Li Buffoni

A "ridiculous comedy" according to the subtitle, set in Africa (stylized according to sexualized tropes of the time).

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            <title>Margherita Costa's Li Buffoni (1641): A Basic TEI Edition</title>
            <author>Galileo’s Library Digitization Project</author>
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                <orgName>the TEI Archiving, Publishing, and Access Service (TAPAS)</orgName>
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              <addrLine>360 Huntington Avenue</addrLine>
              <addrLine>Northeastern University</addrLine>
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            <note>Based on the copy digitized by Google Books in partnership with the Bibliothèque jésuite des Fontaines.</note>
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               <title>Li Buffoni. Comedia ridicola di Maria Margherita Costa romana. A Berardino Ricci Cavaliero del Piacere Detto il Tedeschino. In Fiorenza Nella Stamp. nuova d'Amadore Massi e Lor. Landi. 1641. Con licenza de' Superiori.</title>
               <author>Costa, Margherita</author>
               <pubPlace>Florence</pubPlace>
               <publisher>Massi, Amador; Landi, Lorenzo</publisher>
               <date>1641</date>. 
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            <p>This TEI edition is part of a project to create accurate, machine-readable versions of books known to have been in the library of Galileo Galilei (1563-1642).</p>
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            <p>This work was chosen to maintain a balance in the corpus of works by Galileo, his opponents, and authors not usually studied in the history of science.</p>
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               <p>Lists of errata have not been incorporated into the text. Typos have not been corrected.</p>
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               <p>The letters u and v, often interchangeable in early Italian books, are reproduced as found or as interpreted by the OCR algorithm. Punctuation has been maintained. The goal is an unedited late Renaissance text for study.</p>
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               <p>Word breaks across lines have not been maintained. The word appears in the line in which the first letters were printed. Words broken across pages appear on the page on which the first letters appear. Catch words are not included.</p>
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	<lb/>LI BVFFONI
	<lb/>COMEDIA RIDICOLA DI MARGHERITA COSTA 
	<lb/>Romana.
	<lb/>A
	<lb/>BERARDINO RICCI
	<lb/>CAVALIERO DEL PIACERE
	<lb/>Detto il Tedeschino.
	<lb/>In Fiorenza
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	<lb/>Con licenza de' Superiori.
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<pb n= "5"/>
<lb/>Al Tedeschino Cavalier del piacere.
<p>Il solito è sempre quello, i'insolito e più nuovo; oltre che il far le cose a proposito vien da tutti lodato. Il dedicare questa mia Comedia de' Buffoni ad altri, ch'al Tedeschino, mi sarebbe posto a gran trascuragine; poiche, se in essa non hebbi altra mira, che d'inventar scioccherie, rappresentar balordagini, ed imitar stoldidezze, a qual più di voi, vestito del mio pensiero poss'io appoggiarla? voi schiuma de'Buffoni, Padre delle scioccherie ed in fine politico inventore d'ogni balordagine; essendo dunque sicura, che sotto l'ali d’un buffone vostro pari la mia Buffoneria politicamente si manterrà viva, vengo sì a dedicarvi quella, come con <pb n= "6"/>novo assalto a ricomporre la vostra ira.</p>
<p>Lo sdegnarsi a ragione è d'anima elevato; ma per l'opposito, quelli spiriti, chesenza offesa per un mero capriccio, o per dir meglio, pazzia, tolgano ad altri quel termini di riverenza, che anche fra nemicisi deuono, hanno più dello spiritato, che dello spiritoso: con tutto ciò per farvi conoscere, che altrettanta è la mia cortesia, quanto la vostra sordidezza, senza riguardo del poco frutto, ch'io cavai dalla ventaglia de' Buffoni a vostro honoredata in luce; in questa mia burlesca compositione, per scopo principale hò preso il vantar le vostre glorie, e postovi per uno de'Principali Soggetti di essa, mi sono dilatata, in rappresentar vivamente le vostre virtù, in dinotar quegli honori, che forsi; in palese altrove riceuesti, e con viva copia dimostrare in voi que' talenti, che in un Cavalier del piacere della vostra tacca si richiedono. Gradite dunque il mio affetto; ese per la mia penna si esaltano <pb n= "7"/>i vostri meriti, confessandovi di quella obligato, datemi campo, che con essa possa perseverare a lodarui, con che assicurandovi, che la mia Musa sempre via più m'infonderà materia, con che per le rime risponda alle vostre cortesie, vi augurio ogni staggione in Carnovale. Firenze li 10. di Gennaro 1641.</p>
<lb/>Margherita Costa.
<pb n= "8"/>
<lb/>A' Lettori:
<p>Lettore, se in questa mia Comedia de' Buffoni troverai con la varietà de' linguaggi l'inconformità dello stile, non me ne dare accusa, poiché solo il mio pensiero è stato d'imitare i Personaggi, che rappresenta, i quali per esser de Pazzi, Buffoni, e Nani, come quì sotto vedrai, non d'altro habito potevo vestirli, volendo rappresentarli del naturale, il Cielo ti salvi.</p>
<lb/>Meo è nato scimonito.
<lb/>Masino è un storto di tutta la vita, e del viso.
<lb/>Michelino e un passo Tedesco italianato.
<lb/>Mantuano Tedesco italianato.
<lb/>Baldassarre Spagnuolo italianato.
<lb/>Pedina è un Nano.
<lb/>Gobbo è un scherzo di natura, che al Nano somi-
<lb/>glia, ma gobbo.
<lb/>Grasso cuoco è una persona grossa, e sciocca- 
<lb/>Croatto Turco italianato.
<lb/>Catorchia Nano.
<lb/>Scatapocchio Nanetto piccolissimo.
<lb/>Gobbo del Violino è un Gobbo.	
<pb n= "9"/>
<lb/>Personaggi che parlano.
<lb/>La Comedia antica:
<lb/>Buffoneria
<lb/>Meo Principe di Marocco innamorato d'Ancroia Meretrice,
<lb/>Marmotta Principessa di Fessa Moglie del Principe Meo.
<lb/>Bertuccia Damigella di Marmotta Principessa.
<lb/>Masino Segretario di stato del Principe Meo.
<lb/>Tordo Consigliero di stato del Principe Meo.
<lb/>Michelino scalco del Principe Meo.
<lb/>Mantuano servidore di Michelino.
<lb/>Pedina Capitan della Guardia del Principe Meo.
<lb/>Gobo Capocaccia del Principe Meo.	.
<lb/>Ancroia Meretrice Dama di Baldassarre Buffone. 
<lb/>Filippetta ferua di Ancroia.	
<lb/>Tedeschino Buffone innamorato della Principessa Marmotta.
<lb/>Graso Cuoco servidore del Tedeschino.
<lb/>Baldassarre Buffone Amante d'Ancroia;
<lb/>Croatto servidore di Baldassarre.
<lb/>Catorchia innamorato di Filippetta serua d’Ancroia.
<lb/>Scatapocchio Bravo di Catorchia.
<lb/>Gobbo del Violino.
<lb/>Choro di Cacciatori.
<lb/>La Scena si rappresenta in Marocco.
<pb n= "10"/>
<lb/>Argomento.
<p>MEO Principe di Marocco tutto rivolto all’hosterie, agli Amori, ed alli Buffoni dà cagione a Marmotta Principessa sua Moglie di voler partirsi dal Regno, ed andare a’ soui stati paterni di Fessa, e starvi co’l Padre, che non havendo più successione di Maschi, Lei resta sua erede; e dopo varij avvenimenti, che la disturbano, e la trattengono, determina mandar Baldassarre (tra Buffoni assai virtuoso) al Padre in Fessa; e nel dargli i contrasegni di se, lo trova essere suo fratello, ed Erede successore del Principato di Fessa, Meo in tanta allegrezza del Cognato Principe si distoglie dall'hosterie, lascia gli Amori, puniscei Buffoni, e torna in pace con la Moglie.</p>
<pb n= "11"/>
<lb/>Canzonetta da cantar si a tre voci al principio della Comedia inanzi il Prologo.
<lb/>Che rumori,
<lb/>   Stridori?
<lb/>   Che fracassi, che grida
<lb/>   Andate facendo,
<lb/>   Ridendo?
<lb/>   Deh non più tante strida?
<lb/>   Son tutte baiate,
<lb/>   Son tutte risate
<lb/>  A vio Signori,
<lb/>   Se prima di fuori
<lb/>   Ciascun non vedete.
<lb/>   Ah hora, hora ridete.
<lb/>   Ah hora tutti ridete.
<pb n= "13"/>
<lb/>PROLOGO
<lb/>La Comedia antica, e la Buffoneria.
<lb/>       OH; voi mi rimirate? Io son pur dessa.
<lb/>       Non m’hà l’ Antichità cangiato aspetto,
<lb/>       E meco c’ è la rigidezza istessa.
<lb/>       Ciascuno se l’aspetti; mal v’accolse
<lb/>       Questo Teatro; al cinto mio sospesa,
<lb/>       Sol, per farvi la barba a vostro costo,
<lb/>       Hò la cesoia, ed il rasoio hò posto. 
<lb/>       Dormir nel letto altrui con l’altrui Donna?
<lb/>       Oh buono: e poi voler dare ad intendere,
<lb/>       Ch’ei ‘l fà, per rispiarmare i suoi lenzoli.
<lb/>       Gnaffe: egli vuole, che co’l conio suo
<lb/>       Sol la moneta, ch’ è d’altrui, si stampi;
<lb/>       E gode arare in licenzioso modo
<lb/>       Non già co’ Boi, ma con la fronte i campi.
<lb/>        Ed altri di bocali è sanguisuca. 
<lb/>       Ed a cannella suona il suo stromento.
<pb n= "14"/>
<lb/>       Vede i colori hor verdi: hor rossi hor gialli;
<lb/>       Ed instabil di testa, e mal’ in piedi
<lb/>       Fà di canarij, e di spezzate i balli.
<lb/>         E v’ hà, chi tutto dì sopra i buffetti
<lb/>       Altro non fà co’ dadi, e con le carte,
<lb/>       Che dico paro, e tengo; e l’infelice
<lb/>       I bastoni tal’ hor prende per coppe.
<lb/>       Ma più da vero, che per gioco al fine
<lb/>       Perdi i danari, e si riduce in toppe.
<lb/>          V’è, chi la Gatta di Masino finge,
<lb/>       E scaltro Ippocriton per humiltade
<lb/>       Tutto riconcentrato in se si stringe; 
<lb/>       Hà torto il collo, ed abbassato il ciglo,
<lb/>       Ma poi, per arrivare un pouer’ homo,
<lb/>       Di Ceruo hà’l piede, ed hà d’Arpia l’artiglio.
<lb/>         Ed altri fà il Narciso, e’l Ganimede,
<lb/>       E mille volti il dì more, e rinasce; 
<lb/>       Sempre il suo amore in dubbio stato inforsa; 
<lb/>       Di sonno è carco, e di ceruel leggiero 
<lb/>       Ma più, che di Ceruel, lieue è di borsa.
<lb/>          L’Avaro poi, perche rispiarmi forse 
<lb/>       Il funerale suo, con smorto volto
<pb n= "15"/>
<lb/>       Pone tutti i pensier dentro una cassa;
<lb/>       E con l’oro vi giace anch’ei sepolto.
<lb/>          Il soldato pe’l gioco, che l’abbatte,
<lb/>       Pugna più, che per l’arme del nemico;
<lb/>       Spresato s’attraversa per le strade;
<lb/>       A prede avvezzo và tra rischi a porse,
<lb/>       E piú, che le Cittta, piglia le borse.
<lb/>         E’l Cortegian, ch’a guisa di Lumaca 
<lb/>       Tutta la guardarobba indosso porta,
<lb/>       Co’ denti asciutti in camera se n’ torna;
<lb/>       Nè, per spender’, havendo entro lo scrigno
<lb/>       L’auanzo del salario, o ver del suo,
<lb/>       Si pasce ch’il Padron l’hà fatto un ghigno.
<lb/>Buff.	O’ Veccia sgangherata, e fatta a volta;
<lb/>           	E ben come sei giunta in queste parti,
<lb/>	E sì ben cinguettar libera agogni
<lb/>	Usa a viver ne’ secoli vetusti,
<lb/>	Quando il Mondo mangiaua agli, e scalogni?
<lb/>Com	Oh vil Buffoneria, scherno de’ saggi,
<lb/>	Che, per mangiare, eserciti la lingua,
<lb/>	E bugie vendi, per comprar vivande.
<lb/>Buff 	Tanto il boccone mio val più del tuo,
<lb/>	Quanto, ch’è’l mio di gemme, e’l tuo di ghiande.
<pb n= "16"/>
<lb/>Com	Tu con tanti stromenti saltellando
<lb/>	D’Alocchi, e di Ciuette sei zimbello.
<lb/>Buff.	E tu d’Apollo sei ne la cucina
<lb/>	Co’l secco lauro un smunto fegatello.
<lb/>Com	Oh quanto melio fora, che gli specchi,
<lb/>	Che porti per altrui, per te portassi.
<lb/>Buff.	Ed il bastone, onde la destra appoggi,
<lb/>	La schiena a suon di colpi a te drizzasse.
<lb/>Com.	Può la lattuca tua pascer’ un campo,
<lb/>	Ma d’Asini, che ragghino nel Maggio.
<lb/>Buff.	E, se non altro, il tuo rasoio almeno
<lb/>	Può farti Donna segnalata al Mondo.
<lb/>Com.	Oh come ageuolmente pigli vento.
<lb/>Buff.	E tu com’ entri facilmente in barca.
<lb/>Com. 	Credimi, a te la gioventù non gioua.
<lb/>Buff	Sappi, ch’ a te più la vecchiezza noce.
<lb/>Com.	Tu come un’animal vivi a giornate.
<lb/>Buff.	E tu la notte, come i Grandi, mangia,
<lb/>	Razza apunto di Nottola, ch’avanzo
<lb/>	Sei di quei Greci; e di quei tuoi Romani,
<lb/>	Ch’ a la tua mala lingua il bando diero.
<lb/>Com.	Sempre hà la Veritade i suoi nemici.
<lb/>Buff.	E l’Insolenza il suo castigo aspetta.
<pb n= "17"/>
<lb/>	Altro è l’officio tuo, che di Pedante,
<lb/>	Ch’è di natura sua bestia proterua;
<lb/>	E tutto il mal, ch’in altri biasmar suole,
<lb/>	Ei per fidecommisso in se conserva.
<lb/>Com.	Il dir mal’; hoggi è l’arte del Boffone.
<lb/>Buff	Ti duole, ch’io ti tolga la tua parte;
<lb/>	Almen facciamo a mezzo; e amica godi;
<lb/>	Che sia mio l’esercitio, e tua sia l’arte.
<lb/>Com.	Tu forse scherzi, perc’hai pieno il ventre.
<lb/>Buff	E tu fà, come la cicala suole,
<lb/>	Che pria, che non si pasca, ella non canta;
<lb/>	E poich’ella è pasciuta in sù’l meriggio
<lb/>	Sì tal’ hor canta, che ci lascia il fiato.
<lb/>	Và, và di quì lontana. A’nostri Eroi,
<lb/>	Ed a’ Figli de l’Arno, o stolta Vecchia,
<lb/>	Nocer non può il livor de’ detti tuoi.
<lb/>Com.	Già sò, che ti risenti, perche scorgi,
<lb/>	Che scacciarti di quì sola poss’io.
<lb/>Buff.	Tu m’hai più cera co’l tuo brutto ceffo
<lb/>	Di scacciar cani, che cacciar Buffoni:
<lb/>	Nella felicità di questo Regno
<lb/>	Maledicenza non hà loco alcuno.
<lb/>	Torna ne la tua Grecia, e non più meco
<pb n= "18"/>
<lb/>	Vanta le tue bontà, quì non ad altro,
<lb/>	Ch’a bersi in sù’l mattino è buono il Greco.
<lb/>Com	Forza di vino rende il senso infermo.
<lb/>Buff,	Chi de’ Prencipi Medici a la cura
<lb/>	Dal Cielo è dato, non hà parte inferma.
<lb/>	Onde tua lingua risanare il vaglia.
<lb/>	Taci; che quiui la Comedia’ antica
<lb/>	Non hà di farui tacca, o ripresaglia.
<lb/>Com.	A sì gran Nome, e non à detti tuoi
<lb/>	Ceder m’è forza; che la lingua mia
<lb/>	Punger può, ma non nocere a gli Eroi.
<lb/>	Se i Medici ancor’ essi da la Grecia
<lb/>	Trasser l’antico sangue, Eroi sí degni
<lb/>	Fia, che co’ Greci miei prezzi ancor’ io.
<lb/>	Usa à maligni Cieli, hor da l’aspetto
<lb/>	De le Medicee stelle, altroue io parto. 
<lb/>	E inchino lui, che da’ miei Greci sceso
<lb/>	Degli Italici Regni è Gloria altera,
<lb/>	Ed a gli Augusti unito a l’Arno impera.
<lb/>Buff.	Così vada, chi sdegna i detti arguti
<lb/>	Di più faceti, e più giocondi ingegni.
<lb/>	Non più di grave suon voci mal grate, 
<lb/>	Se soglion nel terren ridere i fiori,
<pb n= "19"/>
<lb/>	Quì la Città di Flora ami risate,
<lb/>	Non più severi, ed importuni detti;
<lb/>	Suoni il Teatro Buffoneschi amori;
<lb/>	S’Oda Comica scena ordir diletti.
<lb/>	Roma, c’hebbe di senno i vanti primi,
<lb/>	Odiaua i Gracchi, ed ascoltaua i Mimi.
<lb/>	Ad una Cena è simil la Comedia,
<lb/>	E sembra il palco suo tavola grande,
<lb/>	Oue non altri alfin, che l’Allegria,
<lb/>	Condisce saporose le vivande.
<lb/>	Solo dunque di ciancie aspersa sia;
<lb/>	Poich’i faceti sali, e i lieti detti
<lb/>	Ciban l’ame, e nodriscono gli affetti:
<lb/>	E se’l Buffone è’l sale de la cena,
<lb/>	Senza Buffonerie sciocca è la Scena.
<pb n= "20"/>
<lb/>ATTO PRIMO
<lb/>SCENA PRIMA
<lb/>Meo. Prencipe di Marocco. Marmotta Prencipessa sua Moglie.
<lb/>Meo. 	CHE, canchero, o Diavolo sarà?
<lb/>	Tutto il giorno, co’barbotti;
<lb/>	Ch’io non vada, ch’io non stia;
<lb/>	Ch’io non faccia, ch’io non dica:
<lb/>	(Quasi, che mi scappò)
<lb/>	Che venir vi ti possa
<lb/>	Il male del rovello,
<lb/>	O’l bruscior de l’ortica.
<lb/>	Io l’intendo a mio modo;
<pb n= "21"/>
<lb/>	Portar voglio i calzoni;
<lb/>	Nè v’hauete a impacciare,
<lb/>	Se mì piace la Zuppa, o li Buffoni.
<lb/>Mar.	Ancora hai tanto ardir? non sò, se sai,
<lb/>	Ch’io son di Fessa Erede, e che non venni
<lb/>	In Marocco, per farti la fantesca?
<lb/>Meo.	O’Fessa, o Sfessa, lo non sò, che ti vogli;
<lb/>	Ch’Ercole non son’ io,
<lb/>	Che vanti quì per te portar la gonna.
<lb/>Mar. 	Ancora questo, ancora?
<lb/>	Io dico, che non voglio
<lb/>	Più dur arla così? voglio esser Moglie.
<lb/>Meo.	Così mon fussi tù; sia maledetto
<lb/>	Chi mi fece dir sì per una volta.
<lb/>Mar.	O Testa di zuccanccia senza seme,
<lb/>	Cervellaccio di gatta, huomo da niente:
<lb/>	Oh vè, s’io l’hò trovato il buon Marito?
<lb/>	Tutto il giorno con gli Hosti a frugnolare
<lb/>	Qualche vil Baronaccia, o fra Guidoni
<lb/>	Fra mille scioccherie buffoneggiare.
<lb/>	Maladetto di te l’orbo Cervello,
<lb/>	Maladetto l’humor, la frenesia,
<lb/>	Maladetto il tuo Prence, e Principato,
<pb n= "22"/>
<lb/>	E di Marocco la Geneologia.
<lb/>Meo.	Tu sola maladetta, e tutta Fessa.
<lb/>	Maladetto di te la tropparabbia;
<lb/>	Maladetto chi fetti Principessa,
<lb/>	E chi mi fece uccel de la tua gabbia.
<lb/>Mar.	Oh balordo ceruel da far lunari.
<lb/>	A fè, a fè, ch’io ti vuo far vedere
<lb/>	Chi è Marmotta, e chi sono i Fessanti.
<lb/>Meo. 	E di gratia non fate.
<lb/>	Oh vè, chi vuol bravare in casa d’altri:
<lb/>	Hor sù; volete voi farla finita?
<lb/>Mar.	Io mai non finirò fin, che non veda
<lb/>	Finito te reo Prence, e mal marito.
<lb/>Meo.	A fè, a fè Marmotta,
<lb/>	Ch’io disciorrò li bracchi a tuo mal grado.
<lb/>Mar.	O pazzo, scimottito?
<lb/>	E quanto è, che gli bai scioltia tuo mal prò?
<lb/>	Fà quello, che ti pare:
<lb/>	Io voglio esser trattata da mia pari.
<lb/>	Vuò, che mi sij Marito
<lb/>	In altro, che buon dì; m’intendi tù?
<lb/>Meo.	Io non t’intendo, che malanno vuoi?
<lb/>Mar. 	Voglio, che come il dì son Principessa;
<pb n= "23"/>
<lb/>	Anch’io mi sia la notte; m’hai tù inteso?
<lb/>Meo.	E chi ti leva, che la notte ancora
<lb/>	Non sij la Principessa di Marocco?
<lb/>Mar.	Ah ah. o non intendi, o tu fai’l sordo.
<lb/>	Dico, chio vuò la notte,
<lb/>	Che Meo stia meco; e non vuò dormir sola?
<lb/>Meo.	Oh questo non può stare. Io tutta notte
<lb/>	Mi sogno stravaganze, e fernesie;
<lb/>	Se tu mi fossi a canto,
<lb/>	Forse potrei sognar, che una Bertuccia
<lb/>	Mi morsicasse il naso, e sbalordito
<lb/>	Darti un pugno su’l viso a questa foggia.
<lb/>Mar. 	Tira più là, bestiaccia? Eh ci vuol’ altro:
<lb/>	Io non son pavrosa; Io vuò star teco. 
<lb/>Meo.	Marmotta, a fè, che te ne pentireste;
<lb/>	Tal’ hor mi sogno di far’ al pallone,
<lb/>	Potrei darti nel ventre, e disconciarti
<lb/>	L’orginal di qualche scimonito.
<lb/>Mar.	Ti volterò la schiena; e se mi dai,
<lb/>	Risponderotti con un creppa pancia.
<lb/>Meo	V’è peggio; hora, ch’è freddo, io piscio al letto
<lb/>	Ogni notte, Marmotta, non ti burlo.
<lb/>Mar.	Sò ben, che non mi burli, che la sera
<pb n= "24"/>
<lb/>	Prima, ch’io venni, me la caricasti.
<lb/>	A questo ci è rimedio, l’orinale
<lb/>	Terrò sempre allestito per tal conto.
<lb/>Meo.	Pensa, se’l orinale
<lb/>	Posso aspettare; Io dormo
<lb/>	Quando rouescio l’acqua ne’ Lenzoli.
<lb/>	Hor finalmente solo
<lb/>	Io vuò dormir, che vuoi?
<lb/>	Vuò far quel che mi par, vuó quel che piace.
<lb/>Mar.	A fé, che non t’andrà sempre ben fatta.
<lb/>	Veramente l’è cosa
<lb/>	Da poterla soffrir’ (che sij appicato)
<lb/>	Sentir si tutto il giorno
<lb/>	Ch’un Prencipe par tuo
<lb/>	Canta le mie bellezze a suon di corno.
<lb/>Meo.	Che corni, o l corni? oh tu l’intendi male?
<lb/>	Io non andai a Moglie; &amp; a Marito
<lb/>	Tu non venisti meco?
<lb/>	Oh guarda ritrovata?
<lb/>	Dunque s’a pranza io vado,
<lb/>	Hò a domandar licenza 
<lb/>	A la vostra eccellenza.
<lb/>Mar.	E pur lì: Tu ben sai
<pb n= "25"/>
<lb/>	Dove mi coce, ma tu fai lo sciocco
<lb/>	Prencipe di Marocco.
<lb/>	Io non presi Marito
<lb/>	Per starmi con Bertuccia a sollazzare;
<lb/>	Lo presi, come fanno l’altre Donne,
<lb/>	Per ritrovarlo pronto a’ miei bisogni.
<lb/>	Tutto il dì tra gli amor, e tra i Buffoni,
<lb/>	E poi dir, che portar tu vuoi i calzoni.
<lb/>Meo	Faccianmola finita:
<lb/>	Vuò stare in libertade;
<lb/>	Non hò bisogno di Pedante attorno.
<lb/>	Oh vè, che bella tresca?
<lb/>	Io vuò darmi bel tempo, o Prencipessa,
<lb/>	Siamo in Marocco, e più non siamo in Fessa.
<lb/>Mar. 	O in Fessa, o non in Fessa.
<lb/>	Io hò tolto Marito, per esser’ io la Moglie.
<lb/>	E non perch’ ad ogni hora
<lb/>	Vengan mille barone
<lb/>	A far la Prencipessa.
<lb/>Meo. 	Oh la puzza: vuoi tu quietarti ancora?
<lb/>	Una Donna tua pari
<lb/>	Non s’hà da dar pensiero
<lb/>	D’ogni cosa, che sente
<pb n= "26"/>
<lb/>	A te tocca a badare
<lb/>	A le cose del Regno,
<lb/>	E non saper, s’ io caccio, o voglio amare.
<lb/>Mar.	Signorsi; a me tocca
<lb/>	Di governar lo stato?
<lb/>	Oh d’Amor scimonito?
<lb/>	Oh sai, come m’abbotta?
<lb/>	O Padre, o Fessa, o Povera Marmotta?
<lb/>Meo.	Andate, se volete: 
<lb/>	Hò altro per il capo,
<lb/>	Che le vostre parole?
<lb/>	Oh Meo, quanto gli è duro
<lb/>	Hauer tal Bestie intorno?
<lb/>	La Donna? oh ch’io m’ affoghi,
<lb/>	Se v’è’l peggio animale.
<lb/>	Quand’ ella viene in casa,
<lb/>	La par buona cosa;
<lb/>	Ma quando hà fermo il piede,
<lb/>	E’ peggio d’un Leone;
<lb/>	Quanto v’è, quanto trova,
<lb/>	Tutto mette in bisbiglio;
<lb/>	Nè vi vogliono più nel vicinato,
<lb/>	Che tre Donne a compire un sol Mercato.
<pb n= "27"/>
<lb/>Mar. 	A fe, a fe, che te ne pentirai,
<lb/>	Prencipe senza senno,
<lb/>	Ceruel senza custode,
<lb/>	Pensier senza giuditio;
<lb/>	Oh guarda; hà tanto ardire,
<lb/>	Di strapazzarmi ancora?
<lb/>	Tu me la pagherai.
<lb/>Meo.	Vattene in tua mal’ hora.
<lb/>Mar.	Io non mi vuò partire.
<lb/>	E che forse t’ hò fatto
<lb/>	Qualche gran torto? per rimproverarti
<lb/>	Ch’a un Prencipe disdice
<lb/>	L’andar tutta la notte
<lb/>	Zimbellando Ciuette?
<lb/>	Che gli è vergogna, a darsi tanto in preda
<lb/>	Al vino, a l hosterie?
<lb/>	E che ci vuol misura in ogni cosa?
<lb/>	Duncque, perch’ io ti dico,
<lb/>	Ch’attendi al tuo governo; e de lo stato
<lb/>	Sappi meglio gli affari;
<lb/>	Che non ti fidi tanto
<lb/>	Di questi Masnadieri,
<lb/>	Mi deui discacciare?
<pb n= "28"/>
<lb/>	Ah Prence, Prence, quanto un di pentito
<lb/>	Ti troverai di non hauer sentito?
<lb/>	Io parto; resta, e godi; e tuo sia il danno:
<lb/>	Chi vuol la mala pasqua, habbi il malanno.
<lb/>Meo.	Oh la se n’è pur’ita.
<lb/>	Oh vè, pazzo ceruello?
<lb/>	Io hò tanto di capo.
<lb/>	Ahime, che mai si quieta:
<lb/>	Poss’io morir, se più la miro mai.
<lb/>	Moglie? Moglie, e tò guai?
<lb/>	Oh felice quel core,
<lb/>	Che fuor di quel legame
<lb/>	In dolce libertà scherzo è d’Amore.
<lb/>	S’io dormo, la mi desta;
<lb/>	S’io mangio, la m’inquieta;
<lb/>	S’io vado, la mi stoglie;
<lb/>	S’io parlo, m’interrompe;
<lb/>	In fin la vita mia non hà mai posa.
<lb/>	La vorrebbe, che sempre
<lb/>	Le stessi sopra i scherzi;
<lb/>	Ch’io fossi un coua Donna, un’ animale;
<lb/>	E da mattina, a sera
<lb/>	Io le pestassi l’acqua nel mortale. 
<pb n= "29"/>
<lb/>SCENA SECONDA
<lb/>Filippetta. Meo.
<lb/>Fil.	O ben trovata la vostra eccellenza?
<lb/>	A che cotanta furia?
<lb/>	Con chi l’hauete voi con tanto sdegno?
<lb/>	V’è forse macchinato
<lb/>	Qual cosa contra il Regno?
<lb/>Meo.	O Filppetta, a punto
<lb/>	Tu giungi a tempo, per spassarmi un poco.
<lb/>	Che si fà? come và? in che la passi?
<lb/>	Com’ hai de le facende?
<lb/>	Quant’ è, che da l’Ancroia
<lb/>	Non hai condotto qualche passarotto?
<lb/>Fil.	A punto hor’ hora ve n’infilzai uno.
<lb/>	Ancroia è bella Donna,
<lb/>	Gratiosa, pulita, e há il più bel viso,
<lb/>	C’habbiasi de gli Amanti
<lb/>	Il riposto comune.
<lb/>	Hà un’occhio, com’ un porco disdruscito?
<lb/>	Una bocca longaccia, e rilevata, 
<pb n= "30"/>
<lb/>	Un nacino, ch’ancor non par finito,
<lb/>	La Garne lustra, come invitriata
<lb/>	In fine gli è un boccon proprio da Prence.
<lb/>	Se vo una sol volta
<lb/>	La vedeste vicino,
<lb/>	Direste, ch’io hò studiato il Calepino.
<lb/>Meo. 	Fammela un pò vedere; ese mi piace,
<lb/>	Ti vuò dar non sò che, ch’io non la trovo.
<lb/>Fil.	E che per vita vostra?
<lb/>Meo.	Una cosa, che gusta.
<lb/>Fil	Eh volete la burla.
<lb/>	A la Padrona si dan queste cose.
<lb/>Meo.	Io la vuò dare a te.
<lb/>Fil.	E se son Filippetta,
<lb/>	Non son, come credete;
<lb/>	Ancroia è bella è vero;
<lb/>	Ma io non sono ancora
<lb/>	A fatto tra le brutte;
<lb/>	E se non hò bel viso,
<lb/>	Son però gratiosa,
<lb/>	Polita; e più di lei,
<lb/>	Ne le cose d’Amor sperimentata.
<lb/>	Se le gote hò cadute, 
<pb n= "31"/>
<lb/>	Non son cadenti in tutto;
<lb/>	Quando và, e quando vien’è buono il frutto!
<lb/>Meo.	Hor sù, siamo d’accordo.
<lb/>	Io voglio dare a te quel, che t’hò detto.
<lb/>Fil.	E che m’hauete detto?
<lb/>	Che cosa è quel, che me volete dare?
<lb/>Meo.	Dirolti, e l’indouina.
<lb/>	Una cosa sì lunga,
<lb/>	E grossa, e dura; e stá cotanto tesa,
<lb/>	Che pare uno Spagniol quand’ è in postura,
<lb/>	Si piglia con le mano, e vi si mette.
<lb/>Fil.	E che?
<lb/>Meo.	Quel, che dentro vi và.
<lb/>Fil.	Oh l’è la sporta: Io non la voglio; fio.
<lb/>	Vi mancano le sporte in casa nostra?
<lb/>Meo.	La Sporta: non è sporta, ne cistello.
<lb/>	Oh sciocca, l’è un Cappello.
<lb/>Fil	Un cappello sì, sì;
<lb/>	Hor, che l’inuerno pioue, io son contenta. 
<lb/>	Adesso, adesso ve la meno quì.
<lb/>Meo. 	Ed io intanto me n’ vò verso la Regia;
<lb/>	Fra poco spatio quì ci trovaremo.
<lb/>Fil. 	Oh l’è’l dolce boccone
<pb n= "32"/>
<lb/>       Per la mia Padroncina.
<lb/>	Adesso, adesso è’l tempo,
<lb/>	Ch’io seco mi guadagni una gonnella.
<lb/>	Gnaffe? Meo per Amante?
<lb/>	E chi gli potrà più toccar’ il naso?
<lb/>	Esser Dama d’un Prence di Marocco?
<lb/>	Ne cauer à de’soldi.
<lb/>	Che per quanto s’intende,
<lb/>	Egli suol gettar via quel ch’ altri spende.
<lb/>	Vuò picchiar l’uscio. Olà.
<lb/>	Che son tutti a dormire?
<lb/>	Ella hà ragione, chi la notte veglia,
<lb/>	Convien che dorma il giorno, per campare.
<lb/>	Tic, toc, tic, toc.
<lb/>SCENA TERZA
<lb/>Ancroia alla finestra. Filipetta in strada.
<lb/>Anc.	CHI bussa in sù quest’ hora?
<lb/>Fil.	Son’io, son’io Padrona;
<lb/>	Venite a basso, che v’hò da parlare.
<lb/>Anc.	Oh vè, che bel partito?
<pb n= "33"/>
<lb/>	Non hò altro che fare?
<lb/>Fil.	Oh se sapesse quel, che v’hò dadire,
<lb/>	Voi non stareste tanto.
<lb/>	Oh via venite aprire,
<lb/>	E qual’anguilla, che tra diti sfugge,
<lb/>	L’occasion, che viene, e non si piglia.
<lb/>Anc.	Eccomi quì, che vuoi?
<lb/>Fil. 	Sentite. Meo, Meo.
<lb/>Anc.	Oh tu forse sei cotta.
<lb/>	Chi Meo dici? chi Mea? forse m’uccelli?
<lb/>Fil. 	Meo il Principe nostro,
<lb/>	Il vostro Padronaggio,
<lb/>	Il Prencipe di Gnocco.
<lb/>Anc.	Di Marocco in mal’hora:
<lb/>	E ben; che cosa vuole?
<lb/>Fil.	Vi vuol fornir la casa
<lb/>	Di panni di cucina.
<lb/>	Ed addobbar la stalla,
<lb/>	D’un porco grosso, e due porchetti grassi.
<lb/>Anc.	Il malan, che ti pigli: oh vè regali?
<lb/>	Horsù vuoi altro, o tu sei pazza, o cotta.
<lb/>Fil.	Son’un campan da botta,
<lb/>	Io vi dico così, che’adesso, adesso
<pb n= "34"/>
<lb/>	Verrà quì, per vederui,
<lb/>	E se gli piace il vostro bel modello.
<lb/>	M’hà promesso un cappello.
<lb/>Anc.	Un cancher, che ti mangi.
<lb/>Fil.	Un cappello da vero.
<lb/>	Son tanto fuor di me da l’allegrezza,
<lb/>	Che non sò dir parola.
<lb/>	Oh via: m’hauete inteso?
<lb/>	Il Signor di Marocco
<lb/>	Vi vuol per sua Signora di piacere;
<lb/>	Ne sete voi contenta?
<lb/>	Sorella questo è’l modo
<lb/>	Di procacciarsi il pane.
<lb/>	Un Prence più in un hora
<lb/>	Vi può dar, ch’un privato in mille lustri. 
<lb/>	E poi gl’è liberale;
<lb/>	Non tien conto di nulla;
<lb/>	E getta via ciò, che li dà in le mani.
<lb/>Anc.	Filippetta, mi burli, ò fai da vero?
<lb/>Fil	Non vi burlo a la fè; poco può stare
<lb/>	A mostrarne gli effetti; e lo vedrete.
<lb/>Anc	Hor sù; mi vuò lisciare;
<lb/>	Vuò rilustrarmi un poco;
<pb n= "35"/>
<lb/>	Vuò farmi i ricciolini,
<lb/>	E tutta linda comparirle avanti,
<lb/>Fil.	Avertite, Padrona,
<lb/>	A non portar collaro;
<lb/>	Ch’egli v’hà simpatia molto diversa.
<lb/>Anc.	E perche? non li piacciono i collari?
<lb/>	E che parrei senza collare al collo?
<lb/>Fil.	Ei non le vuò veder; gli piace ignudo
<lb/>	Veder’ il collo de la cosa amata;
<lb/>	Venite scollacciata, e sia, che vuole
<lb/>Anc.	Adesso, adesso me ne torno a basso.
<lb/>Fil. 	In fin noi altre Donne,
<lb/>	Come non siam lisciate,
<lb/>	Ne la gota s’inostra,
<lb/>	De la nostra beltà non facciam mostra.
<lb/>	Anzi in noi senza l’arte
<lb/>	La beltà non hà parte;
<lb/>	E bene, se la Donna
<lb/>	Hà sempre finte l’opre,
<lb/>	Solo a se co’ difetti
<lb/>	Il sembiante ricopre:
<lb/>	E tra l’acque, e tra l’ostro
<lb/>	Di Natura è prodigio; e d’arte è Mostro.
<pb n= "36"/>
<lb/>	Ed, io se fosse Amante,
<lb/>	Vorrei tutte vederle la mattina,
<lb/>	Quando ancor con le mani
<lb/>	Non s’habbino lisciato il lor sembiante. 
<lb/>	Per veder chi è Ciprigna, e chi è Gabrina
<lb/>	E la bellezza lor forza di braccia,
<lb/>	E sette volte il dì muntan la faccia.
<lb/>	Padrona, o via; non più; voi sete bella.
<lb/>	A che tanto fregare;
<lb/>	Che forse vi volete scorticare?
<lb/>Anc.	Eccomi? che ti pare?
<lb/>	Son’io quella di prima?
<lb/>	Guarda, come campeggia
<lb/>	Sù’l bianco il purpurino?
<lb/>	Guardami un pò le labra?
<lb/>	Ti paion di rubino?
<lb/>Fil.	Sì; ma rubin, che cade;
<lb/>	Se vi vien da sputare,
<lb/>	Come farete voi?
<lb/>Anc	Perche? s’ad ogni sputo
<lb/>	Il Cinabro cadesse (oh tu sei sciocca)
<lb/>	Hoggi non s’usa altro, che bocche tinte.
<lb/>	Egli è ben fatto; si posson chiamare
<lb/>	Trappole de gli Amanti.
<pb n= "37"/>
<lb/>	Poiche in veco del labro
<lb/>	Se gli porge il Cinabro.
<lb/>Fil.	Padrona, ecco quì il Prence?
<lb/>	Fate gli un bell’inchino a la Spagnola.
<lb/>	Sogghignate un pò, pò con l’occhio dritto;
<lb/>	Bisogna usar de l’arte in questo Mondo.
<lb/>SCENA QUARTA.
<lb/>Meo. Ancroia. Filipetta.
<lb/>Meo.	SIgnora Ancroia, molto ben trovata!
<lb/>	Certo, c’havea ragione
<lb/>	Filipetta a lodarvi.
<lb/>	Voi sete una bellozza:
<lb/>	Da ver, che mi piacete;
<lb/>	Ed io vi piaccio a voi?
<lb/>Anc.	Un Prence sempre piace,
<lb/>	E per brutto, che sia,
<lb/>	Pare bello ad ogn’uno.			(piaccia,
<lb/>Meo.	Dunque io son brutto? hor sù; pur ch’io vi
<lb/>	La sia, come vi pare, e la volete.
<lb/>Anc.	Non dico questo, dico, che nel Prence
<pb n= "38"/>  
<lb/>	Non si scorge bruttezza; 
<lb/>	Ma fra cotanti lussi
<lb/>	Ogni cosa è bellezza.
<lb/>Fil.	Oh via sete d’accordo; o brutto, o tello,	
<lb/>	Beltade, e legiadria
<lb/>	Non si portano in capo per pennacchio.
