fiume gonfiandosi innanzi che fussero il tempo del bisogno, non inondi la terra: e quando fa lor di mestiere d’inacquar la pianura; aprono un poco dell’argine: Erano dopo la villa una fossa del fiume e grande e larga: l’argine della quale da coloro, che a ciò erano ordinati, come viddero entrati gli nemici, fu tagliato: e tutto si fece in un medesimo tempo, i vecchi che erano dinanzi, subitamente si divisero, e i giovani alzate la haste corsero avanti, e l’acqua già era sopravvenuta, e le paludi d’ogni intorno gonfiate trascorreano, e lo stretto era inondato, e ogni cosa era come mare. I villani adunque fatto l’assalto ferirno con le lancie, e il Capitano, e quei che erano nella fronte, si trovorno disprovisti, e confusi, e ispaventati per la cosa non aspettata: E le lor morti non si potrebbono narrare: percioche alcuni nel primo assalto, senza haver pur mosse le arme, furono uccisi; e alcuni non hebbero tanto spazio di tempo, che potessero difendersi, percioche fu in un medisimo punto l’intendere, e il patir la morte: e ad alcuni avvenne patirla prima che nulla ne sapessero: alcuni per il subito spavento smarriti stavano fermi aspettandola: e alcuni solamente movendosi cadevano, imperoche l’acqua gli gittava a terra: e alcuni essendo messe a fuggire, rivolsi sotto sopra si affogavano nel fondo della palude: percioche a quei che stavano in terra, l’acqua arrivava insino all’ombelico: onde torceva loro gli scudi, e scopriva il ventre alle ferite, e nella palude l’acqua giugneva alla testa di ogni huomo, e non si poteva discerner dove fosse palude, e dove pianura: e colvi che correva per terra: bisognava che non ponesse il piè in fallo: percioche altramente egli diventava più tardo al fuggire; e chi andava errando per la palude, istimando che fusse terra: si affogava. Erano nuove disgrazie, e naufragij grandi, e non vi era nave: e l’una, e l’altra cosa era nuova, e fuor d’ogni opinione, veder in acqua far battaglia a piedi, e in terra naufragij: I villani levati in superbia per questo fatto, se ne gloriavano, e ne facevano allegrezza grandissima, riputando di havere ottenuta la vittoria per fortezza, e non per inganno: E veramente gli Egizzij quando che temono, nel timore avviliscono e dove hanno ardire accrescano il valore, et in ciascuna di queste due cose, trapassano la misura, e la parte più debile va in riva, e la gagliarda e ardita riman vincitrice Erano già trapassati dieci giorni della frenesia di Leucippe; e la infermità non si alleggeriva punto: ma pur una volta dormendo mando fuori quest’infiammate parole dicendo, Per amor tuo, o Gorgia, son divenuta pazza; Venuto che fu il giorno, io narrai a Menelao quel ch’ella havea detto: e stava pensando se nella villa vi fosse alcuno c’havesse nome Gorgia, e uscendo noi fuori dell aloggiamento, ecco ci viene incontro un certo giovanetto, e chiamando mi disse: Io vengo per salvare te e la tua donna; Di che restando io maravigliato, e istimando che fusse mandato da Iddio, gli disse, sei tu forse Gorgia? Non diss’egli, ma son Cherea: e Gorgia è stato cagione della tua rovina. All’hora io mi spaventai molto più e li dimandai, Qual è questa rovina, e che è questo Gorgia? percioche la notte passata non so quale Iddio lo mi ha annunziato: ma sijmi tu espositore de gli annunzij divuni. Gorgia, disse egli, era un soldato Egizzio, hora non vive più, che e stato ucciso da villani. egli amava la tua donna, e essendo naturalmente incantatore; apparecchio un certo medicamento amatorio e persuase a quello Egizzio, che vi serviva, pigliare il medicamento, e darlo a bevere a Leucippe: ma egli non s’accorse haverlene dato più del dovere, onde l’amore si è converito in pazzia queste c_semi raccontò hieri vu servo di Gorgia, il quale, essendo con essolvi andato a combattere contro i villani, è da pensare che la fortuna per vostra ventura l’habbia salvato egli per sanarla dimando quattro monete d’oro: percioche egli dice haver un’altro medicamento apparecchiato, co’l quale risolvera la virtù del primo. Ancora tu dissi io, haverai premio di cotal servigio ma conduci a noi cotesto huomo che tu dici. Egli andò via. e io entrato dentro dava de i pugni nella faccia del servo Egizzio, e due, e tre volte, gridando e dicendo, Dimmi che hai tu dato a Leucippe? e per qual cagione ella è diventata pazza? Esso havendo havuto pavra, narra tutto cio che ne havea raccontato Cherea. Noi adunque havendolo legato lo tenemmo prigione: e in questo mezzo venne Cherea menando seco l’huomo, che egli ci havea detto. Io volgendomi ad: amendue dissi, pigliate hora le quattro monete d’oro: mercede del buono annuzio. ma udite il mio parere di questo medicamento: Voi vedete che la cagione del presente male della donna è stato il medicamento, e non saria senza pericolo medicarle le interiora, essendo gia medicate: horsu diteci quel che e in cotesta medicina, e apparecchiatela in presenza nostra: e se voi fatte cosi; eccovi per premio quattro altre monete d’oro. All’ora il predetto huomo disse, Voi havete ragionevole sospetto: ma sappiate che le cose, le quali vi si mettono, sono comuni, e tutte da mangiare, e io ne gusterò tanto, quanto la donna ne prenderà: e subito comanda che alcuno andatole a conprare le porti, dicendo il nome di ciascuna: onde prestamente furono, portate, e presenti noi le pestò tutte insime e fattone due parti: questa, disse egli, la haverò prima io, e quest’altra darete alla donna e pre a che l’haverà; lasciatela per ogni modo dormir tutta la notte: e quando sara presso all’alba; ella lascierà il sonno e la infermità. Egli primo adunque piglia la medicina, e il resto ordina che la sera sia data da bere a Leucippe. Io, disse egli, me ne vò a dormire percioche il medicamento cosi richiede, e cosi detto si parti; pigliando da me le quatro monete d’oro: le altre dis’io, ti darò quando ella sarà guarita. Poi che fu venuta l’hora di darle a bere la medicina, mescendola io la pregava di questa maniera: O medicina figlivola della terra, o dono di Esculapio siano vere le tue promesse, sijmi favorevole, risana la mia carissima Leucippe, fa che tu vinca quella barbara e crudel medicina. Havendo fatto questo prego alla medicina, e baciato il nappo, la diede da bere a Leucippe. Ella si come havea detto quell’huomo, dopo picciolo spazio si addormentò: e io standole allato, parlavamo con lei. non altramente che se ella mi udisse: Ritornerai: tu veramente in buon sentimento? mi riconoscerai tu? ascolterò io quella tua voce? indovina anche hora qualche cosa dormendo, percioche hieri indovinasti del fatto di Gorgia. meritamente adunque sei più felice dormendo, che vegliando: per il furore sei sfortunata, e i tuoi sogni sono savi. Mentre io parlava di questa maniera verso di Leucippe non altramente: che s’ella m’ascoltasse, e appena essendo appartia la desiderata, e aspettata aurora; Leucippe parlò, e con la sua voce chiamò Clitophonte. Io saltato suso m’accosto a lei, e dimandole come si senta ma pareva che non si ricordasse d alcuna di quelle cose, ch’ella havea fatte: e vedendo i legami; si maravigliava e dimandava chi fosse stato colvi che l’haveva legata. Io veduto ch’ella era ritornata in buon sentimento, con molta allegrezza sciolsi i legami, e poscia le racconati il tutto: ella udendo si vergognava, e diveniva rossa, e parevale all’hora di far cotai cose: ma io la presi a confortare, e diedi molto volentieri la mercede della medicina. Era tutta la notra roba saluai percioche Satiro per avventura l’haveva salvata mentre rompemmo in mare: e ne a lui, ne a Menelao fu tolto alcuna cosa da i ladroni. In questo mezo un maggiore essercito venuto dalla principal città del paese vinse i ladroni, destrusse la lo città insino a’fondamenti. Essendo già libero il fiume dell’ingiuria de villani; ci apparecchiammo di navigare in Alessandra: veniva con esso noi Cherea fattosi già nostro amico per l’aviso datoci della medicina per Leucippe: Era egli per nazione dell’isola del Pharo, e per arte pescatore: egli era venuto a soldo contra i villani con quelle genti, che venivano nelle navi a combattere: onde dopo la guerra si parti dall’essercito. Il fiume adunque, percioche non si era potuto navigare già molto tempo, era tutto pieno di naviganti, e era un grandissimo piacere di cotal dilettazione, i marinari cantavavo. i passeggieri s’allegravano. le navi trascorrendo innanzi, e indietro pareva facessero balli, e tutto il fiume era festa, e la navigazione simigliava un fiume festeggiante. All’hora fu la prima volta ch’io bevvi de l’acqua del Nilo senza mesco larvi il vino, volendo provare di che soavità fusse il beverne. percioche il vino nasconde la natura dell’acqua e pigliatone un pieno calice di chiarissimo vetro riguardava l’acqua con la sua bianca chiarezza contender con quella del nappo, il quale ne rimaneva vinto e nel beverla io la sentiva essere e dolce e fresca, e percioche mi ricordava, che appresso il Greci sono alcuni fiumi tanto freschi, che bevendone feriscono altrui, io gli assimigliava a questo. onde gli Egizzi havendo poco bisogno del vino non temono bever di questa acqua pura. Mi maravigliai anche del modo del beverla, percioche non la voglion bever attingendola dal fiume, ne la prendono con nappo alcuno, ma essi n’a doperano un fatto da se stesso, e questo è la mano. Conciosia che s’ad alcuno navigando vien sete, inchinandosi dalla nave sporge fuori la testa sopra il fiume, e calando la mano nell’acqua, e incurvandola la tuffa, e l’enpie d’acqua, e lanciala verso la bocca, e tira a diritto nel berzagio, e la bocca aperta aspettando il colpo lo riceve, e serrasi, e non lascia più l’acqua cader fuori. Vidi anco un’altro animale del Nilo di fortezza lodato più che’l cavallo del fiume. Egli è chiamato Cocodrillo. ha la sua forma differente: percioche dal capo insino alla coda è pesce insiememente e una gran bestia, e la larghezza non ha proportione con la lunghezza. la pelle è coperta d squame le spalle sono di color negro, e duro come pietra. il ventre bianco. ha quattro piedi alquanto rivolti in fuora, come quei della testuggine terrestre. la coda lunga e grossa e tutta soda: percioche non l’ha come le altre bestie, ma à un’osso intero, che è fine della schiena, e è parte del tutto, e è di sopra partita in durissime spine, come sono i denti delle seghe, la quale egli usa in vece di bastone nel far preda, e con essa percuote quei contra i quali esso combate, e in un colpo solo fa molte ferite. ha la testa (havendolgi la natura nacosto il collo) senza distinzione alcuna con le spalle congiunta, e con esse a filo ugualmente diritta nel resto del corpo è da ogni parte horrible, e massimamente nelle mascelle che sono lunghe, e le apre largamente, e mentre questa bestia non le tiene aperte è testa; ma quando l’apre per pigliar preda, esso diventa tutto bocca. Egli apre la mascella di sopra, e ha quella di sotto chesta ferma &, evvi molta distanza, è l’apertura va insino alle spalle, e subito segue poi i ventre. ha molti denti. e in lungo ordine disposti. dicono che sono tanti innumero, quante fiate in tutto l’anno il Sole mostra la sua luce sopra la terra.