<lb/>Meo.	Accostateui un poco, bella Ancroia.
<lb/>Fil.	Se se sta sì discosto,
<lb/>	Farem poco pan’ unto, e meno arrosto.
<lb/>Anc.	Scusatemi signor, vosignoria;
<lb/>	Chi’io non hò havuto mai
<lb/>	Prencipi in mia.
<lb/>Meo.	Ahi lasso, già mi pare
<lb/>	Di sentir dentro il seno
<lb/>	Tra’l fegato, e’l polmone una gran scossa. 
<lb/>	Già, già sento nel core
<lb/>	Suscitarsi le fiamme; e nel mio petto
<lb/>	Scolpita è Ancroia per le man d’Amore.
<lb/>	Oh come dentro il foco
<lb/>	Mi raffreddan le vene?
<lb/>	Come glí incendij tuoi, messer Cupido.
<lb/>	Senza soffietto accender sai ne l’alme.
<lb/>	Ancroia, Ancroia mia.
<pb n= "39"/> 
<lb/>	Tenebre de’ miti lumi,
<lb/>	Raggio de la mia notte,
<lb/>	Noia de la mie gioie,
<lb/>	Affanno del mio seno,
<lb/>	Disturbo del mio core,
<lb/>	Anima de’ miri mali,
<lb/>	Gelo de l’ardor mio,
<lb/>	Esca sempre insieme al mio desio,
<lb/>Fil.	E’ Colto ne la reto.
<lb/>	Quanto puote un bel volto?
<lb/>	Oh quanto, oh quanto vale
<lb/>	Quel cattiuel d’Amore ne l’alme Amanti?
<lb/>Meo. 	Ancroia, o bella mia,
<lb/>	Mio sol di meza notte,
<lb/>	Mia luna in quintacecima,
<lb/>	Mie stelle sempre infeste, 
<lb/>	Soave acquaio de le mie minestre.
<lb/>	E qual per te prov’io
<lb/>	Palgiaio acceso dentro il freddo petto?
<lb/>	Qual nova brama (ahi lasso,)
<lb/>	Mi rende satio de’tuoi vaghi lumi?
<lb/>	Soccorrimi, ch’io moro;
<lb/>	E, se troppo prolunghi a darmi aita,
<pb n= "40"/>
<lb/>	Mi Vendrai nel dolor tornare in vita.
<lb/>Fil,	Come si raccomanda? oh quanto puó
<lb/>	Il figlio Ciprigna?
<lb/>	Quanto puon far duo lumi?
<lb/>	Per quante vie la vigna altrui si zappa?
<lb/>Anc.	Prence, s’il volto mio
<lb/>	A te reca tormento
<lb/>	Odio, chi mi fè bella
<lb/>	Maldette bellezze,
<lb/>	Gratie mal dispensate,
<lb/>	Se voi sete cagione
<lb/>	Di far’altri prigione.
<lb/>	Dunque di gioie in vece
<lb/>	Da me, mio bel difforme,
<lb/>	Ti se reca tormento?
<lb/>	Dunque quanto gioire 
<lb/>	Crede a fra la tue braccia,
<lb/>	Dourò ne mio dolore
<lb/>	Bestemmiar Meo, e maledire Amore?
<lb/>	Ah, se tai danni io fè,
<lb/>	Ti laiscio, e me ne vò.
<lb/>Fil.	Oh la bella moresca, oh la sà fare, 
<lb/>	Guarda, come gli sàben dar la corda?
<pb n= "41"/>
<lb/>	Cappi: vacci di sotto:
<lb/>	In fatti queste Donne di bel Tempo
<lb/>	Non si lascian scappare
<lb/>	De la ragna i fringuelli;
<lb/>	Non son da Parolaj i lor zimbelli.
<lb/>Meo.	Ah cruda non partire.
<lb/>	Mi son care le gioie,
<lb/>	Abborisco le pene,
<lb/>	E più per te desio provar contento,
<lb/>	Che per altra beltá pena, e tormento.
<lb/>Anc.	Oh vita mia dolcissima,
<lb/>	Mio vago volto amabile,
<lb/>	Mio Sole splendidissimo,
<lb/>	Mio foco, e refrigerio,
<lb/>	Per te, per te, mio core,
<lb/>	A poco, a poco il seno
<lb/>	Si fà schiuma d’ardore;
<lb/>	Io ardo, e più non posso
<lb/>	Stare a roder quest’ osso.
<lb/>Fil.	Hor sù, Prence, e che nova?  a che si bada?
<lb/>	Non è tempo di ciancie; andianne un poco.
<lb/>	La stoppa a canto al foco
<lb/>	O bisogna abbruciarla, o di là torla.
<pb n= "42"/>
<lb/>	Questo è un parlare al Sole,
<lb/>	Un liquefarsi al vento;
<lb/>	Un’ incordarsi senza a hauer la fune. 
<lb/>	A le prese, a le prese, a l’arme, a l’arme.
<lb/>	Già del par son le voglie,
<lb/>	A che si tarda il desiato colpo?
<lb/>	Padrona, e che facciamo?
<lb/>	Che ti sei smenticata
<lb/>	Di sù la pania frognolar gli angelli?
<lb/>	Scarica la balestra; egli è già tuo?
<lb/>	Che, se s’avvede de la rete tesa,
<lb/>	Non mai più per mia fè farai tal presa?
<lb/>Anc.	Prencipe, che più brami?
<lb/>	Oue vuoi, ch’io t’aspetti?
<lb/>	Qual deue a’ nostri amori
<lb/>	Esser la stanza de’ piacer bramati?
<lb/>Fil.	Oh così? conclusione;
<lb/>	Chi lascia correr tempo non fà preda.
<lb/>Meo.	Fammi un piacere, Ancroia,
<lb/>	Andianne a caccia insieme,
<lb/>	Ed iui a suon di corno
<lb/>	Diamo la notte a sì felice giorno.
<lb/>Anc.	Andianne doue vuoi:
<pb n= "43"/>
<lb/>	Son pronta ad ubidirti, e de la caccia
<lb/>	Mi piacciono i piaceri;
<lb/>	Anch’io, anch’io tal volta
<lb/>	Mi diletto cacciare;
<lb/>	E sò le reti, e i bracchi maneggiare.
<lb/>Fil.	A la caccia, a la caccia: oh la mi và:
<lb/>	Quel cominciar cacciando
<lb/>	Ne le cose d’Amore
<lb/>	L’hò per buona derata tutto l’anno.
<lb/>Meo.	Andianne, ch’a Pedina
<lb/>	Capitan de la Guardia
<lb/>	Hò commesso il partire;
<lb/>	E’l Gobbo Capocaccia
<lb/>	Ne condurrà co’cani
<lb/>	Ogni ordigno, che s’usa per la caccia.
<lb/>SCENA QUINTA
<lb/>Pedina. Gobbo.
<lb/>Ped.	OH vè che fantasia d’andar’a caccia?
<lb/>	E dice bene il vero;
<lb/>	Ch’in questo si conosce
<pb n= "44"/>
<lb/>	Il servo dal Padrone.
<lb/>	L’un’ al comando, e l’altro a l’obedire.
<lb/>	L’è una giornata da cacciar Ciuette.
<lb/>	Oh che pochi pensieri?
<lb/>	Gobbo, che piglieremo?
<lb/>Gob.	De le ranocchie al certo.
<lb/>	Che ci vuoi far fratello?
<lb/>	E per acqua, e per neue
<lb/>	Dee camminar che deue.
<lb/>Ped. 	Hor sù noi, che dobbiamo,
<lb/>	Andianne à cacciar botte.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">Quì suona il corno.</note>
<lb/>	Dà una sonata al corno.
<lb/>       Gobbo, credimi certo
<lb/>	Che più d’ogn’altro tono
<lb/>	Mi piace questo suono.
<lb/>Gob.	Hai tù moglie, Pedina?
<lb/>Ped.	E perche me’l domandi?
<lb/>Gob.	Te lo dirò dopoi.
<lb/>Ped.	Io non hò moglie, nè già mai pensiero
<lb/>	Mi verrà di pigliarla
<lb/>Gob.	Tu fai bene a la fè, poiche quel gusto
<lb/>	Di quel suono di corno
<lb/>	Ti potrebbe riuscire
<pb n= "45"/>
<lb/>	In vece di sentir di farlo udire.
<lb/>Ped. 	Vuoi, ch’io ti dica: l’è una certa usanza,
<lb/>	Ch’io non mi vanterei di non sonare.
<lb/>	Ma dimmi, Gobo, sai tu chi son quelli,
<lb/>	Ch’a a la caccia se n’vengono co’l Prence?
<lb/>Gob.	Io non lo sò; e quando le sapesi;
<lb/>	Io non te lo direi:
<lb/>	I fatti de’ Padroni
<lb/>	Non si van recitando per le piazze.
<lb/>	Attendiamo a servire,
<lb/>	Non tutti quei, che fan, vuon lasciar dire.
<lb/>Ped.	Ritocca un poco il corno. Eccoli a punto:
<lb/>	Oh l’è Ancroia a la fè.
<lb/>	Oh che le venga il morbo!
<lb/>	E chi diavol mai
<lb/>	Glie l’hà posta dinanzi?
<lb/>	Poueri Prenci! in fatti
<lb/>	E’questo Mondo una gabia de matti.
<lb/>Gob.	Badiamo a fatti nostri, e non ci rompa
<lb/>	I casi altrui il federe.
<lb/>	Siam quì, per vbidire,
<lb/>	E non per Rauuisor de gli altrui botte.
<lb/>	Chi l’altrui fatti cerca,
<lb/>	Procura il Sol di notte.
<pb n= "46"/>
<lb/>SCENA SESTA
<lb/>Meo. Anc. Fil. Gobo Ped. Cacciatori.
<lb/>Cac. 	A LA caccia, a la caccia:
<lb/>	Chi la scioglie, non l’allaccia
<lb/>	Suoni il corno
<lb/>	Tutto il giorno.
<lb/>	Errin lepri,
<lb/>	Corran cani.
<lb/>	Cherchin bracchi,
<lb/>	Fuggan volpi;
<lb/>	Nè c’ingombri horror di polue;
<lb/>	Chi la sà, non la risolue.
<lb/>Meo.	S’incammini la Turba in ordinanza;
<lb/>	Hoggi Cerui, e Cinghiali
<lb/>	De la mia voce forte
<lb/>	Hauranno e vita, e Morte.
<lb/>	Voi tutti ad uno ad uno
<lb/>	Seguitatemi in schiera;
<lb/>	E voi, mia speme spenta,
<lb/>	A me sempre vicina
<pb n= "47"/>
<lb/>	Mirate in dolce guisa
<lb/>	Qual’il mio piede gli spontoni avventa?
<lb/>Cac.	E noi siamo Cacciatori,
<lb/>	Buoni Bracchi, e Curridori,
<lb/>	Tutti in fila
<lb/>	Ne la fila
<lb/>	Infilziamo,
<lb/>	E cacciamo.
<lb/>	Ogniun fà, quel, che può più.
<lb/>	Turutu, Turutu, tu, tu, tu, tu, tu.
<lb/>SCENA SETTIMA
<lb/>Tordo. Michelino.
<lb/>Tord.	OH l’è pur l’esser Prence il bel mistiere,
<lb/>	Comandar, dominare,
<lb/>	E non sentir, se pioue, o vuol fioccare.
<lb/>	Oh vè tempo di caccia?
<lb/>	Giunon versa dal Cielo gli urinali,
<lb/>	E. Meo Prencipe nostro è gito acaccia.
<lb/>Michel. cantando.
<lb/>	E se voi vi dilettasso
<pb n= "48"/>
<lb/>	Venir con esso noie;
<lb/>Tor.	Oh ecco quel pazzon di Michelino.
<lb/>Mic.	Voi haureste mille spasse
<lb/>	A cacciar ancor voie.
<lb/>Tor.	Oh felice pazzia?
<lb/>	Solo ne’pazzi è sempre allegria.
<lb/>Mic.	E de le lepre, e golpe poi
<lb/>	Gran quantità pigliame.
<lb/>	Piasceuole noi siame.
<lb/>	Trandirà, trandira, trà.
<lb/>Tor.	Oh bene, oh bene; che sì fá Michelino?
<lb/>	Oh buono Cacciatore
<lb/>	Di roba cucinata, e di buon vino.
<lb/>	Che fai de l’archibuso?
<lb/>	Oh vè quant’arme porti? hai le pistole?
<lb/>Mic.	Suscellenze Prencipe di Marocche,
<lb/>	Ch’il Ciel salue, e mantenghe.
<lb/>	Hà ordinate un bellissime caccie.
<lb/>	E vuole, ch’ie vade in Fesse
<lb/>	A casciar di notte Columbascie
<lb/>	Servatiche, e domestiche piscione.
<lb/>	E fare buon tempone.
<lb/>	Trandirà, trandira tra!
<pb n= "49"/>
<lb/>Tor.	Ma come v’anderai? forse per acqua?
<lb/>Mic.	A caualle con mie pistole a cante,
<lb/>	Con mie archibuse lunghe;
<lb/>	E con mie palloline,
<lb/>	Come pepe, per far taffite, tiffe.
<lb/>	E con mie palle grosse,
<lb/>	Per far boffiti, toffi.
<lb/>	Con mie carniere, e con bel pan pianche.
<lb/>Tor.	Infatti è l’esser pazzo
<lb/>	Un piacer’, un sollazzo.
<lb/>	Il mal non si conosce, il ben diletta;
<lb/>	E si gioca con tutti a la Ciuetta.
<lb/>	Stà: vuò porlo in valice.
<lb/>	Michelino vien quà.
<lb/>	Dimmi il vero. Tu vai a cacciar gatte,
<lb/>Mic.	Sì tu mangi le gatte,
<lb/>	Scelerate, barone;
<lb/>	Và và sotto l’officie
<lb/>	A comperar gli occhiali,
<lb/>	E poi vendele ad altre, e dì, che fatte
<lb/>	L’hai con le tue Manascie.
<lb/>	Che ti venghe le rabie baronascie.
<lb/>Tor. 	Oh via sù Michelino, Io hò burlato.
<pb n= "50"/>
<lb/>	Facciam pace, vien quà, dammi la mano.
<lb/>Mic.	Gioue in Ciel di Venere,
<lb/>	Marte, e Saturne casciateme in terre.
<lb/>	Tu cascime tu nasascie di detre,
<lb/>	Sù vie spesseme il cape,
<lb/>	Spiascie, sciocatore,
<lb/>	Prencipe di Marocche.
<lb/>	Ti vuò fare impiccar per un ginocchie.
<lb/>Tor.	Fino ne’ Pazzi hà la superbia il loco.
<lb/>	Costui non hà cervello,
<lb/>	E pur s’adatta anch’esso
<lb/>	A lo stil de la Corte, al Cortegiano,
<lb/>	Ch’é di procurar sempre, ch’il compagno
<lb/>	Sia mandato in bordello.
<lb/>	Michelino, non più, ti sono amico.
<lb/>Mic	Son contente; sempre buon compagne
<lb/>	Di Torde; un buon fiasche di perdee
<lb/>	Voglie, che biueme a l’hosterie.
<lb/>Tor.	Costor son giti a caccia;
<lb/>	E tu non sei più a tempo di cacciare.
<lb/>Mic	Torde andiame a cacciare al Greciaole
<lb/>	Nelle studione buone fecatelle;
<lb/>	E’l Prencipe Marocche suscellenze
<pb n= "51"/>
<lb/>	Vade con le sue drude nel pordelle
<lb/>	Trandirà, trandirà, trà.
<lb/>Tor.	Andiam, dove voi tu,
<lb/>	Ch’io non ne posso piú.
<lb/>SCENA OTTOVA
<lb/>Marmotta. Bertuccia.
<lb/>Mar.	BErtuccia, io più non posso
<lb/>	Soffrir le stravaganze del mio Meo.
<lb/>	Suenturata Marmotta, e che son’io?
<lb/>	Forse un’Orsa nel bosco,
<lb/>	Che cotanto mi fugge, e mi disprezza?
<lb/>	Ah miseria douuta
<lb/>	A Donna spenserata;
<lb/>	Quanto meglio foria, ch’ad ogni figlia
<lb/>	In vece di Marito il Padre desse
<lb/>	Un bichier di veleno;
<lb/>	Ouer fra tante doglie
<lb/>	Lecito fosse di pigliarne un’altro.
<lb/>Ber.	Oh quante non contente
<lb/>	Sarebbone le Moglie,
<pb n= "52"/>
<lb/>	E di nou’ esca ciberian le voglie.
<lb/>	Se ben son di parere,
<lb/>	Ch’anco senza licenza
<lb/>	Si faccia a’tempi d’hoggi tal mistiere.
<lb/>Mar.	Ah Meo, Meo più crudo
<lb/>	D’una serpe d’inverno; e che l’hò fatto,
<lb/>	Che contanto mi fuggi, e mi disami?
<lb/>	Che mi gioua, infelice.
<lb/>	L’esser di te Consorte,
<lb/>	S’io sempre da te lunge
<lb/>	Traggo vita felice?
<lb/>	Che mi val ne la Regia
<lb/>	Fausta porre il mio piede,
<lb/>	S’infausto è’l mio desio,
<lb/>	E sempre senza te godo Meo mio?
<lb/>	Ahi lassa, il duol m’uccide, e fra le pene
<lb/>	Sento d’insania invigorir le vene.
<lb/>Bert.	Prencipessa, che fate? eh state sù?
<lb/>	Che tanto stralunar? che tanto affanno?
<lb/>	S’egli non stà con voi,
<lb/>	Voi non state con lui, e sia del pari,
<lb/>	E che v’importa al fine?
<lb/>	Dove non batte il Sol, non mancan brine.
<pb n= "53"/>
<lb/>	Lasciatelo sfogar, faccia, che vuole?
<lb/>	Benche dilate errante
<lb/>	Ne l’occidente alfin ritorna il Sole.
<lb/>Mar. 	En Bertuccia, egli è vero;
<lb/>	Ma quello hauer mai sempre
<lb/>	A calcetrar lenzola.
<lb/>	Quello abbracciar guanciali,
<lb/>	Adesso siam d’inverno;
<lb/>	E’ male di dormir co’ capezzali.
<lb/>	Dunque sempre debb’io
<lb/>	Dibatter forsennata
<lb/>	Queste misere membra sù le piume?
<lb/>	Non sò, come ch’il capo
<lb/>	Infranta non mi sono in ogni lato.
<lb/>Bert.	E se voi no’l battete
<lb/>	In altra pietra, che sù i matarazzi,
<lb/>	Poco mal vi farete. 
<lb/>Mar.	Eh Bertaccia, tu stai pur sù le burlo.
<lb/>	Non bastaua a la forte
<lb/>	D’hauermi tolto (ahi lassa,)
<lb/>	Il mio caro fratello, ch’i Corsali
<lb/>	Sù le riue di Fessa mi rapirno;
<lb/>	Ch’ancora del Consorte
<pb n= "54"/>
<lb/>	Volse farmi infelice.
<lb/>Bert.	Che vi fù forse tolto da Corsali
<lb/>	Un fratello signora?
<lb/>Mar.	Ah così l’hauess’io, che forse Meo
<lb/>	Pensarebbe a stratiarmi?
<lb/>Bert.	E dove? e quando? e come?
<lb/>Mar.	L’istoria e troppo lunga, basta solo
<lb/>	Che da’ Corsali in Mare,
<lb/>	Mentre egli era Bambino, in sù la riva 
<lb/>	Di Fessa ne fu tolto ahi duro fato.
<lb/>Bert.	Oh gran caso? ne mai
<lb/>	Nova di lui sapeste?
<lb/>	Chi sà, che nel paese de le scimie	
<lb/>	Il povero Bambin non erri ancora?
<lb/>	Soglion questi Corsali
<lb/>	Tal volta iui lasciarli, acciò, ch’esperti
<lb/>	Diventin più de gli altri in ogni cosa.
<lb/>Mar.	Io non lo sò, sò ben, che più no’l vidi,	
<lb/>	E’l mio povero Padre, 
<lb/>	Per leuarsi di lui la rimembranza,
<lb/>	Mi diede (oh pensier sciocco)
<lb/>	Per vettouaglia al Prence di Marocco.
<lb/>Bert.	Non fù mai trista cena
<pb n= "55"/>
<lb/>	Quella, ch’in apparenza
<lb/>	Sa con il magro ancor mostrar la grascia.
<lb/>	Egli, se non con voi
<lb/>	Compie il gioir notturno,
<lb/>	Il giorno vuol, che state
<lb/>	Di Marocco Signora, e Prencipessa.
<lb/>	Vi fà vestir de seta; e a la cintura
<lb/>	Il cingolo vi dà qual soglion dare
<lb/>	De la villa i più grandi a le lor Donne!
<lb/>Mar.	Sì; ma non sai, Bertuccia, quel ch’inteso
<lb/>	Hò con le proprie orecchie a la fenestra.
<lb/>Bert.	E che sentiste voi?
<lb/>Mar.	Quel, ch’intesi? Il buon Prence
<lb/>	Ancroia, quella già di Baldassarre,
<lb/>	Per man di Filippetta hora hà per Druda:
<lb/>Bert.	Che ne sapete voi? oh questa è brutta?
<lb/>	Ancroia, quella sozza, ben lisciata,
<lb/>	Quel naso di Braccaccio a la francese,
<lb/>	Che si tien Baldassarre a le sue spese.
<lb/>	Oh veder lo vorrei,
<lb/>	E poi lo crederei!
<lb/>Mar.	Non cercar’ altro: gli è quel, che ti dico.
<lb/>Bert. 	Ma come ciò v’è noto? dite un poco?
<pb n= "56"/>
<lb/>Mar.	Gia che lo vuol saper, stammi a udire.
<lb/>	Mi stauo poco dianzi a la fenestra
<lb/>	Sopra pensiero, e mi tornava in mente
<lb/>	Ad uno, ad uno i torti del mio Meo.
<lb/>	Quando sento di sotto bisbigliare.
<lb/>	Miro, e mi tiro dentro; e vedo, e sento,
<lb/>	Ch’è Meo con Ancroia; e Filippetta
<lb/>	Stringe d’Amore il parentado indegno.
<lb/>	Sento, ch’egli le dice
<lb/>	Che la vuol per signora, e ch’a la caccia
<lb/>	Vuol, ch’ella vada seco a sollazzare;
<lb/>	E sai; quella Monnaccia
<lb/>	Di quella Filippetta
<lb/>	L’andaua tanto in sugo, e saltellaua,
<lb/>	Che parea tra gli Augelli una Ciuetta.
<lb/>	In fine intesi, e vidi, e vidi, e intesi,
<lb/>	Ch’egli Ancroia si gode a buona cera;
<lb/>	Edio co’l stusso in man perdo primiera.
<lb/>Bert.	Vi compatisco assai; ma che volete?
<lb/>	Bisogna hauer pacienza, anco de l’altre
<lb/>	Qual voi sono infelici,
<lb/>	E forse ancor più belle, e più vezzose.
<lb/>Mar.	Pacienzia? a fe, ch’assai	
<pb n= "57"/>
<lb/>	Ho sopportato di Cosini gl’inganni.
<lb/>	Vuò tornarmene in Fessa;
<lb/>	Ed iui in casa mia
<lb/>	Trarmi vita più lieta, e più noiosa.
<lb/>Bert.	Signora, è bella Fessa?
<lb/>	Come vi sono di bei guarda Donne?
<lb/>Mar.	Se Fessa à bella? oh che tu non lo sai?
<lb/>	Ah, ch’altro è Fessa, che non à Marocco.
<lb/>	Vi son Donne bizarre; ed hanno tutte
<lb/>	Un modo di trattar, ch’al forastiero
<lb/>	Mostran di corte sie le voglie aperte.
<lb/>	Lo ricevono in casa volentieri,
<lb/>	E di quanto ne puon gli fanno parte.
<lb/>Bert.	Come son belle strade, e bei palazzi?
<lb/>Mar.	Le vie son quasi tutte a una misura,
<lb/>	Son dritte, polite, e senza mota;
<lb/>	E non, come che quà, si porta rischio,
<lb/>	Di dar ne la pozzangola a lo scuro.
<lb/>	Son superbi i palazzi; e perch’ il luogo
<lb/>	Hà del’ humido al quanto, ha gran puntelli.
<lb/>	Questo lo fan, perche s’attengan sodi.
<lb/>	E chi teme, ch’il suo voglia cadere
<lb/>	S’approveccia del muro del Campagno.
<pb n= "58"/>
<lb/>Bert.	Oh vè cosa garbata? la mi piace:
<lb/>	Le Donne son s’assai? son Casareccie?
<lb/>Mar.	Come se son d’assai, o Casareccie?
<lb/>Bert.	Voglio dir, se si sanno
<lb/>	Rimescolar per casa ne’ lor fatti?
<lb/>Mar. 	Oh quel, che tu domandi?
<lb/>	Le Donne Fessatine
<lb/>	Son per le case lor sempre un mercato:
<lb/>	Sono approveccie, e tengon tanto stretto;
<lb/>	Che se lor dà ne l’unghie un capitale,
<lb/>	Mio danno, se gli scappa.
<lb/>	Se’l Marito di loro in capo a l’anno
<lb/>	Tirasse ben il conto; ei trovarebbe,
<lb/>	Che più una Donna hà lor portato in casa,
<lb/>	Che mille Mercatanti al lor paese.
<lb/>	Gli huomini se ne stanno, e lascian fare.
<lb/>	Se la Donna rinova un bel vestitio.
<lb/>	Una bella collana, un bello anello,
<lb/>	Non hà da darne conto al suo Marito.
<lb/>Bert.	Vi s’usa il far’ l’amore, come quà?
<lb/>Mar.	Tutto il Mondo è paese;
<lb/>	E’ben vero, ch’in Fessa
<lb/>	S’usa di far l’Amore a la franesce.
<pb n= "59"/>
<lb/>Bert.	E come a la francese? è foggia nova?
<lb/>Mar.	Si fà l’amor con tutti a la scoperta.
<lb/>	Ma sai; mode stamente.
<lb/>	Chiede l’amante core
<lb/>	A la sua Dea, che gli apra
<lb/>	De’ pensieri d’Amor lo scattolino.
<lb/>	Che le mostri il zucchetto de’ desiri.
<lb/>	E che lasci il suo foco
<lb/>	Smorzar ne la di lei cortese fonte.
<lb/>	E ciò, perche ne lo lor case han tutte
<lb/>	Una fontana: intendimi Bertaccia.
<lb/>Bert.	Voi non parlare a sordi; e come s’usa
<lb/>	Di regloare in Fessa le lor Dame?
<lb/>Mar.	In Fessa il regalare è moto propio.
<lb/>	E qual Città tu trovi,
<lb/>	Che de la nostra sia più regalata?
<lb/>	E’ Città ricca, e poi
<lb/>	Ogniun vi fà l’ offerta del suo hauere.
<lb/>	Ma sai, qual è quel don, ch’è più prezzato?
<lb/>Bert.	E che? l’argento, e l’oro?
<lb/>Mar	Ohibò; non nò; le femine di Fessa
<lb/>	Di ciò non son bramose.
<lb/>	Che credi, ch’a le Donne
<pb n= "60"/>
<lb/>	Piaccia l’argento, e l’ora? tu t’inganni.
<lb/>Bert.	Intesi sempre dir, che de le Donne
<lb/>	Questa à la calamita, che fà presa.
<lb/>Mar.	Questo succede in quelle,
<lb/>	Che di pane, e di vino
<lb/>	Han scarso il Magazino.
<lb/>	Ma s’avvien, che ricchezza
<lb/>	Possieda amante core,
<lb/>	Per altro, che pecunia, arde d’amore.
<lb/>	Non lassi a prezzo d’oro
<lb/>	Beltade, ch’ in amor prova martoro.
<lb/>Bert.	Che si regala dunque? in che si dà?
<lb/>Mar.	Quando vuole un’ Amante
<lb/>	Gustare la sua Diva
<lb/>	Gli manda un’hortolano con la piua.
<lb/>Bert.	Son grassi, come i nostri gli hortolani?
<lb/>Mar.	Eh tu sei pazza, o fingi.
<lb/>	Non dico un’hortolano da mangiare.
<lb/>Bert.	E che hortolani dunque, e perche fare?
<lb/>Mar.	Perche tal’hor zappando
<lb/>	La tratenga sonando,
<lb/>	Non sai, che la mia Patria è tutta ortaglia;
<lb/>	Ne a cosa più s’attende,
<pb n= "61"/>
<lb/>	Ch’ad empire fossi, e coltivar terreni:
<lb/>	Insomma del mio Regno
<lb/>	Son coltivate meglio le pianure,
<lb/>	Che di questi Paesi le Colline.
<lb/>Bert.	Puol’esser circa a l’acque, e l’Ortolani,
<lb/>	Ma non alla pastura del terreno.
<lb/>Mar.	Che pastura di tù? cosa cingotti?
<lb/>Bert.	In Marocco vi son gran cerca stabbio,
<lb/>	E però i suoi terreni
<lb/>	Ingrassati gli stimo più de gli altri.
<lb/>Mar.	Fiò, fiò; noi non usiamo
<lb/>	Simil coltivatura,
<lb/>	Poiche il nostro terreno
<lb/>	Non hà, come ch’il vostro, dell’asciutto,
<lb/>	E senza stabbi ne produce il frutto.
<lb/>Bert.	Come s’usa il vestire?
<lb/>	Che ne’ nostri Paesi
<lb/>	Hormai non sò, qual sia la vera usanza.
<lb/>Mar.	Di questo soncagione i Genovesi,
<lb/>	Che sempre trovan qualche stravaganza.
<lb/>	Hai visto, come dietro la Zimarra
<lb/>	Hanno ridotta stretta queste Donne?
<lb/>	La par la code del mio Somarello.
<pb n= "62"/>
<lb/>	E quel basto da Mulo,
<lb/>	Ch’elle portano in cinto,
<lb/>	Sotto le falde, per mostrar ne’ fianchi
<lb/>	Un seder rilevanto da fachino.
<lb/>	Ed io aspetto, ch’un giorno
<lb/>	Si vestan d’Arlecchino.
<lb/>Bert.	Ancora non m’hauete
<lb/>	Detto di lor l’usanza del vestire.
<lb/>Mar.	Si porta falda tesa, giubbon lungo,
<lb/>	Veste sfibiata, e’n vece de la coda.
<lb/>	Che dietro già s’usava quattro braccia,
<lb/>	La portano dinanzi quattro dita;
<lb/>	Questa serve per punta Giobone.
<lb/>Bert.	A fè non mi dispiace;
<lb/>	Ella è più propria, ed è di minor briga.
<lb/>	Come v’è de l’erbagio, e lattecimi?
<lb/>Mar.	De l’erbagio ve n’usa, ma non molto;
<lb/>	E tra l’altre del cauolo le Donne
<lb/>	Non ne voglion sentir nè men parlare.
<lb/>	S’usa mangiar di molta mescolanza,
<lb/>	De le radiche d’herba d’ogni sorte;
<lb/>	Del resto vuon del buono a crepapancia.
<lb/>Bert.	E de’ casci, e ricotte come fanno?
<pb n= "63"/>
<lb/>Mar.	Che mi domandi tu? s’usa altro in Fessa
<lb/>	Che mugner Capre e liquefar butiri.
<lb/>	Le fan tanto formagio le Pastore
<lb/>	Che per le case loro
<lb/>	Si potrebbe notar ne’latticimi.
<lb/>	Ecco Masino, Taci.
<lb/>SCENA NONA
<lb/>Masino. Tordo, el le Medisimi.
<lb/>Mar.	Masino, che si fà? dove n’andate?
<lb/>Mas.	Da vostra signoria eccellentissima.
<lb/>Mar	Da la mia miseria miserissima.
<lb/>Mas.	E perche ciò signora?
<lb/>Mar.	Perchè? Tordo vien quà; statemi a udire.
<lb/>Tor.	Eccomi Eccellentissima Marmotta.
<lb/>Mar.	E pur lì con i titoli. Io vi dico,
<lb/>	Ch’infelice è il mio nome; ed io son quella
<lb/>	Degna sol di miseria, e non di gradi.
<lb/>Tor.	E che sarà signora? e perche questo?
<lb/>Mar.	Dunque voi non sapete
<pb n= "64"/>
<lb/>	Le mie suenture ancora?
<lb/>Mas.	Non Prencipessa al certo, e che sara?
<lb/>Mar.	Principessa di pianti, e di sospiri.
<lb/>	Ancroia à in loco mio la Prencipessa;
<lb/>	Ed io sono Marmotta,
<lb/>	Mal nata erede del Regno di Fessa.
<lb/>	E non v’è noto ancora,
<lb/>	Ch’il Prencipe a mio scorno
<lb/>	Dopo cotanti affanni
<lb/>	E’d’ Ancroia seguace?
<lb/>	Non sapete, che Meo
<lb/>	Non satio de’ miei mali
<lb/>	Fatto è d’Ancroia Amante?
<lb/>	Non sapete, che l’empio
<lb/>	Non affatto contento
<lb/>	D’hauermi mille volte
<lb/>	E per il vino, e pe i Buffon sprezzato,
<lb/>	D’Ancroia è innamorato?
<lb/>	Non v’è noto, ch’il cane
<lb/>	Vago di nova sposa
<lb/>	Vedouo hà fatto il suo ghiacciato letto?
<lb/>	Non vi è fatto palese,
<lb/>	Ch’egli trà Veltri, e fere, e reti, e cani
<pb n= "65"/>
<lb/>	Hoggi con la sua Ancroia
<lb/>	Appaga i sensi insani?
<lb/>	Ah non più fia di Fessa il Regio sangue
<lb/>	Così da Meo schernito?
<lb/>	Ritornerò al mio Regno;
<lb/>	Andronne a la mia sede;
<lb/>	Ed in Fessa io mi sia
<lb/>	Io Prencipessa de la Patria mia;
<lb/>Mas.	Deh per Dio raffrenate
<lb/>	Così aspro martoro.
<lb/>	Chi sà; potreste ancora
<lb/>	Ingannarui, signora?		(quella,
<lb/>Mar.	Ingannarmi? ingannarmi? Ah ch’io fui,
<lb/>	Ch’intesi, e vidi (ahi lassa)
<lb/>	Le mie suenture, e l’ignoranze altrui?
<lb/>	Io, io Masino intesi
<lb/>	Di caccia il suon de’ corni;
<lb/>	Io fui presente a li miei poroprij scorni.
<lb/>Tor.	Principessa, non più quetate il duolo!
<lb/>	Non si pensi al partire.
<lb/>	Straportano tal’hor gli sdegni, e l’ire:
<lb/>	Non dee lasciarsi un Regno
<lb/>	Per un freddo pensier di Gelosia:
<pb n= "66"/>
<lb/>	Troppo, troppo a gran prezzo
<lb/>	La libertà da voi si venderebbe.
<lb/>	Voi sete di Marocco
<lb/>	Prencipessa, e signora.
<lb/>	Sete di Meo Conforte;
<lb/>	Nè puote Ancroia torui il vostro grado:
<lb/>	E’ Meo troppo gran Prence;
<lb/>	Non douete sprezzare
<lb/>	Sì degna compagnia per vile sdegno.
<lb/>	Il ritornare in Fessa, io non lo lodo.
<lb/>	Che di voi si direbbe?
<lb/>	State, state in Marocco, o Prencipessa,
<lb/>	Che quì godrete, Meo, Marocco, e Fessa.
<lb/>Mar.	Sia, che sia: vuò partire;
<lb/>	E’ meglio esser signora d’una villa;
<lb/>	Che d’una gran Città vana sibilla.
<lb/>Mas.	Deh pensatela bene.
<lb/>	Marocco è un bel paese;
<lb/>	Il Prence di Marocco è un gran signore.
<lb/>	Hà di gran grossi hauer, voi lo sapete.
<lb/>	Credete a me, ch’in Fessa senza Meo
<lb/>	Parreste esser’ a punto
<lb/>	Scopa senza bastone,
<pb n= "67"/>
<lb/>	Fortezza senza botta di cannone.
<lb/>Bert.	Oh che ti venga il morbo: oh guardagente, 
<lb/>	Da consigliar gli stati?
<lb/>	Ogni cosa al roueseio egli hà proferto.
<lb/>Mar.	Andar me n’ voglio, se ben mi credesse
<lb/>	D’esser lunge da Meo
<lb/>	Pollo senza governo,
<lb/>	E state senza inverno.
<lb/>Tor.	Ed io vi dico, che, se vi partite,
<lb/>	Sarete (il dice Tordo)
<lb/>	Piede senza pianella.
<lb/>	Zoppo senza stampella.
<lb/>Bert.	E Capo senza Ceruella.
<lb/>	Oh che voi sete pure
<lb/>	Duo Consiglier di stato di gran conto?
<lb/>	Oh vè, se voi gli date i buon ricordi?
<lb/>	Ed io vi dico, che la mia Padrona
<lb/>	Sarà, lunge da Meo
<lb/>	Gonna d’ogni frittella,
<lb/>	E d’ogni piè pianella;
<lb/>	E s’in Marocco stenta,
<lb/>	In Fessa al fin sarà poco contenta.
<lb/>Tor.	E tutti dissero: oh bene, oh bene, oh bene,
<pb n= "68"/>
<lb/>	Hor sù quieta Marmotta; Io l’hò trovata.
<lb/>	Io vi prometto insieme con Masino
<lb/>	Di trovar Baldassarre; e far, ch’ei meni
<lb/>	Ancroia, è Filippetta in altra parte.
<lb/>Mas.	E’ vero a fé; la ci riesce giusta.
<lb/>Mar. 	Guardate quel, che dite, non burlate?
<lb/>Tor.	Non burliamo a la fè; volete voi?
<lb/>Mar.	Come s’io voglio? se tal cosa fate
<lb/>	Io vi prometto a fè da Principessa
<lb/>	Farui venir dui barettin da Fessa.
<lb/>Mas. 	Vi ringratiamo; senza nulla è fatto.
<lb/>Mar.	In Baldassarre pongo ogni mia fede.
<lb/>Tor.	Anianne, e state pur di buona voglia;
<lb/>	Che per le nostre man risanarete
<lb/>	La non sentita, inaspettata doglia
<lb/>Mar.	Per vita vostra fate, ch’io ne senta
<lb/>	Qualche nouella in breve a modo mio.
<lb/>	Bertuccia, oh quanto il duolo
<lb/>	Per Costor m’è scemato.
<lb/>	Chi sà; forse, ch’Amore
<lb/>	Per tal via mi vorrà render men lieta.
<lb/>Bert	Signora, habbiate speme,
<lb/>	Che suol tal’ hor Cupido
<pb n= "69"/>
<lb/>	Fabbricar con gli affanni in noi le pene.
<lb/>Mar.	Spero, Credo, e desio,
<lb/>	E già parmi vedere
<lb/>	Ancroia in Fessa, ed in Marocco Meo.
<lb/>Bert.	Si suol dire; anzi è certo;
<lb/>	Che Moglie disperata,
<lb/>	Quando meno lo crede,
<lb/>	E’ dal Marito amata.
<lb/>	E’ Meo di buona pasta,
<lb/>	Potrebbe ritornarli il sentimento,
<lb/>	E questi suoi diletti
<lb/>	Dare a le forche per tratenimentò.
<lb/>Mar.	Oh ecco quella bestia
<lb/>	Del Tedeschin, Bertuccia.
<lb/>SCENA NONA
<lb/>Tedeschino, e le Medesime.
<lb/>	E Qual Saturno a me prepara gioie?
<lb/>	Ecco la Prencipessa.
<lb/>	In sù la vita, o Tedeschino, in Tono!
<lb/>	Il Figlio de la Moglie di Vulcano,
<pb n= "70"/>
<lb/>	Il Dio senz’occhi, e con la schiena alata,
<lb/>	L’inventor de le gioie,
<lb/>	Il Nume de’ piaceri,
<lb/>	Lo scherno de’ desiri,
<lb/>	In fine il Fabro de la carne humana
<lb/>	A voi, bella Marmotta,
<lb/>	Percota nel bel seno,
<lb/>	Qual’ a me diè, la botta.
<lb/>Ber.	Oh, oh; ecco il pauone senza coda.
<lb/>Mar.	Che si fà, Tedeschino? che ci è di novo?
<lb/>Ted.	Fò sempre senza fare, e sempre vecchia
<lb/>	E’ la nova, ch’io amo, e sono Amante.
<lb/>Mar.	Il Tedeschino Amante? oh l’è douitia.
<lb/>	E chi è la Dama di cotanta sorte?
<lb/>Ted.	La Dama? oh Terra, o stelle, Amore, aiuto.
<lb/>	Voi ben la conoscete, e sempre seco
<lb/>	Dimorate signora? ch’ardirei,
<lb/>	Quasi di dir, che voi fossiuo quella.
<lb/>	Ah Marmotta, Marmotta, ahime pietà.
<lb/>	Voi sete, quella, voi,
<lb/>	Ch’il fraschettin d’Amore
<lb/>	M’hà qual canna nel pozzo
<lb/>	Posto traverso il petto;
<lb/>	Voi sete sì, voi sete
<pb n= "71"/>
<lb/>	Quella, per cui Cupido
<lb/>	Non con dardo, quadrella, arco, o spontone
<lb/>	M’hà sbusciato il polmone.
<lb/>	Ma del vostro uscio hà preso
<lb/>	Il più grosso stangone,
<lb/>	E con ambe le mani
<lb/>	Tra capo, e collo (abi lasso)
<lb/>	M’hà fatto altro, ch’inceso.
<lb/>	Per voi, per ostri lumi,
<lb/>	Ch’a me le stelle son di mezza notte.
<lb/>	Provo interrotte notte;
<lb/>	E son questi occhi miei
<lb/>	Duo disseccati fiumi.
<lb/>	Per voi l’anima mia
<lb/>	Sempre dormendo sogna;
<lb/>	La mente fà lunari,
<lb/>	Il pensier nulla pensa,
<lb/>	Il desir nulla brama;
<lb/>	Sono stanche le voglie;
<lb/>	E sempre in otio provo
<lb/>	Per tua beltà non conosciute doglie.
<lb/>	Per le tue labra, in cui
<lb/>	Havvi Amor sparso a gara
<pb n= "72"/>
<lb/>	De le viole mammole il candore,
<lb/>	Son quasi ne la bara;
<lb/>	Per quei d’ebano fino
<lb/>	Denti, che di mia Morte
<lb/>	Portan pietosi il bruno,
<lb/>	Tra le piume disteso
<lb/>	Non dormo notte l’hore;
<lb/>	E son fatto per te Mumia d’Amore.
<lb/>Mar.	Hor sù; non ti turbar, ch’ancor potresti
<lb/>	In Amor non languire.
<lb/>	Ma dimmi qual tu sei, e qual vivesti?
<lb/>Ted.	Io mentre ero piccino
<lb/>	Vestito da Tedesco;
<lb/>	Fui messo entro un Pasticcio;
<lb/>	Ma poi; che co’l coltello
<lb/>	Fù quella pasta aperta,
<lb/>	Con improviso scherzo
<lb/>	Feci fuor capolino.
<lb/>	Tutte a l’apparir mio
<lb/>	Risero le brigate;
<lb/>	Ed acclamaro. Viva il Tedeschino.
<lb/>	Ond’ hò poi sempre usato,
<lb/>	Oue si faccion pasti,
<pb n= "73"/>
<lb/>	Correr, qual bracco, al fiuto.
<lb/>	Scroccare a la gagliarda,
<lb/>	Ed appoggiar per tutto l’alabarda!
<lb/>	Ne la Corte di Roma
<lb/>	Sempre per util mio
<lb/>	Hò cangiato mantello;
<lb/>	E rinegando l’esser’ Italiano,
<lb/>	Hor Spagnolo, hor Francese,
<lb/>	Secondo, che venivano i dobloni,
<lb/>	O pur vestiti vecchi,
<lb/>	Mutato hò setta, e variato arnese.
<lb/>	E per vivere hò fatto
<lb/>	A suono di fischiate
<lb/>	Lo scopa corte, e’l frusta caualcate.
<lb/>Mar.	Ma vorrei pur sapere,
<lb/>	Qual potevan cauar gusto coloro
<lb/>	Di vederti scherzare, e far l’astuto?
<lb/>	Vien quì; facciamo un poco a dir’ il vero.
<lb/>	Che cosa è quella, che si faccia in Corte,
<lb/>	Che tu bene lo facci, e come và?
<lb/>	Se tu vuoi far de lo Statista, sciocco,
<lb/>	Tu non sai, che ti dici; e sei una bestia
<lb/>	Se ti picchi di bel Trattenitore,
<pb n= "74"/>
<lb/>	Certo de’ forastieri in vece sua
<lb/>	Sarai discacciatore.
<lb/>	Se vuoi far’il buffon, non lo sai fare?
<lb/>	A tal sorte di gente
<lb/>	Convien saper cantare,
<lb/>	Sonare, motteggiare,
<lb/>	Hauer frasi galante,
<lb/>	Botte ridicolose,
<lb/>	Bei motti all’improviso,
<lb/>	Saper tacere a tempo,
<lb/>	Non parlar fuor di tempo.
<lb/>	Il fin vuole il Buffone
<lb/>	Hauer materia, scherzo, e discrezione,
<lb/>	Tu di ciò non sai nulla; In che si deue
<lb/>	Servir’un Prence de la tua persona?
<lb/>	Se tu parli,
<lb/>	Straparli?
<lb/>	Se tu ridi,
<lb/>	Disfidi?
<lb/>	Se tu scherzi,
<lb/>	Disprezzi?
<lb/>	Se motteggi,
<lb/>	Guerregi?
<pb n= "75"/>
<lb/>	In fin tu non sai formar parola,
<lb/>	Che non chiami il ti menti per la gola?
<lb/>	Il Buffone non vuole esser mordace,
<lb/>	Vuol saper tra lo scherzo
<lb/>	Frappor qualche bottetta,
<lb/>	Ch’a tempo ella sia detta;
<lb/>	Che lecchi, ma non morda,
<lb/>	Che punga, e non offenda.
<lb/>	Che tocchi, e non ferisca.
<lb/>	Ma tu sei, come il Gatto, o graffi, o mordi,
<lb/>	E non sai far, nè dire,
<lb/>	Se non dir sempre mal di qualcheduno:
<lb/>	In somma tu non sei morto, nè vivo
<lb/>	Il caso per la Corte;
<lb/>	E se non hai altra virtù, che questa;
<lb/>	Vatti a far’ appiccar, razza di Bestia:
<lb/>Bert.	Turù tu tu tu
<lb/>	Da tal paese non ne venga più.
<pb n= "76"/>
<lb/>SCENA DECIMA
<lb/>Tedeschino solo.
<lb/>Ted	AH cruda più d’un serpe,
<lb/>	Fera più d’un Leone,
<lb/>	Mordace più d’un Cane,
<lb/>	Ria più d’una Pantera,
<lb/>	Più rozza d’una porca,
<lb/>	Maligna più d’un Bue,
<lb/>	Rabiata più d’un’ Orsa,
<lb/>	Perfida più di Tigre,
<lb/>	E rigida più d’Orca,
<lb/>	Di Scorpione, di Drago, e di Chelidro.
<lb/>	Così, così mi scherni?
<lb/>	Così, così te n’vai?
<lb/>	Così, così il Tedeschin s’offende?
<lb/>	Oh Donna avaro Mostro,
<lb/>	Mostro d’ogni malitia,
<lb/>	Malitia d’ogni inganno,
<lb/>	Inganno d’ogni petto,
<lb/>	Petto nido di strage,
<pb n= "77"/>
<lb/>	Strage d’ogni ruina,
<lb/>	Ruina d’ogni casa,
<lb/>	Casa de l’atrui pena,
<lb/>	Pena d’ogni alma amante,
<lb/>	Amante di rapina,
<lb/>	Rapina d’ogni bene,
<lb/>	Bene del Rè de l’ombre,
<lb/>	Ombra di ria bellezza,
<lb/>	Pianto, scherno, furor, rabia, e tristezza.
<lb/>	E chi di me potrà farti maggiore?
<lb/>	Chi dar più ti potrà del Tedeschino?
<lb/>	Chi fia Marmotta ingrata,
<lb/>	Che sotto aurati auscpici
<lb/>	Possa senza rapina
<lb/>	De la vena de l’or farti Regina?
<lb/>	Io, io sol’ era quello,
<lb/>	Ch’a suono di Martello
<lb/>	Potea con verghe d’oro
<lb/>	Far Bertuccia d’argento, e te far d’oro?
<lb/>	Sì, sì; Io co’l soffiare
<lb/>	Ti poteuo indorare;
<lb/>	E far potea per sempre
<lb/>	Nume spennato di dorate tempre.
<pb n= "78"/>
<lb/>	Che forse qual’ io sono
<lb/>	Troverai vago Amante?
<lb/>	Forse, qual me, vedrai
<lb/>	Altri senza artificio hauer vaghezza?
<lb/>	Nel mio corpo risplende
<lb/>	Lindo il piè, vago il lume, e snello il seno.
<lb/>	I Principi con meco
<lb/>	Se la beccano male.
<lb/>	Ch’io cherte regoluzze
<lb/>	Hò del governo, che non hanno eguale.
<lb/>	Quando hauer ne gli stati
<lb/>	La pace non potiam, s’habbia la guerra.
<lb/>	E se v’è carestia,
<lb/>	Comprar cara la roba:
<lb/>	Lasciar passar le furie, quando vengono:
<lb/>	Per non sentir gridar, dar poca udienza.
<lb/>	Perch’altri non ti chieda della gratie,
<lb/>	Spesso mancar con tutti di parola.
<lb/>	Con chi tu non la puoi,
<lb/>	A suo modo accordarsi, e non al tuo.
<lb/>	Per hauer men fastidij
<lb/>	Il non tenere mai conto di nulla;
<lb/>	E perch’altri non faccia
<pb n= "79"/>
<lb/>	Più mal ne’ regni tui,
<lb/>	Non tosar nò, ma scorticare altri.
<lb/>	E per far buon tempone,
<lb/>	I Regni dissipare, e le Corone.
<lb/>	Sol co’ consigli miei
<lb/>	Far grandi in questo stato
<lb/>	La Principessa, e’l Principe saprei.
<lb/>	Ch’al par del mio sapere ogni altro è sciocco.
<lb/>	Nè titolo potrei
<lb/>	Hauer per me più degno,
<lb/>	Ch’esser Governatore di Marocco.
<lb/>	E pur con queste regole,
<lb/>	Di gran Politicone,
<lb/>	In Napoli me fero
<lb/>	Scrivano de Galea
<lb/>	Con una penna di cinquanta palmi.
<lb/>	E con un grave cambio,
<lb/>	Ch’à tutti mal riesce,
<lb/>	Mentre il fiero Agozino
<lb/>	Me bastonava, io bastonavo il pesce:
<lb/>	Ed anco i mertimiei
<lb/>	Hà conosciuto Roma;
<lb/>	Se ben s’è contentata
<pb n= "80"/>
<lb/>	(Per pietà forse del mio basso stato)
<lb/>	Sol da le mura sue darmi l’esiglio.
<lb/>	Che la pentola ancor, mentre’ alza il bollo,
<lb/>	Ancor’ ella costuma
<lb/>	Fuori de l’orlo suo mandar la schiuma.
<lb/>	Oh ecco Baldassarre il Cicalone.
<lb/>SCENA UNDECIMA
<lb/>Baldassarre. Tedeschino.
<lb/>Bal.	DON Baldassarre bravura del Mundo?
<lb/>	Mi qualitad primiera es espagnolo,
<lb/>	Puor todas las provincias conossido,
<lb/>	Cavaglier del piaser,
<lb/>	Escamberada des Prences;
<lb/>	Amigho y conseghiero de lo Reis
<lb/>	Entartenimiento de su gustos,
<lb/>	Utilitades d’eglios,
<lb/>	Para sù recreacion;
<lb/>	Y passatiempo de mi persona,
<lb/>	Y cosa nechegharia puor la Cuerte.
<lb/>	Medigho, Astrologho, Herbolario,
<lb/>	Especial, Compodista, Negromantico.
<pb n= "81"/>
<lb/>	Cherusigho valiente, ij Madematigho,
<lb/>	Philosopho, Teologho, Buffone,
<lb/>	Ombre de Reis des Converciaciones;
<lb/>	Y todas qualitades de la sciencias,
<lb/>	Mapamundo real todas dottrinas,
<lb/>	Poeda, Musigho, y enprovisador,
<lb/>	Y scherzoso facetico, y Dottor.
<lb/>Ted.	Moresco Ciurmatore.
<lb/>	Buon giorno al gran Dottor de la bravura;
<lb/>	Che và facendo così scompagnato?
<lb/>Bal.	Vostaiste benvendio puor’ aglià.
<lb/>	Che tien, che hazer voiste de mis cosas?
<lb/>Ted.	Hor, che la vostra Ancroia
<lb/>	E’ del Prencipe Meo
<lb/>	La pezzola de naso,
<lb/>	Lo scattolin del Muschio,
<lb/>	La Trappola de’ Topi,
<lb/>	De la sua acqua il vaso
<lb/>	Non ti sì può toccar la punta al naso.
<lb/>Bal.	Los diavolo, che te lieue, Mentiroso,
<lb/>	Io non soi nada d’eglia; mi Persona
<lb/>	Non viene a festegarla.
<lb/>	Io non son Tedeschiglio,
<pb n= "82"/>
<lb/>	Che soura a todos mercantiera a cuerna:
<lb/>	Infame Piccarone,
<lb/>	E’n ventiquattro lettras
<lb/>	De l’Alfabedo eis vituperado.
<lb/>	Ma scuccia. A. Asino,
<lb/>	Begliacco,
<lb/>	Cauezza,
<lb/>	Desuergonzado,
<lb/>	Eretico,
<lb/>	Farfaron,
<lb/>	Y todo lo, che dize la lettera.
<lb/>	Gangosso,
<lb/>	Lovo,
<lb/>	Marioldo, Mierda, Mangia,
<lb/>	Nada,
<lb/>	Papagaglio,
<lb/>	Tu te chieres comparare con migho
<lb/>	Piccaro, begliacco, desuergonzado,
<lb/>	Che te dò quattros puntas des piè,
<lb/>	T’harò polue, puor hazer una lettras?
<lb/>	Tu nassido in Italia
<lb/>	T’hai faltado il nobre de la tierra,
<lb/>	Hazendoti gliamar il Tedeschiglio?
<pb n= "83"/>
<lb/>	Comunitad ziuil,
<lb/>	Baghezza de la Tierra,
<lb/>	Infamia de los Mundo,
<lb/>	Bravura de las pas,
<lb/>	Poltroneria de la Ghierra?
<lb/>Ted.	Adagio Ciormatore de la Corte;
<lb/>	Vantator de l’orina,
<lb/>	Becchin de gli ammalati,
<lb/>	Vituperio de l’arte Medicina.
<lb/>Bald.	Io: dize a mi? oh Puerco, Infame, locco,
<lb/>	Io, ch’en tanta bravura
<lb/>	Puerto mi medisina,
<lb/>	Mi gliami Buffonaccio?
<lb/>	Vantator de l’orina?
<lb/>	Lo, che toma la mia Poluere,
<lb/>	Ia, ia devienta poluere.
<lb/>	Lo, che toma el Lattuario,
<lb/>	De’vivient i non es nel calendario.
<lb/>	A sì mi medisina,
<lb/>	Il vegho matta, e’l ghovane deglhina:
<lb/>Ted.	Non mai tanto dicesti; e così sano
<lb/>	Parlasti, Baldassarre? fà a mio modo,
<lb/>	Fuggi l’infermo, e scherza con il sano.
<pb n= "84"/>
<lb/>Bal.	Caglia desuergonzado, Cauronasso?
<lb/>	Scuccia lo, che ti dize Baldassarre.
<lb/>	Io puor todos los mundo
<lb/>	Soi Miedigho valiente conossido,
<lb/>	Muccio mas de ti estimados;
<lb/>	Y puor mio merecimento
<lb/>	Il Cuente di Condè ià mi dio
<lb/>	Unas cadena d’oro.
<lb/>	Da la Reghina Madres
<lb/>	Reghebbei sientos dobles de cadena,
<lb/>	Dal Rei un vestimiento
<lb/>	Des dumila dughados.
<lb/>	Y Cadena dal Duque di Navarres,
<lb/>	El Duque Bocchincan una cogliana.
<lb/>	Spignola una Cadena.
<lb/>	Mantua una Cadena.
<lb/>	D’Osson una Cadena,
<lb/>	Conches una Cadena.
<lb/>	Sù igho un Cavaglio.
<lb/>	Filiberto una Cadena:
<lb/>	Il Rei una Cadena,
<lb/>	Da la Reghina d’espagna otra Cadena!
<lb/>Ted.	E nessun ti seppe incatenare
<pb n= "85"/>
<lb/>	Con una corda da farti appiccare.
<lb/>Bal.	Caglia Begliacco, che ti chiero dalde,
<lb/>	Se non te chitti, sientos palos? Caglia?
<lb/>Ted.	Oh razza di gentaglia, senza fede,
<lb/>	Moresco, Infame, vantator di niente;
<lb/>	Mangia entragne di sabato, e di venere,
<lb/>	Rinegato, imbriaco, inpertinente.
<lb/>	Chi mi tien, che non ti storci il collo;
<lb/>	E ti facci calar cotanta gala,
<lb/>	Nemico de la carne, che si sala?
<lb/>	Dottor senza dottrina,
<lb/>	Medico senza scienzia,
<lb/>	Buffon senza politica,
<lb/>	Ciarlon senza materia,
<lb/>	Ebreo razza di mulo,
<lb/>	Con quello, che ci và per condicillo.
<lb/>Bal.	Oh Piccaro, begliacco, Piccherone,
<lb/>	Cara de Verdugho, y ad orcado,
<lb/>	Tiengo vergonza di ablar con tigho:
<lb/>Ted.	Oh spaghol rinegato,
<lb/>	A me dici appicato?
<lb/>Bal.	Oh mui vituperio
<lb/>	De chi abla con tigho, Piccardiglio.
<pb n= "86"/>
<lb/>	Ià, ià me chiero mattarmi con tigo.
<lb/>Ted.	Ogni volta, che vuoi; sù metti mano.
<lb/>	Io ti vuò far in pezzi adesso, adesso.
<lb/>	Spada fuora, o Poltrone;
<lb/>	Tu t’arrendi Marrano?
<lb/>Bald.	Oh passicco, passicco Tedeschiglia,
<lb/>	Assienta en la vaina la scuciglia.
<lb/>	Me pesa de mattar de la Politica
<lb/>	Il maghior Asino, ch’haia nel Mundo.
<lb/>Ted.	Caccia mano forfante? hai tu pavra?
<lb/>	Io non temo boccaccie, caccia mano,
<lb/>	Ch’io non voglio ammazzarti con vantaggio?
<lb/>	Oh tu non vuoi poltrone? cacciar mano?
<lb/>	Che? tu ti arrendi? vittoria, vitoria?
<lb/>	Voglio ch’in questo loco
<lb/>	Si metta la mia statua,
<lb/>	E le tue spoglie appese per memoria,
<lb/>	Vittoria, vittoria.
<lb/>SCENA DUODECIMA
<lb/>Tedesh. Baldass. Michelino. Mantuano.
<lb/>Mic.	FErmare, olà cacciarteui giù in terre.
<lb/>	Baldassarre son quì; non sciè pavre.
<pb n= "87"/>
<lb/>	Oh vè che gran rumore, e che gran guerre,
<lb/>	Tornare in dietre per le più secure.
<lb/>	Fermate olà; fermate bricconascie?
<lb/>	Non fasciete custione,
<lb/>	Che queste son le strade de la Rescie.
<lb/>	Trandira, trandira trà.
<lb/>Man.	Padrone, o là, spartiamo, che rumore
<lb/>	E’ tra di voi? fermare Baldassarre?
<lb/>	Tedeschine non far, fermare un poche?
<lb/>Bald.	Oh Piccaro, ladron, Igho di nada,
<lb/>	Toma esto Cauron; toma esto otro.
<lb/>	Tomas esto otro, Marmitto di Cusina;
<lb/>	Mires, se io son Dottor di medisina.
<lb/>Ted.	Ferma un pò Baldassarre; stamme a udire.
<lb/>	Lascia, ch’io mi rileghi quel, c’hò sciolto,
<lb/>	E già, che ci è chi sparte,
<lb/>	Lasciamoci spartire.
<lb/>Bald.	Oh dislegado Puerco, suergonzado.
<lb/>	Mena le man, ghitton, Puerco, e mattado,
<lb/>	Tò, toma esta, toma esta otra.
<lb/>Ted.	E tu pigliati questa? oh maledette
<lb/>	Sian le rotture, e chi porta tai lacci.
<lb/>Mic,	Mantuane, soccorri; olà fermare?
<pb n= "88"/>
<lb/>	Non più tante custione bricconasci;
<lb/>	Non vedete, che voi sete ammassate;
<lb/>	E hauete tutte rotte le mostascie?
<lb/>	Pascie, pascie; non più tante rumore.
<lb/>	Che scià, che sete brave ognun lo sà.
<lb/>	Tarantan tarantan, taranta, ta ta. 
<lb/>Man.	Padrone, padrone, se non vuon spartirse,
<lb/>	Noi leuiame le spade a lune, e l’altre,
<lb/>	A ciò, che non si forene il ventrone;
<lb/>	E se non von finirla,
<lb/>	Finianla noi a suone di fastone.
<lb/>Mic,	Fermateui, fermate: Pascie, pascie.
<lb/>Man.	Fermar fermar; non più? dalle Padrone.
<lb/>Mic.	Ghiottonascie barone, pascie, pascie.
<lb/>Ted.	Ohime le mie spalle. Scappa, scappa.
<lb/>	M’han rotto tutta quanta la casacca.
<lb/>Bal.	Ohi es laspiernas, la Cavezza, y el brazos.
<lb/>Mic.	Dascie, Mantuane, dascie, olà.
<lb/>	Tarantan, tarantan, tarantan, ta, ta.
<lb/>Fine del Primo Atto.
<pb n= "89"/>
<lb/>ATTO SECONDO
<lb/>SCENA PRIMA
<lb/>Baldassarre. Catorachia.
<lb/>Bal.	DIsdicciado le mi? che vi parez?
<lb/>	Baldassar’ e’l Dottor maghior del Mundo,
<lb/>	Haes da un Piccaron esser mattado?
<lb/>	Ghuro Marte cauron co’l Nigno Infante.
<lb/>	De Mattar Tedeschiglio.
<lb/>Cat.	Piano, pian Baldassarre, e che v’hà fatto.
<lb/>	Il Tedeschino, Bestia irrationale.
<lb/>	Ingiuriar’ un Dottor non puol’un Matto.
<lb/>Bal.	Benvenido Catorchio; la Cauezzi
<lb/>	Tiengo alterada puor il Tedeschiglio,
<lb/>	Gli chiero hazer dar da un mi Laccaio
<pb n= "90"/>
<lb/>	Doisientos palos il die;
<lb/>	Paraque mui me pesa
<lb/>	Puor hauer’ anco io mismo recibido
<lb/>	Mas de doisientos palos.
<lb/>	Ch’es maghior l’affruente de mi,
<lb/>	Che’l dagno d’eglio.
<lb/>Cat.	E non è nulla; non saran le prime,
<lb/>	Nè l’ultime, c’habbiate ricevute;
<lb/>	Trattriam di cose allegre, e sia più gusto.
<lb/>	Come vi tratta Amore in questi freddi?
<lb/>Bal.	Como es l’ordinar de los espagnolo;
<lb/>	Siempre trattado bien dal Nigno Elado,
<lb/>Cat. 	Hor, che la vostra Ancroia
<lb/>	E’lontana da voi, come la fate?
<lb/>Bal.	Ausente estoi animoso,
<lb/>	Muccio temo in presenzia,
<lb/>	Entro varios pensamientos
<lb/>	Muccio malinconoso.
<lb/>Cat.	Son più varij gli affetti ne l’amore,
<lb/>	Che la puzza, e l’odore.
<lb/>Bal.	Varios es gli effetti
<lb/>	Como vario es el fuegho en todos peccios.
<lb/>	E voiste como passa
<pb n= "91"/>
<lb/>	Con la sennora dogna Filippetta?
<lb/>	Che’l verdadiero Amore de l’amantes
<lb/>	Es la comunicacion
<lb/>	D’un verdadiero Amigho.
<lb/>Cat.	E’ de l’Amor lo stato una grant Torre,
<lb/>	Oue chi sale, scende;
<lb/>	E chi và pian più corre.
<lb/>	Io sono nella via quasi di mezzo
<lb/>	La Filippetta m’ama;
<lb/>	O se non m’ama almen dice d’amarmi,
<lb/>Bal.	Mi digha puor sù vida,
<lb/>	Sennor Catorchio, como la tratta?
<lb/>Cat.	Sempre, ch’ella mi vede, con le mani
<lb/>	Mi piglia il ferraiolo; e vuol, che dentro
<lb/>	La sua porta il mio piè cacci per forza.
<lb/>Bal,	Bueno por vida mia? dicami il resto?
<lb/>Cat.	Mi piglia sotto il mento,
<lb/>	Mi mira; e poi me dice.
<lb/>	Il mio bel Cornacchione,
<lb/>	Sconciatura d’Orlando,
<lb/>	Viso scudo d’Alcide,
<lb/>	Occhi de la mia gatta,
<lb/>	Fronte de la mia Monna,
<pb n= "92"/>
<lb/>	Naso del mio Bracchetto,
<lb/>	Scatolino al rouescio del Zibetto.
<lb/>Bal.	Y a mi dize l’Ancroia,
<lb/>	Viso de la mia fuente,
<lb/>	Occhos del mio seder,
<lb/>	Rostro de la mi buecca,
<lb/>	Frente de mi la flocca.
<lb/>	Me digha puor su vida, done piensa
<lb/>	Voiste veder sù Dama?
<lb/>	Io me creo, che con la sennora Ancroia
<lb/>	Eglia sarà puor sierto a la ventana.
<lb/>Cat.	Andianne, se vi pare, a ritrovarle.
<lb/>Bal.	Bamus puor aglià, Vosignoria.
<lb/>SCENA SECONDA
<lb/>Marmotta sù la fenestra.
<lb/>Mar.	DEh quanto stà Masino?
<lb/>	Quanto ritarda Tordo?
<lb/>	L’uno è inesperto, e l’altro fà il balordo?
<lb/>	Oh pouera Marmotta, è pur’ è vero?
<lb/>	Che Meo mio bel Cupido,
<pb n= "93"/>
<lb/>	Meo mio candido foco,
<lb/>	Meo mia luce notturna,
<lb/>	Meo mio Sole in Aquario,
<lb/>	M’hà cancellata dal suo calendario?
<lb/>	E chi potrà già mai darti maggiori
<lb/>	I godimenti, che ti diede Fessa,
<lb/>	In farti di Marmotta Aio, e Signore?
<lb/>	Fessa, ch’a tè in tributo
<lb/>	Diede le mie bellezze?
<lb/>	Fessa, ch’a tè già porse
<lb/>	De la gioie d’Amore ogni ricetto?
<lb/>	Fessa, che ti fé Prence
<lb/>	Di Marmotta sua erede,
<lb/>	Dourá vedere Ancroia
<lb/>	Di me fatta Agozzino, e di te Boia?
<lb/>	Ah cieco più d’un orbo,
<lb/>	Orbo più d’un senz’occhi,
<lb/>	Rospo tra li Rancocchi.
<lb/>	Possa ridurti Amore
<lb/>	Fame senza cibo,
<lb/>	Gelo senza foco,
<lb/>	Sete senza vino,
<lb/>	Ne gli affanni d’Amor sempre Zerbino.
<pb n= "94"/>
<lb/>SCENA TERZA.
<lb/>Tedeschino. Marmotta.
<lb/>Ted.	CHe le caschin le braccia: oh vè pensiere?
<lb/>          Per leuarci da gl’urti, e da’ sgrugnoni,
<lb/>	N’hanno spartiti a suono di bastoni.
<lb/>	Ma vè; ecco Marmotta sù i balconi?
<lb/>	Oh mio Sol di Gennaio,
<lb/>	Mia Luna, quando pioue,
<lb/>	Mia porta senza Cardini,
<lb/>	O Cigli archi Africani,
<lb/>	Belle carni da cani.
<lb/>	Mio Fecado, Polmone, oh Milza mia,
<lb/>	Foss’io del suo balcon la Gelosia.
<lb/>	Io la vuò salutar con verso sdrucciolo.
<lb/>	Vago allievo di Venere,
<lb/>	Oue le brine accendere
<lb/>	Suol lo Dio de la cenere;
<lb/>	E i cori a l’amo prendere.
<lb/>	A me volgete il lampolo
<lb/>	Belle faci Lucifere;
<lb/>	Da voi non trovo scampolo,
<pb n= "95"/>
<lb/>       Nè frasi, o contracifere.
<lb/>	Ombra risplendidissima,
<lb/>	Luna d’oscure Nottole,
<lb/>	Alfana mia bellissima,
<lb/>	I iù bianca de le grottole.
<lb/>	A te ne vengo debile,
<lb/>	Irrobustito, e flebile,
<lb/>	E pria, che venga poluere,
<lb/>	Vuò il sì, o’l nò risolvere?
<lb/>Mar.	Benvenga il Tedeschino; a punto, a punto
<lb/>	Tu giungi a tempo, come suole il Porco
<lb/>	Venir di Carnevale co’l pan’unto.
<lb/>	Vien quà; fatti più sotto. Vuoi tù farmi,
<lb/>	Tedeschino, un piacer per vita tua?
<lb/>	Hò in capo molti grilli; ed il cervello
<lb/>	Mi và girando più d’un’arcolaio;
<lb/>	Onde vorrei da te qualche bel gioco,
<lb/>	Per traviarmi un poco.
<lb/>Ted.	Eccomi pronto a ciò, che mi comandi.
<lb/>	Farò, dirò, darò quanto domandi.
<lb/>Mar.	O’ via alle mani?
<lb/>Ted. 	Che volete, ch’io faccia? eccomi pronto.
<lb/>Mar.	Quattro botte di ballo, una Ciaccona,
<pb n= "96"/>
<lb/>	Cavalcere una canna a la disdosa,
<lb/>	Far quattro capitomboli in persona.
<lb/>Ted.	Voi mi pigliate in cambio; non son’io
<lb/>	Un Boffonaccio da tutti mistieri.
<lb/>	Son buon trattenitore, homo scaltrito;
<lb/>	Nè in Corte i pari miei sono un pan perso!
<lb/>	Ah Marmotta, Marmotta, voi scherzate;
<lb/>	E mi vorreste con tai giochi fare
<lb/>	Diventare il cucù de le Minchiate.
<lb/>	Io non fò capitomboli, nè salto,
<lb/>	Il caval sù la canna, o ballo, o scherzo;
<lb/>	Son Politico accorto, e de gli stati
<lb/>	Sò mescolar le carte quanto ogni altro,
<lb/>	Oh vè, che fantasia? guarda pensiero?
<lb/>	Bench’io faccia il Buffone,
<lb/>	Ne la mia villa nacqui Cavaliero.
<lb/>Mar.	Hor sù; l’hò intesa;
<lb/>	Và, e fà, che ti pare;
<lb/>	Nè più ti venga humore
<lb/>	Di far meco il garbato; e’l bello humore.
<lb/>	Non mi venir più avante;
<lb/>	Ch’il negar gratie, è proprio da furfante.
<lb/>Ted.	Oh Amor, Ceruel di bestia,
<pb n= "97"/>
<lb/>	Pur, pur mi farai fare
<lb/>	Corvette, Capitomboli, e ballare,
<lb/>	Ma sia, che vuole; io voglio
<lb/>	Compiacere il mio ventre.
<lb/>	Sodisfar la mia vista,
<lb/>	Obedir’ il mio Mastro;
<lb/>	E, se non basta i salti sù la canna,
<lb/>	Vuò saltare un balcone,
<lb/>	Ma che dico un balcone? anzi una Forca,
<lb/>	Pure, ch’io cada ne la sua capanna.
<lb/>	Bocca, porta d’Amore,
<lb/>	Labra; poggi di Venere,
<lb/>	Occhi, stelle del Suolo,
<lb/>	Fronte, piazza di Marte,
<lb/>	Cigli, Archi moreschi,
<lb/>	Mento, meschol di Febo
<lb/>	Gola, Corno d’Astolfo,
<lb/>	Petto, scala di Gioue,
<lb/>	Poppe, Zucche Toscane,
<lb/>	Ventre, orcio di miele,	
<lb/>	Coscie travi di volta,
<lb/>	Gambe d’Ercol colonne,
<lb/>	Piedi, base di Torre,
<pb n= "98"/>
<lb/>	Ou’il mio capo vorrei poter porre.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">Quì il Tede:schino balla.</note>
<lb/>	Ecco, ch’io per te formo in vago giro
<lb/>	La dislegata vita, e à te ballando
<lb/>	Me ne vengo saltando.
<lb/>Mar.	Oh bene, oh bene; così
<lb/>	Oh così, Tedeschino, in capriole.
<lb/>	Eccoti un Chitarrino;
<lb/>	Accompagna co’l ballo
<lb/>	Quattro colpi dicanto, Tedeschino.
<lb/>Ted.	Si balli
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">quì cata.</note>
<lb/>	Si salti,
<lb/>	Si faccia per terra
<lb/>	Co’l capo a’matsoni perpetua la guerra,
<lb/>	Saltello,
<lb/>	E snello,
<lb/>	Corvetto,
<lb/>	Passeggio,
<lb/>	Qual sotto il Cozzone
<lb/>	Somaro a maneggio.
<lb/>Mar.	Hor sù, via quattro salti sù la canna.
<lb/>	A cavallo, a cavallo, Tedeschino;
<lb/>	Ecco a punto un caval pel tuo bisogno.
<lb/>Ted.	Ap, Ap, Ap, ghà, ghà, ghà, ghà;
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">acavo llosù la canna.</note>
<pb n= "99"/>
<lb/>	Oh garbato Cavallo; o bella groppa.
<lb/>	Ei pare un arombata di Galeo.
<lb/>	Ghà, ghà, ghà; non mi far più il bizzarro;
<lb/>	Non hai sopra qualche Ocha, o Pappagallo.
<lb/>	V’hai, chi cavalcar seppe
<lb/>	Prima, che tu tra noi fossicavallo:
<lb/>	Come ben sù le volte
<lb/>	Gli dò le giravolte.
<lb/>	Come bene a la mano
<lb/>	Lo fò voltar sù l’una, e l’altra mano.
<lb/>	E come lo speron fra capo, e collo	
<lb/>	Gli fà tagliar per terra il caracollo.
<lb/>	Questa è botta Maestra.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">Quì da una speronata al cavallo.</note>
<lb/>	Ma vè: come la bestia vi s’addestra?
<lb/>	Oh garbato animale?
<lb/>	Voleria sù le volte s’hauesse ale.
<lb/>	Quattro curvette sù, Brunel d’Argante.
<lb/>Mar.	Ah così, Tedeschino, oh buono, oh buono.
<lb/>Ted.	Ghà, ghà, ghà, Ap, ap, ap, ap,
<lb/>	Oh come ben la trita. Oh vè, ch’a l’aria
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">Tira calci.</note>
<lb/>	Ei si rivolta; e par, che fin le stelle
<lb/>	Calcitrar voglia co’ Castelli in aria.
<lb/>Ted.	Oh Maladetto tempo: io son caduto.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">quì casca.</note>
<pb n= "100"/>
<lb/>	Ma con quatro sferzate
<lb/>	Ti vuò, bestia, imparare
<lb/>	A farmi dar sì fatte crepacciate.
<lb/>	To bestia maladetta,
<lb/>	Che ti pensaui, che foss’io Ciuetta?
<lb/>Mar.	Tedeschin, manco furia; ei non sapea,
<lb/>	Che tu al suolo volessi mouer guerra;
<lb/>	Il povero Animale si credea,
<lb/>	Che l’hauessi co’l Ciel, non con la Terra.
<lb/>	Hor sú, per minor briga,
<lb/>	Fà quattro capitomboli garbati.
<lb/>	Ch’io haurò più gusto, e tu minor fatiga.
<lb/>Ted.	Oh bellezze cornute?
<lb/>	Il Tedeschin’il savio,
<lb/>	Lo Statista de’ Prenci,
<lb/>	Il Politico altier di tutto il Mondo.
<lb/>	L’inventor de l’Archimia,
<lb/>	Il fondator de l’oro, il soffiatore,
<lb/>	Del fornello alchemisticho
<lb/>	Per amor si riduce
<lb/>	Mirabilmente snello
<lb/>	A far’i capitomboli, a ballare;
<lb/>	E sù la canna fare il saltarello.
<pb n= "101"/>
<lb/>	Oh di Fessa, di Fessa
<lb/>	Regia Prole nudrita,
<lb/>	Quanto puon far tuoi occhi,
<lb/>	Quanto può la tua bocca.
<lb/>	Quanto vale il tuo naso,
<lb/>	Quanto, quanto bram’io
<lb/>	Diventar farfallone,
<lb/>	Per ragir armi al lume
<lb/>	De’ tuoi occhi lucenti,
<lb/>	Ch’a me di notte sono, (oh mio contento)
<lb/>	Le fiaccole d’Amore.
<lb/>	Mie belle torcie a vento.
<lb/>Mar.	E perche farne poi?
<lb/>	Benche di Fessa io sia,
<lb/>	D’altro, che farfalloni hò fantasia.
<lb/>Ted. 	Ah mia verdea frizzante,
<lb/>	Ancor non hai provato
<lb/>	Quel, ch’io provo per te d’amor pigato:
<lb/>	Ancor non sai Marmotta,
<lb/>	Quai siano i vezzi cari
<lb/>	Del Tedeschino Amante.
<lb/>	Vuoi tu, ch’io te l’impari?
<lb/>Mar.	E di che sorte sono? Io crederei,
<pb n= "102"/>
<lb/>	Che tu nè men valessi
<lb/>	A vezzeggiar la Monne.
<lb/>	Tu pai un scaccia Donne; Io non t’hò fede;
<lb/>	E s’hò da dirte il vero,
<lb/>	T’hò per Cillenio, e non per Ganimede.
<lb/>Ted.	Più tosto potei dire,
<lb/>	Ch’io ti paia uno Adone.
<lb/>	Io hò più tosto cera
<lb/>	Del Drudo di Ciprigna,
<lb/>	Che d’esser di Vulcan volta stidione.
<lb/>Mar.	Al fare i capitomboli, che poi
<lb/>	Discorreerem di quel, che tu m’hai cera.
<lb/>Ted.	Eccone uno, oh garbato.
<lb/>	Eccone un’altro, hor vedi,
<lb/>	S’io sò leuarmi in aria senza i piedi.
<lb/>	Oh bella forza; a fe, che, se s’usasse
<lb/>	Di fare i capitomboli in la corte,
<lb/>	Io v’haurei più d’ogni altro bella sorte.
<lb/>Mar.	Tedeschin, Tedeschin, vè che ti cade?
<lb/>	L’è una cigna, una fune, o che cos’è
<lb/>	E’ una cigna a la fè.
<lb/>	Oh che ti venga d’ogni cosa sette
<lb/>	Almen, se rotto sei,
<pb n= "103"/>
<lb/>	Porta l’allacciature un pò più strette.
<lb/>Ted.	Che rotture, che lacci?
<lb/>	Amor l’altrier per gioco
<lb/>	Mi prestò la sua benda,
<lb/>	Mi disse, ch’io d’intorno
<lb/>	A la regione de’rognioni in cura
<lb/>	Quella stretta legassi,
<lb/>	C’haurei d’amor sentito
<lb/>	Meno ardente l’arsura.
<lb/>	Amor mi diè quel laccio;
<lb/>	A ciò, che stretto il ventre,
<lb/>	Mirando tue facelle,
<lb/>	Vacuar non mi fesse le budelle.
<lb/>	Amor mi diè quel ferro;
<lb/>	Accciò, de i dardi tuoi
<lb/>	Fosse coperta al core;
<lb/>	E, qual’egli è bendato,
<lb/>	Allacciato foss’io novello Amore.
<lb/>	Onde Cigna non è, ma ben’è benda;
<lb/>	Oue fia, che Marmotta
<lb/>	Dal Tedeschin si prenda.
<lb/>Mar.	Son sodisfatta a pieno
<lb/>	De le tue ritrovate; hor vedi, s’altro
<pb n= "104"/>
<lb/>	Sai far, per trauviarmi un pò l’humore.
<lb/>Ted.	Oh mio verno d’estate,
<lb/>	Primavera d’inverno,
<lb/>	Mia rosa d’ogni mese,
<lb/>	Mia stella fuor del Cielo,
<lb/>	Mio Sole di Campagna,
<lb/>	Trappola del mio core, e di me ragna.