Alessandrino, dell’amor di Leucippe, e Clitophonte. LIBRO QUINTO

HAVENDO noi già tre giorni navigato; arivammo in Alessandria, e essondo io entrato per la porta del Sole, che cosi è chiamata; incontinente mi si appresentò alla vista la risplendente bellezza della grandissima città, e tempiè gli occhi miei di somma dilenttazione. Era dall’uno e da l’altro lato un dirittissimo ordine di colonne dalla porta del Sole insino a quella della Luna. Percioche questi Dei sono i custodi delle porte della città. al mezzo del detto ordine di colonne erano la piazza, per la quale si caminavano in una lunghissima strada, tal che nella città si potevano andare quasi in peregrinaggio. E havendo caminato innanzi non molto grande spazio; venni a un luogo che ha il cognome da Alessandro. di qui vidi un’altra città, la cui bellezza era divisa in due parti. percioche quanto l’unordine di colonne per diritto si astendeva, tanto l’altro durava per traverso. Io rivolgendo gli occhi a mirar tutte le strade, non poteva ne saziarmi di guardare; ne era bastante di veder pienamete tutte le bellezze. alcune cose io guardava, alcune n’haveva da guardare, altre io sollecitava di veder, e altre non voleva trapassare, le cose che io vedeva, ritenevano la vista, e quelle che io aspettava di vedere, sopragiungevano. Havendo finalmente cercate tutte le: strade, e adiratomi contra la vista, essendo già stanco dissi, Occhi miei moi resitamo vinti. Ma due cose vidi, nuove e incredibile, che la grandezza della città con la propria bellezza, e la moltitudine del popolo con la grandezza di lei contendeva e ciascuna di esse rimaneva vincitrice. percioche quella era maggiore del suo fito, e questa di numero infinito, e certamente se io riguardava la città; dubitava se si potesse trovar tanta moltitudine di persone, che fosse bastante habitandola riempirla tutta. allo incontro se io poneva mente a si grand popolo, mi maravigliava se fosse città alcuna, che lo potesse ricevere. tanto dell’uno e dell’altro era equale la bilancia. Celebravasi allhora per aventura: la festa del grande Iddio, che i Greci chiamano Dia (cioè Giove) e da gli Egizzij è nominato Serapi. per tutto risplendevano facelle, e questo vidi anco degno di maraviglia, :che era sera, e già il Sole era tramontato, e non dimeno non mostrava che fosse notte, ma si levava un’altro Sole in minute parti diviso et all’hora io m’accorsi che la città contendeva anco di bellezza co’l cielo. Oltra di ciò vi vidi la imagine e il celeste tempio di Giov: Mi lichio, cioè el mente, e hav ndolo adorato, e pregatolo che gli piacesse por fine alle nostre miserie, ce n’andammo in una casa, che Menelao per noi haveva tolta a pigione. Ma perche non parve che Giove hauesse

data segno di haver ascoltati i nostri preghi; sopravenne altro nuovo travaglio di fortuna. percioche Cherea già molti giorni adietro, senza mai disco prirlo, era acceso del’amor di Leucippe, e perciò egli havea mostrato il rimedio al male di lei, cercando in un medisimo tempo occasione di haver nostra domestichezza, e di risanar Leucippe per lui. Ma conoscendo che era difficile a ottenerla, come huomo marinaresco che egli era, messi insieme alcuni huomini che come anche esso faceva, essercitavano l’andar in corse, e insegnato loro quel che havevano da fare; ordinò uno inganno: e finto di voler far festa del suo giorno natale, chiamatoci amichevolmente ne invito a gire insino al Pharo. subitamente adunque che noi fummo usciti di casa; ci apparue un cattivo augurio. percioche uno Sparviere, seguitando una Rondine, percosse con l’ali nella testa di Leucippe. per la qual cosa fortemente turbato. alzati gli occhi al cielo, dissi, O sommo Giove, perche ci mandi questo prodigio? ma se questo è veramente uccello mandato da te; mostraci un’altro augurio più manifesto. E rivolgendomi a dietro, mi trovo esser vicino alla bottega d’un dipintore. vi veggio una dipintura, che tacitamente ci dava indizio di un caso simile. percioche vi era dipinto l’incesto di Philomena, la violenza fattale da Tereo, il tagliarle della lingua, e finalmente la historia tutta, la tela, Tereo, & la mensa. La tela una serva la teneva distesa, e appresso vi era Philomena, che co’l dito mostrava le figure della tela, e Progne accennava d’intendere, e turbatamente guardava, e isdegnaua si contro la dipintura. Tereo era intessuto, che faceva forza a Philomena. ella haveva le chiome tutte guaste, la cintola sciolta, la veste, squarciata, il petto mezo nudo, la destra mano l’haveva posta nel volto di Tereo, con la sinistra riduceva una parte della squarciata veste intorno alle mammelle. Tereo heueva fra le braccia Philomena trahendo a se il corpo di lei quanto più poteva, e verso il corpo l’abbracciava strettissimamente. Di questa maniera il pittore haveva tessuto la dipintura del velo. nel rimanente della tavola erano dipinte le due sorelle, che portando in un piattello le reliquie della cena, mostravano a Tereo la testa e le mani dell’ussiso figlivolo, e di ciò ridevano parimente e temevano. Tereo era dipinto che si levava suso dalla sedia, e tirava fuori il pugna le contra le donne havendo appoggiato un braccio alla mensa, la quale nestava del tutto in piedi, ne cadeva, ma nella dipintura accennava di dover cadere. Disse adunque Menelao, il parer mio è che ci dobbiamo rimaner di gire al Pharo. percioche non vedi tu che gli augurij non sono punto buoni? si il voler dell’uccello contra di noi; si ancho il minacciante soggetto della dipintura? gli spositori de gli augurij dicono, che mentre noi usciamo a far qualche negozio, incontrandoci a vedere alcuni pittura, dovemo considerar le favole di essa, e quel che havrà da avvenire, assimigliarlo al modo e forma della historia. Non vedi tu di quante

sceleraggini è ripiena la dipintura? di amore non legisimo? di sfacciato adulterio? e di feminili miserie? onde io consiglio che ci vogliamo rimaner di andar fuori. Ame parve che Menelao dicesse cose molto simili al vero onde io iscusandomi, per quel giorno presi comiato da Cherea. il quale tutto pieno di maninconia si dipartì dicendo di voler ritornare a noi il di seguente. Ma essendo tutte le donne naturalmente di favole; Leucippe verso di me volgendosi mi disse, che vuol significar la favola di questa dipintura? che uccelli son questi? e chi queste donne? e chi è quell’huomo si sfacciato e malvagio? E io allhora cominciai a dirle, il Lusignuolo, l’Vpupa, e la Rondine gia furono tutte creature razionali, e hora tutti son’uccelli: l’Vpupa fu huomo, la rondine e il Lusignuolo furono donne, questa fu chiamata Philomena, e quella Progne, ambedua Ateniesi l’huomo nominossi Tereo, e fu Re di Thracia, e marito di Progne. Ma pare che alla lussuria de’barbari una sola femina non sia a bastanza, massimamente: quando la occasione da lor modo di adempire per forza il dishonesto appetito. La benivolenza adunque di Progne verso la sorella diede occasione a questo barbaro Re di usar la sua pessima natura: percioche havendolo mandato a visitar la sorella: egli si diparte marito di Progne, e ritorna amante di Philomena, e per camino la si fa diventare un’altra Progne: e temendo che Philomena lo ridicesse, le tagliò la lingue e il dono, che le diede per premio della tolta virginita. fu il non poter piu parlare; ma con questo egli non potè far che la cosa stesse celata: percioche l’arte di Philomena ritrovo un tacito parlare: ella ordi una tela. e con la trama disegnò tutto’l fatto, e la mano imitò l’ufficio della lingua, e mostrò a gli occhì de Progne quelle cose che s’apparteneva a gli orenchi di sentirle, e con la spuola tramando le narrò tutto quello ch’essa haveva patito. Progne intende dalla tela la violenza fatta alla sorella dal marito, e cerca vendicarsi di lui fuori d’ogni misura. Due erano gli sdegni, e due le donne, che amendue erano intente a una cosa medesima, havendo alla ingiuria mescolata la gelosia. mettono ordine di far una cena piu miserabile, che non furono le forzate nozzedi Philomena: la cena fu il figlivolo di Tereo, del quanle innanzi allo sdegno Pronge era madre. ma allhora si dimenticò delle doglie ch’ella hebbe nel partorirlo, tal forza hanno i dolori della gelosia, che avanzano quei del parto. E in vero che le donne, le quali solamente

,, sono rivolte a vendicarsi di colvi, che ha rotta ,, la fede congiugale. anchora che nel satisfare all’animo ,,loro patiscano; non dimeno compensano la noia ,, del patire co’l piacere che hanno di adenpire il lor desiderio. ,, Tereo mangio la cena postagli davanti dall’infuriate