<lb/>	Dimmi, dimmi burlando;
<lb/>	Ch’io del tuo Amor’ altero
<lb/>	Nè andrò, mio lume oscuro?
<lb/>	Dimmi, dimmi sdegnata,
<lb/>	Ch’io sarò il tuo Cupido,
<lb/>	Tu del mio core il nido;
<lb/>	Che gìà di me invaghita
<lb/>	Hai per mano d’Amore
<lb/>	Una larga ferita.
<lb/>	Io ardo, o Prencipessa,
<lb/>	E sol brama il mio seno
<lb/>	In Marocco goder Marocco, e Fessa:
<lb/>	Io ardo, o mio te soro,
<lb/>	E sol brama mia voglia,
<lb/>	Che tu sij la mia terra di lavoro.
<lb/>	In fine nel tuo mare
<pb n= "105"/>
<lb/>	Vorrei poter voghare;
<lb/>	E tra le sponde, onde il mio cor s’aggela,
<lb/>	Esser’io timonier, vogante, e vela.
<lb/>Mar. 	Oh bel modo di dire?
<lb/>	Certo, ch’io non t’hauea
<lb/>	Per sì bravo Ciarlone:
<lb/>	Ma dimmi, e che vuoi fare?
<lb/>	Io non son Mare, e tu non sai voghare!
<lb/>Ted.	Ah che pur troppo sei
<lb/>	Per me mutabil’onda;
<lb/>	Ou’Amor mi sguazzuglia, non m’affonda.
<lb/>	Ah che tu il mare sei, ed io son legno;
<lb/>	L’un senza approdo, e l’altro senza segno.
<lb/>Mar.	Hor sù; dimmi che vuoi?
<lb/>	Ch’a fè da Prencipessa io ti prometto
<lb/>	Fartene hor’ hor l’effetto.
<lb/>Ted.	Hor’ hora; oh me filice.
<lb/>	Amore, e sarà vero,
<lb/>	Ch’io sia de la tua targa hasta e brocchiero?
<lb/>	Sarà vero, Marmotta,
<lb/>	Che dopo tanti affanni
<lb/>	Io finisca le pene, habbia i malanni.
<lb/>Mar.	Io ti prometto, e giuro
<pb n= "106"/>
<lb/>	Il presente non darti col futuro.
<lb/>	Hor’ a Dio Tedeschino, a rivederci.
<lb/>Ted.	Oh felice ballare,
<lb/>	Oh beato saltare?
<lb/>	Oh bel far capitomboli.
<lb/>	Altri stia su le sue arrabbi, e sfondoli.
<lb/>SCENA QUARTA.
<lb/>Meo. Ancroia. Flipetta. Pedina. Gobbo, Cacciatori
<lb/>Meo.	OH’che gran gusto è di cacciare Ancroia;
<lb/>	Quanti sono i diletti de la caccia,
<lb/>	Dimmi, come ti piace andare a caccia?
<lb/>Ancr.	A me mi piace assai veder cacciare;
<lb/>	Ma quel correr di dietro a gli animali
<lb/>	Mi pare una fatica da crepare.
<lb/>Meo.	Gobbo dà quà quel gatto? oh com’è grasso!
<lb/>	E pur come correa dietro quel Topo?
<lb/>	Non credo, che vi sia
<lb/>	Animal, che più corra di costoro.
<lb/>	Come per quella china
<lb/>	Correva quella Cutta?
<lb/>	Si vedeua, c’hauevano gran fretta.
<lb/>Gob.	Credimi, signor, ch’io hò tanto gusto,
<lb/>	Che dopo, che cacciamo,
<lb/>	Non hò con maggior spasso fatto presa.
<lb/>	Giù per quel monterozzo
<lb/>	Sò, che ci feron correre.
<lb/>	Vi giuro per la madre d’una Cutta,
<lb/>	Ch’ella m’hebbe andar brutta.
<lb/>Meo.	E che t’è intravenuto?
<lb/>Gob.	Mentre correuo in posta,
<lb/>	Il somaro inciampò
<lb/>	In un piede di pino,
<lb/>	E mi fè dare in terra
<lb/>	Così gran stramazzone,
<lb/>	Che mi strappò la stringa del calzone.
<lb/>Meo.	Eh non è nulla? e a te Messer Pedina,
<lb/>	Come t’è andata bene?
<lb/>Ped.	Io porto ancor il dito
<lb/>	Fasciato per il morso, che mi diede
<lb/>	Quel Topo maladetto nel pigliarlo,
<lb/>Meo	Eh che? non gli lasciasti il can, balordo?
<lb/>Ped.	Glielo lasciai; ma il sciocco
<pb n= "108"/>
<lb/>	Smarrì la via, e lo perdè di vista.
<lb/>Meo.	E i bracchi, che facevan? bisognava
<lb/>	Pigliar’ un bracco a lassa,
<lb/>	Ch’al Topo è sufficiente simil lassa.
<lb/>Ped.	Io gli le lasciai tutti; ma che vale
<lb/>	Tutta una braccheria
<lb/>	Dietro un topo, che corre per la via?
<lb/>Gob,	S’haueua a far con me, non gli riuscia;
<lb/>	Questa cutta maligna
<lb/>	Mi diè ne lo speron’ un morso tale,
<lb/>	Che si riempì di sangue lo stiuale.
<lb/>	Ma che gli feci a lei?
<lb/>	Tosto la gettai in terra, e con le reti
<lb/>	Gli fui sopra sì lesto,
<lb/>	Ch’ella fè d’esser mia il manifesto.
<lb/>Meo.	A me solo quel corvo
<lb/>	Mi s’auventò ne gli occhi, e se non era
<lb/>	Ancroia con il guanto
<lb/>	Di mezo giorno mi facea far sera.
<lb/>Anc.	A fè, a fè ch’a me quella Cornacchia,
<lb/>	Se non era Pedina con lo spiedo
<lb/>	La mi guastava tutti i ricciolini.
<lb/>Fil.	E quel Gatto, Padrona,
<pb n= "109"/>
<lb/>	Ch’a torno a me parea,
<lb/>	Che far volessi la caccia de Topi,
<lb/>	Ma che? subito questi Cacciatori
<lb/>	Gli si cacciorno sorto,
<lb/>	E’l Gatto v’infilzarono di botto.
<lb/>Meo.  	Hor sù Gobbo vogliam noi far banchetto.
<lb/>Gob.	Vostra eccellanzia sì; adesso, adesso
<lb/>	Vuò a chiamar Grasso, e tosto 
<lb/>	Gli fò far guanzzapagli, fritto, e arrosto.
<lb/>Meo.	Chiamalo, e fa la caccia
<lb/>	Ben cucinare al Grasso;
<lb/>	E di, c’habbia buon sito, e brodo grasso.
<lb/>Gob.	Farò quanto comandi; hor’hora vado.
<lb/>Meo.	Ancroia, e voi partite
<lb/>	Verso la vostra stanza,
<lb/>	E ripulita meglio
<lb/>	Ritornate a la Regia, o lì vicino
<lb/>	Spedite Filippetta,
<lb/>	Ch’io vi vuò pasteggiare nel Giardino.
<lb/>Anc.	Io vado, e tosto torno.
<lb/>Fil.	Prencipe, a Dio, anch’io mi vuò pulire,
<lb/>	Mi vuò lavar le scarpe, e la gonnella.
<lb/>	C’hoggi con questa caccia
<pb n= "110"/>
<lb/>	Mi ci son fatto più d’una frittella.
<lb/>Meo. 	A Dio, Ancroia, a Dio;
<lb/>	Vattene ch’io Marmotta
<lb/>	In tanto ritirar farò di sopra.
<lb/>SCENA QUINTA	
<lb/>Grasso. Gobbo. Cacciatori.
<lb/>Gras.	OH quanta robba? oh vè uccellatori?
<lb/>	Oh questo son le caccie, e Cacciatori?
<lb/>Gob.	Senti Grasso, vien quà, vuol far banchetto
<lb/>	A la sua bella Ancroia il nostro Prence;
<lb/>	Però tutta la caccia
<lb/>	Condur fatti in cucina,
<lb/>	E mostra il tuo saper questa mattina.
<lb/>Gras.	Lasciate fare a me; quest’arte mia
<lb/>	L’hò fatto mille volte a l’hosteria.
<lb/>Gob.	Grasso, fà quella Cutta a la lombarda
<lb/>	Con una zuppa sopra senza cascio;
<lb/>	Quella Ciuetta fallo in gelatina,
<lb/>	Il Corbo fallo arrosto con la Gatta.
<lb/>	La Cornacchia in guazzetto con il Topo:
<lb/>	Tu sai meglio di ne l’arte del coco
<pb n= "111"/>
<lb/>Gras.	Lascia pur fare a me,
<lb/>	Che sò mangiar la roba, quando ci è.
<lb/>Gob.	Lascio la cura a te, ed io me n’vado
<lb/>	Verso la Regia a ritrovare il Prence.
<lb/>Cac.	Ecco quì tutta la caccia,
<lb/>	Cucinate, e pappate?
<lb/>	Quanto a voi
<lb/>	Non a noi
<lb/>	Ella piaccia.
<lb/>	Non ne tocca a chi la caccia.
<lb/>SCENA SESTA	
<lb/>Grasso. Tedeschino.
<lb/>Gras.	OH com’è grasso questo Topo ghiotto?
<lb/>	Ei pare una lanterna di Galea.
<lb/>	E questa Cutta, oh l’hà la bella coda.
<lb/>	Oh Gatto maldedetto, sò, ch’il ventre
<lb/>	Ti sei ripieno per quella verdura;
<lb/>	E tu Corvo Ciarlone,
<lb/>	Haurai finito il presagir novelle?
<lb/>	Ah Ciuetta frugnolo de gli augelli,
<pb n= "112"/>
<lb/>	Vuò far de gli uni, e gli altri pappardelle;
<lb/>	Del foco haurete ne la mia cucina,
<lb/>	Chi allesso, chi rifritto, e’n gelatina.
<lb/>Ted.	Grasso, che nova ciè? che cosa è questa?
<lb/>	Che fai did tante Cutte, gatte, e Topi?
<lb/>Gras.	Oh buon giorno, Padrone, non sapete,
<lb/>	Ch’il Prence è stato a Caccia, e c’ha predato
<lb/>	Co’bracchi, e i Cacciator quel, che vedete?
<lb/>Ted.	Sò, ch’egli è stato a caccia, ma perche
<lb/>	Hai tanto roba tu da cucinare?
<lb/>Gras. 	Oh non sapete niente; egli banchetta
<lb/>	Ancroia: quella Ancroia; Ancroia usata
<lb/>	Di trattenere Baldassare Amante.
<lb/>Ted.	Ancroia: e che vuol seco
<lb/>	Il nostro Prence gracchiolar d’amore?
<lb/>Gras.	Sì, sì; pur’egli seco è stato a caccia,
<lb/>	Ed hora la banchetta nel Girardino,
<lb/>Ted.	Oh povera Marmotta? ma che dico?
<lb/>	E’ questa, è questa a punto
<lb/>	L’orgin vera de le mie fortune.
<lb/>	Và Grasso, và in cucina;
<lb/>	Ch’ Amor per vie inusate
<lb/>	Sà cuocer senza foco le fritatte.
<pb n= "113"/>
<lb/>Gras.	A Dio Padrone, a Dio quanto robba?
<lb/>	Almen cotta ne fuss’io guardarobba?
<lb/>Ted.	Oh Amor del ventre mio cibo soave?
<lb/>	Mia vitella di latte,
<lb/>	Ortolano bramato,
<lb/>	Staggionato mio bue, starna mia buona,
<lb/>	Mio piatto di lasagne co’l formaggio,
<lb/>	Ravagiolo d’April, latte di Maggio
<lb/>	Fiasco mio di Trebiano,
<lb/>	Vin de Monte Pulciano,
<lb/>	Mio liquor di Genzano,
<lb/>	Verdea, ch’il duol mi molce,
<lb/>	Mio bel fico brusciotto grosso, e dolce;
<lb/>	E tu Madre di quel, ch’innesta i putti,
<lb/>	Bella Madre d’Amore,
<lb/>	Ben ver me spalancate
<lb/>	Hai di pietà le porte;
<lb/>	Non se dee fuggir mai benche si tema.
<lb/>	Il dimostrar la fronte,
<lb/>	Il fare il viso d’arme,
<lb/>	E l’intrepido stare a le batoste
<lb/>	Fà, che si mangi senza pagar l’hoste.
<lb/>	Quanto hà potuto far la mia Politica:
<lb/>	L’importuno tal’hor vince l’avaro.
<pb n= "114"/>
<lb/>	Hor, ch’io mi disperavo, e con Amore
<lb/>	Non mi credevo più saldere i conti,
<lb/>	Ei mi porge a la penna il calamaro.
<lb/>	In fine gli è un fanciullo incanutito,
<lb/>	Orbo, che più de gli altri il tutto vede,
<lb/>	Un savio tra i balordi, uno scaltrito
<lb/>	Fragente, ch’usan far le trufferie;
<lb/>	Vuò chiamar la Bertuccia di Marmotta,
<lb/>	E far, ch’ella da me sappia, ch’il Prence
<lb/>	Con Ancroia vuol far’a la compagna
<lb/>	Un banchetto Real’entro la grotta.
<lb/>SCENA SETTIMA
<lb/>Bertuccia. Tedeschino.
<lb/>Ted.	BErtuccia, a punto adesso io ti cercavo.
<lb/>Bert.	Oh mi maravigliavo; e che tu vuoi?
<lb/>	Io hò altro, che far, che le tue ciancie?
<lb/>Ted	E vien quà, se tu vuoi, stammi a sentire?
<lb/>Ber.	Che cosa m’hai che dire?
<lb/>	Forse de li tuoi foliti precetti
<lb/>	Di politica sciocca, farfallone?
<pb n= "115"/>
<lb/>Ted.	E non star sù le burle? senti dico?
<lb/>	Và, di a la Principessa,
<lb/>	Ch’io hà da dirle cose di gran conto!
<lb/>Bert.	Sopra di che? che forse gli vuoi fare
<lb/>	Quattro altri capitomboli, o saltare?
<lb/>Ted.	Che salti, e capitomboli? io vuò dirle
<lb/>	Quai torti gli prepara il suo buon Meo.
<lb/>Bert.	Il Prence, il Prence; adesso, adesso vado.
<lb/>Ted.	Hora é tempo, ch’io tutta versi fuori
<lb/>	La Politica mia dal bussolotto.
<lb/>	Lingua aiutati pur, che ti bisogna?
<lb/>	Questo è pur’ il bel modo
<lb/>	Di grattar con l’altrui la propria rogna.
<lb/>SCENA OTTAVA
<lb/>Marmotta. Tedeschio.
<lb/>Mar.	TEdechino, che ciè? che m’hai da dire?
<lb/>	Che mi hà fatto il mio Prence?
<lb/>	Gia, gia ben le sue brame a me son note,
<lb/>	Ch’ei vagheggia un bel volto in crespe gote.
<lb/>Ted.	Oh Luna, ch’ad Apollo i raggi togli?
<pb n= "116"/>
<lb/>	Sole ch’il sen m’aghiacci,
<lb/>	Fà, ch’io fra i cenci tuoi esca di stracci?
<lb/>	Sappi bella mia Diva, ch’il tuo Prence
<lb/>	Con Ancroia la brutta
<lb/>	Entro l’horto ridutto
<lb/>	Vuol cor fra due seponi
<lb/>	Il malcresciuto, e maturato frutto;
<lb/>	E zappator novello
<lb/>	D’allagato terreno
<lb/>	Ad onta tua desia
<lb/>	L’arena coltivare in sua balìa.
<lb/>	Che ne dite, Signora? non vi pare,
<lb/>	Ch’egli hà finito affatto d’impazzare.
<lb/>Mar.	Io non sò, che ti dici, e ancor no posso
<lb/>	Saper, che s’habbia fatto, o io m’abbia a dosso
<lb/>Ted.	A voi non m’intendete per enigma.
<lb/>	Vi parlero più chiaro. Ei nel giardino
<lb/>	Vuole innaffiar il suolo, e soura il sodo
<lb/>	Coltivar mescolanze d’ogni sorte.
<lb/>	M’hauete inteso?
<lb/>	Il Prence non di Fessa di Marocco
<lb/>	Vuol giocar con Ancroia a la staffetta;
<lb/>	E vuol, ch’il tutto attesti Filippetta.
<pb n= "117"/>
<lb/>Mar.	Che Filippa, che Fessa, che Marocco?
<lb/>	Oh tu m’hai de lo sciocco?
<lb/>Ted.	Hor sù, l’hò intesa: la dirò volgare.
<lb/>	Il Prence con Ancroia a la verdura
<lb/>	Vuol ratemprar l’arsura.
<lb/>	Egli vuol farvi un cornicion sù l’arme,
<lb/>       Un vestito a la moda; poiche s’usa,
<lb/>	Quanto questo vestir simil lavoro.
<lb/>Mar. 	Che vuol dare ad Ancroia la verdura;
<lb/>	E con un cornicion la vuò vestire?
<lb/>Ted.	Sì zucche infarinate? egli sicuro
<lb/>	A voi dà il cornicione,
<lb/>	Da lei prende l’arsura, e le dà il verde.
<lb/>	Le vuol dar la marenda hoggi ne l’horto;
<lb/>	E di già in ordinanza
<lb/>	Hà messo de la caccia
<lb/>	Il mio Grasso l’insolita pietanza.
<lb/>Mar.	A dunque Meo, Meo vuole
<lb/>	Banchettar la sua Druda nel giardino?
<lb/>	S’egli lo fà, mio danno?
<lb/>	Farò ben tanto; e tanto saprò fare,
<lb/>	Che gli farà mal prode il merendare.
<lb/>	Ah Prence, Prence ingrato,
<pb n= "118"/>
<lb/>	Ad altra fai banchetto
<lb/>	Di quello, ch’a me fai star’a stecchetto.
<lb/>	Altra fia, che disfame
<lb/>	Di quello, che a me fai morir di fame.
<lb/>	Ah quanto meglio fia
<lb/>	Satiar la voglia mia; e non altrove
<lb/>	Il tetto racconciar, s’in casa pioue.
<lb/>	Dunque ad altra il conuito
<lb/>	Fai mal dispensatore
<lb/>	Di quel, ch’a me non cavi l’appetito?
<lb/>	Ad altra la vivanda
<lb/>	Porgi, che non la chiede,
<lb/>	Per negarla a chi sempre la domanda?
<lb/>	Altrui co’cici tuoi porgi fortuna,
<lb/>	E me senza cibar lasci digiuna?
<lb/>	Ah Meo, Meo, t’arriverò ben’io,
<lb/>	Se tu mangi, ch’io possa
<lb/>	Morir sempre di fame, eroder l’ossa.
<lb/>Ted.	Non dee la Principessa
<lb/>	Co’l Prencipe usar stemma.
<lb/>	Poiche questo saria darli licenza.
<lb/>	Ma con consiglio scaltro,
<lb/>	Per spaventarlo, anch’essa
<pb n= "119"/>
<lb/>	Proverdersi d’Amanti.
<lb/>	Poinch’un male tal’hor discaccia l’altro.
<lb/>	Ed è gentil costume
<lb/>	Di chi Regna, tal’hor darne al comune.
<lb/>	Che non spuntano i torti
<lb/>	Le fronti, che son grandi;
<lb/>	Nè il sol, che chiaro splende,
<lb/>	Benche trà’l fango sia, macchia v’apprende,
<lb/>	Horsù spina traversa del mio core,
<lb/>	Febre maligna de la vita mia,
<lb/>	Pettecchia del mio volto, mio dolore,
<lb/>	De la gola catarro, e schinanzia;
<lb/>	Lasciami homai fruire,
<lb/>	Lasciami homai godere,
<lb/>	Lasciami homai beare,
<lb/>	Non far, non far, che mora,
<lb/>	Chi, per vivier, t’adora?
<lb/>	Lasciami nel tuo sen fare il mio letto,
<lb/>	Lascia, ch’il petto tuo sia il mio coltrone;
<lb/>	Lascia, ch’il matarazzo 
<lb/>	De le mie stanche membra
<lb/>	Sia la tua bella imago,
<lb/>	Lasciami riposare in te mezz’hora,
<pb n= "120"/>
<lb/>	Poi mandami in mal’hora.
<lb/>Mar.	In mal’hora, e in mal punto, oh vè discorso
<lb/>	Di nudrito Asinaccio ne la Corte?
<lb/>Ted.	A marmotta, mia Anguilla nel vivaio,
<lb/>	Mio pasticcio a l’inglese,
<lb/>	Mia ricotta sfiorita senza sale;
<lb/>	Fà conto, mio tesoro,
<lb/>	Tu sij la paglia, ed io sia l’animale;
<lb/>	Fa conto, ch’io m’annegri.
<lb/>	A’rai del tuo bel Sole,
<lb/>	Servimi per ombrello,
<lb/>	Se non vuoi, ch’io stia sempre
<lb/>	In piè senza cappello.
<lb/>Mar.	Che vorresti da me parlami chiaro?
<lb/>Ted.	Vorrei, dirollo al fine,
<lb/>	Esser del vostro letto le cortine.
<lb/>	Volete voi, ch’il dica?
<lb/>	Vorrei da voi Signora,
<lb/>	Che mi deste licenza
<lb/>	Ch’io con voi dimorasse una mez’hora
<lb/>Mar, 	Horsu; taci, t’hò inteso;
<lb/>	Hor non è tempo, ch’è tornato il Prence;
<lb/>	Tu dici, c’hoggi deue
<pb n= "121"/>
<lb/>	Venire Ancroia in Corte,
<lb/>	Vestiti, come lei, muta sembiante,
<lb/>	E vien da me sì travestito Amante
<lb/>	Così senza sospetto
<lb/>	Ne la Regia entrerai,
<lb/>	E sarai la Cortina del mio letto.
<lb/>Ted.	Io vado; e travestito
<lb/>	Hor, hor’in corte a rivederui io torno.
<lb/>Mar.	Và, ch’io di quà mi parto; e ne la Regia
<lb/>	Ti stò attendendo hor, hora.
<lb/>	Per torlo da la noia,
<lb/>	Il Tedeschino è diventato Ancroia.
<lb/>SCENA NONA
<lb/>Catorchia. Scatapocchio.
<lb/>Cat.	INfine io Fliippetta
<lb/>	Adoro, come adora il pesce l’amo,
<lb/>	La Gatta il Topo, il Tordo il teso lascio,
<lb/>	Lo smeriglio la quaglia, il lepre il cane,
<lb/>	La volpe il Cacctatore, il Gufo il giorno,
<lb/>	L’acqua il villano, il Cavalier lo scorno.
<pb n= "122"/>
<lb/>	Flilippetta è il mio leto, oue non poso;
<lb/>	Il mio nido, il mio porto,
<lb/>	Ou’erro, senza mai giungere in porto.
<lb/>Scat.	Io sento, e nel sentir sento, e mi pare,
<lb/>	Che tu tutto possiedi, e nulla godi.
<lb/>Cat.	Possiedo, e non possiedo, amo, e non amo.
<lb/>	Ah Filippetta, Filippetta cruda,
<lb/>	Mira dentro il mio seno,
<lb/>	Fatto d’Amor la stalla,
<lb/>	Qual son de’lumi tuoi arsa farfalla	
<lb/>	Scorgi dentro il mio core
<lb/>	Fatto d’Amor lo scudo
<lb/>	Il tuo ben fatto drudo?
<lb/>	Queste mie gambe arcate
<lb/>	Son di Marte novello
<lb/>	Sotto il peso incuruate
<lb/>	Di trattar some, e di portar fardello.
<lb/>Sca.	Bisogna, che l’Amore
<lb/>	Sia un pazzo pizzicore.
<lb/>	Vuoi, ch’io faccia qual cosa di mia mano?
<lb/>Cat.	E che ci vuoi tu fare?
<lb/>	Ella stà quì; chiamarla.
<lb/>	Tu batti Scatapocchio.
<pb n= "123"/>
<lb/>Scat.	Tic toc, tic toc, olà di casa.
<lb/>	O’ la non sente, o ch’ella non è in casa.
<lb/>Cat.	Ribussa Scatapocchio, buffa forte.
<lb/>Scat.	Tic toc, ò là venite a basso,
<lb/>	Se non ch’io rompo l’uscio con un sasso.
<lb/>SCENA DECIMA
<lb/>Catorchia. Scatapocchio. Filippetta. Gobbo del Violino.
<lb/>Fil.	CHi batte l’uscio?
<lb/>Scat.	Son’io, che voglio entrare;
<lb/>	E se mon apri, getterò per terra
<lb/>	La porta, il chiavistello co’l battocchio.
<lb/>Cat.	Fermati Scatapocchio?
<lb/>Fil	Oh vè chi vuol bravare
<lb/>	Razza di tartaruca.
<lb/>	Se ci calo da basso,
<lb/>	Ti ficco con un calce in una buca.
<lb/>Cat.	Filippetta son’io, lascialo dire.
<lb/>Fil.	Catorchia tu sei tù; hor vengo a basso.
<lb/>Cat.	Oh come hà fatto Amore
<lb/>	Destarsi in me la febre a la sua vista.
<pb n= "124"/>
<lb/>Fil. 	Dov’è questo bravaccio? oh vè Catorchio;
<lb/>	Che gran gigante, che tu porti teco.
<lb/>Scat.	Così, come mi vedi,
<lb/>	Non hò bisogno di banchetto a’ piedi.
<lb/>Cat.	Com’ hai sì lugo tempo, Filippetta,
<lb/>	Sofferto a non vedere il tuo Catorchia?
<lb/>	Deh per tua fè mia Filippetta bella,
<lb/>	Fà conto, ch’io sia un soldo,
<lb/>	E mettimi pian piano
<lb/>	Con le tue belle mani a la scarsella.
<lb/>Scat.	Fa conto Filippetta,
<lb/>	Ch’egli sia il Tordo, e tu sij la Ciuetta.
<lb/>Fil.	Catorchio vuoi tu nulla, il hò che fare?
<lb/>Cat.	Deh Filippetta cara,
<lb/>	Non lasciar, che si perda la semente
<lb/>	De’ Catorchi nel Mondo.
<lb/>Fil.	Che vorresti da me?
<lb/>Cat.	Vorrei, se ti contenti, starmi teco
<lb/>	A magniar’ un cantuccio, e ber del greco.
<lb/>Fil.	Và torna, come Ancroia
<lb/>	Và a desinar da Meo; e Scatopocchio
<lb/>	Conduciteco, che con l’uno, e l’altro
<lb/>	Vuò, che giochiamo al tiro nel giardino.
<pb n= "125"/>
<lb/>	A Dio mio Catorchino.
<lb/>Gob.	Oh vè che bella coppia?
<lb/>del	Filippetta, che forse hai nimicitia?
<lb/>viol.	Che si ben sei provista di Giganti?
<lb/>Cat.	Che fà quiui il Trafedi!
<lb/>	Oh Gobbo sciagurato.
<lb/>	Che forse Filippetta,
<lb/>	Apprendi da Costui
<lb/>	A portar polli fuori del mercato?
<lb/>Scat.	Oh l’è il Gobbo Trafila,
<lb/>	Che torce senza fuso l’altrui fila.
<lb/>Gob.	Che dici sconciatura d’una botta?
<lb/>	Nanaccio, male in piedi,
<lb/>	Ti fo leuar di quì senza i tuoi piedi.
<lb/>Cat. 	A chi dici, Gobbaccio?
<lb/>	Quì tu non hai, che fare.
<lb/>	Non v’è nessun, che si voglia arruffare.
<lb/>	Oh bell’huomo di Corte,
<lb/>	Spaccare il sonator di violino,
<lb/>	E senza morti fare altrui Becchino.
<lb/>Gob.	Oh mal fatto Gigante,
<lb/>	Và, và; và fà l’amore con la Fante.
<pb n= "126"/>
<lb/>	Oh vè chi fa l’Adone
<lb/>	Balordo animaletto da stidione?
<lb/>Fil.	Catorchia, oh via non più; lascialo dire?
<lb/>	Ogniun deue adattarsi,
<lb/>	Per poter sostentarsi,
<lb/>	E poi non è difetto
<lb/>	In un, che sà sonare,
<lb/>	Il saper dar lezione di cornetto,
<lb/>Cat.	A Dio Filippetta, adesso, adesso
<lb/>	Ritorniamo da te mettiti in punto.
<lb/>	Và, và Gobbaccio và;
<lb/>	Và porta i polli in là.
<lb/>Sca.	Io nò, non vuò tornare,
<lb/>	Che non vuò, che vi sia qualche pantano,
<lb/>	Ou’io portassi rischio d’affogare.
<lb/>Fil.	A Dio tutti, a Dio tutti, a Dio trafedi,
<lb/>	A rivederchi poi:
<lb/>	Lor non san quel, che passa fra di noi.
<lb/>Gob	A Dio Filipetta,
<lb/>	Non ti scordar del gioco di Ciuetta.
<pb n= "127"/>
<lb/>SCENA UNDECIMA:
<lb/>Tedeschino vestito d’Ancroia.
<lb/>Ted,	VE, come per l’appunto
<lb/>	Il vestito d’Ancroia mi s’adatta.
<lb/>	In fine Amore è quello,
<lb/>	Che fà fare ogni cosa;
<lb/>	E a’ Matti, e a’ Sauij togli anco il cervello.
<lb/>	Un, che sia innamorato,
<lb/>	Per hauer quel, che brama,
<lb/>	Ad ogni atto più vile accomodato
<lb/>	Hà l’animo il pensiero; e per amore
<lb/>	Farebbe il Birro, il Boia, e l’Appicato.
<lb/>	In me ecco l’effetto pié d’ogni altro.
<lb/>	Io, che sempre sù’l grave
<lb/>	Da Cavalier di scherzo ne la Corte
<lb/>	Mi trattenni famoso?
<lb/>	Io, che di maggior Prenci lo Statista
<lb/>	Fui con tanto mio vanto;
<lb/>	E ad ogni Potentato
<lb/>	Imparai di Politica il donato?
<pb n= "128"/>
<lb/>	Hor per man d’un Arciero
<lb/>	Muto voce, sembiante, opra, e mestiero!
<lb/>	D’Ancroia in vece hor’hora
<lb/>	Entrar’io voglio in Corte.
<lb/>	E con la Prencipessa
<lb/>	Per questa via tentare
<lb/>	Di languir sempre per non più penare
<lb/>	E s’io Donna pur fossi,
<lb/>	Quanti, quanti Merlotti
<lb/>	Haurei pigliato nel mio serbatoio.
<lb/>	In mia fe, ch’in tal’ habito
<lb/>	Mi par più gratioso comparire.
<lb/>	Con questi occhi furbeschi
<lb/>	Sembro dardo de’ cori;
<lb/>	Con queste labra orlate
<lb/>	Sembro de la mezina di Cupido
<lb/>	La più sdrucita bocca.
<lb/>	Con questo curuo naso
<lb/>	Di Vener sono il naspo;
<lb/>	La diradata fronte
<lb/>	Gallinaio è d’Amore.
<lb/>	In fin questa mia vita sì ben fatta,
<lb/>	Se, qual’huomo son’ io fossi una Donna,
<pb n= "129"/>
<lb/>	De le gioie amorose
<lb/>	Sarei la più ben fatta, e bella gonna.
<lb/>	Ah Marmotta, Marmotta, quanto meglio
<lb/>	T’era non così farmi a te venire.
<lb/>	Forse, se m’aspettavi a te dauante
<lb/>	Di Tedeschino in forma,
<lb/>	Non così tosto divenivi Amante.
<lb/>	Ma in questo habito a fé,
<lb/>	Che tu ci cadi affatto,
<lb/>	Ed io son di Marmotta fatto il Rè.
<lb/>	In Licia ancor Achille
<lb/>	Portò fra le donzelle
<lb/>	Habiti feminili;
<lb/>	E pur’alfin mandò Troia in faville.
<lb/>	Ed Ercole con Iole,
<lb/>	E con Onfale stette
<lb/>	A tessere, e filare
<lb/>	Hor un manto, hor’un vele;
<lb/>	E pur con le sue spalle
<lb/>	Fù buon fachino a sostenere il Cielo.
<pb n= "130"/>
<lb/>SCENA DUODECIMA
<lb/>Meo. Tedeschino d’Ancroia
<lb/>Meo	OH ecco apunto la mia bella Ancroia.
<lb/>Ted.	Oh fortuna maluaggia, che sarà?		
<lb/>	Amore, aiuto, Amore, io son già perso.
<lb/>Meo.	Ancroia, anima mia, con e cotanto
<lb/>	Sei tardata a venir dal tuo bel Meo?
<lb/>Ted.	Ah Cupido cornuto, e che farò?
<lb/>Meo.	Ancroia: a che così? con chi raggioni?
<lb/>	Perche da me ti scosti, epar, che fuggi?
<lb/>	Vien quà, vien quà Cattiva; ah tu conosci,
<lb/>	Ch’è dato il fringuellone ne la ragna.
<lb/>	Fatti più quà, che fai? oh via non più?
<lb/>	Traditora sì sì; così si fa?
<lb/>	Adesso, che tu vedi,
<lb/>	Ch’io non ti voglio male,
<lb/>	Mi fai il grugno di porco, e’l pela piedi.
<lb/>Ted.	Eh lasciatimi stare? hò altro humore.
<lb/>	Nel venire a la Reggia a me quì presso
<lb/>	S’è sciolta de la testa la correggia.
<pb n= "131"/>
<lb/>Meo.	Che correggia? vien quà, vien quà balorda,
<lb/>	Ch’io ti darò na stringa d’allacciarti.
<lb/>Ted.	Sí buono, buono, mi è successo peggio.
<lb/>Meo.	E che mai t’è successo? dillo a Meo?
<lb/>Ted. 	Lingua, aiutati a fè, che n’hai bisogno?
<lb/>	Quando, che serrai l’uscio de la porta
<lb/>	Vi serrai dentro meza la gonnella.
<lb/>	Guardate l’è stracciata, e senza coda?
<lb/>Meo.	E questo ancora è nulla; se non vuoi,
<lb/>	Altro, che far la coda a la gonnella,
<lb/>	Io te ne voglio fare una più bella.
<lb/>Ted.	E pur lì, ci vuol altro.
<lb/>	Se tu sapessi quel, che m’è accaduto,
<lb/>	Non scherzeresti meco così franco?
<lb/>Meo.	Che diavolo mai t’è succeduto?
<lb/>Ted.	Tra via diedi in un sasso, e caddi in terra
<lb/>	Con tutta la persona,
<lb/>	E mi squarciò la bocca la pianella.
<lb/>Meo.	Mostra, dove l’hai rotta, Ancroia, Ancroia
<lb/>	Dove fuggi vien quà: mostra la bocca,
<lb/>	Oh vè, che ritrovata?
<lb/>	Tu non vuoi esser tocca.
<lb/>Ted.	Deh Prence, per tua fe lasciami stare!
<pb n= "132"/>
<lb/>	Chi cherca, tal’hor trova
<lb/>	Quel, che forse non brama di trovare.
<lb/>Meo	Io son fuor di me stesso, ingrata, è forse,
<lb/>	Questo sto tuo tiro, per strapazzar Meo?
<lb/>	Io, che tanto t’hò amata,
<lb/>	Io, che ti diedi tanto gusto a caccia,
<lb/>	Io, che meco a banchetto t’hò invitata,
<lb/>	Deui trattar così? và via vaccaccia,
<lb/>	Che forse fra quei corni
<lb/>	A me più mansueta fia, che torni?
<lb/>SCENA DECIMA TERZA
<lb/>Baldassare. Meo. Tedeschino. Croatto.
<lb/>Cro.	BAldrona, mirar’Ancroia, e’l Brincipio?
<lb/>	Che voltar, che fuggire?
<lb/>	Fermare, non partire?
<lb/>Bal.	Non es possibles
<lb/>	Sì pares; non creo di veser:
<lb/>	Creo, m’aglegar mas erea, 
<lb/>	Eglia has, como fusse queglia.
<lb/>	Infame, mal nassida,
<pb n= "133"/>
<lb/>	Piccherona, hoi mui tiempo granchiado,
<lb/>	Puor hazerte bien;
<lb/>	Mandil de la cuerte;
<lb/>	Lavandiera de la comunitades,
<lb/>	Glieuares quattros Cosses, y dos buffettas.
<lb/>Ted.	Piano, piano, co’l dare? oh vè Spagnolo?
<lb/>	Insolentaccio? oh vè quanta superbia?
<lb/>Croat.	Risbettar veramente
<lb/>	Per ti douer la Brincipessa Ancroia,
<lb/>	Che de l’honora, e de la nobilitata
<lb/>	Un quarta hà boste in Fessa, e ladrain Tro-(ia.
<lb/>Ted.	In fin questi don Corni,
<lb/>	Come, che se le dà tantin di dito,
<lb/>	Sì pigliano la man con tutto il braccio.
<lb/>	Smerdarol d’Avicenna,
<lb/>	Più non son calamar de la tua penna!
<lb/>Meo.	Guarda, come tu tratti?
<lb/>	Non hai a far con matti?
<lb/>	Oh vè ch’impertinenza?
<lb/>	Sfacciato, hai tanto ardir’in mia presenza?
<lb/>Bald.	Y tu Principe de cuerno,
<lb/>	Borroccio, Cuero, Cauronasso,
<lb/>       Tales pagas hauereis,
<pb n= "134"/>
<lb/>	Come eglia hà recebido.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">Fà finta di darli.</note>
<lb/>       Toma esta a buena cuenta,
<lb/>	A memoria de los servisios.
<lb/>	Toma esta otra begliacco, begliaccone,
<lb/>	Prencipe de Mierda.
<lb/>Meo.	A me, a me forfante, a me si dà?
<lb/>	O Guardia, o Guardia, corri;
<lb/>	Corrio Guardia, che fai, Corri, vien quà?
<lb/>Bal	A ti, a ti, a ti.
<lb/>	Puerco, Piccaro lovo.
<lb/>Meo	Ah Spagnolo Marrano,
<lb/>	Ti vuò far’ appricar’ per una mano.
<lb/>SCENA DECIMA QUARTA
<lb/>Michelino. Gobo. Pedina, e li medesimi.
<lb/>Mic.	FErme, ferme fermate furfantascie.
<lb/>Bal.	Mi has faltado mi dama.
<lb/>	Toma esta, toma est’orra.
<lb/>Mic.	Voler’ al nostre Prenscie
<lb/>	Rompere le mostascie.
<lb/>Ted.	Oh Spagnol senza fede,
<pb n= "135"/>	
<lb/>	Questa é la riverenza
<lb/>	Che verso il signor nostro si richiede?
<lb/>Gob.	Oh vè questo nemico
<lb/>	De la Carne di porco?
<lb/>	Schernir così Marocco?
<lb/>	Fermati, Morescaccio senza fede,
<lb/>	Ti vuò far strangolare per un piede.
<lb/>Mic.	Pedina dascie; dascie, Gobbo, dascie
<lb/>	Spasciacamine de le merdarole,
<lb/>	Ti vuò fare impiccare per le gole.
<lb/>Ted.	Oh che venga la peste
<lb/>	A chi mi diè tale veste.
<lb/>	Oh pover Tedeschino:
<lb/>	Fermati Michelino?
<lb/>Mic.	Oh questo non è Ancroia, è Tedeschine.
<lb/>	Oh brutte furfantascie, come stà,
<lb/>	Tarantan tarantan, tarantan ta, ta.
<lb/>Gob.	Oh brutta Ancroia, oh fetido barone.
<lb/>	Oh guarda il bel politico Buffone.
<lb/>Bal.	Mires, che linda Ancroia,
<lb/>	Puerco desuergonzado.
<lb/>Cro.	Oh quanta per ti degna di star fatta!
<lb/>	Vere Donne per tì per man d’un gatta.
<pb n= "136"/>
<lb/>Meo.	Oh Tedeschin statista,
<lb/>	Tu fai la bella vista?
<lb/>Ped.	Oh Proprij di Barone,
<lb/>	Oh degni di castigo
<lb/>	Sciocchi andamenti, ed insolenti fatti:
<lb/>	Convengon piattonate a lecca piatti.
<lb/>Ted.	Io me ne vuò fuggire:
<lb/>	Maladetta Marmotta, e’l travestire.
<lb/>Mic.	Toffi, taffe briccone.
<lb/>Gob.	Gli sian le scosse a furia radoppiate;
<lb/>	Seguitiamolo a suon di piattonate.
<lb/>Cro.	Badrona, a chisda mala,
<lb/>	Per ti, e per mi fuggire la mal’hora.
<lb/>Bal.	Un bel fuggir toda la vida honora.
<pb n= "137"/>
<lb/>ATTO TERZO
<lb/>SCENA PRIMA
<lb/>Michelino. Mantuano.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">uscirà cantando queste parole.</note>
<lb/>Mic.	OH calde Pasticcie V scite dal forne
<lb/>	Condieci fiaschi de vin del miglior;
<lb/>	Acciò ch’a a l’odor Il mi nase s’arriccie.
<lb/>	Oh calde Pasticcie, oh calde pasticcie.
<lb/>	Trandira, trandira, trandira trà, trá
<lb/>	BVone Piscione arroste, ar-roste allesse,
<lb/>	Vitelle, fegatelle, e buon pul-pette,
<lb/>	Sanguinascie, salciscie, e scervellate.
<lb/>	Quattre pollastre fritte a la padelle,
<lb/>	Un buon fiasche di greghe, e du frittate:
<pb n= "138"/>
<lb/>	Andare a trovar Grasse coche, e coche Grasse,
<lb/>	E dir’, che Cutte in stufe, e Corue allesse,
<lb/>	Gatti in le padelle, e Tope arroste.
<lb/>	Cornacchioni in teame; e’n gelatine
<lb/>	Le Ciuette co’l Grasse de Cucine.
<lb/>Man.	Padrone, andiame, che fra di mez’hora
<lb/>	Meo vuol desinar con la Signora.
<lb/>Mic.	Andiame Mantuane;
<lb/>	Marmotte stà disciune,
<lb/>	E Ancroia nel sciardine
<lb/>	Con le sue belle Trude pranserà.
<lb/>	Ancroia hà’l Tope, e Marmotte non l’hà.
<lb/>	Trandirà, trandirà, trandirà trà.
<lb/>Man.	Padrone, andiame via,
<lb/>	Troppe il Prencipe nostre
<lb/>	Di giocare a ciuette hà fantascie.
<lb/>SCENA SECONDA	
<lb/>Masino. Tordo.
<lb/>Mas.	TOrdo, vedesti tu con qual rispetto
<lb/>	Al nome di Marmotta Baldassarre
<pb n= "139"/>
<lb/>	Si mostrò riverente ad ubedire?
<lb/>	E un garbato par suo per vita mia.
<lb/>	E par, che fra di loro
<lb/>	Vi sia di sangue qualche simpatia.
<lb/>Tor.	Certo, ch’io ne restai tutto confuso.
<lb/>	Credeuo, che sta bestia
<lb/>	Non servissi per altro, che per smorsie;
<lb/>	E che sol ne la Corte
<lb/>	Egli sapessi fare
<lb/>	Una boccaccia, una risata a ufo.
<lb/>	Un dar nel ravaniccho,
<lb/>	Uno star sempre teso co’l palicco.
<lb/>	Ma vedo, ch’egli è buono in ogni cosa!
<lb/>	Vuoi, ch’io ti dica? stimo, che costoro
<lb/>	Faccino il pazzo, per far pazzo altrui.
<lb/>Mas.	Pur troppo è vero, Tordo:
<lb/>	Via: Baldassar di noi si lasci stare.
<lb/>	Ma il Tedeschin, che cosa serve in Corte.
<lb/>Tor.	A dir mal di qualch’uno, et in tinello
<lb/>	Mangiar’ a ufo senza discrizione.
<lb/>Mas.	Chè un pan perso da vero; ei non è buono,
<lb/>	Se non a far lo sciocco di politica.
<lb/>Tor. 	Sicuro, che politica migliore
<pb n= "140"/>
<lb/>	Non si può trovar di questa sua,
<lb/>	Bere, mangiar, vestire; e a l’altrui spese
<lb/>	Fare il Cavallerzzao pe’l paese.
<lb/>Mas.	E sai, come sigonsia, e come sbuffa?
<lb/>	E i pare una gallina Mantoana.
<lb/>	A fé, a fé, che, s’hauesse a far’io,
<lb/>	O vorrei, che facesse da buffone,
<lb/>	O mandarlo al barone.
<lb/>Tor.	Che vuoi fare? hoggi dì questo mestiero
<lb/>	A segno s’è ridotto,
<lb/>	Che tanto val l’astuto, che’l balordo.
<lb/>Mas.	L’è una bell’arte a fè.
<lb/>	Da Masino ti giuro,
<lb/>	Ch’io cambiarei il mio stato co’l buffone.
<lb/>Tor.	Ed io prima di te lo cambierei:
<lb/>	Che fatica si sente
<lb/>	In fare una risata, in motteggiare,
<lb/>	Far con una boccaccia un viso arcigo,
<lb/>	Pigliare una Chitarra, e schitarrare;
<lb/>	Dir quattro sfiondature a la spagnola;
<lb/>	Accommodar si sempre a l’altrui voglie.
<lb/>	Se quegli dice sì, dir sì due volte,
<lb/>	Se nò, non sia; e sempre sù lo scherzo.
<pb n= "141"/>
<lb/>	Mostrar di piccardia hauer bei motti:
<lb/>	Questi son ne la Corte i Corteggiani,
<lb/>	Che fan gli altri Merlotti.
<lb/>Mas.	Veramente l’è un’arte benedetta:
<lb/>	Ma sai cos’è; ch’io non vi hò quel talento.
<lb/>	Che vi bisognerebbe; e tu ci hauresti.
<lb/>	Che, se ciò fosse, a fé ch’il segretario
<lb/>	Altri farebbe in corte.
<lb/>Tor.	Ed io, se qual’hai tu, la vista heuessi;
<lb/>	Vorrei, ch’il consigliero altri facesse.
<lb/>	Nel dir non hò pavra. Io sò sonare,
<lb/>	Sò ballar, sò cantare, e mi s’avviene
<lb/>	Il far ridere altrui con belle botte.
<lb/>	Sai, che cosa non hò? la complessione
<lb/>	Assuefatta a star sempre imbriaco,
<lb/>	Oltre, che non sò nulla in medicina;
<lb/>	Nè saperei mai fare
<lb/>	Altri, e me vacuare;
<lb/>	E ancor sono ignorante
<lb/>	De la ragion di stato, e non sò come
<lb/>	Tratti de la Politica il buario?
<lb/>	Non nó: meglio é, ch’io stia fra le due acque,
<lb/>	Così son Consigliero; e appresso il Prence
<pb n= "142"/>
<lb/>	Nome hò di bell’humore, e di faceto.
<lb/>Mas.	Eh Tordo; il star così non ti può dare
<lb/>	Quello, che ti darebbe esser’in tutto
<lb/>	Ne la Corte Buffone, e non a mezzo.
<lb/>	Tu dici, che non sai far cosa alcuna?
<lb/>	Non sai tu far gliocchiali?
<lb/>	Io veggio pur, che tu n’hai tanti attorno,
<lb/>	Che pari l’occhialaio del Comune.
<lb/>Tor.	Si sò fare una Zucca.
<lb/>	Che credì, che gli occhiali,
<lb/>	Ch’io vendo, siano fatti di mia mano?
<lb/>Mas.	E chi dunque li fà? Io sempre tenni,
<lb/>	Che tu di tal mestier fossi inventore?
<lb/>Tor.	Oh buono: Masino, è questo Mondo
<lb/>	Una palla, che chi non sà sbalzarla,
<lb/>	La caccia perde, ed il suo colpo falla:
<lb/>	Sai tu sotto gli offici,
<lb/>	Che vi son quelli Armeni?
<lb/>	Da lor compro gli occhiali;
<lb/>	E poi per miei li vendo
<lb/>	A chi per miei li tiene: oh ch’Animali?
<lb/>Mas.	In fatti dice il vero.
<lb/>	Non luce senza truffa alcun mestiero.
<pb n= "143"/>
<lb/>	Oh vè come s’ingannan le persone?
<lb/>	Che tu sij per gli occhiali
<lb/>	Il primo huomo del Mondo è l’opinione.
<lb/>Tor.	L’opinion fà caso,
<lb/>	Ed hoggi dì gli è sciocco
<lb/>	Colui, ch’altrui non sà menar pe’l naso.
<lb/>Mas.	Hor tira dunque avante;
<lb/>	Ma, per tornare a nostro,
<lb/>	Sai, che cosa farei, s’io fossi Tordo.
<lb/>Tor.	E che cosa faresti? dillo un poco?
<lb/>Mas.	Io vorrei congegnare
<lb/>	Di fare un’occhialone,
<lb/>	C’hauessi il fondo, e sopra il sfogatoio;
<lb/>	E perche dici, che sempre embriaco
<lb/>	Vuole stare il Buffone,
<lb/>	Accio, ch’il vino non mi fessi male,
<lb/>	Di quel mi servirei per servitiale?
<lb/>	Così vacuerei,
<lb/>	E se bevvto hauessi il rendereì.
<lb/>Tor.	A fé, che tu non l’hai pensata male:
<lb/>	Oh che ti pigli il granchio?
<lb/>	Quel, che serve, per meglio veder lume.
<lb/>	Vuoi, che serva per l’occhio del lor dume?
<pb n= "144"/>
<lb/>	E poi, come vuoi tu, ch’in medicina
<lb/>	Io operi, se non hò mai medicato?
<lb/>Mas.	Ch’importa il medicar? non stà al sapere?
<lb/>	Da Medico puoi far senza pavra,
<lb/>	S’il medicare é dato
<lb/>	A chi sà far morire un’ammalato.
<lb/>Tor.	A la ragion di stato, che dirai?
<lb/>Mas.	A la ragion di stato,
<lb/>	Come non vuoi sapere
<lb/>	Più di quel, che ne sappia il Tedeschino,
<lb/>	Non t’affannar di rimesciar le carte;
<lb/>	Anzi, quanto più Asino sarai,
<lb/>	Tanto più’l Tedeschin somiglierai?
<lb/>Tor.	Masino, fallo tu, ch’a fe ti giuro,
<lb/>	C’hai viso di Buffone,
<lb/>	Bocca di Baldassarre,
<lb/>	Vita del Tedeschino;
<lb/>	E senza tua fatica
<lb/>	Par sempre, che t’agranchi, e facci smorfie
<lb/>	Credi a Tordo Masino,
<lb/>	Piglia il lor posto in Corte,
<lb/>	E poi dì, che ti passi
<lb/>	Lo Spagnol con le smorfie,
<pb n= "149"/>
<lb/>	E con ragion di stato il Tedeschino.
<lb/>Mas.	Tu vuoi la burla, Tordo:
<lb/>	Come vuoi tu, ch’io faccia da buffone?
<lb/>	Bisogna hauer gran ciarle, ed io la lingua
<lb/>	Non hò staccata ancora dal filello.
<lb/>Tor.	Hor sù lasciamo il posto a chi lo vuole,
<lb/>	Facciam l’officio nostro; e già, che s’usa
<lb/>	Il far l’homo faceto, ancora noi
<lb/>	Facciam ridere altrui.
<lb/>	Andianne a ritrovar la Principessa,
<lb/>	Per dirle quel, che disse Baldassarre.
<lb/>SCENA TERZA
<lb/>Ancroia Gobo del Violino detto Trafedi
<lb/>Anc.	HOr’hora ne la Regia        (Prence.	
<lb/>	Andar me n’voglio a ritrovare il
<lb/>	Ma la mi par pur dura.
<lb/>	L’hauer’ a far con Prenci
<lb/>	E’fuor del mio mestiero.
<lb/>	In fatti son baiate
<lb/>	Chi nacque per l’aratro,
<pb n= "150"/>
<lb/>	Malamente s’adatta al Cavaliero.
<lb/>	Ma vé ecco il Trafedi?
<lb/>Gob.	Ancroia, dove vai così allindata?
<lb/>Anc.	Ne la Regia da Meo a merendare.
<lb/>Gob	A merendar la Meo? che non sai nulla?
<lb/>	Quell’ impertinenton del Tedeschino
<lb/>	Con le tue proprie vesti in vece tua.
<lb/>	V’andò poco anzi; ed è di già scoperta
<lb/>	La mal tessuta tela al’ altrui danno.
<lb/>	Tutti non son Trafedi.
<lb/>	Com’io non v’hò le mani,
<lb/>	Ogni cosa a la peggio; tu lo vedi.
<lb/>Anc.	E come il Tedeschino? oh Boffonaccio?
<lb/>	Che non gli basta di mal contrafare
<lb/>	Il Gentil homo in Corte,
<lb/>	Ch’anco me vuol scimiare?
<lb/>	Ma chi l’habito mio il potè dare?
<lb/>Gob.	La Filippetta al certo.
<lb/>	Vuoi, ch’io ti dica Ancroia.
<lb/>	Levatela da torno.
<lb/>	Tu sai per prova homai
<lb/>	Ne gli affari d’Amor, chi sia Trafedi?
<lb/>	Nel portare Ambasciate
<pb n= "151"/>
<lb/>	Il saper di Cillenio tengo a vile;
<lb/>	E più d’un può far fede,
<lb/>	S’aggiustar sò tre oua in un bacile.
<lb/>	Tu mi fai torto a fé; questa è arte mia;
<lb/>	E di giá in altro posto,
<lb/>	Ancroia, mi vedreste;
<lb/>	Se si desse scoperta
<lb/>	D’Amor l’imbascieria.
<lb/>Anc.	Vuò far quel, che tu dici.
<lb/>	Dammi il braccio, vien quà, andianne in casa.
<lb/>	Hor sì, ch’io più non temo,
<lb/>       Di perder le giornate;
<lb/>       S’il Trafedi s’è fatto
<lb/>       Il mio porta ambasciate.
<lb/>Gob.	Andianne; e ogniun di noi
<lb/>	Faccia le prove sue;
<lb/>	E al paragon si veda
<lb/>	Chi meglio sà spacciare,
<lb/>	Per vitella di latte, anco del bue,
<pb n= "152"/>
<lb/>SCENA QUARTA
<lb/>Bertuccia. Marmotta.
<lb/>Bert.	PRincipessa, e che fia?
<lb/>	Sù, Sù non più sospiri?
<lb/>	Raffrenate gli affanni?
<lb/>	Voi pur solei tal volta
<lb/>	Con il canto passar la fantasia.
<lb/>	Via, via cantate un poco.
<lb/>	Rattempra il canto l’amoroso foco.
<lb/>Mar.	Ah quanto il ver m’aditi,
<lb/>	Mentr’a cantar m’inuiti
<lb/>	Suol tal’hor sù’l Meandro Augel canoro
<lb/>	Già vicino al morire
<lb/>	Cantando palesare il suo martoro.
<lb/>	Dunque cantar debb’io,
<lb/>	E con voci dolenti
<lb/>	Accompagnar co’l canto il morir mio.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">Quì comincia il recita tiuo cantato in musica..</note>
<lb/>	Ahi lassa, e pur partire
<lb/>	Duorò senza morire!
<lb/>	Pur lasciar deuo, Amore, 
<pb n= "153"/>
<lb/>	La mia sede; il mio soglio,
<lb/>	La mia vita, il mio bene anima, e core;
<lb/>	Ah proterva Fortuna, ahi Fato indegno.
<lb/>       A che farmi di Meo Real consorte?
<lb/>	A che portarmi sù codeste arene?
<lb/>	Se pure al fin doueuo
<lb/>	Delusa ritornar nel Patrio Regno?
<lb/>	Misera, e dove il piede
<lb/>	Volgerò forsennata?
<lb/>	Dove, dove smarrita
<lb/>	N’andrò di Fessa disprezzata Erede!
<lb/>	Ah Prence, ah crudo, e pure,
<lb/>	Pure potrai soffrire,
<lb/>	Di vedermi partire?
<lb/>	Pur da te lunge, oh Cielo,
<lb/>	Ne debbo andar schernita?
<lb/>	Ohime, ch’io cado, io moro, ardo, e m’aggelo!
<lb/>	Portentosa beltade, infausti vanti,
<lb/>	Se solo al fine io sono
<lb/>	Esca infelice di sospiri, e pianti?
<lb/>	Oh Padre, e con qual ciglio
<lb/>	Mi raccorrai nel seno?
<lb/>	Con quai braccia dolente
<pb n= "154"/>
<lb/>	Accorrai la pua Prole?
<lb/>	Se tra l’ombre son’io
<lb/>	Ombra, ch’a forza fuggo il mio bel Sole?
<lb/>	O stanza, oue il mio nido
<lb/>	Già sì lieto godei,
<lb/>	Fortunato ricetto, albergo caro,
<lb/>	Hor per me fatto amaro.
<lb/>	Prence, Prence, e pur fia,
<lb/>	Ch’altra più fortunata.
<lb/>	Nel tuo bel seno ad onta mia superba
<lb/>	Riposerassi altera?
<lb/>	Altra fra dolci scherzi
<lb/>	Lieta godrà de la miseria mia?
<lb/>	Ed io fra tante pene
<lb/>	Lunge da’tuoi bei lumi
<lb/>	N’andrò misera Amante,
<lb/>	Nè permetter mi vuoi, perfido, e rio,
<lb/>	Che nel partire almeno,
<lb/>	Possa dirti, spietato, io parto a Dio.
<lb/><note type = "gloss" place = "margin">quì finisce il recitativo in Musica..</note>
<lb/>	Ma che vaneggio? ahi, che le Donna suole
<lb/>	Sempre appigliar si al peggio:
<lb/>	Io più quì non ne voglio? in Fessa in Fessa
<lb/>	E stia in Marocco, chi ci vuole stare.
<pb n= "155"/>
<lb/>	Più tosto iui Zagnotta,
<lb/>	Che con Meo Principessa!
<lb/>Bert.	Deh per gratia non più? voi v’affligete,
<lb/>	Che parete una cagna arsa di sete.
<lb/>SCENA. QUINTA.
<lb/>Marmotta. Bertuccia. Masino. Tordo.
<lb/>Mar.	ECco a punto quì Tordo con Masino.
<lb/>	Che v’è di novo Tordo?
<lb/>	Trovaste Baldassarre? e vuole andare?
<lb/>Tor.	Eccellentissima sì; egli ci disse,
<lb/>	Che quanto tu comandi, egli vuol fare.
<lb/>Mas.	Certo, che Baldassaree
<lb/>	Sì mostrò così pronto ed ubbidiente;
<lb/>	Che s’io l’hauea per nulla, hor l’hò per niente.
<lb/>Tor.	Quando intese, che voi
<lb/>	Voleui Ambasciador mandarlo in Fessa,
<lb/>	Disse son’huomo de la Principessa.
<lb/>	Farò prima i mie fatti, e poi gli suoi.
<lb/>	Andate; e dite, ch’io
<lb/>	Anderò in Fessa Capitan de l’armi,
<pb n= "156"/>
<lb/>	E se non basta al Padre, il farò al zio.
<lb/>	In fine gli è un Fantoccio
<lb/>	Da tenere più conto ne la Corte;
<lb/>	E’ sà torre la vita à chi vuol’ morte.
<lb/>Mar.	E’ pratico di Fessa, che vi disse?
<lb/>	Ch’ei farebbe il servizio, come và,
<lb/>	Saprà far l’ambasciata?
<lb/>Mas.	Sì sì; credete certo Principessa,
<lb/>	Ch’egli sia vero ambasciador di Fessa:
<lb/>Mar.	Horsù, che si spediscano le lettre,
<lb/>	Masino; ben formate
<lb/>	Lettre di condoglienze al Padre mio.
<lb/>	Scrivete, ch’in Marocco
<lb/>	La sua unica Figlia
<lb/>	Emula senza striglia,
<lb/>	Che di Fessa l’Erede
<lb/>	E’ fatta una pianella senza piede;
<lb/>	E che l’investitura
<lb/>	Non le tocca più giù de la cintura.
<lb/>	Ch’Ancroia è de le carte il sette, e l’asso,
<lb/>	Io con cinquantacinque faccio passo.
<lb/>	Mi dice il cor, che per hauer’ io sia
<lb/>	Da Baldassarre ogni allegrezza mia!
<pb n= "157"/>
<lb/>Tor.	Veramente gli è forte,
<lb/>	Ch’ogni hora cambiar Meo vogli Consorte?
<lb/>Mar	Gli è forte, e non si può più sopportare,
<lb/>	Ch’egli de l’altrui case sia pontello,
<lb/>	Mentre la sua stà quasi per cascare.
<lb/>Tor.	Signora, io vi consiglio,
<lb/>	Che voi più tosto Meo facciate bue,
<lb/>	Ch’egli Marmotta debba far coniglio,
<lb/>Mas.	Ed io vi dico, che s’egli vi cozza,
<lb/>	Voi la cozziate seco, e se giumenta
<lb/>	Di lui fià forste, hor d’altri siate rozza.
<lb/>Mar.	Di ritornare in Fessa à la mia meta,
<lb/>	E abbandonar marito così fatto,
<lb/>	Che sol la Patria mia mi può far lieta.
<lb/>Tor.	Oh così vadan tutti; e chi non vuole 
<lb/>	L’eclisse de la Luna in casa sua,
<lb/>	Rimiri i rai d’un eclissato Sole
<lb/>Ber.	Facciam, che con il Sol perda la Luna:
<lb/>	Cambiar’ Cielo tal’ hor porta fortuna.
<lb/>Mar.	Farò quel, che la Sorte
<lb/>	Vorrà di me; tu intanto
<lb/>	Bertuccia, vanne à trovar Baldassare,
<lb/>	E dì, che venga, che li vuò parlare
<pb n= "158"/>
<lb/>	Di cosa, che mi preme, ed egli hà a fare.
<lb/>Ber.	Io me ne vado; hor’ hora
<lb/>	Quì Baldassar conduco a la mal’hora.
<lb/>Mar.	Meo, Meo ben fia, che tosto
<lb/>	Marmotta di te faccia aspra vendetta.
<lb/>	Ben di mio Padre la debil potenza
<lb/>	Farà quel, che non mai potei far’io.
<lb/>	Bestia senza ragione,
<lb/>	Animal senza senno,
<lb/>	Prence ignorante, senza discrezione;
<lb/>	Così così doueui
<lb/>	Condur me, che ti fui
<lb/>	Disturbo ne’ contenti,
<lb/>	Diguno nel mangiare,
<lb/>	Arsione nella sete,
<lb/>	Esca ne l’appetenza,
<lb/>	Cibo fuori di pasto,
<lb/>	Male ne la salute,
<lb/>	Dispetto ne’ piaceri,
<lb/>	Salsa senza appetito,
<lb/>	Moglie senza marito?
<lb/>	Così, così, Marmotta
<lb/>	Dee veder crudo Meo?
<pb n= "159"/>
<lb/>	Ma vè, questo è d’Ancroia il cibo amato
<lb/>	Ecco Grasso, che viene
<lb/>	Con la vivanda cotta; e Michelino
<lb/>	Guardiano è fatto de’ miei mal bocconi.
<lb/>SCENA SESTA.
<lb/>Michelino, Grasso, e li medesimi.
<lb/>Mic	OH Grasse, buone odore di cucine?
<lb/>	O che robbe ben fatte
<lb/>	Mi và in giù per le gole quelle gatte.
<lb/>Gras.	E a questa Cutta sdrucciola l’unto
<lb/>	Più, che non fà il sedere a’ pescatori.
<lb/>Mic.	Oh ecco Prencipesse?
<lb/>	Oh Grasse, Grasse, che le dirai tù?
<lb/>Gras.	Corpo non sò che dirle?
<lb/>	Ella vorrà sapere
<lb/>	Chi del mio cucinato haurà a godere.
<lb/>Mic.	Sempre il mal sciorne à la vostre escellenze.
<lb/>	Portate pesce crude, e carne cotte
<lb/>	Il Prenscie a la sua belle Ancroie,
<lb/>Gras.	Che diavolo dirai razza di Boia?
<pb n= "160"/>
<lb/>Mar.	Chi? Che? Che Ancroia? che?
<lb/>Mic.	Quelle Ancroie bellissime,
<lb/>	Di Baldassarre scrofole
<lb/>	Fà con il Prenscie à rozzole.
<lb/>	Filippette dulcissime
<lb/>	Con gatte, Scimie, e Topole
<lb/>	Pasturar vuole il ventrule,
<lb/>	Ventraglie ne le pentole.
<lb/>Gras.	Che ti venga il morbo Ranocchione,
<lb/>	E forse, che non parlar per isdrucciolo?
<lb/>Mar.	Che diavolo di tù? parla, ch’intenda?
<lb/>	Che cosa porti quì con Grasso à Meo?
<lb/>Mic.	Ciuette, gatte, cornacchione, e cutte,
<lb/>	Tope fritte in guazzette, e grille arroste,
<lb/>	Con une brave zuppe a la Fransciese
<lb/>	Tarantan trà, trà.
<lb/>Mar.	Bestia rispondi à tono?
<lb/>	Che cosa à quel, che porti? è crudo, o cotto?
<lb/>Mic.	Crude, cotte, e non è cuscinate;
<lb/>	Grasse coche l’hà fatte sciagurate.
<lb/>Gras.	Il malan, che ti pigli, Bestiaccione;
<lb/>Mar.	Mostra quà, mostra quà? che non sò io,
<lb/>	Ch’è roba cucinata per Ancroia!
<pb n= "161"/>
<lb/>Gras.	Piano, piano, signora, ella non è,
<lb/>	Egli è un certo liquore,
<lb/>	Che voglion coltivare;
<lb/>	E pria del fiore il frutto saporare.
<lb/>Mar.	Tu non mi vuoi dir nulla? Michelino,
<lb/>	Mostra quà? che cosa è dentro quel piatto?
<lb/>Mic.	Queste è un fiasche di greche di cantine,
<lb/>Mar.	Oh tò và, e porta la vivandamò?
<lb/>	E tu Grassaccio coco del mal tempo,
<lb/>	Cucina per Ancroia, e pe’l tuo Meo
<lb/>	Quel, ch’in terra cadéo?
<lb/>	La robba, che quì ascosa si tenea,
<lb/>	E’ per me diventata fracassea.
<lb/>Mic.	Adasete adascie, briccono.
<lb/>	Sò, ch’il Prenscie, ed Ancroie pranserà.
<lb/>	Tarantan, tarantan, tarantan tà tà tà.
<lb/>Mar.	Oh vè, se gli l’hò fatta?
<lb/>	Portate da mangiare nel giardino
<lb/>	Razza di Porta polli?
<lb/>	A le forche con Grasso Michelino.
<pb n= "162"/>
<lb/>SCENA SETTIMA
<lb/>Meo. Tedesch. Mantuano. e li Medisimi.
<lb/>Ted.	CHe rumore è cotesto? oh quanta roba?
<lb/>	Era pur meglio in vece di gettarla
<lb/>	Darla al mio cannarone a trangugiarla.
<lb/>Mic.	A soscellenze, a soscellenze; adesse
<lb/>	Vuoglie dirle ogni cose.
<lb/>	Scellentissime,
<lb/>	Tutte Gatte, tope, e le scivette,
<lb/>	Le Cornacchie, le cutte tutte in terre.
<lb/>	Il buon fiasche di Greche Micheline
<lb/>	Hà saluate ne le sue maghezzine.
<lb/>Meo.	Chi, Chi gettò per terra
<lb/>	Quel, ch’io volea mangiar? che lo risappia;
<lb/>	E poi, se la vendetta
<lb/>	Non fó del Prence Meo,
<lb/>	Mi sì strappi la stringa a la branchetta.
<lb/>Mar.	Io, Io, Io, son quella,
<lb/>	C’hò rouesciato al piano
<lb/>	Quel, che doueua empirti le budella.
<pb n= "163"/>
<lb/>	Hor, c’hai mangiato lauati la mano.
<lb/>Meo.	Dunque cotanto ardire hauete havuto
<lb/>	Di mal trattar la roba, e chi mi serve?
<lb/>Mar.	Mi duole, ch’io non gl’hó rotto il mostaccio;
<lb/>	Ma quel, che non hó fatto, adesso il faccio.
<lb/>Mic.	Adascie, adascie queste son picchiate.
<lb/>Meo.	O bestia da bastone,
<lb/>	Tó, piglia stò sgrugnone.
<lb/>Mar.	E tù pigliati questa,
<lb/>	Vedi, s’anch’io nel dar la mano hò le sta?
<lb/>Ted.	Olà, o là signori
<lb/>	Fermateui, non fate;
<lb/>	Marmotta, ecco per te il Tedeschino,
<lb/>Mic.	E per Meo Michelino.
<lb/>Meo.	Che dici ombra di notte?
<lb/>	Ti piacciano le botte?
<lb/>Mar.	E tu ombra di giorno,
<lb/>	Ben và quel, che t’hò fatto
<lb/>	In sú la fronte, rilevato corno?
<lb/>Ted.	Marmotta, io son quì teco;
<lb/>	Se ti dà più, l’havrà da finir meco.
<lb/>Mic.	O belle bricconascie, ignorantascie,
<lb/>	Fà, fà quel, che ti tocca forfantono,
<lb/>	L’arte tua é del buffono,
<pb n= "164"/>
<lb/>	E non di far lo brave, e’l bel mustascie.
<lb/>Man.	Oh vè se la và bene?
<lb/>	Un buffone vuol far d’innamorate?
<lb/>	Che ti venga Mostaccie d’appiccate.
<lb/>Mic.	Vedete belle in piasce, oh Tedeschine,
<lb/>	Io meglio faria te, te Micheline.
<lb/>Mar.	Bisogna, ch’imbriaca la fortuna
<lb/>	Fosse, quando ti diede a comandare;
<lb/>	Oh ve faccia di Prence? che ti venga
<lb/>	Nel meglio de l’urina la renella.
<lb/>	La lebra ne le scarpe,
<lb/>	La tosse ne le mani;
<lb/>	La podagra ne’ denti,
<lb/>	La rogna a la francese, e pelarella
<lb/>Meo.	E a te possa venire
<lb/>	Il sonno senza voglia di dormire.
<lb/>Ted.	Ed a me venga hor’hora
<lb/>	Marmotta mia signora.
<lb/>Mic.	E al mio buon Cacciator Micheline.
<lb/>	Venga piscione arroste, e del buon vine.
<lb/>Gras.	E a Grasso coco a modo
<lb/>	Venga da leccar piatti, e scolar brodo.
<lb/>Ted.	E il Tedeschino Amore
<pb n= "165"/>
<lb/>	Faccia del suo giardin’ l’innaffiatore.
<lb/>Mic.	E al Tedeschine fascie
<lb/>	Meo, che Michelin rompa la fascie.
<lb/>Mant.	E a Mantuan die segne,
<lb/>	Che le rompa la schiena con un legne.
<lb/>Gras.	E a Grasso dia licenza,
<lb/>	Ghe gli dia d’una trippa in sua presenza.
<lb/>Tor.	E a Tordo con Masino
<lb/>Mas.	Su l’asino scopare il Tedeschino.
<lb/>SCENA OTTAVA.
<lb/>Baldass. Croatto Filipetta et i medemi.
<lb/>Fil	PAdrona, eccoui quà
<lb/>	Condotto Baldassarre?
<lb/>Cro.	E’l serva sua Croatta,
<lb/>	Che sempre a bresso và
<lb/>	Com’ al larda solir’ andar la gatta.
<lb/>Mar.	Baldassar’, ben venuto; Io hò bisogno
<lb/>	Da te d’un gran piacere;
<lb/>	E con un certo affetto,
<lb/>	Che non sò da che nasce;
<lb/>	Di te mi fido assai: me lo vuoi fare?
<lb/>Bal.	De mui buona gana senora es mi servitio,
<pb n= "166"/>
<lb/>	Che los espagnolos
<lb/>	Tenemos mas opras, che palauras.
<lb/>	Mandamie in che soi buene,
<lb/>	Che sarà servida.
<lb/>Mar. 	Voglio mandarti in Fessa;
<lb/>	E già, ch’io sola sono
<lb/>	Erede de lo stato,
<lb/>	Io voglio nel mio regnó comandare.
<lb/>Bal.	In huera buena sennora;
<lb/>Mar.	Così questo ceruel da far lunari
<lb/>	Per piede servirà de l’arcolaio
<lb/>	Ad Ancroia, ch’è fatta il suo vivaio.
<lb/>	Hor senti Baldassarre,
<lb/>	Racconta al padre mio
<lb/>	Quel, che la Meo sopporto.
<lb/>	Digli, ch’il vedouile
<lb/>	Egli m’ha dato prima d’esser morto,
<lb/>	E digli ancora, che d’Ancroia affatto
<lb/>	E diventato matto.
<lb/>	In fin digli, ch’andare
<lb/>	Io voglio in Fessa, e più con Meo non stare.
<lb/>Bal	Biene: dieme la cifra,
<lb/>	Y con l’ordin, che mi dares,
<pb n= "167"/>
<lb/>	Seghiremo; che son plattico en la tierra.
<lb/>	Essendo nassido in eglia;
<lb/>	Y entiendo la lingua.
<lb/>	Che sagnale me derà, paraque sia
<lb/>	Conossido da eglio?
<lb/>Mar.	Solo per contrasegno,
<lb/>	Come s’usa fra noi, mentre vogliamo
<lb/>	Mandar certe ambasciate,
<lb/>	Digli, che ciò gli dice, chi nel braccio
<lb/>	Destro tien’ una perla, per segnale,
<lb/>	Che Natura l’impresse nel Natale.
<lb/>Bal.	Me scuse; creo, che vostra istiè me burle;
<lb/>	Y che la mas collera
<lb/>	Le haz salir de ghuditio.
<lb/>Mar.	Io non hebbi altro sengo con mio padre
<lb/>	Di quello, ch’io ti dico,
<lb/>Bal.	Ia non es menester, che mas me burle.
<lb/>	Che ià l’hò entendido.
<lb/>Cro.	Oh star bella? Marmotta
<lb/>	Giocar con Baldassarre a la bilotta.
<lb/>Mar.	Che forse non lo credi?
<lb/>	Ecco, ostinato, il segno?
<lb/>Bal.	Es possibles tal cosas?
<pb n= "168"/>
<lb/>	Y a chi stà el mio.
<lb/>Mar.	Ohime; che veggio? io sento
<lb/>	Scotermi tutta l’alma. O Cielo, è forse
<lb/>	Questo il fratello mio, che già perdei?
<lb/>	Hor’ in Fessa, oh che provo?
<lb/>	Perdo il Marito, ed il fratello trovo.
<lb/>Bald.	Oh mi Ermana ermosa;
<lb/>	Ermana de mi occhos,
<lb/>	Mi alma, mi corzaon, mi vida,
<lb/>	Dames sto brazzos.
<lb/>	Ia, ia me pares, ch’il Sole, y la Luna
<lb/>	Stien in coniunzion, mi alma,
<lb/>	Donde potrà dar lus a nostras tierras,
<lb/>	Y gustos a nostros padres.
<lb/>Mar.	Sempre con Baldassarre
<lb/>	Hò hauuto simpatia.
<lb/>	Oh come i miei tormenti
<lb/>	Hora cangio in contenti?
<lb/>	Oh fratello bramato, ecco ch’è giunto
<lb/>	L’hora, ch’insiem faremo del pan’unto.
<lb/>Meo.	Oh quel, ch’io vedo, e sento?
<lb/>	Oh quel, ch’appresso miro?
<lb/>	Di star meco del pari,
<pb n= "169"/>
<lb/>	O Baldassar, vi sia
<lb/>	Autorità concessa;
<lb/>	Prencipe io di Marocco, e voi di Fessa.
<lb/>	Signor Cognato caro,
<lb/>	Del Principato mio vero contento,
<lb/>	Io hò tant’ allegrezza,
<lb/>	Che non hebbi già mai meggior tormento.
<lb/>	E fra tanti disturbi
<lb/>	A nova così cara
<lb/>	Mi congratol’ con voi, o Principessa,
<lb/>	Prole accoppiata del Regno di Fessa.
<lb/>	Spesso vien, che si veda,
<lb/>	Ch’il male nasce, perche il ben succedsa.
<lb/>Bald.	Y, iò m’aliegro mas de vos Cognado,
<lb/>	Mi parentes constumbrados,
<lb/>	Puor puoder meghiorar lo estado vuostro;
<lb/>	Che vuestro beneficios mereces muccio.
<lb/>	Y io desio pagarlos;
<lb/>	Voiste puede mandar de quel Reinos
<lb/>	Puor secundas personas.
<lb/>	Sarà vuestro servitio conossido;
<lb/>	Y como buen Cognado
<lb/>	Mi obligacion pagada.
<pb n= "170"/>
<lb/>Cro.	Oh Paesa più grada de pan unta,
<lb/>	Oua comu star funga,
<lb/>	Solir nascer’ i Brincipo in un punta.
<lb/>Mar,	Prencipe in giorno di sì gran contento
<lb/>	Vorrei mi compiacessi d’un piacere:
<lb/>Bal	L’aghas lo, ch’ella chiere.
<lb/>Meo.	Comanda pur, Marmotta,
<lb/>	Ch’io farò quanto vuoi;
<lb/>	Nè più fian differenze quì fra noi?
<lb/>Bal.	Garbato Cavagliero puor mi vida.
<lb/>Mar.	Voglio, che Filippetta
<lb/>	Facci bandir dal regno di Marocco,
<lb/>	Per ricompensa di quel, che mi fece,
<lb/>	Quando, ch’Ancroia a te diede in mia vece.
<lb/>Meo.	Hora, che Baldassarre
<lb/>	Si scopre herede del Regno di Fessa,
<lb/>	E sì grand’huomo; è fatto mio Cognato.
<lb/>	Si faccia quanto vuoi; fate bandire
<lb/>	Filippetta dal nostro circuito,
<lb/>	Ed habbia questo per suo ben servito.
<lb/>	Ed io per tanta gioia
<lb/>	E l’hosterie rinuntio, ed i buffoni,
<lb/>	E con Marmotta mia
<lb/>	Ch’è capo di Marmotte,
<pb n= "171"/>
<lb/>	Io fedelmente voglio
<lb/>	Passar’ il giorno, e consumar la notte.
<lb/>SCENA NONA
<lb/>Catorchia, e li medesimi:
<lb/>Cat.	OH vè quà quanta gente radunata
<lb/>	Bertuccia, ci è di novo qualche cosa?
<lb/>Bert.	Pur troppo ci è di novo: si è scoperto
<lb/>	Baldassarre fratello di Marmotta.
<lb/>Cat.	Don Baldassarre, mi rallegro assai;
<lb/>	Dopo i stenti tal’hor vengono i guai.
<lb/>Bal.	E Io di vosta iftè senor Catorchio.
<lb/>Mar.	Prencipe, se ti piace,
<lb/>	Vuò mandar per’Ancroia, e’n una gabbia
<lb/>	La vuò metter per cutta a cinguettare;
<lb/>	E poi porre in un’altra
<lb/>	Il Tedeschino per un Pappagallo.
<lb/>	E con occasione de la nuova
<lb/>	Di Baldassarre in Fessa
<lb/>	Mandarle tutte duoi al Padre mio.
<lb/>Bal.	Oh bueno, oh bueno, oh bueno
<lb/>	Che si mandeno in Fessa a nostros Padres.
<lb/>Meo.	In dì sì lieto gratia non si nieghi.
<pb n= "172"/>
<lb/>	Lo scoprimento, c’hora
<lb/>	Di Baldassar s’ è fatto,
<lb/>	Promettere mi puote
<lb/>	Del Prencipe di Spagna anco l’amore.
<lb/>	Sì che per lui già veggio
<lb/>	Le Provincie del Mondo esser’unite;
<lb/>	E contra ogni ribello
<lb/>	Fessa, Spagna, e Marocco
<lb/>	Esser l’arco, esser l’afta, esser lo stocco.
<lb/>Mar.	A Bertuccia si dia in ricompensa
<lb/>	Del piacer, che mi fè con Baldassarre.
<lb/>	Sposo Catorchia con vostra licenza.
<lb/>Meo. 	Se gli dia: mi rallegro con Bertuccia.
<lb/>Bert.	Vi ringratio signore: oh Catorchino,
<lb/>	S’eri un Marte, ti vuò fare un Martino.
<lb/>Cat.	Io ringratio la vostra signoria:
<lb/>	Catorchia sposo? oh Bertuccia mia?
<lb/>Bal.	Y io al mi Croatto agho
<lb/>	Magherdomo de todas la mis casas.
<lb/>Cro.	Lec, salem ber ti, e ber mi Badrona;
<lb/>	Mi Magerdoma?
<lb/>	Hor sì, che volir fare il Gentil’homa.
<lb/>Meo. 	Che si portin le gabbie.
<pb n= "173"/>
<lb/>Anc	Che diavolo sarà? Io che la gabbia
<lb/>	Fui di tanti uccelli, hor’ ingabbiata
<lb/>	Sarò da Meo. oh vè beneficiata?