,, donne: le quali di poi con pavra ridendo gli appresentarono in un piattello le reliquie dell’ucciso figlivolo. Tereo vedendole pianse di cotal cibo, e si conobbe esser padre della cena, e conoscendolo entrò in grandissimo furore, e tirato fuori il pugnale corse contra le due sorelle, le quali volarono in aria, e Tereo seguitandole anch’egli diventò uccello, e serbano anchora la simiglianza della lor passione, che’l Lusignuolo fugge, e Tereo lo perseguita, di tal maniera ha serbato l’odio, anco nella forma di uccello. Noi adunque in questo modo all’hora schifammo le insidie: ma in ciò non avanzammo salvo che un giorno. percioche la mattina seguente Cherea ritornò a noi, e noi vergognandoci non li potemmo disdire. Si che entrati in barca andammo al Pharo, e Menelao dicendo di non sentirsi bene; rimase all’albergo. Cherea primamente ci menò a una torre, e da basso ci mostrò la maravigliosa e incredibile disponsizione del o edificio. era posto nel mezo del mare un monte, il qual parea che toccasse le nuvole: l’acqua passava sotto la detta torre, che si sporgeva in fuori sopra il mare, talmente che pareva ch’ella pendesse in aria: nella somità del monte era un’altra torre, che tenendovisi il fuoco acceso, la notte a guisa di nocchiero era guida a i naviganti di venir a diritto camino. Dopo questo ci condusse a una casa, che nell’ultima parte dell’isola era posta presso della marina. e sopravvenuta che fu la sera; Cherea fingendo di gire a far sue bisgone, se n’usci fuori: e poco dopo sentissi d’intorno la porta un certo romor, e subitamente entrorono dentro huomini e grandi e molti, con le spade ignude, e tutti corsero addosso alla fanciulla. Io quando vidi che menavano via la mia carissima Leucippe? non lo volsi comportare. corro a mettermi in mezzo delle spade, e uno di loro mi feri in una coscia, e caddi, e caduto spargeva gran copia di sangue. essi havendo messa la giovane in una barchetta; se ne fuggirono. E facendosi grandissimi romori, e gridi, come si suol far nell’arrivar de’corsari: vi corse il Capitano dell’Isola, il quale io haveva conosciuto nell’essercito gli mostro la ferita, e lo prego a seguir i corsali stavano in: porto molti navili, egli montato su uno de questi. si mise a perseguitargli con quella guardia che allhora si ritrovava havere, e io fattomi portar di peso andai in nave con esso loro. I corsari subito che viddero la nave esser vicina, e apparecchiarsi a combatere; mettono sopra la coperta della barca la giovane con: le mani legata di dietro, e uno di loro ad alta voce gridando e dicendo, Ecco i vostri premi, le tagliò la testa, la qual serbò in nave; gittando il resto del corpo in mare. Io mentre che ciò vidi; fortemente gridando mi volli gittar in acqua ma poi che quei che iui erano presenti mi ritennero; gli suplicava che fermassero la nave, e che alcuni di loro saltassero in mare, se per modo alcuno io potessi ricovrare il morto corpo della fanciulla per sepellirlo. Il Captitano mosso da miei prieghi fece fermare il legno: e due de marinari avventatisi fuori della nave nel mare, preso il corpo lo portarono suso. In questo mezzo tempo i corsali molto maggiormente si affaticavano a scampare: ma havendogli noi un’altra volta sopragiunti; essi veggono un’altro legno de corsali, e conosciutili gli chiesero in aiuto loro, i quali grano corsali dalla città di Porphira.

Il Capitano vedendo i due legni già messi insieme hebbe pavra, voltò la popea, che gia i corsali ivoltì dalla fuga lo sfidavano a combattere: Poscia che noi fummo smontati in terra, io abbracciato il morto corpo, piangendo diceva Hora veramente, carissima Leucippe, tu sei morta di doppia morte divisa nella terra, e nel mare: percioche io tengo le reliquie del tuo corpo; ma te in vero ho perduta la parte che di te ha havuta il mare,! non è equale a quella che ne ha la terra: picciola parte di te mi è rimasa, essendo la maggiore, e più degna posta nella faccia. il mare in si poca parte di te ritiene il tutto ma poi che la fortuna mi ha invidiato il poter baciao la tua faccia; horsu io bacierò il tuo collo. Havendo io pianto e lamentalomi di questa maniera, e fatto sepellire il corpo; me ne ritornai in Alessandria dove essendo contra mia voglia curato della fertià, confortandomi Menelao, stetti sopportando pazientemente il mio dolore erano già passati sei mesi, e in gran parte la mia maninconia cominciava a diminuissi. percioche il tempo

,, insime co’l Sole pieno di allegria à la medicina ,, del dolore; e mitiga le piaghe dell’anima. e quel ,, che per breve spazio ci attrista, benche sia fuori d’ogni ,, misura, bolle infin tanto che l’anima è infiammata, ma ,, vinto dal refrigerio de giorni si raffredda. Hora pas ,, seggiando io per piazza, ecco un che dietro mi sopravenne

,,, alla sproveduta prendendomi per mano, e ritenendomi senza dir nulla; abbracciandomi mi baciò infinite volte. Io veramente non conobbe da prima chi costui fusse, ma rimasi stupefatto, sopportando i colpi de gli abbracciamenti non di altra maniera che se io fussi stato il bergaglio de i baci ma poi che alquanto da me si fu discostato guardandolo nel viso, conobbi che gli era Clinia. e per allegrezza alzando io la voce, gli resi i baci e gli abbracciamenti, e poscia ne conducemmo al mio albergo. egli mi racconto in che modo era scampato dal naufragio e io gli narrai tutto ciò che era avvenuto a Leucippe. Subito che la nave, disse egli si ruppe; io mi ridussi a un corno dell’antenna, e appena ne potei pigliar l’estremità, essendo già pieno di persone. ma havendovi io poste su le mani, mi sforzava di tener miui appeso e essendo noi per piccolo spazio andati notando, sopravvenne una grandissima onda, e alzando il legno dritto, lo ruppe a uno scolgio sotto l’acqua nascoso io mi teneva appeso all’altro corno dell’antenna, il quale percosso dall’impeto di nuovo quasi da una machina fu ributtato a dietro, e io come con una fromba fui gittato molto lontano, dipoi andai notando tutto il rimamente del giorno senza alcuna speranza di salute: e essendo già stanco, e datomi in arbitrio della fortuna; viddi allo incontro di me venire una nave onde io alzando hor l’una hor l’altra mano, con quel modo, che io poteva, con cenni dimandava aiuto. i marinari o che havessere compassiodi me, o che il vento gli traportasse in quella parte; si condussero appresso di me, e uno di loro (non lasciando la nave il suo corso) mi calò giuso una fume. io la presi, e cosi fuori delle porte della morte mi cavorno. La nave andava a Sidone, e ritrovandovisi alcunl che mi conoscevano; attesero a darmi comforto, e a recrearmi. havendo già navigato due giorni, giugemmo alla città di Sidone all’hora io pregai quei Sidonij che si trovava no in nave (era Xenedama mercatante, e Theophilo suo socero) che se per aventura s’incontrassero in alcuno de Tirij; non dicessero come io era scampato dal naufraggio afin che non si risapesse che io fussi andato in viaggio lontano percioche sperava doverestar nascoso, se da quell’innanzi le cose quetamente passassero, non essendo di mezzo, se non cinque giorni solamente, che io non era stato veduto: e, come tu sai, a quei di casa mia, che mi dimandarono dove io fussi inviato, havea risposto che andava in villa, a starvi dieci giorni interi, e trovai che cotal fama di me era stata ricevuta. Tuo padre anchora non era tornato di Palestina, ma ritornò due giorni dopo, e ricevette lettere mandate da Sostrato padre di Leucippe, che erano giunte il secondo di appresso la nostra patria. nelle quali egli prometteva darti per moglie la sua figlivola. Tuo padre letto che egli hebbe queste lettere, e inteso il nostro fuggire, era da diversi e gravi pensieri molestato: si perche tu havevi perduto la utilita che per le lettere ti era offerta; si anco perche in si piccolo spazio di tempo la fortuna havesse le cose a cotal termine ridotte. il che non sarebbe avvenuto se piu tosto le lettere fussero state portate. Egli nondimeno istimò che fusse ben fattodi non riscrivere di ciò al fratello cosa alcuna; ma prego la madre della fanciulla, che dovesse allhora tacer, e non dar notizia alcuna a Sostrato del cattivo accidente, con dir tosto gli ritroveremo. e tosto, dovunque saranno, intenderanno la nuova del maritaggio, e ritorneranno, se sara loro lecito che senza rispetto la cagione della lor fuggita si manifesta Hora egli con ogni sforzo, e sollecitudine ricerca dove siate andati. e pochi giorni prima ch’io venissi, Diophante Tirio havendo navigato di Egitto, era arrivato, e gli dice che qui ti havea veduto. io subitò che ciò intesi; montai sopra una nave gia sono otto giorni, e giunto ti sono andato cercando per tutta questa città. tu adunque prendi a ciò qualche partito, perche tuo padre ne verrà quà in breve. Io havendo cotai cose udite; mi diedi a doler del giuoco che la fortuna si pigliava di me, dicendo, O fortuna, Sostrato hora mi da per moglie Leucippe. hora egli dal mezzo della guerra mi manda le nozze, misurando diligentemente i giorni, accioche non pervenisse la nostra fuga. o felicità troppo tarda. o beato me, se io lasciava trappassare un giorno. dopo la morte le nozze, dopo i pianti vengono gli Himenei: quale sposa mi dà la fortuna? Hora, disse Clinia, non è tempo di stare a lamentarsi, ma consideriamo se meglio sia che hora tu ritorni nella patrra, overo aspettar qui tuo padre. non vo far ne l’un ne l’altro risposi io. percioche con qual faccia potrei guardar mio padre, massimamente essendo io cosi vituperosamente fuggito, e essendo poi stato cagion della morte di colei, che alla sua fede era stata commessa dal fratello? resta adunque fuggirmene di qui, prima che egli vi arrivi. Mentre noi cosi ragionavamo; Menelao con Satiro insieme entrarono nel’albergo, e amendue abbracciarono Clinia, e da noi intesero tutto ciò che era successo. Allhora Satiro rivoltosi a me disse, Di presente tu hai occasione di poner le cose tue in ottimo stato, e haver compassione dell’anima di colei, che arde per te, e ascolti ciò anchora Clinia. Venere porge a costui una gran felicità, ma egli non la vuol prendere. una donna è di modo innamorata di lui, ch’ella ne impazzis_e. è supremamente bella, si che vedendola diresti, che fusse una Dea, ella è da Epheso, ha nome Melitta, è molto ricca, e di et à giovane. li è morto nuovamente il marito affogatosi in mare. desidera haver costui non dirò per marito, ma per signore, e gli da se stessa, e tutte le sue facultà, a per amor suo hora sono due mesi ch ella dimora in questa città, pregandolo che voglia andar con essalei, e egli non so da qual cagione mosso, non ne fa stima, pensandosi che Leucippe habbia da ritornare in vita. A queste parole loggiunse Clinia, che gli pareva che Satiro parlasse ragionevolmente, che se per te sono vinte beltà. ricchezza, e amore; non hai da star a sedere, ne dimorare. percioche la beltà ti darà piacere, ricchezza dilizie, e l’amore riverenza. oltra di ciò Iddio ha in odio i superbi, horsu credi e ubbidisci a Satiro, esta quieto al voler d’Iddio. All’hora