<lb/>Meo;	Che’l Tedeschin s’arresti, e non si parta.
<lb/>Ted.	Che sarà di novo anco per me?
<lb/>Meo.	Il Tedeschin, per troppo cicalare,
<lb/>	Sia messo in una gabbia a suolazzare.
<lb/>Mar	E ne l’altra si metta, o là, l’Ancroia,
<lb/>	E sia una Cutta, se già fù na Troia.
<lb/>Anc.	Temeuo il boccalone,
<lb/>	E m’han dato una gabbia.
<lb/>Ted.	Et io temea una fune,
<lb/>	E m’han dato per gratia una prigione.
<lb/>Meo.	A tutto il resto de la nostra Corte
<lb/>	Cresco la provisione; ed un banchetto
<lb/>	Per segno d’allegrezza a la reale
<lb/>	Le vuò dar domantina a un hospedale.
<lb/>	Tra tanto a questi belli animaletti
<lb/>	Se li balli d’avanti una Ciaccona;
<lb/>	E poi si manderanno al Rè di Fessa,
<lb/>	Per spassatempo de la sua persona.
<lb/>	E in questa festa mia
<lb/>	Marocco, e Fessa riunita sia.
<lb/>IL FINE.
<pb n= "174"/>
<lb/>Ganzonetta da cantarsi, e ballarsi in Ciac
<lb/>cona intorno l’ingabbiati personaggi
<lb/>in scorno della Cutta, e Pappa-
<lb/>gallo nella fine del Terzo, 
<lb/>&amp; ultimo Atto.
<lb/>       SCenda quà, posi quì
<lb/>	Strepitando il Cornacchione,
<lb/>	Ed al suon del Nottolone.
<lb/>	Ecco faccia il chi chiri chì.
<lb/>	Ogni razza buscaina
<lb/>	D’animali pennacchiuti
<lb/>	De gli Uccelli la Regina,
<lb/>	Delle bestie il Rè saluti.
<lb/>	O’ che scherzo, ò che gioia.
<lb/>	In gabbia è’l Tedeschin porta brachiero,
<lb/>	E gioca a la balorda con l’Ancroia.
<lb/>	Questa a bianco, ed a nero;
<lb/>	E quegli veste a verde, a rosso, e giallo;
<lb/>	E l’una è Cutta, e l’altro è Pappagallo.
<pb n= "175"/>
<lb/>       Che fai tù? che di tù,
<lb/>	O statista Tedeschino,
<lb/>	Tu non vali un raperino,
<lb/>	E sei peggio d’un cù cù.
<lb/>	O ritratto de’ Bagei
<lb/>	Così mutulo che fai?
<lb/>	Canta mò, ch’in gabbia sei,
<lb/>	La canzona del cucai.
<lb/>		O che scherzo, o che gioia.
<lb/>          E tu homai lungi và,
<lb/>	Da stiuali robba frusta:
<lb/>	Più di te l’Affrica adusta
<lb/>	Brutta Scimianon haurà.
<lb/>	Ed a te questo canzone
<lb/>	Cantar s’oda ò vecchia Ancroia;
<lb/>	Il disciogliersi in carbone,
<lb/>	E’ fin degno d’una Troia.
<lb/>		Oh che scherzo, o che gioia.
<lb/>	Così suole avvenir
<lb/>	A chi senno in se non habbia,
<lb/>	In catena, o voi in gabbia.
<pb n= "176"/>
<lb/>	Di sua vita i dì finir.
<lb/>	Per pastura, per beuanda
<lb/>	A tai Mostri, ed a tai belue
<lb/>	Serva l’esca de la ghianda,
<lb/>	Si dia il suco de le selue.
<lb/>		O che scherzo, o che gioia
<lb/>       In gabbia è’l Tedeschin porta brachiero,
<lb/>	E gioca, a la balorda con l’Ancroia;
<lb/>	Questi a bianco, ed a nero,
<lb/>	E quegli veste a verde, a rosso, a giallo.
<lb/>	E l’una è Cutta, e l’altro è Pappagallo.
<lb/>Questa sottoscritta canzonetta si canterà nella fine del primo Atto.
<lb/>	Le Coppe in bastoni
<lb/>	Cangiato hà Cupido.
<lb/>	Fuggite Buffoni,
<lb/>	Fuggite l’infido.
<lb/>	Hà tolto il pennuto
<lb/>	A vostri ardor vani
<lb/>	In vece de l’arco la sferza de’Cani.
<pb n= "177"/>
<lb/>La quì sotto Canzonetta da Cantarsi nel fine del secondo atto.
<lb/>	PIangete, o folli Amanti
<lb/>	La forsennata spene,
<lb/>	Ch’Amore è Dio di pene:
<lb/>	E son’esca le gioie a duoli, e pianti.
<lb/>	Nostra fede,
<lb/>	Per mercede
<lb/>	Hà tocco altro, che bolzoni;
<lb/>	Hai, ch’ei l’arco vi mostra, e dà bastoni.
<lb/>         Fuggite, o stolti homai
<lb/>	D’un’orbo, che v’offende,
<lb/>	E sol busse vi rende,
<lb/>	Il mentito gioir gli acerbi guai.
<lb/>	Vi darà,
<lb/>	Picchierà;
<lb/>	Nè saranno più sferzate;
<lb/>	Ma colpi di bastone, e piattonate:
</body>
</text>
</TEI>
Margherita Costa's Li Buffoni (1641): A Basic TEI Edition Galileo’s Library Digitization Project Galileo’s Library Digitization Project Ingrid Horton OCR cleaning Crystal Hall XML creation the TEI Archiving, Publishing, and Access Service (TAPAS)
360 Huntington Avenue Northeastern University Boston, MA 02115
Creative Commons BY-NC-SA
Based on the copy digitized by Google Books in partnership with the Bibliothèque jésuite des Fontaines. Li Buffoni. Comedia ridicola di Maria Margherita Costa romana. A Berardino Ricci Cavaliero del Piacere Detto il Tedeschino. In Fiorenza Nella Stamp. nuova d'Amadore Massi e Lor. Landi. 1641. Con licenza de' Superiori. Costa, Margherita Florence Massi, Amador; Landi, Lorenzo 1641.

This TEI edition is part of a project to create accurate, machine-readable versions of books known to have been in the library of Galileo Galilei (1563-1642).

This work was chosen to maintain a balance in the corpus of works by Galileo, his opponents, and authors not usually studied in the history of science.

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The letters u and v, often interchangeable in early Italian books, are reproduced as found or as interpreted by the OCR algorithm. Punctuation has been maintained. The goal is an unedited late Renaissance text for study.

Hyphenation has been maintained unless it pertains to a line break (see "segmentation").

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LI BVFFONI COMEDIA RIDICOLA DI MARGHERITA COSTA Romana. A BERARDINO RICCI CAVALIERO DEL PIACERE Detto il Tedeschino. In Fiorenza Nella Stamp. nuova d'Amador Massi, e Lor. Landi.1641 Con licenza de' Superiori. Al Tedeschino Cavalier del piacere.

Il solito è sempre quello, i'insolito e più nuovo; oltre che il far le cose a proposito vien da tutti lodato. Il dedicare questa mia Comedia de' Buffoni ad altri, ch'al Tedeschino, mi sarebbe posto a gran trascuragine; poiche, se in essa non hebbi altra mira, che d'inventar scioccherie, rappresentar balordagini, ed imitar stoldidezze, a qual più di voi, vestito del mio pensiero poss'io appoggiarla? voi schiuma de'Buffoni, Padre delle scioccherie ed in fine politico inventore d'ogni balordagine; essendo dunque sicura, che sotto l'ali d’un buffone vostro pari la mia Buffoneria politicamente si manterrà viva, vengo sì a dedicarvi quella, come con novo assalto a ricomporre la vostra ira.

Lo sdegnarsi a ragione è d'anima elevato; ma per l'opposito, quelli spiriti, chesenza offesa per un mero capriccio, o per dir meglio, pazzia, tolgano ad altri quel termini di riverenza, che anche fra nemicisi deuono, hanno più dello spiritato, che dello spiritoso: con tutto ciò per farvi conoscere, che altrettanta è la mia cortesia, quanto la vostra sordidezza, senza riguardo del poco frutto, ch'io cavai dalla ventaglia de' Buffoni a vostro honoredata in luce; in questa mia burlesca compositione, per scopo principale hò preso il vantar le vostre glorie, e postovi per uno de'Principali Soggetti di essa, mi sono dilatata, in rappresentar vivamente le vostre virtù, in dinotar quegli honori, che forsi; in palese altrove riceuesti, e con viva copia dimostrare in voi que' talenti, che in un Cavalier del piacere della vostra tacca si richiedono. Gradite dunque il mio affetto; ese per la mia penna si esaltano i vostri meriti, confessandovi di quella obligato, datemi campo, che con essa possa perseverare a lodarui, con che assicurandovi, che la mia Musa sempre via più m'infonderà materia, con che per le rime risponda alle vostre cortesie, vi augurio ogni staggione in Carnovale. Firenze li 10. di Gennaro 1641.

Margherita Costa. A' Lettori:

Lettore, se in questa mia Comedia de' Buffoni troverai con la varietà de' linguaggi l'inconformità dello stile, non me ne dare accusa, poiché solo il mio pensiero è stato d'imitare i Personaggi, che rappresenta, i quali per esser de Pazzi, Buffoni, e Nani, come quì sotto vedrai, non d'altro habito potevo vestirli, volendo rappresentarli del naturale, il Cielo ti salvi.

Meo è nato scimonito. Masino è un storto di tutta la vita, e del viso. Michelino e un passo Tedesco italianato. Mantuano Tedesco italianato. Baldassarre Spagnuolo italianato. Pedina è un Nano. Gobbo è un scherzo di natura, che al Nano somi- glia, ma gobbo. Grasso cuoco è una persona grossa, e sciocca- Croatto Turco italianato. Catorchia Nano. Scatapocchio Nanetto piccolissimo. Gobbo del Violino è un Gobbo. Personaggi che parlano. La Comedia antica: Buffoneria Meo Principe di Marocco innamorato d'Ancroia Meretrice, Marmotta Principessa di Fessa Moglie del Principe Meo. Bertuccia Damigella di Marmotta Principessa. Masino Segretario di stato del Principe Meo. Tordo Consigliero di stato del Principe Meo. Michelino scalco del Principe Meo. Mantuano servidore di Michelino. Pedina Capitan della Guardia del Principe Meo. Gobo Capocaccia del Principe Meo. . Ancroia Meretrice Dama di Baldassarre Buffone. Filippetta ferua di Ancroia. Tedeschino Buffone innamorato della Principessa Marmotta. Graso Cuoco servidore del Tedeschino. Baldassarre Buffone Amante d'Ancroia; Croatto servidore di Baldassarre. Catorchia innamorato di Filippetta serua d’Ancroia. Scatapocchio Bravo di Catorchia. Gobbo del Violino. Choro di Cacciatori. La Scena si rappresenta in Marocco. Argomento.

MEO Principe di Marocco tutto rivolto all’hosterie, agli Amori, ed alli Buffoni dà cagione a Marmotta Principessa sua Moglie di voler partirsi dal Regno, ed andare a’ soui stati paterni di Fessa, e starvi co’l Padre, che non havendo più successione di Maschi, Lei resta sua erede; e dopo varij avvenimenti, che la disturbano, e la trattengono, determina mandar Baldassarre (tra Buffoni assai virtuoso) al Padre in Fessa; e nel dargli i contrasegni di se, lo trova essere suo fratello, ed Erede successore del Principato di Fessa, Meo in tanta allegrezza del Cognato Principe si distoglie dall'hosterie, lascia gli Amori, puniscei Buffoni, e torna in pace con la Moglie.

Canzonetta da cantar si a tre voci al principio della Comedia inanzi il Prologo. Che rumori, Stridori? Che fracassi, che grida Andate facendo, Ridendo? Deh non più tante strida? Son tutte baiate, Son tutte risate A vio Signori, Se prima di fuori Ciascun non vedete. Ah hora, hora ridete. Ah hora tutti ridete. PROLOGO La Comedia antica, e la Buffoneria. OH; voi mi rimirate? Io son pur dessa. Non m’hà l’ Antichità cangiato aspetto, E meco c’ è la rigidezza istessa. Ciascuno se l’aspetti; mal v’accolse Questo Teatro; al cinto mio sospesa, Sol, per farvi la barba a vostro costo, Hò la cesoia, ed il rasoio hò posto. Dormir nel letto altrui con l’altrui Donna? Oh buono: e poi voler dare ad intendere, Ch’ei ‘l fà, per rispiarmare i suoi lenzoli. Gnaffe: egli vuole, che co’l conio suo Sol la moneta, ch’ è d’altrui, si stampi; E gode arare in licenzioso modo Non già co’ Boi, ma con la fronte i campi. Ed altri di bocali è sanguisuca. Ed a cannella suona il suo stromento. Vede i colori hor verdi: hor rossi hor gialli; Ed instabil di testa, e mal’ in piedi Fà di canarij, e di spezzate i balli. E v’ hà, chi tutto dì sopra i buffetti Altro non fà co’ dadi, e con le carte, Che dico paro, e tengo; e l’infelice I bastoni tal’ hor prende per coppe. Ma più da vero, che per gioco al fine Perdi i danari, e si riduce in toppe. V’è, chi la Gatta di Masino finge, E scaltro Ippocriton per humiltade Tutto riconcentrato in se si stringe; Hà torto il collo, ed abbassato il ciglo, Ma poi, per arrivare un pouer’ homo, Di Ceruo hà’l piede, ed hà d’Arpia l’artiglio. Ed altri fà il Narciso, e’l Ganimede, E mille volti il dì more, e rinasce; Sempre il suo amore in dubbio stato inforsa; Di sonno è carco, e di ceruel leggiero Ma più, che di Ceruel, lieue è di borsa. L’Avaro poi, perche rispiarmi forse Il funerale suo, con smorto volto Pone tutti i pensier dentro una cassa; E con l’oro vi giace anch’ei sepolto. Il soldato pe’l gioco, che l’abbatte, Pugna più, che per l’arme del nemico; Spresato s’attraversa per le strade; A prede avvezzo và tra rischi a porse, E piú, che le Cittta, piglia le borse. E’l Cortegian, ch’a guisa di Lumaca Tutta la guardarobba indosso porta, Co’ denti asciutti in camera se n’ torna; Nè, per spender’, havendo entro lo scrigno L’auanzo del salario, o ver del suo, Si pasce ch’il Padron l’hà fatto un ghigno. Buff. O’ Veccia sgangherata, e fatta a volta; E ben come sei giunta in queste parti, E sì ben cinguettar libera agogni Usa a viver ne’ secoli vetusti, Quando il Mondo mangiaua agli, e scalogni? Com Oh vil Buffoneria, scherno de’ saggi, Che, per mangiare, eserciti la lingua, E bugie vendi, per comprar vivande. Buff Tanto il boccone mio val più del tuo, Quanto, ch’è’l mio di gemme, e’l tuo di ghiande. Com Tu con tanti stromenti saltellando D’Alocchi, e di Ciuette sei zimbello. Buff. E tu d’Apollo sei ne la cucina Co’l secco lauro un smunto fegatello. Com Oh quanto melio fora, che gli specchi, Che porti per altrui, per te portassi. Buff. Ed il bastone, onde la destra appoggi, La schiena a suon di colpi a te drizzasse. Com. Può la lattuca tua pascer’ un campo, Ma d’Asini, che ragghino nel Maggio. Buff. E, se non altro, il tuo rasoio almeno Può farti Donna segnalata al Mondo. Com. Oh come ageuolmente pigli vento. Buff. E tu com’ entri facilmente in barca. Com. Credimi, a te la gioventù non gioua. Buff Sappi, ch’ a te più la vecchiezza noce. Com. Tu come un’animal vivi a giornate. Buff. E tu la notte, come i Grandi, mangia, Razza apunto di Nottola, ch’avanzo Sei di quei Greci; e di quei tuoi Romani, Ch’ a la tua mala lingua il bando diero. Com. Sempre hà la Veritade i suoi nemici. Buff. E l’Insolenza il suo castigo aspetta. Altro è l’officio tuo, che di Pedante, Ch’è di natura sua bestia proterua; E tutto il mal, ch’in altri biasmar suole, Ei per fidecommisso in se conserva. Com. Il dir mal’; hoggi è l’arte del Boffone. Buff Ti duole, ch’io ti tolga la tua parte; Almen facciamo a mezzo; e amica godi; Che sia mio l’esercitio, e tua sia l’arte. Com. Tu forse scherzi, perc’hai pieno il ventre. Buff E tu fà, come la cicala suole, Che pria, che non si pasca, ella non canta; E poich’ella è pasciuta in sù’l meriggio Sì tal’ hor canta, che ci lascia il fiato. Và, và di quì lontana. A’nostri Eroi, Ed a’ Figli de l’Arno, o stolta Vecchia, Nocer non può il livor de’ detti tuoi. Com. Già sò, che ti risenti, perche scorgi, Che scacciarti di quì sola poss’io. Buff. Tu m’hai più cera co’l tuo brutto ceffo Di scacciar cani, che cacciar Buffoni: Nella felicità di questo Regno Maledicenza non hà loco alcuno. Torna ne la tua Grecia, e non più meco Vanta le tue bontà, quì non ad altro, Ch’a bersi in sù’l mattino è buono il Greco. Com Forza di vino rende il senso infermo. Buff, Chi de’ Prencipi Medici a la cura Dal Cielo è dato, non hà parte inferma. Onde tua lingua risanare il vaglia. Taci; che quiui la Comedia’ antica Non hà di farui tacca, o ripresaglia. Com. A sì gran Nome, e non à detti tuoi Ceder m’è forza; che la lingua mia Punger può, ma non nocere a gli Eroi. Se i Medici ancor’ essi da la Grecia Trasser l’antico sangue, Eroi sí degni Fia, che co’ Greci miei prezzi ancor’ io. Usa à maligni Cieli, hor da l’aspetto De le Medicee stelle, altroue io parto. E inchino lui, che da’ miei Greci sceso Degli Italici Regni è Gloria altera, Ed a gli Augusti unito a l’Arno impera. Buff. Così vada, chi sdegna i detti arguti Di più faceti, e più giocondi ingegni. Non più di grave suon voci mal grate, Se soglion nel terren ridere i fiori, Quì la Città di Flora ami risate, Non più severi, ed importuni detti; Suoni il Teatro Buffoneschi amori; S’Oda Comica scena ordir diletti. Roma, c’hebbe di senno i vanti primi, Odiaua i Gracchi, ed ascoltaua i Mimi. Ad una Cena è simil la Comedia, E sembra il palco suo tavola grande, Oue non altri alfin, che l’Allegria, Condisce saporose le vivande. Solo dunque di ciancie aspersa sia; Poich’i faceti sali, e i lieti detti Ciban l’ame, e nodriscono gli affetti: E se’l Buffone è’l sale de la cena, Senza Buffonerie sciocca è la Scena. ATTO PRIMO SCENA PRIMA Meo. Prencipe di Marocco. Marmotta Prencipessa sua Moglie. Meo. CHE, canchero, o Diavolo sarà? Tutto il giorno, co’barbotti; Ch’io non vada, ch’io non stia; Ch’io non faccia, ch’io non dica: (Quasi, che mi scappò) Che venir vi ti possa Il male del rovello, O’l bruscior de l’ortica. Io l’intendo a mio modo; Portar voglio i calzoni; Nè v’hauete a impacciare, Se mì piace la Zuppa, o li Buffoni. Mar. Ancora hai tanto ardir? non sò, se sai, Ch’io son di Fessa Erede, e che non venni In Marocco, per farti la fantesca? Meo. O’Fessa, o Sfessa, lo non sò, che ti vogli; Ch’Ercole non son’ io, Che vanti quì per te portar la gonna. Mar. Ancora questo, ancora? Io dico, che non voglio Più dur arla così? voglio esser Moglie. Meo. Così mon fussi tù; sia maledetto Chi mi fece dir sì per una volta. Mar. O Testa di zuccanccia senza seme, Cervellaccio di gatta, huomo da niente: Oh vè, s’io l’hò trovato il buon Marito? Tutto il giorno con gli Hosti a frugnolare Qualche vil Baronaccia, o fra Guidoni Fra mille scioccherie buffoneggiare. Maladetto di te l’orbo Cervello, Maladetto l’humor, la frenesia, Maladetto il tuo Prence, e Principato, E di Marocco la Geneologia. Meo. Tu sola maladetta, e tutta Fessa. Maladetto di te la tropparabbia; Maladetto chi fetti Principessa, E chi mi fece uccel de la tua gabbia. Mar. Oh balordo ceruel da far lunari. A fè, a fè, ch’io ti vuo far vedere Chi è Marmotta, e chi sono i Fessanti. Meo. E di gratia non fate. Oh vè, chi vuol bravare in casa d’altri: Hor sù; volete voi farla finita? Mar. Io mai non finirò fin, che non veda Finito te reo Prence, e mal marito. Meo. A fè, a fè Marmotta, Ch’io disciorrò li bracchi a tuo mal grado. Mar. O pazzo, scimottito? E quanto è, che gli bai scioltia tuo mal prò? Fà quello, che ti pare: Io voglio esser trattata da mia pari. Vuò, che mi sij Marito In altro, che buon dì; m’intendi tù? Meo. Io non t’intendo, che malanno vuoi? Mar. Voglio, che come il dì son Principessa; Anch’io mi sia la notte; m’hai tù inteso? Meo. E chi ti leva, che la notte ancora Non sij la Principessa di Marocco? Mar. Ah ah. o non intendi, o tu fai’l sordo. Dico, chio vuò la notte, Che Meo stia meco; e non vuò dormir sola? Meo. Oh questo non può stare. Io tutta notte Mi sogno stravaganze, e fernesie; Se tu mi fossi a canto, Forse potrei sognar, che una Bertuccia Mi morsicasse il naso, e sbalordito Darti un pugno su’l viso a questa foggia. Mar. Tira più là, bestiaccia? Eh ci vuol’ altro: Io non son pavrosa; Io vuò star teco. Meo. Marmotta, a fè, che te ne pentireste; Tal’ hor mi sogno di far’ al pallone, Potrei darti nel ventre, e disconciarti L’orginal di qualche scimonito. Mar. Ti volterò la schiena; e se mi dai, Risponderotti con un creppa pancia. Meo V’è peggio; hora, ch’è freddo, io piscio al letto Ogni notte, Marmotta, non ti burlo. Mar. Sò ben, che non mi burli, che la sera Prima, ch’io venni, me la caricasti. A questo ci è rimedio, l’orinale Terrò sempre allestito per tal conto. Meo. Pensa, se’l orinale Posso aspettare; Io dormo Quando rouescio l’acqua ne’ Lenzoli. Hor finalmente solo Io vuò dormir, che vuoi? Vuò far quel che mi par, vuó quel che piace. Mar. A fé, che non t’andrà sempre ben fatta. Veramente l’è cosa Da poterla soffrir’ (che sij appicato) Sentir si tutto il giorno Ch’un Prencipe par tuo Canta le mie bellezze a suon di corno. Meo. Che corni, o l corni? oh tu l’intendi male? Io non andai a Moglie; & a Marito Tu non venisti meco? Oh guarda ritrovata? Dunque s’a pranza io vado, Hò a domandar licenza A la vostra eccellenza. Mar. E pur lì: Tu ben sai Dove mi coce, ma tu fai lo sciocco Prencipe di Marocco. Io non presi Marito Per starmi con Bertuccia a sollazzare; Lo presi, come fanno l’altre Donne, Per ritrovarlo pronto a’ miei bisogni. Tutto il dì tra gli amor, e tra i Buffoni, E poi dir, che portar tu vuoi i calzoni. Meo Faccianmola finita: Vuò stare in libertade; Non hò bisogno di Pedante attorno. Oh vè, che bella tresca? Io vuò darmi bel tempo, o Prencipessa, Siamo in Marocco, e più non siamo in Fessa. Mar. O in Fessa, o non in Fessa. Io hò tolto Marito, per esser’ io la Moglie. E non perch’ ad ogni hora Vengan mille barone A far la Prencipessa. Meo. Oh la puzza: vuoi tu quietarti ancora? Una Donna tua pari Non s’hà da dar pensiero D’ogni cosa, che sente A te tocca a badare A le cose del Regno, E non saper, s’ io caccio, o voglio amare. Mar. Signorsi; a me tocca Di governar lo stato? Oh d’Amor scimonito? Oh sai, come m’abbotta? O Padre, o Fessa, o Povera Marmotta? Meo. Andate, se volete: Hò altro per il capo, Che le vostre parole? Oh Meo, quanto gli è duro Hauer tal Bestie intorno? La Donna? oh ch’io m’ affoghi, Se v’è’l peggio animale. Quand’ ella viene in casa, La par buona cosa; Ma quando hà fermo il piede, E’ peggio d’un Leone; Quanto v’è, quanto trova, Tutto mette in bisbiglio; Nè vi vogliono più nel vicinato, Che tre Donne a compire un sol Mercato. Mar. A fe, a fe, che te ne pentirai, Prencipe senza senno, Ceruel senza custode, Pensier senza giuditio; Oh guarda; hà tanto ardire, Di strapazzarmi ancora? Tu me la pagherai. Meo. Vattene in tua mal’ hora. Mar. Io non mi vuò partire. E che forse t’ hò fatto Qualche gran torto? per rimproverarti Ch’a un Prencipe disdice L’andar tutta la notte Zimbellando Ciuette? Che gli è vergogna, a darsi tanto in preda Al vino, a l hosterie? E che ci vuol misura in ogni cosa? Duncque, perch’ io ti dico, Ch’attendi al tuo governo; e de lo stato Sappi meglio gli affari; Che non ti fidi tanto Di questi Masnadieri, Mi deui discacciare? Ah Prence, Prence, quanto un di pentito Ti troverai di non hauer sentito? Io parto; resta, e godi; e tuo sia il danno: Chi vuol la mala pasqua, habbi il malanno. Meo. Oh la se n’è pur’ita. Oh vè, pazzo ceruello? Io hò tanto di capo. Ahime, che mai si quieta: Poss’io morir, se più la miro mai. Moglie? Moglie, e tò guai? Oh felice quel core, Che fuor di quel legame In dolce libertà scherzo è d’Amore. S’io dormo, la mi desta; S’io mangio, la m’inquieta; S’io vado, la mi stoglie; S’io parlo, m’interrompe; In fin la vita mia non hà mai posa. La vorrebbe, che sempre Le stessi sopra i scherzi; Ch’io fossi un coua Donna, un’ animale; E da mattina, a sera Io le pestassi l’acqua nel mortale. SCENA SECONDA Filippetta. Meo. Fil. O ben trovata la vostra eccellenza? A che cotanta furia? Con chi l’hauete voi con tanto sdegno? V’è forse macchinato Qual cosa contra il Regno? Meo. O Filppetta, a punto Tu giungi a tempo, per spassarmi un poco. Che si fà? come và? in che la passi? Com’ hai de le facende? Quant’ è, che da l’Ancroia Non hai condotto qualche passarotto? Fil. A punto hor’ hora ve n’infilzai uno. Ancroia è bella Donna, Gratiosa, pulita, e há il più bel viso, C’habbiasi de gli Amanti Il riposto comune. Hà un’occhio, com’ un porco disdruscito? Una bocca longaccia, e rilevata, Un nacino, ch’ancor non par finito, La Garne lustra, come invitriata In fine gli è un boccon proprio da Prence. Se vo una sol volta La vedeste vicino, Direste, ch’io hò studiato il Calepino. Meo. Fammela un pò vedere; ese mi piace, Ti vuò dar non sò che, ch’io non la trovo. Fil. E che per vita vostra? Meo. Una cosa, che gusta. Fil Eh volete la burla. A la Padrona si dan queste cose. Meo. Io la vuò dare a te. Fil. E se son Filippetta, Non son, come credete; Ancroia è bella è vero; Ma io non sono ancora A fatto tra le brutte; E se non hò bel viso, Son però gratiosa, Polita; e più di lei, Ne le cose d’Amor sperimentata. Se le gote hò cadute, Non son cadenti in tutto; Quando và, e quando vien’è buono il frutto! Meo. Hor sù, siamo d’accordo. Io voglio dare a te quel, che t’hò detto. Fil. E che m’hauete detto? Che cosa è quel, che me volete dare? Meo. Dirolti, e l’indouina. Una cosa sì lunga, E grossa, e dura; e stá cotanto tesa, Che pare uno Spagniol quand’ è in postura, Si piglia con le mano, e vi si mette. Fil. E che? Meo. Quel, che dentro vi và. Fil. Oh l’è la sporta: Io non la voglio; fio. Vi mancano le sporte in casa nostra? Meo. La Sporta: non è sporta, ne cistello. Oh sciocca, l’è un Cappello. Fil Un cappello sì, sì; Hor, che l’inuerno pioue, io son contenta. Adesso, adesso ve la meno quì. Meo. Ed io intanto me n’ vò verso la Regia; Fra poco spatio quì ci trovaremo. Fil. Oh l’è’l dolce boccone Per la mia Padroncina. Adesso, adesso è’l tempo, Ch’io seco mi guadagni una gonnella. Gnaffe? Meo per Amante? E chi gli potrà più toccar’ il naso? Esser Dama d’un Prence di Marocco? Ne cauer à de’soldi. Che per quanto s’intende, Egli suol gettar via quel ch’ altri spende. Vuò picchiar l’uscio. Olà. Che son tutti a dormire? Ella hà ragione, chi la notte veglia, Convien che dorma il giorno, per campare. Tic, toc, tic, toc. SCENA TERZA Ancroia alla finestra. Filipetta in strada. Anc. CHI bussa in sù quest’ hora? Fil. Son’io, son’io Padrona; Venite a basso, che v’hò da parlare. Anc. Oh vè, che bel partito? Non hò altro che fare? Fil. Oh se sapesse quel, che v’hò dadire, Voi non stareste tanto. Oh via venite aprire, E qual’anguilla, che tra diti sfugge, L’occasion, che viene, e non si piglia. Anc. Eccomi quì, che vuoi? Fil. Sentite. Meo, Meo. Anc. Oh tu forse sei cotta. Chi Meo dici? chi Mea? forse m’uccelli? Fil. Meo il Principe nostro, Il vostro Padronaggio, Il Prencipe di Gnocco. Anc. Di Marocco in mal’hora: E ben; che cosa vuole? Fil. Vi vuol fornir la casa Di panni di cucina. Ed addobbar la stalla, D’un porco grosso, e due porchetti grassi. Anc. Il malan, che ti pigli: oh vè regali? Horsù vuoi altro, o tu sei pazza, o cotta. Fil. Son’un campan da botta, Io vi dico così, che’adesso, adesso Verrà quì, per vederui, E se gli piace il vostro bel modello. M’hà promesso un cappello. Anc. Un cancher, che ti mangi. Fil. Un cappello da vero. Son tanto fuor di me da l’allegrezza, Che non sò dir parola. Oh via: m’hauete inteso? Il Signor di Marocco Vi vuol per sua Signora di piacere; Ne sete voi contenta? Sorella questo è’l modo Di procacciarsi il pane. Un Prence più in un hora Vi può dar, ch’un privato in mille lustri. E poi gl’è liberale; Non tien conto di nulla; E getta via ciò, che li dà in le mani. Anc. Filippetta, mi burli, ò fai da vero? Fil Non vi burlo a la fè; poco può stare A mostrarne gli effetti; e lo vedrete. Anc Hor sù; mi vuò lisciare; Vuò rilustrarmi un poco; Vuò farmi i ricciolini, E tutta linda comparirle avanti, Fil. Avertite, Padrona, A non portar collaro; Ch’egli v’hà simpatia molto diversa. Anc. E perche? non li piacciono i collari? E che parrei senza collare al collo? Fil. Ei non le vuò veder; gli piace ignudo Veder’ il collo de la cosa amata; Venite scollacciata, e sia, che vuole Anc. Adesso, adesso me ne torno a basso. Fil. In fin noi altre Donne, Come non siam lisciate, Ne la gota s’inostra, De la nostra beltà non facciam mostra. Anzi in noi senza l’arte La beltà non hà parte; E bene, se la Donna Hà sempre finte l’opre, Solo a se co’ difetti Il sembiante ricopre: E tra l’acque, e tra l’ostro Di Natura è prodigio; e d’arte è Mostro. Ed, io se fosse Amante, Vorrei tutte vederle la mattina, Quando ancor con le mani Non s’habbino lisciato il lor sembiante. Per veder chi è Ciprigna, e chi è Gabrina E la bellezza lor forza di braccia, E sette volte il dì muntan la faccia. Padrona, o via; non più; voi sete bella. A che tanto fregare; Che forse vi volete scorticare? Anc. Eccomi? che ti pare? Son’io quella di prima? Guarda, come campeggia Sù’l bianco il purpurino? Guardami un pò le labra? Ti paion di rubino? Fil. Sì; ma rubin, che cade; Se vi vien da sputare, Come farete voi? Anc Perche? s’ad ogni sputo Il Cinabro cadesse (oh tu sei sciocca) Hoggi non s’usa altro, che bocche tinte. Egli è ben fatto; si posson chiamare Trappole de gli Amanti. Poiche in veco del labro Se gli porge il Cinabro. Fil. Padrona, ecco quì il Prence? Fate gli un bell’inchino a la Spagnola. Sogghignate un pò, pò con l’occhio dritto; Bisogna usar de l’arte in questo Mondo. SCENA QUARTA. Meo. Ancroia. Filipetta. Meo. SIgnora Ancroia, molto ben trovata! Certo, c’havea ragione Filipetta a lodarvi. Voi sete una bellozza: Da ver, che mi piacete; Ed io vi piaccio a voi? Anc. Un Prence sempre piace, E per brutto, che sia, Pare bello ad ogn’uno. (piaccia, Meo. Dunque io son brutto? hor sù; pur ch’io vi La sia, come vi pare, e la volete. Anc. Non dico questo, dico, che nel Prence Non si scorge bruttezza; Ma fra cotanti lussi Ogni cosa è bellezza. Fil. Oh via sete d’accordo; o brutto, o tello, Beltade, e legiadria Non si portano in capo per pennacchio. Meo. Accostateui un poco, bella Ancroia. Fil. Se se sta sì discosto, Farem poco pan’ unto, e meno arrosto. Anc. Scusatemi signor, vosignoria; Chi’io non hò havuto mai Prencipi in mia. Meo. Ahi lasso, già mi pare Di sentir dentro il seno Tra’l fegato, e’l polmone una gran scossa. Già, già sento nel core Suscitarsi le fiamme; e nel mio petto Scolpita è Ancroia per le man d’Amore. Oh come dentro il foco Mi raffreddan le vene? Come glí incendij tuoi, messer Cupido. Senza soffietto accender sai ne l’alme. Ancroia, Ancroia mia. Tenebre de’ miti lumi, Raggio de la mia notte, Noia de la mie gioie, Affanno del mio seno, Disturbo del mio core, Anima de’ miri mali, Gelo de l’ardor mio, Esca sempre insieme al mio desio, Fil. E’ Colto ne la reto. Quanto puote un bel volto? Oh quanto, oh quanto vale Quel cattiuel d’Amore ne l’alme Amanti? Meo. Ancroia, o bella mia, Mio sol di meza notte, Mia luna in quintacecima, Mie stelle sempre infeste, Soave acquaio de le mie minestre. E qual per te prov’io Palgiaio acceso dentro il freddo petto? Qual nova brama (ahi lasso,) Mi rende satio de’tuoi vaghi lumi? Soccorrimi, ch’io moro; E, se troppo prolunghi a darmi aita, Mi Vendrai nel dolor tornare in vita. Fil, Come si raccomanda? oh quanto puó Il figlio Ciprigna? Quanto puon far duo lumi? Per quante vie la vigna altrui si zappa? Anc. Prence, s’il volto mio A te reca tormento Odio, chi mi fè bella Maldette bellezze, Gratie mal dispensate, Se voi sete cagione Di far’altri prigione. Dunque di gioie in vece Da me, mio bel difforme, Ti se reca tormento? Dunque quanto gioire Crede a fra la tue braccia, Dourò ne mio dolore Bestemmiar Meo, e maledire Amore? Ah, se tai danni io fè, Ti laiscio, e me ne vò. Fil. Oh la bella moresca, oh la sà fare, Guarda, come gli sàben dar la corda? Cappi: vacci di sotto: In fatti queste Donne di bel Tempo Non si lascian scappare De la ragna i fringuelli; Non son da Parolaj i lor zimbelli. Meo. Ah cruda non partire. Mi son care le gioie, Abborisco le pene, E più per te desio provar contento, Che per altra beltá pena, e tormento. Anc. Oh vita mia dolcissima, Mio vago volto amabile, Mio Sole splendidissimo, Mio foco, e refrigerio, Per te, per te, mio core, A poco, a poco il seno Si fà schiuma d’ardore; Io ardo, e più non posso Stare a roder quest’ osso. Fil. Hor sù, Prence, e che nova? a che si bada? Non è tempo di ciancie; andianne un poco. La stoppa a canto al foco O bisogna abbruciarla, o di là torla. Questo è un parlare al Sole, Un liquefarsi al vento; Un’ incordarsi senza a hauer la fune. A le prese, a le prese, a l’arme, a l’arme. Già del par son le voglie, A che si tarda il desiato colpo? Padrona, e che facciamo? Che ti sei smenticata Di sù la pania frognolar gli angelli? Scarica la balestra; egli è già tuo? Che, se s’avvede de la rete tesa, Non mai più per mia fè farai tal presa? Anc. Prencipe, che più brami? Oue vuoi, ch’io t’aspetti? Qual deue a’ nostri amori Esser la stanza de’ piacer bramati? Fil. Oh così? conclusione; Chi lascia correr tempo non fà preda. Meo. Fammi un piacere, Ancroia, Andianne a caccia insieme, Ed iui a suon di corno Diamo la notte a sì felice giorno. Anc. Andianne doue vuoi: Son pronta ad ubidirti, e de la caccia Mi piacciono i piaceri; Anch’io, anch’io tal volta Mi diletto cacciare; E sò le reti, e i bracchi maneggiare. Fil. A la caccia, a la caccia: oh la mi và: Quel cominciar cacciando Ne le cose d’Amore L’hò per buona derata tutto l’anno. Meo. Andianne, ch’a Pedina Capitan de la Guardia Hò commesso il partire; E’l Gobbo Capocaccia Ne condurrà co’cani Ogni ordigno, che s’usa per la caccia. SCENA QUINTA Pedina. Gobbo. Ped. OH vè che fantasia d’andar’a caccia? E dice bene il vero; Ch’in questo si conosce Il servo dal Padrone. L’un’ al comando, e l’altro a l’obedire. L’è una giornata da cacciar Ciuette. Oh che pochi pensieri? Gobbo, che piglieremo? Gob. De le ranocchie al certo. Che ci vuoi far fratello? E per acqua, e per neue Dee camminar che deue. Ped. Hor sù noi, che dobbiamo, Andianne à cacciar botte. 01 Quì suona il corno. Dà una sonata al corno. Gobbo, credimi certo Che più d’ogn’altro tono Mi piace questo suono. Gob. Hai tù moglie, Pedina? Ped. E perche me’l domandi? Gob. Te lo dirò dopoi. Ped. Io non hò moglie, nè già mai pensiero Mi verrà di pigliarla Gob. Tu fai bene a la fè, poiche quel gusto Di quel suono di corno Ti potrebbe riuscire In vece di sentir di farlo udire. Ped. Vuoi, ch’io ti dica: l’è una certa usanza, Ch’io non mi vanterei di non sonare. Ma dimmi, Gobo, sai tu chi son quelli, Ch’a a la caccia se n’vengono co’l Prence? Gob. Io non lo sò; e quando le sapesi; Io non te lo direi: I fatti de’ Padroni Non si van recitando per le piazze. Attendiamo a servire, Non tutti quei, che fan, vuon lasciar dire. Ped. Ritocca un poco il corno. Eccoli a punto: Oh l’è Ancroia a la fè. Oh che le venga il morbo! E chi diavol mai Glie l’hà posta dinanzi? Poueri Prenci! in fatti E’questo Mondo una gabia de matti. Gob. Badiamo a fatti nostri, e non ci rompa I casi altrui il federe. Siam quì, per vbidire, E non per Rauuisor de gli altrui botte. Chi l’altrui fatti cerca, Procura il Sol di notte. SCENA SESTA Meo. Anc. Fil. Gobo Ped. Cacciatori. Cac. A LA caccia, a la caccia: Chi la scioglie, non l’allaccia Suoni il corno Tutto il giorno. Errin lepri, Corran cani. Cherchin bracchi, Fuggan volpi; Nè c’ingombri horror di polue; Chi la sà, non la risolue. Meo. S’incammini la Turba in ordinanza; Hoggi Cerui, e Cinghiali De la mia voce forte Hauranno e vita, e Morte. Voi tutti ad uno ad uno Seguitatemi in schiera; E voi, mia speme spenta, A me sempre vicina Mirate in dolce guisa Qual’il mio piede gli spontoni avventa? Cac. E noi siamo Cacciatori, Buoni Bracchi, e Curridori, Tutti in fila Ne la fila Infilziamo, E cacciamo. Ogniun fà, quel, che può più. Turutu, Turutu, tu, tu, tu, tu, tu. SCENA SETTIMA Tordo. Michelino. Tord. OH l’è pur l’esser Prence il bel mistiere, Comandar, dominare, E non sentir, se pioue, o vuol fioccare. Oh vè tempo di caccia? Giunon versa dal Cielo gli urinali, E. Meo Prencipe nostro è gito acaccia. Michel. cantando. E se voi vi dilettasso Venir con esso noie; Tor. Oh ecco quel pazzon di Michelino. Mic. Voi haureste mille spasse A cacciar ancor voie. Tor. Oh felice pazzia? Solo ne’pazzi è sempre allegria. Mic. E de le lepre, e golpe poi Gran quantità pigliame. Piasceuole noi siame. Trandirà, trandira, trà. Tor. Oh bene, oh bene; che sì fá Michelino? Oh buono Cacciatore Di roba cucinata, e di buon vino. Che fai de l’archibuso? Oh vè quant’arme porti? hai le pistole? Mic. Suscellenze Prencipe di Marocche, Ch’il Ciel salue, e mantenghe. Hà ordinate un bellissime caccie. E vuole, ch’ie vade in Fesse A casciar di notte Columbascie Servatiche, e domestiche piscione. E fare buon tempone. Trandirà, trandira tra! Tor. Ma come v’anderai? forse per acqua? Mic. A caualle con mie pistole a cante, Con mie archibuse lunghe; E con mie palloline, Come pepe, per far taffite, tiffe. E con mie palle grosse, Per far boffiti, toffi. Con mie carniere, e con bel pan pianche. Tor. Infatti è l’esser pazzo Un piacer’, un sollazzo. Il mal non si conosce, il ben diletta; E si gioca con tutti a la Ciuetta. Stà: vuò porlo in valice. Michelino vien quà. Dimmi il vero. Tu vai a cacciar gatte, Mic. Sì tu mangi le gatte, Scelerate, barone; Và và sotto l’officie A comperar gli occhiali, E poi vendele ad altre, e dì, che fatte L’hai con le tue Manascie. Che ti venghe le rabie baronascie. Tor. Oh via sù Michelino, Io hò burlato. Facciam pace, vien quà, dammi la mano. Mic. Gioue in Ciel di Venere, Marte, e Saturne casciateme in terre. Tu cascime tu nasascie di detre, Sù vie spesseme il cape, Spiascie, sciocatore, Prencipe di Marocche. Ti vuò fare impiccar per un ginocchie. Tor. Fino ne’ Pazzi hà la superbia il loco. Costui non hà cervello, E pur s’adatta anch’esso A lo stil de la Corte, al Cortegiano, Ch’é di procurar sempre, ch’il compagno Sia mandato in bordello. Michelino, non più, ti sono amico. Mic Son contente; sempre buon compagne Di Torde; un buon fiasche di perdee Voglie, che biueme a l’hosterie. Tor. Costor son giti a caccia; E tu non sei più a tempo di cacciare. Mic Torde andiame a cacciare al Greciaole Nelle studione buone fecatelle; E’l Prencipe Marocche suscellenze Vade con le sue drude nel pordelle Trandirà, trandirà, trà. Tor. Andiam, dove voi tu, Ch’io non ne posso piú. SCENA OTTOVA Marmotta. Bertuccia. Mar. BErtuccia, io più non posso Soffrir le stravaganze del mio Meo. Suenturata Marmotta, e che son’io? Forse un’Orsa nel bosco, Che cotanto mi fugge, e mi disprezza? Ah miseria douuta A Donna spenserata; Quanto meglio foria, ch’ad ogni figlia In vece di Marito il Padre desse Un bichier di veleno; Ouer fra tante doglie Lecito fosse di pigliarne un’altro. Ber. Oh quante non contente Sarebbone le Moglie, E di nou’ esca ciberian le voglie. Se ben son di parere, Ch’anco senza licenza Si faccia a’tempi d’hoggi tal mistiere. Mar. Ah Meo, Meo più crudo D’una serpe d’inverno; e che l’hò fatto, Che contanto mi fuggi, e mi disami? Che mi gioua, infelice. L’esser di te Consorte, S’io sempre da te lunge Traggo vita felice? Che mi val ne la Regia Fausta porre il mio piede, S’infausto è’l mio desio, E sempre senza te godo Meo mio? Ahi lassa, il duol m’uccide, e fra le pene Sento d’insania invigorir le vene. Bert. Prencipessa, che fate? eh state sù? Che tanto stralunar? che tanto affanno? S’egli non stà con voi, Voi non state con lui, e sia del pari, E che v’importa al fine? Dove non batte il Sol, non mancan brine. Lasciatelo sfogar, faccia, che vuole? Benche dilate errante Ne l’occidente alfin ritorna il Sole. Mar. En Bertuccia, egli è vero; Ma quello hauer mai sempre A calcetrar lenzola. Quello abbracciar guanciali, Adesso siam d’inverno; E’ male di dormir co’ capezzali. Dunque sempre debb’io Dibatter forsennata Queste misere membra sù le piume? Non sò, come ch’il capo Infranta non mi sono in ogni lato. Bert. E se voi no’l battete In altra pietra, che sù i matarazzi, Poco mal vi farete. Mar. Eh Bertaccia, tu stai pur sù le burlo. Non bastaua a la forte D’hauermi tolto (ahi lassa,) Il mio caro fratello, ch’i Corsali Sù le riue di Fessa mi rapirno; Ch’ancora del Consorte Volse farmi infelice. Bert. Che vi fù forse tolto da Corsali Un fratello signora? Mar. Ah così l’hauess’io, che forse Meo Pensarebbe a stratiarmi? Bert. E dove? e quando? e come? Mar. L’istoria e troppo lunga, basta solo Che da’ Corsali in Mare, Mentre egli era Bambino, in sù la riva Di Fessa ne fu tolto ahi duro fato. Bert. Oh gran caso? ne mai Nova di lui sapeste? Chi sà, che nel paese de le scimie Il povero Bambin non erri ancora? Soglion questi Corsali Tal volta iui lasciarli, acciò, ch’esperti Diventin più de gli altri in ogni cosa. Mar. Io non lo sò, sò ben, che più no’l vidi, E’l mio povero Padre, Per leuarsi di lui la rimembranza, Mi diede (oh pensier sciocco) Per vettouaglia al Prence di Marocco. Bert. Non fù mai trista cena Quella, ch’in apparenza Sa con il magro ancor mostrar la grascia. Egli, se non con voi Compie il gioir notturno, Il giorno vuol, che state Di Marocco Signora, e Prencipessa. Vi fà vestir de seta; e a la cintura Il cingolo vi dà qual soglion dare De la villa i più grandi a le lor Donne! Mar. Sì; ma non sai, Bertuccia, quel ch’inteso Hò con le proprie orecchie a la fenestra. Bert. E che sentiste voi? Mar. Quel, ch’intesi? Il buon Prence Ancroia, quella già di Baldassarre, Per man di Filippetta hora hà per Druda: Bert. Che ne sapete voi? oh questa è brutta? Ancroia, quella sozza, ben lisciata, Quel naso di Braccaccio a la francese, Che si tien Baldassarre a le sue spese. Oh veder lo vorrei, E poi lo crederei! Mar. Non cercar’ altro: gli è quel, che ti dico. Bert. Ma come ciò v’è noto? dite un poco? Mar. Gia che lo vuol saper, stammi a udire. Mi stauo poco dianzi a la fenestra Sopra pensiero, e mi tornava in mente Ad uno, ad uno i torti del mio Meo. Quando sento di sotto bisbigliare. Miro, e mi tiro dentro; e vedo, e sento, Ch’è Meo con Ancroia; e Filippetta Stringe d’Amore il parentado indegno. Sento, ch’egli le dice Che la vuol per signora, e ch’a la caccia Vuol, ch’ella vada seco a sollazzare; E sai; quella Monnaccia Di quella Filippetta L’andaua tanto in sugo, e saltellaua, Che parea tra gli Augelli una Ciuetta. In fine intesi, e vidi, e vidi, e intesi, Ch’egli Ancroia si gode a buona cera; Edio co’l stusso in man perdo primiera. Bert. Vi compatisco assai; ma che volete? Bisogna hauer pacienza, anco de l’altre Qual voi sono infelici, E forse ancor più belle, e più vezzose. Mar. Pacienzia? a fe, ch’assai Ho sopportato di Cosini gl’inganni. Vuò tornarmene in Fessa; Ed iui in casa mia Trarmi vita più lieta, e più noiosa. Bert. Signora, è bella Fessa? Come vi sono di bei guarda Donne? Mar. Se Fessa à bella? oh che tu non lo sai? Ah, ch’altro è Fessa, che non à Marocco. Vi son Donne bizarre; ed hanno tutte Un modo di trattar, ch’al forastiero Mostran di corte sie le voglie aperte. Lo ricevono in casa volentieri, E di quanto ne puon gli fanno parte. Bert. Come son belle strade, e bei palazzi? Mar. Le vie son quasi tutte a una misura, Son dritte, polite, e senza mota; E non, come che quà, si porta rischio, Di dar ne la pozzangola a lo scuro. Son superbi i palazzi; e perch’ il luogo Hà del’ humido al quanto, ha gran puntelli. Questo lo fan, perche s’attengan sodi. E chi teme, ch’il suo voglia cadere S’approveccia del muro del Campagno. Bert. Oh vè cosa garbata? la mi piace: Le Donne son s’assai? son Casareccie? Mar. Come se son d’assai, o Casareccie? Bert. Voglio dir, se si sanno Rimescolar per casa ne’ lor fatti? Mar. Oh quel, che tu domandi? Le Donne Fessatine Son per le case lor sempre un mercato: Sono approveccie, e tengon tanto stretto; Che se lor dà ne l’unghie un capitale, Mio danno, se gli scappa. Se’l Marito di loro in capo a l’anno Tirasse ben il conto; ei trovarebbe, Che più una Donna hà lor portato in casa, Che mille Mercatanti al lor paese. Gli huomini se ne stanno, e lascian fare. Se la Donna rinova un bel vestitio. Una bella collana, un bello anello, Non hà da darne conto al suo Marito. Bert. Vi s’usa il far’ l’amore, come quà? Mar. Tutto il Mondo è paese; E’ben vero, ch’in Fessa S’usa di far l’Amore a la franesce. Bert. E come a la francese? è foggia nova? Mar. Si fà l’amor con tutti a la scoperta. Ma sai; mode stamente. Chiede l’amante core A la sua Dea, che gli apra De’ pensieri d’Amor lo scattolino. Che le mostri il zucchetto de’ desiri. E che lasci il suo foco Smorzar ne la di lei cortese fonte. E ciò, perche ne lo lor case han tutte Una fontana: intendimi Bertaccia. Bert. Voi non parlare a sordi; e come s’usa Di regloare in Fessa le lor Dame? Mar. In Fessa il regalare è moto propio. E qual Città tu trovi, Che de la nostra sia più regalata? E’ Città ricca, e poi Ogniun vi fà l’ offerta del suo hauere. Ma sai, qual è quel don, ch’è più prezzato? Bert. E che? l’argento, e l’oro? Mar Ohibò; non nò; le femine di Fessa Di ciò non son bramose. Che credi, ch’a le Donne Piaccia l’argento, e l’ora? tu t’inganni. Bert. Intesi sempre dir, che de le Donne Questa à la calamita, che fà presa. Mar. Questo succede in quelle, Che di pane, e di vino Han scarso il Magazino. Ma s’avvien, che ricchezza Possieda amante core, Per altro, che pecunia, arde d’amore. Non lassi a prezzo d’oro Beltade, ch’ in amor prova martoro. Bert. Che si regala dunque? in che si dà? Mar. Quando vuole un’ Amante Gustare la sua Diva Gli manda un’hortolano con la piua. Bert. Son grassi, come i nostri gli hortolani? Mar. Eh tu sei pazza, o fingi. Non dico un’hortolano da mangiare. Bert. E che hortolani dunque, e perche fare? Mar. Perche tal’hor zappando La tratenga sonando, Non sai, che la mia Patria è tutta ortaglia; Ne a cosa più s’attende, Ch’ad empire fossi, e coltivar terreni: Insomma del mio Regno Son coltivate meglio le pianure, Che di questi Paesi le Colline. Bert. Puol’esser circa a l’acque, e l’Ortolani, Ma non alla pastura del terreno. Mar. Che pastura di tù? cosa cingotti? Bert. In Marocco vi son gran cerca stabbio, E però i suoi terreni Ingrassati gli stimo più de gli altri. Mar. Fiò, fiò; noi non usiamo Simil coltivatura, Poiche il nostro terreno Non hà, come ch’il vostro, dell’asciutto, E senza stabbi ne produce il frutto. Bert. Come s’usa il vestire? Che ne’ nostri Paesi Hormai non sò, qual sia la vera usanza. Mar. Di questo soncagione i Genovesi, Che sempre trovan qualche stravaganza. Hai visto, come dietro la Zimarra Hanno ridotta stretta queste Donne? La par la code del mio Somarello. E quel basto da Mulo, Ch’elle portano in cinto, Sotto le falde, per mostrar ne’ fianchi Un seder rilevanto da fachino. Ed io aspetto, ch’un giorno Si vestan d’Arlecchino. Bert. Ancora non m’hauete Detto di lor l’usanza del vestire. Mar. Si porta falda tesa, giubbon lungo, Veste sfibiata, e’n vece de la coda. Che dietro già s’usava quattro braccia, La portano dinanzi quattro dita; Questa serve per punta Giobone. Bert. A fè non mi dispiace; Ella è più propria, ed è di minor briga. Come v’è de l’erbagio, e lattecimi? Mar. De l’erbagio ve n’usa, ma non molto; E tra l’altre del cauolo le Donne Non ne voglion sentir nè men parlare. S’usa mangiar di molta mescolanza, De le radiche d’herba d’ogni sorte; Del resto vuon del buono a crepapancia. Bert. E de’ casci, e ricotte come fanno? Mar. Che mi domandi tu? s’usa altro in Fessa Che mugner Capre e liquefar butiri. Le fan tanto formagio le Pastore Che per le case loro Si potrebbe notar ne’latticimi. Ecco Masino, Taci. SCENA NONA Masino. Tordo, el le Medisimi. Mar. Masino, che si fà? dove n’andate? Mas. Da vostra signoria eccellentissima. Mar Da la mia miseria miserissima. Mas. E perche ciò signora? Mar. Perchè? Tordo vien quà; statemi a udire. Tor. Eccomi Eccellentissima Marmotta. Mar. E pur lì con i titoli. Io vi dico, Ch’infelice è il mio nome; ed io son quella Degna sol di miseria, e non di gradi. Tor. E che sarà signora? e perche questo? Mar. Dunque voi non sapete Le mie suenture ancora? Mas. Non Prencipessa al certo, e che sara? Mar. Principessa di pianti, e di sospiri. Ancroia à in loco mio la Prencipessa; Ed io sono Marmotta, Mal nata erede del Regno di Fessa. E non v’è noto ancora, Ch’il Prencipe a mio scorno Dopo cotanti affanni E’d’ Ancroia seguace? Non sapete, che Meo Non satio de’ miei mali Fatto è d’Ancroia Amante? Non sapete, che l’empio Non affatto contento D’hauermi mille volte E per il vino, e pe i Buffon sprezzato, D’Ancroia è innamorato? Non v’è noto, ch’il cane Vago di nova sposa Vedouo hà fatto il suo ghiacciato letto? Non vi è fatto palese, Ch’egli trà Veltri, e fere, e reti, e cani Hoggi con la sua Ancroia Appaga i sensi insani? Ah non più fia di Fessa il Regio sangue Così da Meo schernito? Ritornerò al mio Regno; Andronne a la mia sede; Ed in Fessa io mi sia Io Prencipessa de la Patria mia; Mas. Deh per Dio raffrenate Così aspro martoro. Chi sà; potreste ancora Ingannarui, signora? (quella, Mar. Ingannarmi? ingannarmi? Ah ch’io fui, Ch’intesi, e vidi (ahi lassa) Le mie suenture, e l’ignoranze altrui? Io, io Masino intesi Di caccia il suon de’ corni; Io fui presente a li miei poroprij scorni. Tor. Principessa, non più quetate il duolo! Non si pensi al partire. Straportano tal’hor gli sdegni, e l’ire: Non dee lasciarsi un Regno Per un freddo pensier di Gelosia: Troppo, troppo a gran prezzo La libertà da voi si venderebbe. Voi sete di Marocco Prencipessa, e signora. Sete di Meo Conforte; Nè puote Ancroia torui il vostro grado: E’ Meo troppo gran Prence; Non douete sprezzare Sì degna compagnia per vile sdegno. Il ritornare in Fessa, io non lo lodo. Che di voi si direbbe? State, state in Marocco, o Prencipessa, Che quì godrete, Meo, Marocco, e Fessa. Mar. Sia, che sia: vuò partire; E’ meglio esser signora d’una villa; Che d’una gran Città vana sibilla. Mas. Deh pensatela bene. Marocco è un bel paese; Il Prence di Marocco è un gran signore. Hà di gran grossi hauer, voi lo sapete. Credete a me, ch’in Fessa senza Meo Parreste esser’ a punto Scopa senza bastone, Fortezza senza botta di cannone. Bert. Oh che ti venga il morbo: oh guardagente, Da consigliar gli stati? Ogni cosa al roueseio egli hà proferto. Mar. Andar me n’ voglio, se ben mi credesse D’esser lunge da Meo Pollo senza governo, E state senza inverno. Tor. Ed io vi dico, che, se vi partite, Sarete (il dice Tordo) Piede senza pianella. Zoppo senza stampella. Bert. E Capo senza Ceruella. Oh che voi sete pure Duo Consiglier di stato di gran conto? Oh vè, se voi gli date i buon ricordi? Ed io vi dico, che la mia Padrona Sarà, lunge da Meo Gonna d’ogni frittella, E d’ogni piè pianella; E s’in Marocco stenta, In Fessa al fin sarà poco contenta. Tor. E tutti dissero: oh bene, oh bene, oh bene, Hor sù quieta Marmotta; Io l’hò trovata. Io vi prometto insieme con Masino Di trovar Baldassarre; e far, ch’ei meni Ancroia, è Filippetta in altra parte. Mas. E’ vero a fé; la ci riesce giusta. Mar. Guardate quel, che dite, non burlate? Tor. Non burliamo a la fè; volete voi? Mar. Come s’io voglio? se tal cosa fate Io vi prometto a fè da Principessa Farui venir dui barettin da Fessa. Mas. Vi ringratiamo; senza nulla è fatto. Mar. In Baldassarre pongo ogni mia fede. Tor. Anianne, e state pur di buona voglia; Che per le nostre man risanarete La non sentita, inaspettata doglia Mar. Per vita vostra fate, ch’io ne senta Qualche nouella in breve a modo mio. Bertuccia, oh quanto il duolo Per Costor m’è scemato. Chi sà; forse, ch’Amore Per tal via mi vorrà render men lieta. Bert Signora, habbiate speme, Che suol tal’ hor Cupido Fabbricar con gli affanni in noi le pene. Mar. Spero, Credo, e desio, E già parmi vedere Ancroia in Fessa, ed in Marocco Meo. Bert. Si suol dire; anzi è certo; Che Moglie disperata, Quando meno lo crede, E’ dal Marito amata. E’ Meo di buona pasta, Potrebbe ritornarli il sentimento, E questi suoi diletti Dare a le forche per tratenimentò. Mar. Oh ecco quella bestia Del Tedeschin, Bertuccia. SCENA NONA Tedeschino, e le Medesime. E Qual Saturno a me prepara gioie? Ecco la Prencipessa. In sù la vita, o Tedeschino, in Tono! Il Figlio de la Moglie di Vulcano, Il Dio senz’occhi, e con la schiena alata, L’inventor de le gioie, Il Nume de’ piaceri, Lo scherno de’ desiri, In fine il Fabro de la carne humana A voi, bella Marmotta, Percota nel bel seno, Qual’ a me diè, la botta. Ber. Oh, oh; ecco il pauone senza coda. Mar. Che si fà, Tedeschino? che ci è di novo? Ted. Fò sempre senza fare, e sempre vecchia E’ la nova, ch’io amo, e sono Amante. Mar. Il Tedeschino Amante? oh l’è douitia. E chi è la Dama di cotanta sorte? Ted. La Dama? oh Terra, o stelle, Amore, aiuto. Voi ben la conoscete, e sempre seco Dimorate signora? ch’ardirei, Quasi di dir, che voi fossiuo quella. Ah Marmotta, Marmotta, ahime pietà. Voi sete, quella, voi, Ch’il fraschettin d’Amore M’hà qual canna nel pozzo Posto traverso il petto; Voi sete sì, voi sete Quella, per cui Cupido Non con dardo, quadrella, arco, o spontone M’hà sbusciato il polmone. Ma del vostro uscio hà preso Il più grosso stangone, E con ambe le mani Tra capo, e collo (abi lasso) M’hà fatto altro, ch’inceso. Per voi, per ostri lumi, Ch’a me le stelle son di mezza notte. Provo interrotte notte; E son questi occhi miei Duo disseccati fiumi. Per voi l’anima mia Sempre dormendo sogna; La mente fà lunari, Il pensier nulla pensa, Il desir nulla brama; Sono stanche le voglie; E sempre in otio provo Per tua beltà non conosciute doglie. Per le tue labra, in cui Havvi Amor sparso a gara De le viole mammole il candore, Son quasi ne la bara; Per quei d’ebano fino Denti, che di mia Morte Portan pietosi il bruno, Tra le piume disteso Non dormo notte l’hore; E son fatto per te Mumia d’Amore. Mar. Hor sù; non ti turbar, ch’ancor potresti In Amor non languire. Ma dimmi qual tu sei, e qual vivesti? Ted. Io mentre ero piccino Vestito da Tedesco; Fui messo entro un Pasticcio; Ma poi; che co’l coltello Fù quella pasta aperta, Con improviso scherzo Feci fuor capolino. Tutte a l’apparir mio Risero le brigate; Ed acclamaro. Viva il Tedeschino. Ond’ hò poi sempre usato, Oue si faccion pasti, Correr, qual bracco, al fiuto. Scroccare a la gagliarda, Ed appoggiar per tutto l’alabarda! Ne la Corte di Roma Sempre per util mio Hò cangiato mantello; E rinegando l’esser’ Italiano, Hor Spagnolo, hor Francese, Secondo, che venivano i dobloni, O pur vestiti vecchi, Mutato hò setta, e variato arnese. E per vivere hò fatto A suono di fischiate Lo scopa corte, e’l frusta caualcate. Mar. Ma vorrei pur sapere, Qual potevan cauar gusto coloro Di vederti scherzare, e far l’astuto? Vien quì; facciamo un poco a dir’ il vero. Che cosa è quella, che si faccia in Corte, Che tu bene lo facci, e come và? Se tu vuoi far de lo Statista, sciocco, Tu non sai, che ti dici; e sei una bestia Se ti picchi di bel Trattenitore, Certo de’ forastieri in vece sua Sarai discacciatore. Se vuoi far’il buffon, non lo sai fare? A tal sorte di gente Convien saper cantare, Sonare, motteggiare, Hauer frasi galante, Botte ridicolose, Bei motti all’improviso, Saper tacere a tempo, Non parlar fuor di tempo. Il fin vuole il Buffone Hauer materia, scherzo, e discrezione, Tu di ciò non sai nulla; In che si deue Servir’un Prence de la tua persona? Se tu parli, Straparli? Se tu ridi, Disfidi? Se tu scherzi, Disprezzi? Se motteggi, Guerregi? In fin tu non sai formar parola, Che non chiami il ti menti per la gola? Il Buffone non vuole esser mordace, Vuol saper tra lo scherzo Frappor qualche bottetta, Ch’a tempo ella sia detta; Che lecchi, ma non morda, Che punga, e non offenda. Che tocchi, e non ferisca. Ma tu sei, come il Gatto, o graffi, o mordi, E non sai far, nè dire, Se non dir sempre mal di qualcheduno: In somma tu non sei morto, nè vivo Il caso per la Corte; E se non hai altra virtù, che questa; Vatti a far’ appiccar, razza di Bestia: Bert. Turù tu tu tu Da tal paese non ne venga più. SCENA DECIMA Tedeschino solo. Ted AH cruda più d’un serpe, Fera più d’un Leone, Mordace più d’un Cane, Ria più d’una Pantera, Più rozza d’una porca, Maligna più d’un Bue, Rabiata più d’un’ Orsa, Perfida più di Tigre, E rigida più d’Orca, Di Scorpione, di Drago, e di Chelidro. Così, così mi scherni? Così, così te n’vai? Così, così il Tedeschin s’offende? Oh Donna avaro Mostro, Mostro d’ogni malitia, Malitia d’ogni inganno, Inganno d’ogni petto, Petto nido di strage, Strage d’ogni ruina, Ruina d’ogni casa, Casa de l’atrui pena, Pena d’ogni alma amante, Amante di rapina, Rapina d’ogni bene, Bene del Rè de l’ombre, Ombra di ria bellezza, Pianto, scherno, furor, rabia, e tristezza. E chi di me potrà farti maggiore? Chi dar più ti potrà del Tedeschino? Chi fia Marmotta ingrata, Che sotto aurati auscpici Possa senza rapina De la vena de l’or farti Regina? Io, io sol’ era quello, Ch’a suono di Martello Potea con verghe d’oro Far Bertuccia d’argento, e te far d’oro? Sì, sì; Io co’l soffiare Ti poteuo indorare; E far potea per sempre Nume spennato di dorate tempre. Che forse qual’ io sono Troverai vago Amante? Forse, qual me, vedrai Altri senza artificio hauer vaghezza? Nel mio corpo risplende Lindo il piè, vago il lume, e snello il seno. I Principi con meco Se la beccano male. Ch’io cherte regoluzze Hò del governo, che non hanno eguale. Quando hauer ne gli stati La pace non potiam, s’habbia la guerra. E se v’è carestia, Comprar cara la roba: Lasciar passar le furie, quando vengono: Per non sentir gridar, dar poca udienza. Perch’altri non ti chieda della gratie, Spesso mancar con tutti di parola. Con chi tu non la puoi, A suo modo accordarsi, e non al tuo. Per hauer men fastidij Il non tenere mai conto di nulla; E perch’altri non faccia Più mal ne’ regni tui, Non tosar nò, ma scorticare altri. E per far buon tempone, I Regni dissipare, e le Corone. Sol co’ consigli miei Far grandi in questo stato La Principessa, e’l Principe saprei. Ch’al par del mio sapere ogni altro è sciocco. Nè titolo potrei Hauer per me più degno, Ch’esser Governatore di Marocco. E pur con queste regole, Di gran Politicone, In Napoli me fero Scrivano de Galea Con una penna di cinquanta palmi. E con un grave cambio, Ch’à tutti mal riesce, Mentre il fiero Agozino Me bastonava, io bastonavo il pesce: Ed anco i mertimiei Hà conosciuto Roma; Se ben s’è contentata (Per pietà forse del mio basso stato) Sol da le mura sue darmi l’esiglio. Che la pentola ancor, mentre’ alza il bollo, Ancor’ ella costuma Fuori de l’orlo suo mandar la schiuma. Oh ecco Baldassarre il Cicalone. SCENA UNDECIMA Baldassarre. Tedeschino. Bal. DON Baldassarre bravura del Mundo? Mi qualitad primiera es espagnolo, Puor todas las provincias conossido, Cavaglier del piaser, Escamberada des Prences; Amigho y conseghiero de lo Reis Entartenimiento de su gustos, Utilitades d’eglios, Para sù recreacion; Y passatiempo de mi persona, Y cosa nechegharia puor la Cuerte. Medigho, Astrologho, Herbolario, Especial, Compodista, Negromantico. Cherusigho valiente, ij Madematigho, Philosopho, Teologho, Buffone, Ombre de Reis des Converciaciones; Y todas qualitades de la sciencias, Mapamundo real todas dottrinas, Poeda, Musigho, y enprovisador, Y scherzoso facetico, y Dottor. Ted. Moresco Ciurmatore. Buon giorno al gran Dottor de la bravura; Che và facendo così scompagnato? Bal. Vostaiste benvendio puor’ aglià. Che tien, che hazer voiste de mis cosas? Ted. Hor, che la vostra Ancroia E’ del Prencipe Meo La pezzola de naso, Lo scattolin del Muschio, La Trappola de’ Topi, De la sua acqua il vaso Non ti sì può toccar la punta al naso. Bal. Los diavolo, che te lieue, Mentiroso, Io non soi nada d’eglia; mi Persona Non viene a festegarla. Io non son Tedeschiglio, Che soura a todos mercantiera a cuerna: Infame Piccarone, E’n ventiquattro lettras De l’Alfabedo eis vituperado. Ma scuccia. A. Asino, Begliacco, Cauezza, Desuergonzado, Eretico, Farfaron, Y todo lo, che dize la lettera. Gangosso, Lovo, Marioldo, Mierda, Mangia, Nada, Papagaglio, Tu te chieres comparare con migho Piccaro, begliacco, desuergonzado, Che te dò quattros puntas des piè, T’harò polue, puor hazer una lettras? Tu nassido in Italia T’hai faltado il nobre de la tierra, Hazendoti gliamar il Tedeschiglio? Comunitad ziuil, Baghezza de la Tierra, Infamia de los Mundo, Bravura de las pas, Poltroneria de la Ghierra? Ted. Adagio Ciormatore de la Corte; Vantator de l’orina, Becchin de gli ammalati, Vituperio de l’arte Medicina. Bald. Io: dize a mi? oh Puerco, Infame, locco, Io, ch’en tanta bravura Puerto mi medisina, Mi gliami Buffonaccio? Vantator de l’orina? Lo, che toma la mia Poluere, Ia, ia devienta poluere. Lo, che toma el Lattuario, De’vivient i non es nel calendario. A sì mi medisina, Il vegho matta, e’l ghovane deglhina: Ted. Non mai tanto dicesti; e così sano Parlasti, Baldassarre? fà a mio modo, Fuggi l’infermo, e scherza con il sano. Bal. Caglia desuergonzado, Cauronasso? Scuccia lo, che ti dize Baldassarre. Io puor todos los mundo Soi Miedigho valiente conossido, Muccio mas de ti estimados; Y puor mio merecimento Il Cuente di Condè ià mi dio Unas cadena d’oro. Da la Reghina Madres Reghebbei sientos dobles de cadena, Dal Rei un vestimiento Des dumila dughados. Y Cadena dal Duque di Navarres, El Duque Bocchincan una cogliana. Spignola una Cadena. Mantua una Cadena. D’Osson una Cadena, Conches una Cadena. Sù igho un Cavaglio. Filiberto una Cadena: Il Rei una Cadena, Da la Reghina d’espagna otra Cadena! Ted. E nessun ti seppe incatenare Con una corda da farti appiccare. Bal. Caglia Begliacco, che ti chiero dalde, Se non te chitti, sientos palos? Caglia? Ted. Oh razza di gentaglia, senza fede, Moresco, Infame, vantator di niente; Mangia entragne di sabato, e di venere, Rinegato, imbriaco, inpertinente. Chi mi tien, che non ti storci il collo; E ti facci calar cotanta gala, Nemico de la carne, che si sala? Dottor senza dottrina, Medico senza scienzia, Buffon senza politica, Ciarlon senza materia, Ebreo razza di mulo, Con quello, che ci và per condicillo. Bal. Oh Piccaro, begliacco, Piccherone, Cara de Verdugho, y ad orcado, Tiengo vergonza di ablar con tigho: Ted. Oh spaghol rinegato, A me dici appicato? Bal. Oh mui vituperio De chi abla con tigho, Piccardiglio. Ià, ià me chiero mattarmi con tigo. Ted. Ogni volta, che vuoi; sù metti mano. Io ti vuò far in pezzi adesso, adesso. Spada fuora, o Poltrone; Tu t’arrendi Marrano? Bald. Oh passicco, passicco Tedeschiglia, Assienta en la vaina la scuciglia. Me pesa de mattar de la Politica Il maghior Asino, ch’haia nel Mundo. Ted. Caccia mano forfante? hai tu pavra? Io non temo boccaccie, caccia mano, Ch’io non voglio ammazzarti con vantaggio? Oh tu non vuoi poltrone? cacciar mano? Che? tu ti arrendi? vittoria, vitoria? Voglio ch’in questo loco Si metta la mia statua, E le tue spoglie appese per memoria, Vittoria, vittoria. SCENA DUODECIMA Tedesh. Baldass. Michelino. Mantuano. Mic. FErmare, olà cacciarteui giù in terre. Baldassarre son quì; non sciè pavre. Oh vè che gran rumore, e che gran guerre, Tornare in dietre per le più secure. Fermate olà; fermate bricconascie? Non fasciete custione, Che queste son le strade de la Rescie. Trandira, trandira trà. Man. Padrone, o là, spartiamo, che rumore E’ tra di voi? fermare Baldassarre? Tedeschine non far, fermare un poche? Bald. Oh Piccaro, ladron, Igho di nada, Toma esto Cauron; toma esto otro. Tomas esto otro, Marmitto di Cusina; Mires, se io son Dottor di medisina. Ted. Ferma un pò Baldassarre; stamme a udire. Lascia, ch’io mi rileghi quel, c’hò sciolto, E già, che ci è chi sparte, Lasciamoci spartire. Bald. Oh dislegado Puerco, suergonzado. Mena le man, ghitton, Puerco, e mattado, Tò, toma esta, toma esta otra. Ted. E tu pigliati questa? oh maledette Sian le rotture, e chi porta tai lacci. Mic, Mantuane, soccorri; olà fermare? Non più tante custione bricconasci; Non vedete, che voi sete ammassate; E hauete tutte rotte le mostascie? Pascie, pascie; non più tante rumore. Che scià, che sete brave ognun lo sà. Tarantan tarantan, taranta, ta ta. Man. Padrone, padrone, se non vuon spartirse, Noi leuiame le spade a lune, e l’altre, A ciò, che non si forene il ventrone; E se non von finirla, Finianla noi a suone di fastone. Mic, Fermateui, fermate: Pascie, pascie. Man. Fermar fermar; non più? dalle Padrone. Mic. Ghiottonascie barone, pascie, pascie. Ted. Ohime le mie spalle. Scappa, scappa. M’han rotto tutta quanta la casacca. Bal. Ohi es laspiernas, la Cavezza, y el brazos. Mic. Dascie, Mantuane, dascie, olà. Tarantan, tarantan, tarantan, ta, ta. Fine del Primo Atto. ATTO SECONDO SCENA PRIMA Baldassarre. Catorachia. Bal. DIsdicciado le mi? che vi parez? Baldassar’ e’l Dottor maghior del Mundo, Haes da un Piccaron esser mattado? Ghuro Marte cauron co’l Nigno Infante. De Mattar Tedeschiglio. Cat. Piano, pian Baldassarre, e che v’hà fatto. Il Tedeschino, Bestia irrationale. Ingiuriar’ un Dottor non puol’un Matto. Bal. Benvenido Catorchio; la Cauezzi Tiengo alterada puor il Tedeschiglio, Gli chiero hazer dar da un mi Laccaio Doisientos palos il die; Paraque mui me pesa Puor hauer’ anco io mismo recibido Mas de doisientos palos. Ch’es maghior l’affruente de mi, Che’l dagno d’eglio. Cat. E non è nulla; non saran le prime, Nè l’ultime, c’habbiate ricevute; Trattriam di cose allegre, e sia più gusto. Come vi tratta Amore in questi freddi? Bal. Como es l’ordinar de los espagnolo; Siempre trattado bien dal Nigno Elado, Cat. Hor, che la vostra Ancroia E’lontana da voi, come la fate? Bal. Ausente estoi animoso, Muccio temo in presenzia, Entro varios pensamientos Muccio malinconoso. Cat. Son più varij gli affetti ne l’amore, Che la puzza, e l’odore. Bal. Varios es gli effetti Como vario es el fuegho en todos peccios. E voiste como passa Con la sennora dogna Filippetta? Che’l verdadiero Amore de l’amantes Es la comunicacion D’un verdadiero Amigho. Cat. E’ de l’Amor lo stato una grant Torre, Oue chi sale, scende; E chi và pian più corre. Io sono nella via quasi di mezzo La Filippetta m’ama; O se non m’ama almen dice d’amarmi, Bal. Mi digha puor sù vida, Sennor Catorchio, como la tratta? Cat. Sempre, ch’ella mi vede, con le mani Mi piglia il ferraiolo; e vuol, che dentro La sua porta il mio piè cacci per forza. Bal, Bueno por vida mia? dicami il resto? Cat. Mi piglia sotto il mento, Mi mira; e poi me dice. Il mio bel Cornacchione, Sconciatura d’Orlando, Viso scudo d’Alcide, Occhi de la mia gatta, Fronte de la mia Monna, Naso del mio Bracchetto, Scatolino al rouescio del Zibetto. Bal. Y a mi dize l’Ancroia, Viso de la mia fuente, Occhos del mio seder, Rostro de la mi buecca, Frente de mi la flocca. Me digha puor su vida, done piensa Voiste veder sù Dama? Io me creo, che con la sennora Ancroia Eglia sarà puor sierto a la ventana. Cat. Andianne, se vi pare, a ritrovarle. Bal. Bamus puor aglià, Vosignoria. SCENA SECONDA Marmotta sù la fenestra. Mar. DEh quanto stà Masino? Quanto ritarda Tordo? L’uno è inesperto, e l’altro fà il balordo? Oh pouera Marmotta, è pur’ è vero? Che Meo mio bel Cupido, Meo mio candido foco, Meo mia luce notturna, Meo mio Sole in Aquario, M’hà cancellata dal suo calendario? E chi potrà già mai darti maggiori I godimenti, che ti diede Fessa, In farti di Marmotta Aio, e Signore? Fessa, ch’a tè in tributo Diede le mie bellezze? Fessa, ch’a tè già porse De la gioie d’Amore ogni ricetto? Fessa, che ti fé Prence Di Marmotta sua erede, Dourá vedere Ancroia Di me fatta Agozzino, e di te Boia? Ah cieco più d’un orbo, Orbo più d’un senz’occhi, Rospo tra li Rancocchi. Possa ridurti Amore Fame senza cibo, Gelo senza foco, Sete senza vino, Ne gli affanni d’Amor sempre Zerbino. SCENA TERZA. Tedeschino. Marmotta. Ted. CHe le caschin le braccia: oh vè pensiere? Per leuarci da gl’urti, e da’ sgrugnoni, N’hanno spartiti a suono di bastoni. Ma vè; ecco Marmotta sù i balconi? Oh mio Sol di Gennaio, Mia Luna, quando pioue, Mia porta senza Cardini, O Cigli archi Africani, Belle carni da cani. Mio Fecado, Polmone, oh Milza mia, Foss’io del suo balcon la Gelosia. Io la vuò salutar con verso sdrucciolo. Vago allievo di Venere, Oue le brine accendere Suol lo Dio de la cenere; E i cori a l’amo prendere. A me volgete il lampolo Belle faci Lucifere; Da voi non trovo scampolo, Nè frasi, o contracifere. Ombra risplendidissima, Luna d’oscure Nottole, Alfana mia bellissima, I iù bianca de le grottole. A te ne vengo debile, Irrobustito, e flebile, E pria, che venga poluere, Vuò il sì, o’l nò risolvere? Mar. Benvenga il Tedeschino; a punto, a punto Tu giungi a tempo, come suole il Porco Venir di Carnevale co’l pan’unto. Vien quà; fatti più sotto. Vuoi tù farmi, Tedeschino, un piacer per vita tua? Hò in capo molti grilli; ed il cervello Mi và girando più d’un’arcolaio; Onde vorrei da te qualche bel gioco, Per traviarmi un poco. Ted. Eccomi pronto a ciò, che mi comandi. Farò, dirò, darò quanto domandi. Mar. O’ via alle mani? Ted. Che volete, ch’io faccia? eccomi pronto. Mar. Quattro botte di ballo, una Ciaccona, Cavalcere una canna a la disdosa, Far quattro capitomboli in persona. Ted. Voi mi pigliate in cambio; non son’io Un Boffonaccio da tutti mistieri. Son buon trattenitore, homo scaltrito; Nè in Corte i pari miei sono un pan perso! Ah Marmotta, Marmotta, voi scherzate; E mi vorreste con tai giochi fare Diventare il cucù de le Minchiate. Io non fò capitomboli, nè salto, Il caval sù la canna, o ballo, o scherzo; Son Politico accorto, e de gli stati Sò mescolar le carte quanto ogni altro, Oh vè, che fantasia? guarda pensiero? Bench’io faccia il Buffone, Ne la mia villa nacqui Cavaliero. Mar. Hor sù; l’hò intesa; Và, e fà, che ti pare; Nè più ti venga humore Di far meco il garbato; e’l bello humore. Non mi venir più avante; Ch’il negar gratie, è proprio da furfante. Ted. Oh Amor, Ceruel di bestia, Pur, pur mi farai fare Corvette, Capitomboli, e ballare, Ma sia, che vuole; io voglio Compiacere il mio ventre. Sodisfar la mia vista, Obedir’ il mio Mastro; E, se non basta i salti sù la canna, Vuò saltare un balcone, Ma che dico un balcone? anzi una Forca, Pure, ch’io cada ne la sua capanna. Bocca, porta d’Amore, Labra; poggi di Venere, Occhi, stelle del Suolo, Fronte, piazza di Marte, Cigli, Archi moreschi, Mento, meschol di Febo Gola, Corno d’Astolfo, Petto, scala di Gioue, Poppe, Zucche Toscane, Ventre, orcio di miele, Coscie travi di volta, Gambe d’Ercol colonne, Piedi, base di Torre, Ou’il mio capo vorrei poter porre. 