sospirando io risposi, conducimi ove tu vuoi, se cosi ancora pare a Clinia, pur che questa giovane non mi dia molestia, astrignendomi a prender piacere con essalei, fin che non arriviamo a Epheso havendo io giurato di non congiungermi con donna alcuna in questa città, dove h_ perdu a Leucippe. Satiro udite queste parole, andò correndo a Melitia portandole la buona nuova. e non molto dopo ritornò dicendo, che la giovane come ciò hebbe inteso, poco manco che non cadesse morta e ch’ella mi pregava, ch’io andassi a trovarla quel giorno per dover cenar con lei; e dar principio alle nozze. io l’ubbidi e andai, ella subito che mi vidde, corse ad abbracciarmi, e empieva tutta la mìa faccia di baci. e veramente era bellissima, e haresti detto che la sua faccia fusse sparsadi latte, e nelle sue guancie esser piantate le rose, e il suo sguardo risplendeva di splendore venereo. i fuoi capelli erano spessi e lunghi, e di color d’oro. onde nel mirarla mi parue di provar qualche dilettazione. La cena era suntuosa, e Melitta leggiermente gustando delle vivande per parer di mangìare, non poteva del tutto prendere il cibò, ma era tutta intenta

,, a riguardar me. Percioche a gli amanti niente puo ,, esser più soave ch’il mirar la cosa amata, conciosia ,, che Amore essendosi fatto signor dell’anima, non le ,, lasci ne ancho luogo da cibarsi, ma il piacere che si piglia ,, del guardare, trapassando per gli occhi, pone il ,, suo seggio nel cuore, e trahendo a se di continuo la ,, e imagine della cosa amata, la imprime nello specchio ,, dell’anima. e rinuova quella forma. e quel che dalla ,, bellezza si sparge per mezzo di amorosi raggi tirato

,, nell’amoroso core, vi suggella la similitudine di quella. Io essendomi di ciò avveduto le dissi, per qual cagione non mangiate punto delle vostre proprie vivande? ma parete simili a coloro che nelle pitture sono dipinti stando a mangiare? e ella rispose. Qual cibo potrei gustar piu delicato, e qual vino piu precioso del tuo aspetto? e cosi dicendo, me che i suoi baci riceveva non senza piacere, baciò soavissimamente. dipoi trattasi a dietro soggiunse, Questo è il mio nutrimento, e il mio cibo, Nel conuito adunque passammo di questa maniera ma venuta la sera, ella fece ogni sforzo di ritenermi a fin che quivi hauesse da dormire. e io prendea scusa replicando quel medesimo c’haveva detto a Satiro finalmente mi diede licenza con grandissima difficultà, rimanendosi tutta piena di maninconia. ma ben demmo ordine di ritrovarci il giorno seguente nel tempio della dea Iside, per dover ragionare insieme, e chiamando la dea in testimonianza, darci la fede. Andammo, e vi furono presenti Menelao e Clinia. giurammo amendue, io d’amarla fidelmente, e ella di tormi per marito, e farmi padrone di tutta la suà facultà ma questi patti, diss’io in comincino allhora che saranno giuntia Epheso percioche quivi in Alessandria voi cederete a Leucippe. Fece poi alla apparecchiarci una cena sontuosa, la quale hebbe solamente nome di nozze, ma l’effectto già ci eravamo fra noi convenuti che si differisse ad altro tempo. Sovviemmi vhe nel conuito Melitta disse una cosa da ridere, percioche mentre i conuitati con voci liete pregavano i Dei che concedessero felice successo alle nozze, ella volgendosi verso di me pianamente, disse, Io sola in questo convito provo cosa vana, e simile a quel che si costuma di fare a i morti, i corpi de quali non si ritovano, che si fa loro una sepoltura vota. ma ben ho veduto io de i sepolchri vacui, ma delle nozze non giamai. Cosi, parlò studiosamente motteggiando. Il giorno seguente ci mettemmo in viaggio, e per buona ventura anche il vento ne invitava. Menelao essendo venuto ad accompagnarci insino al porto, e havendoci abbracciati, e baciati, e pregato che il mare hora ne facesse haver miglior fortuna; se ne torno alla città: giovane veramente di somma bontà, e degno d’esser adorato, e partitosi tutto pieno di lacrime, similmente mosse tutti noi a lacrimare. A Clinia non parue di lasciarmi, ma venuto con’ esso noi in fino ad Epheso, edimoratovi qual che giorno ritornarsene, s’egli havesse vedute le cose mie ridotte a buon fine. Noi haveamo il vento in poppa, e era gia sera. e poi che havemmo cenato, ne ponemmo a giacer per dormire. era nella nave separatamente per me, e per Melitta apparecchiata una tenda d’intorno intorno serrata. ella adunque havendomi abbracciato mi baciava, e mi richiedeva del debito fine delle nozze, dicendo; hora havemo tra passato già il termine del giuramento fatto a Leucippe, e siamo entrati in quello della promissione fatta a me. qui comincia il termine prescritto. per qual cagione hora mi bisogna aspettar di pervenire ad Epheso? la bonaccia del’mare è in certa, ne è da fidarsi de i venti: che in un momento si mutano. Credimi Clitophonte ch’io arda. volesse Iddio ch’io potessi mostrarti il fuoco. volesse Iddio che egli havesse la medesima natura, che comunemente suol haver il fuoco d’amore, accioche mentre io t’abbraccio t’accendessi. hora a comparazion della altre fiamme, la mia sola abbrucia la propria materia, e oltra misura accesa nell’ abbracciar c’ho fatto dell’amante, da lui si disco sta, e gli perdona. O fuoco secreto, o fuoco che nascosamente risplendi, o fuoco che non vuoi uscir fuori de tuoi confini. Horsu, carissimo Clitophonte, incominciamo i sacri misterij di Venere. e io le risposi. Non mi sforzare a romper l’antica usanza dell’essequie de morti. anchora non s’intende c’habbiamo passati i termini di quella infelice giovane, insino a tanto che non ismontiamo in altra terra. non hai tu udito ch’ella è morta in mare? anchora navigo sopra la sepoltura di Leucippe. e forse che l’ombra sua va

,, d’intorno a questa nave: percioche si dice, che l’anime ,, di colore che periscono in acqua, non discendono

,, dell tutto nell’ inferno, ma vanno errando intorno a quell’acqua medesima. e per avventura ella ci sopraverrà quando staremo abbracciati. Ti pare egli questo: esser luogo: convenevole alle nozze? le nozze sopra le onde? le nozze portate dal mare? tu non vuoi che noi habbiamo la camera stabile e ferma per i nostri congiungimenti? Carissimo Clitophonte, rispose Melitta? tu parli ingegniosamente: ma ogni luogo a gli amanti è camera, e non è parte alcuna, dove Amor non possa entrare; e qual luogo è piu domestico, e più proprio d’amore, e de i secreti venerei: che’l mare? Venere è figlivola del mare: facciamo questa opera si grata allo Dio delle nozze, e con l’effetto delle nozze, rendiamo honore alla sua madre. a me pareche tutte queste cose che sono quì, siano segni di nozze il giogo che cosi ci pende sopra la testa, e i legami che sono d’intorno l’antenna, sono. o Signor mio, felici angurij. sotto il giogo è il letto della nozze, e lo funi legate, e il timone vicino al letto ecco che la fortuna governa le nostre nozze. il coro delle N____ e Nettuno, che medesimamente nel mare sposo Amphitrite, ci accompagneranno. l’aura soavemente fa strepito d’intorno le funi. a me pare che’l suono de i venti canti le parole del sacro Hymeneo. non vedi ancho la vela gonfiata a guisa di un corpo di femina gravida? e anchora questo io piglio per ottimo augurio, che ci annunzij. come dime tosto tu havera_ figlivoli. Io vedendo costei dall’amoroso desiderio grandemente in fiammata, le dissi, donna ti prego che vogliamo ragionare insieme, fin che smontiamo in terra, e ti giuro per questo mare, e per questa prospera navigazione, che anchora io ho il medesimo desiderio che tu hai: ma il mare ha le sue leggi, e spesse fiare ho udito da marinari vecchi che le navi debbone esser monde da gli abbracciamenti e piaceri venerei, forse o perche e le sono sacre, o peraventura acciche nel gran pericolo, che suole avenire nel marc, niuno prenda piacere di cose dishoneste. Non vogliamo, carissima padrona far questo oltraggio al mare, ne me scolar le nozze insieme con la pavra, serbiamoci il piacere sincero e sicuro. Dicendo queste parole, e accarezzandola con baci, la racquetai, e cosi tutto il rimanente della notte dormendo trapassammo. Dopoi i cinqui giorni segventi havendo finito di navigare, arrivammo ad Epheso Era la casa di Melitta, e grande, e bella, e la principale di tutte quante n’erano quivi, e piena di molti serventi e d’ogni altro sontuoso apparecchio ella commandò che si apparecchiasse una splendida cena, e disse, noi in tanto andiamo ad un mio podere lontano dalla città un mezzo miglio. e essendo montati in una carretta, uscimmo fuori, e subito che fummo arrivati; ce n’andammo a passeggiare nella strade fatte tra le vinti, e altri arbori. e incontinente s’inginocchia dinanzi a noi una giovane legata con funi grossissime. teneva in mano una zappa. le erano stati tagliati i capelli. havea la persona tutta lorda, e era vestita d’una povera gonnelluccia. e verso di Melitta disse queste parole, Deh Signora, essendo tu femina habbi compassione di me che son femina, libera in quanto al mio nascimento, ma serva in quanto cosi piace alla fortuna. e subito si tacque Melitta finalmente le disse. Lavati suso, e dimi che tu sei, e di qual luogo, e chi d’hà legata con cotesta cacene, percioche anco nello miserie il tuo aspetto dimostra la nobilià. E stato il tuo servitore rispose ella non gli volend’io compiacere ne i suoi dishonesti appeti ti il mio nome è Lacena, e son nata in Thessagita. ti raccomando questo mio infelice stato. e humilmente ti prego, che mi liberi dalla miseria, nella quale hora son posta, e mi facci sicura fin tanto ch’io renda dumila dramme, che per tanto prezzo Sosthene mi ha comprata da i corsali. e sij pur certa, che le ti darò prestissimo: e quando che non, io restarò tua schiava vedi in che modo con molte battiture mi ha flagellata. E cosi dicendo si scinse la gonna,e mostro le spalle segnate dalle battiture anche più miserabilmente che non diceva. Udito che noi havemmo le parole, e vedendo le battiture; io veramente restai confuso; percioche mi pareva ch’ella havesse una certa somiglianza di Leucippe; e Melitta le disse, Buona giovane sta di buon amimo, che ti liberarò di cotesti mali, e ti rimanderò nella tua patria senza che tu alcun premio me ne renda mai. E andato uno a chiamar Sosthene; ella fu subitamente sciolta da i legami, e egli ne venne tutto confuso e ispaventato, al quale Melitta cosi disse, Huomo reo quando vedesti tu mai in cosa nostra schiavo alcuno, anchora ch’egli fusse vile e inutile, esser cosi aspramente battuto? dimmi e senza bugia alcuna chi sia costei. Signora, rispose egli, veramente io non so dirvene altro se non ch’un certo mercante chiamato Callisthene la mi ha venduta co’l dirmi d’haverla comprata da corsali, e esser libera. e egli per nome la chiamava Lacena. Allhora melitta levò via Sosthene dall’aministrazione ch’egli havea, e assegnò la giovane alle sue fanti, imponendo loro che lavatala, e vestitela d’una buona e monda veste la conducessero alla città. E havendo ordinato alcune cose pertinenti a suoi campi, per cagion delle quali vi era andata montando con esso meco nella medesi ma carretta, ce ne ritornammo nella città, e n’ andammo a cena Mentre io mangiava: Satiro m’accennò, ch’io mi levassi suso, e nel volto egli dimostrava d’haver gran fretta, e per cosa d’importanza ond’io fingendo d’esser astretto d’andar alle bisgone del corpo, levatomi su, me n’usci fuori, e egli accostatosi, senza dir nulla, mi porge una lettera: e io subito che l’hebbi presa, innanzi che la leggessi restai tutto smarrito percioche conobbi che era scritta di mano di Leucippe, e conteneva queste cose.

A CLITOPHONTE MIO PADRONE: percioche cosi ti debbo chiamare, poi che sei divenuto marito della mia padrona Avenga che tu sappia molto bene tutti i mali che ho patiti per tua cagione; nondimeno da necessità hora son forzata ridurghti a memoria. Per te lasciai mia madre, e elessi di venir pellegrinando. Per te sostenni il naufragio, e venni nelle mani d’ladroni. Per te fui offerta per vittima, e sacrificio per purgar l’altrui colpe, e già la seconda volta ho patito la morte. Per te sono stata venduta, e con catene di ferro legata, ho portata la Zappa, ho la vorata la terra, e sono stata aspramente flagellata, a fin che tu ti dessi ad altra donna, si come hai fatto, e lo sta d’altri huomini: ma Iddio ciò non permetta. Io in cotanti travagli, e miserie sono stata sempre costante; e tu senza esser venduto, ne fiagellato hai pigliata moglie. Ma se tutto quel che ho sofferto per amor tuo merita grazia alcuna prega la tua moglie; che, si come ella mi ha promesso, mi rimandi nella mia patria: e le due mila drame, che Sosthene ha spese in comprarmi, credimi, e per me fa sicurta Melitta, che tosto le manderò, percioche la citta di Bizantio è assai vicina: e le tu mi farai questo beneficio; reputa di havermi data la mercede di gli affanni, che per tua cagione ho patiti. Sta sano, e delle nuove nozze lietamente godi Io Leucippe, che anchora sono vergine, ti scrivo.

Havendo ciò letto sensiva in me stesso in un medesimo punto diversi accidenti ardeva d’amore, m’impallidiva, mi maravigliava, non credeva, mi rallegrava, mi attristava. Dissi dunque a Satiro, sei tu venuto dal l’Inferno a portarmi questa lettera? o che voglion siguificar queste cose? è Leucippe risuscitata un’altra volta? Cosi è, rispose Satiro, et è colei che dianzi tu vedesti in villa e certamente allhora niuno che già tanto giovane l’havesse vista; l’havria potuta riconoscere, percioche l’esserle stati tagliati i capelli, l’ha mutata grandemente. Di questa maniera (diss’io) tu mi hai posto in si gran bene, e solamente mi rallegri l’orecchio? ma perche non mostri tanto bene ancora a gli occhi? Tien questa cosa secreta, disse Satiro. e ad cioche non sij cagione della ruina di tutti noi, non la palesare sino a tanto che più sicuramente ne possiamo prender partito. Tu vedi che questa donna è delle prime di Epheso, e talmente è innamorata di te, che ne divien pazza, e noi semo qui soli nel mezzo della reti. Non posso ciò fare, gli rispos’io, l’allegrezza mi và di correndo per tutte le vie del corpo, e ecco che con lettere si duol di me. e cosi detto di nuovo leggo la lettera, come per mezzo di quella vedessi lei, e leggendola a parte per parte io diceva, Giustamente, carris. Leucippe, ti lamenti di me, tu per mio amore hai patiti tanti disagi, io sono stato cagione di tanti tuoi mali. Venendo poi a quella parte, dove narrava le battiture e i tormenti datigli da Sosthene. io piangeva non altramente, che se fussi stato presente a vedergliele dare: percioche il pensiero mandando gli occhi dell’ani

,, mo a veder quel che anunziano le lettere, mostra le ,, cose che vede come se all’hora si facessero. Ma quando

,, mi rimproverava le nozze; io grandemente mi arrosiva, e come che io fussi stato colto in adulterio. mi vergognava della lettera. E rivolgendomi a Satiro gli dissi, Misero me, in che modo mi scusero noi siamo di coperti. Leucippe ci ha consciuti, e forse che ci porta odio. ma dimmi come si è ella salvata? e di chi era il corpo, che noi sepellimo? Ella istessa rispose Satiro, quando sarà tempo opportuno, te lo dirà. hora bisogna che tu le scriva, e che acquetie consoli la fanciulla. io con giuramento le ho affermato, che contra tua voglia hai presa costei per moglie. Adunque, diss’io, tu le hai detto che l’ho tolta per moglie? tu ingnorantemente mi hai rovinato: percioche in tutta questa citta non si sapeva cosa alcuna delle nozze e giuroti per lo Dio Hercole, e per la presente mia fortuna, ch’el la non è mia moglie. Satiro soggiunse, dileggimi tu? tu giaci pur con essalei. Certamente, risposi io, so che dico cosa da non esser creduta, ma in vero anchor non si è venuto all’effetto, e Clitophonte insino’ a questo giorno non ha preso piacer di Melitta. Ma che debbo scriver a Leucippe insegnami tu, che quest’accidente m’ha tirato fuori di me, che non so cioche m’habbi da scrivere. Io non sono, disse Satiro, più savio di te, Amore ti sarà in aiuto, scrive pur brevemente. Allhor cominciai una lettera di questo tenore.

DIO TI SALVI LEUCIPPE SIGNORA MIA. Io in un medesimo tempo sono infelice, e felice: percioche essendo io presente per mezzo della tua lettera ti veggio esser presente, ma non altramente che se tu fussi lontana. Se te adunque vorrai udir la verità, non mi condanando in alcuna cosa prima ch’io mi difenda; intenderai che la mia verginità (se ne gli huomini si trova verginità) ha seguitato l’esemplo della tua. ma se veramente senza udir la mia difesa, già mi porti odio; ti giuro per quegli Dei, che t’hanno conservata che’n breve con effetto ti mostrero l’innocezia mia. Sta sana cariss. Leucippe, e fa che tu mi sij ibenigna, e favorevole.

Questa lettera la do a Satiro, e lo prego che dica di me a Leucippe cose che siano convenevoli. Io da capo me ne tornai a cona pieno d’allegrezza e di pensiero percioche io conosceva che Melitta non havrebbe tolerato quella notte di non venire all’effetto delle nozze, e a me, havendo ritrovata Leucippe, era impossible pur di guardare altra femina. Mi sforzava adunque di non mostrarmi nel volto diversamente da quel che io havea fatto prima: non dimeno non mi potea del tutto ritenere, e poi ch’in ciò rimasi vinto; feci vista che il freddo mi discorresse per tutta persona. Melitta si avidde che io cominciava a trovar occasione di non attender la promessa, ma in questo non potea convincermi, Io senza cenare altramente, mi lievo su per andar’alletto; et ella seguendomi subitamente si levò su nel mezzo della cena Entrati che noi fummo in camera; io fingea maggiormente di esser aggravato dal male; e ella mi pregava e lusingava dicendo, perche fingi tu queste cose? insino a quanto starai a darmi risoluzione, ecco che siano usciti del mare, ecco che siamo in Epheso, il qual luogo e il termine certissimo che proponesti al frutto delle notstre nozze, qual altro giorno aspettiano anchora? insino a quanto giaceremo insime come in un tempio sacro? tu mi hai posto inanzi un abondante fiume, e non mi lasci bevere. e benche io già tanto tempo habbia copia d’acqua, e stia appresso la fonte, pur mi muoio di sete. e tale ho io il letto, quale ha Tantolo la mensa. Cosi dicea ella, e piangeva tenendo appoggiato il suo capo al petto mio tanto miserabilmente, che mi mosse alquanto a compassione, e non sapeva ciò ch’io dovessi fare, parendo mi ch’ella giustamente si dolesse. Alla quale io rispose di questa maniera: Io ti giuro, carissima Melitta, per li Dei della mia patria, che sommamente desidero di satisfare a questo tuo desiderio ma non so quel ch’io habbia fatto, il male mi è sopragiunto alla sprovista, e tu molto ben sai, che senza la savità non si può servire a Venere. E cosi parlando le asciugava le lagrime, e con altri giuramenti cercava di darle a credere, che non s’indugeria molto a conseguir cioche ella desiderava Allhora, ma con gran difficultà, si racqueto. Il giorno seguente Melitta chiamate le fanti, alle quali havea commessa la cura di Leucippe, dimandò loro se commodamente l’havevano trattata. e dicendo esse che non le haveano mancato di cosa alcuna, che le fusse stata di bisogno, impose loro che la facessero venire a lei? e venuta che fu; le disse queste parole, Sapendo tu qual sia stata la cortesia, che ho usata verso di te; mi par soverchio ricordarlati: ma ben ti prego che in cose che tu puoi, mi facci una grazia pari alla mia cortesia. Intendo che voi femine di Tessaglìa quei; che voi amate, si fattamente gl’incantate; che l’huomo non puote più inchinar l’animo ad amar altra donna: ma di maniera s’innamora di colei che gli ha fatti gl’incatameti, che la stima e ama sopra ogni altra cosa. dammi, ti prego, questo rimedio. Vedesti tu quel giovane, che hieri caminava meco? Leucippe maliziosamente interrompendola le disse, tu vuoi intender di tuo marito? percioche cosi ho inteso da i tuoi famigliari. Che marito? rispose Melitta; mente più ho da far conesso lui, che se egli fusse di pietra ma prepone a me una certa giovane morta, ne mangiando ne bevendo, ne di giorno ne di notte del nome di Leucippe (cosi egli la chiama) si puo dimenticare, Io per amor suo quatro mesi continui ho dimorato in Alessandria, pregandolo, e lusingandolo. e non ho lasciato ne di dir, ne di fare alcuna di quelle cose, che possono muover gli huomini ad amar. ma egli era a miei preghi non altramente che ferro o legno, o altra materia insensibile. Con gran difficultà (facendo appena secondo che hora richiede il tempo) mi la scia goder della sua vista. e ti giuro per la Dea Venere, che già son cinque notti, che io mi son giaciuta seco, e me ne som levata come s’io fussi stata appresso d’un eunucho. A me par di amare una statua, percioche posso goder la cosa amata solo con gli occhi. io femina porgo a te femina quei medesimi preghi, che hieri tu porgesti ame. dammi qualche rimedio da far divenir humil questo superbo. percioche tu conserverai la mia vita, che già vien mancando. Poi che Leucippe intese, che io non havevo havuto da far cosa alcuna con Melitta, parve che rihavesse i sentimenti:e dettole che se le desse licenzia andarebbe a cercar le herbe per far la malia, partendosi se n’andò in villa. percioche negando ella di far tal incantamento, istimava che non li fussi prestato fede onde mi penso io che ciò la inducesse a prometterlo a Melitta, la qual solamente sperando divenne tutta lieta, percioche

,, quelle cose dilettano, e piacciono, benche altri

,, anchora non le habbia presenti; nondimeno per la speranza di haverle porgono piacere. Ma io, che non sapevo alcuna di queste cose, me nestavo ripieno di maninconia, pensando in che modo la notte seguente potessi ingannar Melitta; e come ritrovarmi insieme con Leucippe: e parevami che anchora ella per il desiderio di esser meco si affrettasse parimenti di andar in villa, e di nuovo la sera al tardi ritornare. Si havevano da apparecchiar la caretta per Melitta per andar anchor noi fuori. Fra questo mezzo, essendoci noi posti a cena si sente nel cortile uno grandissimo rumore, e un strepito grande con li piedi, et ecco uno de gli serventi ne vien dentro correndo, insiememente ansando, e dicendo, Thesandro è vivò, e qui presente. Era questo Tersandro marito di Melitta, il quale ella tenevano per certo, che fussero annegato. percioche alcuni suoi famigliari, che con essolvi si trovavano, essendo sommersa la nave, e essi scampati, e credendosi che egli fussero affogato in mare, havevano porato cotal nuova. Mentre il: servitor parlava; Thersandro ne vien dentro correndo: percioche havendo per la strada inteso ogni cosa del fatto mio; ne venivano con grandissima fretta per ritrovarmici Melitta si levò suso smarrita per lo accidente non aspettato, e si sforzava di abbracciare il marito, e egli quanto più potevano gagliardamente la ributtava no indietro. e rivoltato a ame, e de, questo è lo adultero? mi venne al pssudosscon impetito grandissima colera mi diede una percossa nel volto, e tirotomi per i capegli mi gittò per terra nel pavimento, e standomi sopra mi pestava con le batitture. Io, come se mi fussi trovato a un sacro misterio, taceva, e non gli dimandava chi egli fusse ne per qual cagione mi battesse, e havendo sospetato, per che ciò avenisse, ben che io poteva farlo, nondimeno non hebbi ardire di difendermi Ma poi che amendue fummo stanchi, egli di battermi, e io di pensar le mie ragioni, levatomi suso gli dissi, chi sei tu? e per che mi batti di questa maniera? Egli perche io parlai, anchora maggiormente isdegnato di nuovo tornò a battermi, e facendosi rocar funi e ceppi mi legarono e rinchiusero in una camera. in questa cotal Zuffa io non m’accorsi che mi era caduta la lettera di Leucippe, la qual io haneva inseno legata a una fibbia della veste; e Melitta nascosamente la ricolse temendo che non fusse alcuna, delle sue, che già ella m’havea scritte e poi che sola tiratasi da parte l’hebbe letta, e trovato il nome di Leucippe; fu subitamente percossa da una saetta nel core, conoscendo il nome; nondimeno non si credeva che fusse quella, ha vendo tante volte udito che ella era morta ma seguitando di leggere il resto delle parole, e havendo del tutto compresa la verità; haveva l’animo offeso da diverse cose, dalla vergogna dallo sdegno, dall’amore, e dalla gelosia si vergogna del marito, si sdegnava per la lettera. l’amor consumava lo sdegno, e la gelosia di nuovo accendeva l’amore, e finalmente l’amore rimase vincitore: Essendo già venuta la sera Thersandro cessato il primo impeto, se n’ando a casa d’un certo suo amico: e Melitta havendo parlato a colvi, che mi havea in guardia, di nascoso da gli altri servi. facendone star due innanzi all’entrata della camera, venne dentro dove io era, e mi trovò disteso in terra, e appressatamisi volse a un tratto dirmi tntto ciò, che ella haveva in animo, mostrando nel sembiante quali havevano da esser le parole. O infelice me, disse ella, che per mia ruina ti vidi, primamente desiderando quel; che è impossible di ottenere; e poi del tutto pazza, che odiata amo chi m’ha in odio e aflitta dal dolore ho compassione di uno che si trova in affanno. e l’ingiurie fattime non fanno cessar l’amore. O coppia d’huomo e di donna, che contra di me ha congiurato. questo gia tanto temposi prende giuoco di me; e quella è andata a coglier le herbe per l’incantamento e io sciocca non ho conosciuto che dimandava rimedio contra di me da coloro, che mi sono mortalis simi nimici. E con queste parole mi gitto innanzi la lettera di Leucippe; la qual veduta ch’io hebbi, e conosciutola mi sentij tutto agghiacciare, e teneva gli occhi fitti in terra, come persona ritrovata in errore. ma ella di nuovo cominciò a lamentarsi dicendo, oime misera da cotanti mali afflitta, che per tua cagione ho perduto il marito, ne da hora innanzi potrò goder di te, benche per lo passato non t’habbia mai goduto, se non veramente con gli occhi, contra i quali tu non potesti far riparo. Io so dicerto, che mio marito per amar tuo mi porta odio, a hammi accusato, lche ho commesso adulterio con te. adulterio senza frutto, aldulterio senza piacere, del quale non ho guadagnato altro che villanie. Le altre femine hanno per premio della vergogna il piacer che prendono, adempiendo il lor desiderio, ma io misera ho raccolto il frutto della vergogna, senza pigliar dilettazione alcuna. Perfido e barbaro tu hai havuto ardire di lasciar consumare una giovane, che cosi ardentemente ti amava. e questo hai fatto essendo anchor tu servo d’amore? non hai havuto pavra delle minaccie sue? non hai hanuto riverenza al suo fuoco? non hai honorato i suoi misterij? questi occhi miei pieni di lagrime non hanno potuto romper la durezza del tuo core? O più crudel che non sono i ladroni: percioche essi per le lagrime altrui si muovono a pietà. niuna cosa ti hai potuto tìrare al piacer venereo pur una volta, non preghi, non occasione di tempo, non abbracciamenti: ma aggiungendovi tu quello, che mi riputo a grandissina in giuria, ma baciandomi ti sei levato su da lato di me come femina da femina si leverebbe. questa è una certa ombra di nozze. Tu veramente non sei giaciuto con una che sia vecchia, no che rifiuti i tuoi abbracciamenti, ma si ben con una giovane, e innamorata di te, e altri forse direbbe ancho bella eunucho et effeminato, e dispreggiator della egreggia bellezza io giustamene prego che venga maladizzione sopra di te, e cosi Amor ti sia contrario in ogni tuo affare. Queste parole diceva Melitta, e insiememente lagrimava. ma poi che io tenendo gli occhi bassi nulla rispondeva, havendo alquanto taciuto, mutatasi d’animo disse, Le parole, che ho dette, carissimo Clitophonte, me l’ha fatte dire il dolore e lo sdegno, ma quelle che hora debbo dirti, Amore me la dette. Ben che io sta adirata; pur ardo per amor tuo benche io riceva ingiuria da te; nondimeno ti amo. compiacimi hora, e habbi compassione di me non bisogna più la dimora di molti giorni. ne lunghe nozze. con la cuivana speranza mi hai intertenuta. mi bastava un solo congiungimento ti dimando piccola medecina al mio gran male. estingui alquanto del mio fuoco se in alcuna cosa ti ho temerariamente effeso; perconami carissimo giovane.

,, l’amore quando non ottiene i suoi desiderij, diventa

,, fuore. so ben che io fo cose che trapassano i termini dell’honestà ma non mi tengo a vergogna manifestare i secreti d’amore. io parlo a una che n’è ammaestrato. tu conosci la mia passione. a gli altri huomini sono ascose le saette d’amore, e niuno potrebbe mostrare

,, i suoi fiori colpi. Gli amanti soli conoscono le

,, piaghe de gli altri amanti. Anchora mi resta questo giorno. ti chieggio che tu oservi la promissione fatta mi, e parimente ricordati della dea Iside, non disprezzare i giuramenti, che tu facesti nel suo tempio e veramente se tu havessi voluto prendermi per moglie, si come dicevi; io non mi sarei curata di mille Thersandri: ma percioche, havendo tu ritrovata Leucippe, non puoi pigliare altra moglie; di mia volontà anchor io questo ti concedo conosco che son vinta. non dimando più di quello, che mi si può concedere. cose tutte nuove si levano contra di me. tornando in vita ancho i morti. O mare, navigando io sopra di te mi hai condotta a salvamento: ma ciò è stato per maggior mio danno, facendo tu venire a mia rovina due, che erano tenuti per morti. bastava che Leucippe sola fosse viva, a finche Clitophonte non più stesse in dolore; ma hora è ancho ritornato il crudel Thersandro, e ha in mia presenza batutto questo giovane, e io infelice non poteva dargli aiuto le battiture hanno segnato questo bel viso? O Dei. penso che Tersandro battendoti era cieco. Ma ti: prego, o Clitophonte signor mio, percioche tu della mia anima sei signore, che oggi la prima e ultima volta mi facci copia de te stesso questo breve spazio di tempo sarà a me in vece di molti giorni. cosi tu non perderai più Leucippe: cosi ella non morra più ne ancho falsamente. Non di spregiar l’amor mio, che estato cagione di grandissimo tuo bene. egli ti ha renduta Leucippe. percioche se io non mi fussi innamorata di te, e non t’havessi qui condotto; anchora pensaresti che Leucippe fosse morta, sono, o Clitophonte, anco doni di fortuna; ma uno havendo già trovato il thesoro, honoro il luogo, dove l’havena trovato, vi fece l’altare, vi offeri vittime, e coronò la terra: e tu hàvendo appresso di me trovato il thesoro amoroso; mi sei ingrato di tanto beneficio? Reputa che per bocca mia Amor ti dica queste parole, Clitophonte, a me, che sono il tuo duce, e mastro, concedi questa grazia, non rifiutar Melitta, non l’abbandonare ubbidiscimi, se vuoi che io habbia cura delle cose tue hora tu sarai sciolto da questi legami a mal grado di Thersandro, e farotti apparecchiar una stanza in casa d’un mio fratello da latte, dove tanto potrai dimorar, quanto ti sara di piacere e senza fallo spera che dimane all’alba sarà qui Leucippe; percioche elle disse di voler questa notte rimanere in villa, per coglier le herbe al lume della Luna, che a quasto modo si prende giuoco di me io, sti mando che fusse una delle incantatrice di Thessaglia, le dimandai che facesse un’incantesimo per indurti ad amarmi. E che poteva io far altro, vedendomi priva di speranza di ottenere il mio desiderio, che ri

,, correre a gl’incantamenti i quali sono il rifugio di co

,, loro, che nell’amor sono infelici? Thersandro, accioche tu stia sicuro a far quanto desidero, levarosi di casa per la collora, è andato a ritrovar un suo amico e mi pare che qualche Iddio l’habbia menato via di quì, a fin che io possa impetrar da te ultìmamente quel che io bramo fammi adunque copia di te stesso. Havendo Melitta fatto questo savio ragionamento

,, (percioche Amore insegna le ragioni e la parole

,, sciolse i legami, e mi baciò le mani, e se le pose primamente a gli occhi e poi sopra il petto dicendo, Senti tu come salta il mio cuore: e come fa un battimento si spesso, che mostra esser pieno di rimore e di speranza, cosi fusse egli colmo di piacere. e par che con questo battimento egli ti preghi che m’habbi compassione. Poiche elle mi ebbe sciolte, e piangendo tenuto abbraccìato, io mi sentì muovere a pietá, & veramente hebbi pavra, che Amore non si adirasse meco. & massimamente perchè io haveva ricuperata Leucippe, & perch’ella di poi haveva da liberarmi da Melitta, & anco perchè non erano veramente nozze quel’che noi facevamo, ma una medicina come se l’anima fusse inferma. Lei adunque, che m’abbracciava, io teneva stretta, & non faceva resistenza ai suoi abbracciamenti, & fecesi tutto ciochè volse Amore, non ricercando noi ne letto, ne altro apparecchio solito farsi nel voler prender gli piaceri

,, venerei. Perciochè Amore è artefice, che da se medesimo ,, fa ogni cosa, & è prontissimo inventore all’improviso, ,, & ha statuito, che in ogni luogo si possano fare ,, i suoi segreti sagrifizij, & il piacere amoroso preso ,, alla sproveduto senza apparecchiamento alcuno, è ,, molto più soave di quello, che con gran cura, & diligenzia ,, viene apparecchiato, perciochè cosi egli ha la ,, natural dilettazione. Il fino del quinto libro Alessandrino, dell, amor di Leucippe, & di Clitophonte. LIBRO SESTO

POSCIA che io hebbi sanata Melitta; le dissi, in che modo mi darai la via sicura da poter fuggire, & mi osserverai quanto m’hai promesso di Leucippe? Non haver pensiero, rispose ella, quanto a questa parte di Leucippe, ma reputa già d’averla teco: vestiti pur di cotesti miti panni, & co’l velo nasconditi la faccia, & Melantho mia servente ti guiderà per la via d’andare alla porta, dove un giovane t’asperta, al quale ho dato ordine che ti conduca ad una casa, dove troverai Clinia, & Satiro, & ancho tosto ne verrà a te Leucippe. Et havendo cosi detto, mi adornò nella guisa che faceva se medesima, & basciandomi disso, O come tu sei molto più bello in questo habito, tale ho già veduto Achille in una dipintura, intanto Clitophonte te mio carissimo conservamiti sano, & per memoria di me serbando appresso di te questa veste, lasciami la tua, della quale essendo io vestita, mi parra d’esser abbracciata da te. All’hora ella mi diede cento monete d’oro, & fece chiamare a se Melanthò, la quale era la più fedele, & anche la piu cara di tutte le sue fanti, & haveva in guardia una porta. Poiche ella fu entrata: le narro cioche haveva ordinato si dovesse far di me, il che fatto le commando che ritornasse a lei. Io, poi che vestito a cotal guisa fui uscito di camera, & che’l guardiano, accennandogli Melanio si tirò da parte, ist mando ch’io fussi la padrona, passando per i più solitari luoghi della casa pervenni ad una porta, la quale non rispondeva nella strada pubblica, dove fui ricevuto da un giovane, che ai ordina di Melitta quivi m’alpettava Era costui non servo ma libertino, & di qu l che con noi havevano navigato, & oltra diciò molto mio amico. Poi che Melanthò fu tornata, trovò il guardiano, che allhora haveva serrato l’uscio della camera, & ella di nuovo commandò che l’apprisse, & havendolo egli aperto. ella entrò dentro, & della mia uscita diede aviso a Melitta, la quale chiamò il guardiano, & egli, come è da credere, vedendo uno spettacolo fuori d’ogni sua aspettazioine, secondo il proverbio che dice, In vece della donzella la cerva, rimase tutto stupefatto, & come mutolo, & finalmente gli disse, Non perche io habbia havuto diffidenza di te, che tu non havessi la sciato andar Clitophonie, mi è bisognato usar questa astuzia, ma a fin che tu ti possi scusar con Thersandro come quello che a ciò non hai consentito, queste dieci monete d’oro ti dona Clitophonte, se tu vuoi rimaner qui, ma se penserai di fuggirtene, sarà miglior cosa. Allhora Pasione (che questo era il nome del guardiano) disse, Padrona tutto quel che pare a te, io reputo che sia il meglio. Parve adunque a Melitta, che all’ora egli se ne dovesse fuggire, & ritornar poi, quanto le cose del marito fussero ridotte a buon termine, & che l’ira fusse acquetata, & egli cosi fece. Ma la solita fortuna di nuovo cominciò a battermi, & a trovar nuovi accidenti. perciochè subito fece, che m’incontrassi in Thersandro, il quale essendo stato dall’amico, dove egli era andato, persuaso che non volesse quella notte star separato dalla moglie. havendo cenato, di nuovo se ne tornava a casa. Facevasi all’ora la festa di Diana, & ogni cosa era pieno di gente ebria, di modo, che tutta la notte la moltitudine delle persone trascorreva per tutta la piazza. Io pensava questa sola cosa essermi contraria, non sapendo d’un’ altra piu grave apparecchiatami dalla fortuna. perciochè Sosthene, il quale haveva comprata Leucippe, & a cui Melitta haveva commandato che si levasse dal governo delle possessiani, intesa la ventura del padrone, non lasciò l’amministrazione, & voleva vendicarsi dell’ingiuria fattagli da Melitta, & primamente trovatolo gli rapporta del fatto mio con lei, perciochè egli era calunniatore. di poi di Leucippe gli narra una certa finzione molto credibi le perchè essendo egli privo di speranza di poter ottener da lei quanto bramava, ne diventa ruffiano al suo padrone per rimoverlo del tutto da Melitta onde gli disse, Padrone io haveva comprata una giovane molto bella, ma di animo non corrisponde alla bellezza cosi udendo come, che vedendola potresti crederlo questa io serbava per te, havendo inteso che tu erivivo, & lo credeva si come lo desiderai, ma non lo feci palese ad altri, accioche tu su’l fatto trovasi la padrona, & che questo adultero infame, & forestiere non si facesse beffe di te. Hieri la padrona mi tolse questa giovane, e doveva mandarla alla sua patria: ma la fortuna l’ha serbata per te, a fin che tù goda di si gran belleza hora ella è in villa, non soper qual cagione quivi mandata da Melitta onde, se cosi ti piace, prima ch’ella ritorni alla padrona, serratala, in qualche luogo la terrò custodita per te. Thersandro lodò il consiglio, & imposegli che lo mandasse ad essecuzione. Sosthene con molta fretta se n’andò in villa, & veduto l’albergo, dove quella notte dovea Leucippe dimorare, chiamati due lavoratori commandò loro, che con qualche astuzia menassero via le fanti, ch’erano insieme con Leucippe essi le chiamarono con dire, che havendo da ragionar con esse loro di segreto, volevano ridursi da lontano. Sosthene mendanò seco due altri, veduto che Leucippe era sola, corsole adosso, et serratole la bocca la portò via, & se n’ando per una strada diversa da quella ch’erano andate le fanti, portando la ad una certa casetta secreta, & postola giuso le dice, Io vengo per arrecarti un grandissimo bene, ma conseguito che tu l’harai, non ti dementicar di me. non temer questa rapina, ne stimar, che sia stata fatta per tuo danno percioche questo si è fatto a fin ch’el mio padrone il qual’è innamorato di te, si congiunga teco con nodo di stretta anicizia. Leucippe percossa dal non aspettato accidente, si tacque, Sosthene ritornò a Thersandro, & gli narrò tutto quel che egli haveva operato. Per avetura Thersandro, ritornava a case & divisandogli Sosthene le cose avenute intorno a Leucippe, & lodandogli estremamente le bellezze di lei, & egli per le cose raccontate essendo ripieno que stridetta imagine della besta, & facendosi la sopradetta testa, che si vegghiava tutta la notte, & non essendo la villa più lontana di mezo miglio, commando a Sothene che’l guidasse in villa, che voleva andar a trovar Leucippe. Intanto io con la veste di Melitta in dosso, non me ne accergendo m’incontrai in amendue. Sosthene primo havendomi conoscivio disse, ecco l’adultero ch’a guise di haccante vestito de i panni di tua molgiere ci viene incontro. Il giovane che mi guidara, conoscendoli, per la pavra non havendo spatto di avisarmene, si diede a fuggire, & io subito fui preso da loro Thersandro cominciò a gridar si fortemente che gran moltitudine di quei che festeggiando vegghia vano a norte, vi accorse: allhora Thersandro maggiormente si lamentava grioando, & dicendo cose da dire, & da non dire, & di adulterio & di latrocinio in co pandomi, finalmente mi condusse in prigione, & dandomi nelle mani del magistraio, mi accusò, benche falsamente d’adulterio. Maniuna delle cose predette, ne la vergogna d’esser in prigione, ne la cagione per la quale io era accusato, mi dava troppa molestia, percioche con ragion mi considava di mostrar ch’io non era adultero, essendo state le nozze fatte palesamente. ma la mia pavra era per cagione di Leucippe, la quale anchora non haveva veramente recuperata. Et in vero l’animo è presogo del male, ma non già del bene Non poteva adunque imaginarmi di lei alcun buono avenimento: ma mi dava sospetto ogni cosa, & d’ogni cosa temeva, & cosi l’animo mio era tutto pieno di noia. Thersandro poi che m’hebbe posto in prigio ne con grandissimo desiderio, & allegrezza n’andò a Leucippe, & egli con Sosthene entrati nella casetta trovarono una fanciulla giacere in terra, rivolgendosi nell’animo quel che Sosthene gli haveva detto, mostrando nel volto insiememente pavra, & maninconia. onde non mi pare che sia vero quel detto, Che la

,, mente delle persone per modo alcuno non si può cono ,, scere. percioche ella chiaramente appare nel volto, co ,, me imagine nel specchio. che s’ella e lieta, fa risplender ,, l’imagine del’allegrezza ne gli occhi, & se è trista:

,, fà turbare il sembiante, & manifesta la sua noia. Subito che Leucippe sentì aprir l’uscio havendo alquanto (perche quivi dentro stava accesa una lucerna) al zari gli occhi verso di loro, di nuovo gli abassò. Thersandro havendo veduta la bellezza di lei non altramente che noi veggiamo un baleno, che passa via in un momente, essendo il principal seggio della bellez

,, za, posto ne gli occhi, rivolse tutto l’animo suo a lei & stava contenolandola, attendendo se di nuovo alcuna volta guardasse verso di lui Ma vedendo che tuttavia mirava la terra, disse, Bella giovane, perche tien tu il viso basso? perche spargi in terra le bellezza de gli occhi tuott’ deb spargila più tosto ne miel. Poi che Leucippe ciò hebbe udito, si diede a lagrimare, ____ lagrime ritenevano la propria bellezza di lei. Per

,, cioche le lagrime fanno gonfiar gl’occhi. & dive ,, nir fieri. & se sono brutti, & spiacevoli, esse accresce ,, no loro bruttezza ma se sono piacevoli, e negri di bianco ,, alquanto circondati, quando per le lagrime divengono ,, humidi, simigliano il fonte d’una gonfia mammella ma ,, brusciando l’humor salso delle lagrime intorno al cerchio, ,, il bianco acquista più candidezza, e il negro diventa ,, vermiglio, & l’uno è simìle alla Viola, l’altro al ,, Narciso, e le lagrime rivolgendosi dentro nel cerchio

,, de gl’occhi par che ridano. Tali erano le lagrime di Leucippe, che con la bellezza teneva vintala maninconia, & se poi ch’erano cadute, si fussero potute con gelare, la terra haurebbe havuto una nova sorte di ambra. Thersandro per la bellezza era rimaso stupefatto, e per la maninconia sdegnato, & haveva gl’occhi

,, pregni di lagrime. Perciochè le lagrime inducono ,, i riguardanti a compassione, e massimamente qualle ,, delle donne, e quanto più frescamente sono sparse, tanto ,, maggiormente muovono altrui, & se colei, che lagrima ,, è bellazza il riguardante sia di lei innamorato ,, gl’occhi di esso non si acquetano, ma mandano fuori ,, le lagrime. Et perchè la bellezza delle belle tiene il ,, principal seggio ne gl’occhi, quella vagbezza, che ,, esce da loro, si ferma ne gl’occhi i riguardanti, & ,, ne trahe fuori una fonte di lagrime. ma chi è amante ,, riceve l’una cosa, & l’altra raccoglie la bellezza dentro ,, nel cuore, & conserva le lagrime ne gl’occhi, & ,, desidera che sieno vedute, e benche ei possa, non vuole ,, asciugarle, ma quanto più puote le tiene, & teme ,, che non si dipartano inanzi al tempo, e ritiene il movimento ,, de gl’occhi, acciochè non cadano prima, che ,, dall’amata siano vedute, istimando egli ch’elle siano

,, chiara testimonianza del suo amore. Una simil cosa avvenne a Thersandro: percioche egli lagrimava, parte per dimostrar (come è da credere) ch’era mosso da humana compassione, parte per acquistar la grazia di Leucippe, come ch’egli havesse pianto, perche Leucippe piangeva. Finalmente rivolto a Sosthene gli disse, ora habbi tu cura di costei, e confortala: perciochè tu vedi in quanta grande maninconia ella si ritrova: & io per non le esser molesto, benche ciò non sia senon contra mia voglia, mi partirò di quì, & all’hora che più piacevole sarà divenuta, verrò a parlar seco. ma tù o giovane stà di buon’animo, che tosto t’arrecherò medicina da levarti coteste lagrime, e cotesta maninconia. Poscia che fù uscito, di nuovo volgendosi a Sosthene gli disse, Parlerai di me onoratamente con Leucippe, & domattina verrai a trovarmi, portandomi qualche buona nuova, e cosi se ne di partì Intanto Melitta, doppo che ebbe meco preso piacere, subito mandò un giovane in villa a sollecitar Leucippe, che dovesse tosto ritornare, che non più le facevano di bisogno l’herbe per gl’incantesmi. Poi che’l giovane fu giunto in villa, trovo le fanti, che spaventate, e confuse andavano cercando Leucippe, ma non la trovando in luogo alcuno, egli con molta sretta tornato annuziò questo casi alla padrona. & havendo ella inteso, ch’io era stato messo in prigione, & che Leucippe non si trovava, se le sparse intorno una nuvola di maninconia: & bench’ella non potesse di ciò saper la verità: nondimeno havea sospetto che non fusse stato cagion Sosthene. Et volendo per rispetto di Thersandro, che palesamente si cercasse di Leucippe, con molto artifici compose una novella, c’havea il vero mescolato con la bugia. Poi che Thersandro fu entrato in casa; di nuovo si pose a gridar con Melitta dicendo, tu hai discoso l’adultero, tu l’hai scioito, & mandato fuori di casa. questa è stata apera tua. perche noi segui? perche tene stai tu qui, & non vai atrovar il tuo amante, acchioche tu’l veda legato con più forti catene? Al qual Melitta, rispose, Che adultero dici tui che cos'è intravenuta? se posta da parte la collera, vorrai intraprendere il tutto? facilmente consoscerai la verità. ma uns aola gratia ti domando, che tu vogli essermi giu iudice , & purgando le orecchie dalla calunni., & ando l’ira dal cuore, & ponendovi la ragione, il qual e è giudice sincero, ascoltami. Questo giovane non è adultero, ne mio marito, ma egli è di Phe & a nessuno de Tirij inferiore. & navigando la fortuna contraria. & ha perdute in tutte le merci che portava seco. Io havendo in sua disaventura, mi mossi a compassione di mi ricordai di te, & diedigli albergo, dicendo stessa, forse, che anco Thersandro in qualche si ritrovava andare in simil conditione, & che similmente anleuna giovane havendo pietà della sua miseria l’ha souvenuto, ma s’egli veramente (si come n’era sparsa fama) ha lasiara lavita in mare, facciamo honore, & usiamo cortesia verso quegli, che dal mare hanno ricevuto oltraggio. A quanti altri ch’era no scanpati dal naufragio, ho io sovenuto, quanti quei ch’erano affagati in mare, ho fatti sepellire? S’io intendeva, che qualche legno rotto in mare fusse stato spinso a terra dall’onde, diceva meco, forse che Thersandro si è ritrovato a navigar con questa nave. Di quei che sono scanpati dalla fortuna de mare, costui e stato solo, & ultima, alquale honoradolo ho usato corte sia. Egli fu naviagnte, si come tu, & io marito mio carissimo, hò havuto compassione della sua miseria,