02 Quì il Tede:schino balla. Ecco, ch’io per te formo in vago giro La dislegata vita, e à te ballando Me ne vengo saltando. Mar. Oh bene, oh bene; così Oh così, Tedeschino, in capriole. Eccoti un Chitarrino; Accompagna co’l ballo Quattro colpi dicanto, Tedeschino. Ted. Si balli 03 quì cata. Si salti, Si faccia per terra Co’l capo a’matsoni perpetua la guerra, Saltello, E snello, Corvetto, Passeggio, Qual sotto il Cozzone Somaro a maneggio. Mar. Hor sù, via quattro salti sù la canna. A cavallo, a cavallo, Tedeschino; Ecco a punto un caval pel tuo bisogno. Ted. Ap, Ap, Ap, ghà, ghà, ghà, ghà; 04 acavo llosù la canna. Oh garbato Cavallo; o bella groppa. Ei pare un arombata di Galeo. Ghà, ghà, ghà; non mi far più il bizzarro; Non hai sopra qualche Ocha, o Pappagallo. V’hai, chi cavalcar seppe Prima, che tu tra noi fossicavallo: Come ben sù le volte Gli dò le giravolte. Come bene a la mano Lo fò voltar sù l’una, e l’altra mano. E come lo speron fra capo, e collo Gli fà tagliar per terra il caracollo. Questa è botta Maestra. 05 Quì da una speronata al cavallo. Ma vè: come la bestia vi s’addestra? Oh garbato animale? Voleria sù le volte s’hauesse ale. Quattro curvette sù, Brunel d’Argante. Mar. Ah così, Tedeschino, oh buono, oh buono. Ted. Ghà, ghà, ghà, Ap, ap, ap, ap, Oh come ben la trita. Oh vè, ch’a l’aria 06 Tira calci. Ei si rivolta; e par, che fin le stelle Calcitrar voglia co’ Castelli in aria. Ted. Oh Maladetto tempo: io son caduto. 07 quì casca. Ma con quatro sferzate Ti vuò, bestia, imparare A farmi dar sì fatte crepacciate. To bestia maladetta, Che ti pensaui, che foss’io Ciuetta? Mar. Tedeschin, manco furia; ei non sapea, Che tu al suolo volessi mouer guerra; Il povero Animale si credea, Che l’hauessi co’l Ciel, non con la Terra. Hor sú, per minor briga, Fà quattro capitomboli garbati. Ch’io haurò più gusto, e tu minor fatiga. Ted. Oh bellezze cornute? Il Tedeschin’il savio, Lo Statista de’ Prenci, Il Politico altier di tutto il Mondo. L’inventor de l’Archimia, Il fondator de l’oro, il soffiatore, Del fornello alchemisticho Per amor si riduce Mirabilmente snello A far’i capitomboli, a ballare; E sù la canna fare il saltarello. Oh di Fessa, di Fessa Regia Prole nudrita, Quanto puon far tuoi occhi, Quanto può la tua bocca. Quanto vale il tuo naso, Quanto, quanto bram’io Diventar farfallone, Per ragir armi al lume De’ tuoi occhi lucenti, Ch’a me di notte sono, (oh mio contento) Le fiaccole d’Amore. Mie belle torcie a vento. Mar. E perche farne poi? Benche di Fessa io sia, D’altro, che farfalloni hò fantasia. Ted. Ah mia verdea frizzante, Ancor non hai provato Quel, ch’io provo per te d’amor pigato: Ancor non sai Marmotta, Quai siano i vezzi cari Del Tedeschino Amante. Vuoi tu, ch’io te l’impari? Mar. E di che sorte sono? Io crederei, Che tu nè men valessi A vezzeggiar la Monne. Tu pai un scaccia Donne; Io non t’hò fede; E s’hò da dirte il vero, T’hò per Cillenio, e non per Ganimede. Ted. Più tosto potei dire, Ch’io ti paia uno Adone. Io hò più tosto cera Del Drudo di Ciprigna, Che d’esser di Vulcan volta stidione. Mar. Al fare i capitomboli, che poi Discorreerem di quel, che tu m’hai cera. Ted. Eccone uno, oh garbato. Eccone un’altro, hor vedi, S’io sò leuarmi in aria senza i piedi. Oh bella forza; a fe, che, se s’usasse Di fare i capitomboli in la corte, Io v’haurei più d’ogni altro bella sorte. Mar. Tedeschin, Tedeschin, vè che ti cade? L’è una cigna, una fune, o che cos’è E’ una cigna a la fè. Oh che ti venga d’ogni cosa sette Almen, se rotto sei, Porta l’allacciature un pò più strette. Ted. Che rotture, che lacci? Amor l’altrier per gioco Mi prestò la sua benda, Mi disse, ch’io d’intorno A la regione de’rognioni in cura Quella stretta legassi, C’haurei d’amor sentito Meno ardente l’arsura. Amor mi diè quel laccio; A ciò, che stretto il ventre, Mirando tue facelle, Vacuar non mi fesse le budelle. Amor mi diè quel ferro; Accciò, de i dardi tuoi Fosse coperta al core; E, qual’egli è bendato, Allacciato foss’io novello Amore. Onde Cigna non è, ma ben’è benda; Oue fia, che Marmotta Dal Tedeschin si prenda. Mar. Son sodisfatta a pieno De le tue ritrovate; hor vedi, s’altro Sai far, per trauviarmi un pò l’humore. Ted. Oh mio verno d’estate, Primavera d’inverno, Mia rosa d’ogni mese, Mia stella fuor del Cielo, Mio Sole di Campagna, Trappola del mio core, e di me ragna. Dimmi, dimmi burlando; Ch’io del tuo Amor’ altero Nè andrò, mio lume oscuro? Dimmi, dimmi sdegnata, Ch’io sarò il tuo Cupido, Tu del mio core il nido; Che gìà di me invaghita Hai per mano d’Amore Una larga ferita. Io ardo, o Prencipessa, E sol brama il mio seno In Marocco goder Marocco, e Fessa: Io ardo, o mio te soro, E sol brama mia voglia, Che tu sij la mia terra di lavoro. In fine nel tuo mare Vorrei poter voghare; E tra le sponde, onde il mio cor s’aggela, Esser’io timonier, vogante, e vela. Mar. Oh bel modo di dire? Certo, ch’io non t’hauea Per sì bravo Ciarlone: Ma dimmi, e che vuoi fare? Io non son Mare, e tu non sai voghare! Ted. Ah che pur troppo sei Per me mutabil’onda; Ou’Amor mi sguazzuglia, non m’affonda. Ah che tu il mare sei, ed io son legno; L’un senza approdo, e l’altro senza segno. Mar. Hor sù; dimmi che vuoi? Ch’a fè da Prencipessa io ti prometto Fartene hor’ hor l’effetto. Ted. Hor’ hora; oh me filice. Amore, e sarà vero, Ch’io sia de la tua targa hasta e brocchiero? Sarà vero, Marmotta, Che dopo tanti affanni Io finisca le pene, habbia i malanni. Mar. Io ti prometto, e giuro Il presente non darti col futuro. Hor’ a Dio Tedeschino, a rivederci. Ted. Oh felice ballare, Oh beato saltare? Oh bel far capitomboli. Altri stia su le sue arrabbi, e sfondoli. SCENA QUARTA. Meo. Ancroia. Flipetta. Pedina. Gobbo, Cacciatori Meo. OH’che gran gusto è di cacciare Ancroia; Quanti sono i diletti de la caccia, Dimmi, come ti piace andare a caccia? Ancr. A me mi piace assai veder cacciare; Ma quel correr di dietro a gli animali Mi pare una fatica da crepare. Meo. Gobbo dà quà quel gatto? oh com’è grasso! E pur come correa dietro quel Topo? Non credo, che vi sia Animal, che più corra di costoro. Come per quella china Correva quella Cutta? Si vedeua, c’hauevano gran fretta. Gob. Credimi, signor, ch’io hò tanto gusto, Che dopo, che cacciamo, Non hò con maggior spasso fatto presa. Giù per quel monterozzo Sò, che ci feron correre. Vi giuro per la madre d’una Cutta, Ch’ella m’hebbe andar brutta. Meo. E che t’è intravenuto? Gob. Mentre correuo in posta, Il somaro inciampò In un piede di pino, E mi fè dare in terra Così gran stramazzone, Che mi strappò la stringa del calzone. Meo. Eh non è nulla? e a te Messer Pedina, Come t’è andata bene? Ped. Io porto ancor il dito Fasciato per il morso, che mi diede Quel Topo maladetto nel pigliarlo, Meo Eh che? non gli lasciasti il can, balordo? Ped. Glielo lasciai; ma il sciocco Smarrì la via, e lo perdè di vista. Meo. E i bracchi, che facevan? bisognava Pigliar’ un bracco a lassa, Ch’al Topo è sufficiente simil lassa. Ped. Io gli le lasciai tutti; ma che vale Tutta una braccheria Dietro un topo, che corre per la via? Gob, S’haueua a far con me, non gli riuscia; Questa cutta maligna Mi diè ne lo speron’ un morso tale, Che si riempì di sangue lo stiuale. Ma che gli feci a lei? Tosto la gettai in terra, e con le reti Gli fui sopra sì lesto, Ch’ella fè d’esser mia il manifesto. Meo. A me solo quel corvo Mi s’auventò ne gli occhi, e se non era Ancroia con il guanto Di mezo giorno mi facea far sera. Anc. A fè, a fè ch’a me quella Cornacchia, Se non era Pedina con lo spiedo La mi guastava tutti i ricciolini. Fil. E quel Gatto, Padrona, Ch’a torno a me parea, Che far volessi la caccia de Topi, Ma che? subito questi Cacciatori Gli si cacciorno sorto, E’l Gatto v’infilzarono di botto. Meo. Hor sù Gobbo vogliam noi far banchetto. Gob. Vostra eccellanzia sì; adesso, adesso Vuò a chiamar Grasso, e tosto Gli fò far guanzzapagli, fritto, e arrosto. Meo. Chiamalo, e fa la caccia Ben cucinare al Grasso; E di, c’habbia buon sito, e brodo grasso. Gob. Farò quanto comandi; hor’hora vado. Meo. Ancroia, e voi partite Verso la vostra stanza, E ripulita meglio Ritornate a la Regia, o lì vicino Spedite Filippetta, Ch’io vi vuò pasteggiare nel Giardino. Anc. Io vado, e tosto torno. Fil. Prencipe, a Dio, anch’io mi vuò pulire, Mi vuò lavar le scarpe, e la gonnella. C’hoggi con questa caccia Mi ci son fatto più d’una frittella. Meo. A Dio, Ancroia, a Dio; Vattene ch’io Marmotta In tanto ritirar farò di sopra. SCENA QUINTA Grasso. Gobbo. Cacciatori. Gras. OH quanta robba? oh vè uccellatori? Oh questo son le caccie, e Cacciatori? Gob. Senti Grasso, vien quà, vuol far banchetto A la sua bella Ancroia il nostro Prence; Però tutta la caccia Condur fatti in cucina, E mostra il tuo saper questa mattina. Gras. Lasciate fare a me; quest’arte mia L’hò fatto mille volte a l’hosteria. Gob. Grasso, fà quella Cutta a la lombarda Con una zuppa sopra senza cascio; Quella Ciuetta fallo in gelatina, Il Corbo fallo arrosto con la Gatta. La Cornacchia in guazzetto con il Topo: Tu sai meglio di ne l’arte del coco Gras. Lascia pur fare a me, Che sò mangiar la roba, quando ci è. Gob. Lascio la cura a te, ed io me n’vado Verso la Regia a ritrovare il Prence. Cac. Ecco quì tutta la caccia, Cucinate, e pappate? Quanto a voi Non a noi Ella piaccia. Non ne tocca a chi la caccia. SCENA SESTA Grasso. Tedeschino. Gras. OH com’è grasso questo Topo ghiotto? Ei pare una lanterna di Galea. E questa Cutta, oh l’hà la bella coda. Oh Gatto maldedetto, sò, ch’il ventre Ti sei ripieno per quella verdura; E tu Corvo Ciarlone, Haurai finito il presagir novelle? Ah Ciuetta frugnolo de gli augelli, Vuò far de gli uni, e gli altri pappardelle; Del foco haurete ne la mia cucina, Chi allesso, chi rifritto, e’n gelatina. Ted. Grasso, che nova ciè? che cosa è questa? Che fai did tante Cutte, gatte, e Topi? Gras. Oh buon giorno, Padrone, non sapete, Ch’il Prence è stato a Caccia, e c’ha predato Co’bracchi, e i Cacciator quel, che vedete? Ted. Sò, ch’egli è stato a caccia, ma perche Hai tanto roba tu da cucinare? Gras. Oh non sapete niente; egli banchetta Ancroia: quella Ancroia; Ancroia usata Di trattenere Baldassare Amante. Ted. Ancroia: e che vuol seco Il nostro Prence gracchiolar d’amore? Gras. Sì, sì; pur’egli seco è stato a caccia, Ed hora la banchetta nel Girardino, Ted. Oh povera Marmotta? ma che dico? E’ questa, è questa a punto L’orgin vera de le mie fortune. Và Grasso, và in cucina; Ch’ Amor per vie inusate Sà cuocer senza foco le fritatte. Gras. A Dio Padrone, a Dio quanto robba? Almen cotta ne fuss’io guardarobba? Ted. Oh Amor del ventre mio cibo soave? Mia vitella di latte, Ortolano bramato, Staggionato mio bue, starna mia buona, Mio piatto di lasagne co’l formaggio, Ravagiolo d’April, latte di Maggio Fiasco mio di Trebiano, Vin de Monte Pulciano, Mio liquor di Genzano, Verdea, ch’il duol mi molce, Mio bel fico brusciotto grosso, e dolce; E tu Madre di quel, ch’innesta i putti, Bella Madre d’Amore, Ben ver me spalancate Hai di pietà le porte; Non se dee fuggir mai benche si tema. Il dimostrar la fronte, Il fare il viso d’arme, E l’intrepido stare a le batoste Fà, che si mangi senza pagar l’hoste. Quanto hà potuto far la mia Politica: L’importuno tal’hor vince l’avaro. Hor, ch’io mi disperavo, e con Amore Non mi credevo più saldere i conti, Ei mi porge a la penna il calamaro. In fine gli è un fanciullo incanutito, Orbo, che più de gli altri il tutto vede, Un savio tra i balordi, uno scaltrito Fragente, ch’usan far le trufferie; Vuò chiamar la Bertuccia di Marmotta, E far, ch’ella da me sappia, ch’il Prence Con Ancroia vuol far’a la compagna Un banchetto Real’entro la grotta. SCENA SETTIMA Bertuccia. Tedeschino. Ted. BErtuccia, a punto adesso io ti cercavo. Bert. Oh mi maravigliavo; e che tu vuoi? Io hò altro, che far, che le tue ciancie? Ted E vien quà, se tu vuoi, stammi a sentire? Ber. Che cosa m’hai che dire? Forse de li tuoi foliti precetti Di politica sciocca, farfallone? Ted. E non star sù le burle? senti dico? Và, di a la Principessa, Ch’io hà da dirle cose di gran conto! Bert. Sopra di che? che forse gli vuoi fare Quattro altri capitomboli, o saltare? Ted. Che salti, e capitomboli? io vuò dirle Quai torti gli prepara il suo buon Meo. Bert. Il Prence, il Prence; adesso, adesso vado. Ted. Hora é tempo, ch’io tutta versi fuori La Politica mia dal bussolotto. Lingua aiutati pur, che ti bisogna? Questo è pur’ il bel modo Di grattar con l’altrui la propria rogna. SCENA OTTAVA Marmotta. Tedeschio. Mar. TEdechino, che ciè? che m’hai da dire? Che mi hà fatto il mio Prence? Gia, gia ben le sue brame a me son note, Ch’ei vagheggia un bel volto in crespe gote. Ted. Oh Luna, ch’ad Apollo i raggi togli? Sole ch’il sen m’aghiacci, Fà, ch’io fra i cenci tuoi esca di stracci? Sappi bella mia Diva, ch’il tuo Prence Con Ancroia la brutta Entro l’horto ridutto Vuol cor fra due seponi Il malcresciuto, e maturato frutto; E zappator novello D’allagato terreno Ad onta tua desia L’arena coltivare in sua balìa. Che ne dite, Signora? non vi pare, Ch’egli hà finito affatto d’impazzare. Mar. Io non sò, che ti dici, e ancor no posso Saper, che s’habbia fatto, o io m’abbia a dosso Ted. A voi non m’intendete per enigma. Vi parlero più chiaro. Ei nel giardino Vuole innaffiar il suolo, e soura il sodo Coltivar mescolanze d’ogni sorte. M’hauete inteso? Il Prence non di Fessa di Marocco Vuol giocar con Ancroia a la staffetta; E vuol, ch’il tutto attesti Filippetta. Mar. Che Filippa, che Fessa, che Marocco? Oh tu m’hai de lo sciocco? Ted. Hor sù, l’hò intesa: la dirò volgare. Il Prence con Ancroia a la verdura Vuol ratemprar l’arsura. Egli vuol farvi un cornicion sù l’arme, Un vestito a la moda; poiche s’usa, Quanto questo vestir simil lavoro. Mar. Che vuol dare ad Ancroia la verdura; E con un cornicion la vuò vestire? Ted. Sì zucche infarinate? egli sicuro A voi dà il cornicione, Da lei prende l’arsura, e le dà il verde. Le vuol dar la marenda hoggi ne l’horto; E di già in ordinanza Hà messo de la caccia Il mio Grasso l’insolita pietanza. Mar. A dunque Meo, Meo vuole Banchettar la sua Druda nel giardino? S’egli lo fà, mio danno? Farò ben tanto; e tanto saprò fare, Che gli farà mal prode il merendare. Ah Prence, Prence ingrato, Ad altra fai banchetto Di quello, ch’a me fai star’a stecchetto. Altra fia, che disfame Di quello, che a me fai morir di fame. Ah quanto meglio fia Satiar la voglia mia; e non altrove Il tetto racconciar, s’in casa pioue. Dunque ad altra il conuito Fai mal dispensatore Di quel, ch’a me non cavi l’appetito? Ad altra la vivanda Porgi, che non la chiede, Per negarla a chi sempre la domanda? Altrui co’cici tuoi porgi fortuna, E me senza cibar lasci digiuna? Ah Meo, Meo, t’arriverò ben’io, Se tu mangi, ch’io possa Morir sempre di fame, eroder l’ossa. Ted. Non dee la Principessa Co’l Prencipe usar stemma. Poiche questo saria darli licenza. Ma con consiglio scaltro, Per spaventarlo, anch’essa Proverdersi d’Amanti. Poinch’un male tal’hor discaccia l’altro. Ed è gentil costume Di chi Regna, tal’hor darne al comune. Che non spuntano i torti Le fronti, che son grandi; Nè il sol, che chiaro splende, Benche trà’l fango sia, macchia v’apprende, Horsù spina traversa del mio core, Febre maligna de la vita mia, Pettecchia del mio volto, mio dolore, De la gola catarro, e schinanzia; Lasciami homai fruire, Lasciami homai godere, Lasciami homai beare, Non far, non far, che mora, Chi, per vivier, t’adora? Lasciami nel tuo sen fare il mio letto, Lascia, ch’il petto tuo sia il mio coltrone; Lascia, ch’il matarazzo De le mie stanche membra Sia la tua bella imago, Lasciami riposare in te mezz’hora, Poi mandami in mal’hora. Mar. In mal’hora, e in mal punto, oh vè discorso Di nudrito Asinaccio ne la Corte? Ted. A marmotta, mia Anguilla nel vivaio, Mio pasticcio a l’inglese, Mia ricotta sfiorita senza sale; Fà conto, mio tesoro, Tu sij la paglia, ed io sia l’animale; Fa conto, ch’io m’annegri. A’rai del tuo bel Sole, Servimi per ombrello, Se non vuoi, ch’io stia sempre In piè senza cappello. Mar. Che vorresti da me parlami chiaro? Ted. Vorrei, dirollo al fine, Esser del vostro letto le cortine. Volete voi, ch’il dica? Vorrei da voi Signora, Che mi deste licenza Ch’io con voi dimorasse una mez’hora Mar, Horsu; taci, t’hò inteso; Hor non è tempo, ch’è tornato il Prence; Tu dici, c’hoggi deue Venire Ancroia in Corte, Vestiti, come lei, muta sembiante, E vien da me sì travestito Amante Così senza sospetto Ne la Regia entrerai, E sarai la Cortina del mio letto. Ted. Io vado; e travestito Hor, hor’in corte a rivederui io torno. Mar. Và, ch’io di quà mi parto; e ne la Regia Ti stò attendendo hor, hora. Per torlo da la noia, Il Tedeschino è diventato Ancroia. SCENA NONA Catorchia. Scatapocchio. Cat. INfine io Fliippetta Adoro, come adora il pesce l’amo, La Gatta il Topo, il Tordo il teso lascio, Lo smeriglio la quaglia, il lepre il cane, La volpe il Cacctatore, il Gufo il giorno, L’acqua il villano, il Cavalier lo scorno. Flilippetta è il mio leto, oue non poso; Il mio nido, il mio porto, Ou’erro, senza mai giungere in porto. Scat. Io sento, e nel sentir sento, e mi pare, Che tu tutto possiedi, e nulla godi. Cat. Possiedo, e non possiedo, amo, e non amo. Ah Filippetta, Filippetta cruda, Mira dentro il mio seno, Fatto d’Amor la stalla, Qual son de’lumi tuoi arsa farfalla Scorgi dentro il mio core Fatto d’Amor lo scudo Il tuo ben fatto drudo? Queste mie gambe arcate Son di Marte novello Sotto il peso incuruate Di trattar some, e di portar fardello. Sca. Bisogna, che l’Amore Sia un pazzo pizzicore. Vuoi, ch’io faccia qual cosa di mia mano? Cat. E che ci vuoi tu fare? Ella stà quì; chiamarla. Tu batti Scatapocchio. Scat. Tic toc, tic toc, olà di casa. O’ la non sente, o ch’ella non è in casa. Cat. Ribussa Scatapocchio, buffa forte. Scat. Tic toc, ò là venite a basso, Se non ch’io rompo l’uscio con un sasso. SCENA DECIMA Catorchia. Scatapocchio. Filippetta. Gobbo del Violino. Fil. CHi batte l’uscio? Scat. Son’io, che voglio entrare; E se mon apri, getterò per terra La porta, il chiavistello co’l battocchio. Cat. Fermati Scatapocchio? Fil Oh vè chi vuol bravare Razza di tartaruca. Se ci calo da basso, Ti ficco con un calce in una buca. Cat. Filippetta son’io, lascialo dire. Fil. Catorchia tu sei tù; hor vengo a basso. Cat. Oh come hà fatto Amore Destarsi in me la febre a la sua vista. Fil. Dov’è questo bravaccio? oh vè Catorchio; Che gran gigante, che tu porti teco. Scat. Così, come mi vedi, Non hò bisogno di banchetto a’ piedi. Cat. Com’ hai sì lugo tempo, Filippetta, Sofferto a non vedere il tuo Catorchia? Deh per tua fè mia Filippetta bella, Fà conto, ch’io sia un soldo, E mettimi pian piano Con le tue belle mani a la scarsella. Scat. Fa conto Filippetta, Ch’egli sia il Tordo, e tu sij la Ciuetta. Fil. Catorchio vuoi tu nulla, il hò che fare? Cat. Deh Filippetta cara, Non lasciar, che si perda la semente De’ Catorchi nel Mondo. Fil. Che vorresti da me? Cat. Vorrei, se ti contenti, starmi teco A magniar’ un cantuccio, e ber del greco. Fil. Và torna, come Ancroia Và a desinar da Meo; e Scatopocchio Conduciteco, che con l’uno, e l’altro Vuò, che giochiamo al tiro nel giardino. A Dio mio Catorchino. Gob. Oh vè che bella coppia? del Filippetta, che forse hai nimicitia? viol. Che si ben sei provista di Giganti? Cat. Che fà quiui il Trafedi! Oh Gobbo sciagurato. Che forse Filippetta, Apprendi da Costui A portar polli fuori del mercato? Scat. Oh l’è il Gobbo Trafila, Che torce senza fuso l’altrui fila. Gob. Che dici sconciatura d’una botta? Nanaccio, male in piedi, Ti fo leuar di quì senza i tuoi piedi. Cat. A chi dici, Gobbaccio? Quì tu non hai, che fare. Non v’è nessun, che si voglia arruffare. Oh bell’huomo di Corte, Spaccare il sonator di violino, E senza morti fare altrui Becchino. Gob. Oh mal fatto Gigante, Và, và; và fà l’amore con la Fante. Oh vè chi fa l’Adone Balordo animaletto da stidione? Fil. Catorchia, oh via non più; lascialo dire? Ogniun deue adattarsi, Per poter sostentarsi, E poi non è difetto In un, che sà sonare, Il saper dar lezione di cornetto, Cat. A Dio Filippetta, adesso, adesso Ritorniamo da te mettiti in punto. Và, và Gobbaccio và; Và porta i polli in là. Sca. Io nò, non vuò tornare, Che non vuò, che vi sia qualche pantano, Ou’io portassi rischio d’affogare. Fil. A Dio tutti, a Dio tutti, a Dio trafedi, A rivederchi poi: Lor non san quel, che passa fra di noi. Gob A Dio Filipetta, Non ti scordar del gioco di Ciuetta. SCENA UNDECIMA: Tedeschino vestito d’Ancroia. Ted, VE, come per l’appunto Il vestito d’Ancroia mi s’adatta. In fine Amore è quello, Che fà fare ogni cosa; E a’ Matti, e a’ Sauij togli anco il cervello. Un, che sia innamorato, Per hauer quel, che brama, Ad ogni atto più vile accomodato Hà l’animo il pensiero; e per amore Farebbe il Birro, il Boia, e l’Appicato. In me ecco l’effetto pié d’ogni altro. Io, che sempre sù’l grave Da Cavalier di scherzo ne la Corte Mi trattenni famoso? Io, che di maggior Prenci lo Statista Fui con tanto mio vanto; E ad ogni Potentato Imparai di Politica il donato? Hor per man d’un Arciero Muto voce, sembiante, opra, e mestiero! D’Ancroia in vece hor’hora Entrar’io voglio in Corte. E con la Prencipessa Per questa via tentare Di languir sempre per non più penare E s’io Donna pur fossi, Quanti, quanti Merlotti Haurei pigliato nel mio serbatoio. In mia fe, ch’in tal’ habito Mi par più gratioso comparire. Con questi occhi furbeschi Sembro dardo de’ cori; Con queste labra orlate Sembro de la mezina di Cupido La più sdrucita bocca. Con questo curuo naso Di Vener sono il naspo; La diradata fronte Gallinaio è d’Amore. In fin questa mia vita sì ben fatta, Se, qual’huomo son’ io fossi una Donna, De le gioie amorose Sarei la più ben fatta, e bella gonna. Ah Marmotta, Marmotta, quanto meglio T’era non così farmi a te venire. Forse, se m’aspettavi a te dauante Di Tedeschino in forma, Non così tosto divenivi Amante. Ma in questo habito a fé, Che tu ci cadi affatto, Ed io son di Marmotta fatto il Rè. In Licia ancor Achille Portò fra le donzelle Habiti feminili; E pur’alfin mandò Troia in faville. Ed Ercole con Iole, E con Onfale stette A tessere, e filare Hor un manto, hor’un vele; E pur con le sue spalle Fù buon fachino a sostenere il Cielo. SCENA DUODECIMA Meo. Tedeschino d’Ancroia Meo OH ecco apunto la mia bella Ancroia. Ted. Oh fortuna maluaggia, che sarà? Amore, aiuto, Amore, io son già perso. Meo. Ancroia, anima mia, con e cotanto Sei tardata a venir dal tuo bel Meo? Ted. Ah Cupido cornuto, e che farò? Meo. Ancroia: a che così? con chi raggioni? Perche da me ti scosti, epar, che fuggi? Vien quà, vien quà Cattiva; ah tu conosci, Ch’è dato il fringuellone ne la ragna. Fatti più quà, che fai? oh via non più? Traditora sì sì; così si fa? Adesso, che tu vedi, Ch’io non ti voglio male, Mi fai il grugno di porco, e’l pela piedi. Ted. Eh lasciatimi stare? hò altro humore. Nel venire a la Reggia a me quì presso S’è sciolta de la testa la correggia. Meo. Che correggia? vien quà, vien quà balorda, Ch’io ti darò na stringa d’allacciarti. Ted. Sí buono, buono, mi è successo peggio. Meo. E che mai t’è successo? dillo a Meo? Ted. Lingua, aiutati a fè, che n’hai bisogno? Quando, che serrai l’uscio de la porta Vi serrai dentro meza la gonnella. Guardate l’è stracciata, e senza coda? Meo. E questo ancora è nulla; se non vuoi, Altro, che far la coda a la gonnella, Io te ne voglio fare una più bella. Ted. E pur lì, ci vuol altro. Se tu sapessi quel, che m’è accaduto, Non scherzeresti meco così franco? Meo. Che diavolo mai t’è succeduto? Ted. Tra via diedi in un sasso, e caddi in terra Con tutta la persona, E mi squarciò la bocca la pianella. Meo. Mostra, dove l’hai rotta, Ancroia, Ancroia Dove fuggi vien quà: mostra la bocca, Oh vè, che ritrovata? Tu non vuoi esser tocca. Ted. Deh Prence, per tua fe lasciami stare! Chi cherca, tal’hor trova Quel, che forse non brama di trovare. Meo Io son fuor di me stesso, ingrata, è forse, Questo sto tuo tiro, per strapazzar Meo? Io, che tanto t’hò amata, Io, che ti diedi tanto gusto a caccia, Io, che meco a banchetto t’hò invitata, Deui trattar così? và via vaccaccia, Che forse fra quei corni A me più mansueta fia, che torni? SCENA DECIMA TERZA Baldassare. Meo. Tedeschino. Croatto. Cro. BAldrona, mirar’Ancroia, e’l Brincipio? Che voltar, che fuggire? Fermare, non partire? Bal. Non es possibles Sì pares; non creo di veser: Creo, m’aglegar mas erea, Eglia has, como fusse queglia. Infame, mal nassida, Piccherona, hoi mui tiempo granchiado, Puor hazerte bien; Mandil de la cuerte; Lavandiera de la comunitades, Glieuares quattros Cosses, y dos buffettas. Ted. Piano, piano, co’l dare? oh vè Spagnolo? Insolentaccio? oh vè quanta superbia? Croat. Risbettar veramente Per ti douer la Brincipessa Ancroia, Che de l’honora, e de la nobilitata Un quarta hà boste in Fessa, e ladrain Tro-(ia. Ted. In fin questi don Corni, Come, che se le dà tantin di dito, Sì pigliano la man con tutto il braccio. Smerdarol d’Avicenna, Più non son calamar de la tua penna! Meo. Guarda, come tu tratti? Non hai a far con matti? Oh vè ch’impertinenza? Sfacciato, hai tanto ardir’in mia presenza? Bald. Y tu Principe de cuerno, Borroccio, Cuero, Cauronasso, Tales pagas hauereis, Come eglia hà recebido. 08 Fà finta di darli. Toma esta a buena cuenta, A memoria de los servisios. Toma esta otra begliacco, begliaccone, Prencipe de Mierda. Meo. A me, a me forfante, a me si dà? O Guardia, o Guardia, corri; Corrio Guardia, che fai, Corri, vien quà? Bal A ti, a ti, a ti. Puerco, Piccaro lovo. Meo Ah Spagnolo Marrano, Ti vuò far’ appricar’ per una mano. SCENA DECIMA QUARTA Michelino. Gobo. Pedina, e li medesimi. Mic. FErme, ferme fermate furfantascie. Bal. Mi has faltado mi dama. Toma esta, toma est’orra. Mic. Voler’ al nostre Prenscie Rompere le mostascie. Ted. Oh Spagnol senza fede, Questa é la riverenza Che verso il signor nostro si richiede? Gob. Oh vè questo nemico De la Carne di porco? Schernir così Marocco? Fermati, Morescaccio senza fede, Ti vuò far strangolare per un piede. Mic. Pedina dascie; dascie, Gobbo, dascie Spasciacamine de le merdarole, Ti vuò fare impiccare per le gole. Ted. Oh che venga la peste A chi mi diè tale veste. Oh pover Tedeschino: Fermati Michelino? Mic. Oh questo non è Ancroia, è Tedeschine. Oh brutte furfantascie, come stà, Tarantan tarantan, tarantan ta, ta. Gob. Oh brutta Ancroia, oh fetido barone. Oh guarda il bel politico Buffone. Bal. Mires, che linda Ancroia, Puerco desuergonzado. Cro. Oh quanta per ti degna di star fatta! Vere Donne per tì per man d’un gatta. Meo. Oh Tedeschin statista, Tu fai la bella vista? Ped. Oh Proprij di Barone, Oh degni di castigo Sciocchi andamenti, ed insolenti fatti: Convengon piattonate a lecca piatti. Ted. Io me ne vuò fuggire: Maladetta Marmotta, e’l travestire. Mic. Toffi, taffe briccone. Gob. Gli sian le scosse a furia radoppiate; Seguitiamolo a suon di piattonate. Cro. Badrona, a chisda mala, Per ti, e per mi fuggire la mal’hora. Bal. Un bel fuggir toda la vida honora. ATTO TERZO SCENA PRIMA Michelino. Mantuano. 09 uscirà cantando queste parole. Mic. OH calde Pasticcie V scite dal forne Condieci fiaschi de vin del miglior; Acciò ch’a a l’odor Il mi nase s’arriccie. Oh calde Pasticcie, oh calde pasticcie. Trandira, trandira, trandira trà, trá BVone Piscione arroste, ar-roste allesse, Vitelle, fegatelle, e buon pul-pette, Sanguinascie, salciscie, e scervellate. Quattre pollastre fritte a la padelle, Un buon fiasche di greghe, e du frittate: Andare a trovar Grasse coche, e coche Grasse, E dir’, che Cutte in stufe, e Corue allesse, Gatti in le padelle, e Tope arroste. Cornacchioni in teame; e’n gelatine Le Ciuette co’l Grasse de Cucine. Man. Padrone, andiame, che fra di mez’hora Meo vuol desinar con la Signora. Mic. Andiame Mantuane; Marmotte stà disciune, E Ancroia nel sciardine Con le sue belle Trude pranserà. Ancroia hà’l Tope, e Marmotte non l’hà. Trandirà, trandirà, trandirà trà. Man. Padrone, andiame via, Troppe il Prencipe nostre Di giocare a ciuette hà fantascie. SCENA SECONDA Masino. Tordo. Mas. TOrdo, vedesti tu con qual rispetto Al nome di Marmotta Baldassarre Si mostrò riverente ad ubedire? E un garbato par suo per vita mia. E par, che fra di loro Vi sia di sangue qualche simpatia. Tor. Certo, ch’io ne restai tutto confuso. Credeuo, che sta bestia Non servissi per altro, che per smorsie; E che sol ne la Corte Egli sapessi fare Una boccaccia, una risata a ufo. Un dar nel ravaniccho, Uno star sempre teso co’l palicco. Ma vedo, ch’egli è buono in ogni cosa! Vuoi, ch’io ti dica? stimo, che costoro Faccino il pazzo, per far pazzo altrui. Mas. Pur troppo è vero, Tordo: Via: Baldassar di noi si lasci stare. Ma il Tedeschin, che cosa serve in Corte. Tor. A dir mal di qualch’uno, et in tinello Mangiar’ a ufo senza discrizione. Mas. Chè un pan perso da vero; ei non è buono, Se non a far lo sciocco di politica. Tor. Sicuro, che politica migliore Non si può trovar di questa sua, Bere, mangiar, vestire; e a l’altrui spese Fare il Cavallerzzao pe’l paese. Mas. E sai, come sigonsia, e come sbuffa? E i pare una gallina Mantoana. A fé, a fé, che, s’hauesse a far’io, O vorrei, che facesse da buffone, O mandarlo al barone. Tor. Che vuoi fare? hoggi dì questo mestiero A segno s’è ridotto, Che tanto val l’astuto, che’l balordo. Mas. L’è una bell’arte a fè. Da Masino ti giuro, Ch’io cambiarei il mio stato co’l buffone. Tor. Ed io prima di te lo cambierei: Che fatica si sente In fare una risata, in motteggiare, Far con una boccaccia un viso arcigo, Pigliare una Chitarra, e schitarrare; Dir quattro sfiondature a la spagnola; Accommodar si sempre a l’altrui voglie. Se quegli dice sì, dir sì due volte, Se nò, non sia; e sempre sù lo scherzo. Mostrar di piccardia hauer bei motti: Questi son ne la Corte i Corteggiani, Che fan gli altri Merlotti. Mas. Veramente l’è un’arte benedetta: Ma sai cos’è; ch’io non vi hò quel talento. Che vi bisognerebbe; e tu ci hauresti. Che, se ciò fosse, a fé ch’il segretario Altri farebbe in corte. Tor. Ed io, se qual’hai tu, la vista heuessi; Vorrei, ch’il consigliero altri facesse. Nel dir non hò pavra. Io sò sonare, Sò ballar, sò cantare, e mi s’avviene Il far ridere altrui con belle botte. Sai, che cosa non hò? la complessione Assuefatta a star sempre imbriaco, Oltre, che non sò nulla in medicina; Nè saperei mai fare Altri, e me vacuare; E ancor sono ignorante De la ragion di stato, e non sò come Tratti de la Politica il buario? Non nó: meglio é, ch’io stia fra le due acque, Così son Consigliero; e appresso il Prence Nome hò di bell’humore, e di faceto. Mas. Eh Tordo; il star così non ti può dare Quello, che ti darebbe esser’in tutto Ne la Corte Buffone, e non a mezzo. Tu dici, che non sai far cosa alcuna? Non sai tu far gliocchiali? Io veggio pur, che tu n’hai tanti attorno, Che pari l’occhialaio del Comune. Tor. Si sò fare una Zucca. Che credì, che gli occhiali, Ch’io vendo, siano fatti di mia mano? Mas. E chi dunque li fà? Io sempre tenni, Che tu di tal mestier fossi inventore? Tor. Oh buono: Masino, è questo Mondo Una palla, che chi non sà sbalzarla, La caccia perde, ed il suo colpo falla: Sai tu sotto gli offici, Che vi son quelli Armeni? Da lor compro gli occhiali; E poi per miei li vendo A chi per miei li tiene: oh ch’Animali? Mas. In fatti dice il vero. Non luce senza truffa alcun mestiero. Oh vè come s’ingannan le persone? Che tu sij per gli occhiali Il primo huomo del Mondo è l’opinione. Tor. L’opinion fà caso, Ed hoggi dì gli è sciocco Colui, ch’altrui non sà menar pe’l naso. Mas. Hor tira dunque avante; Ma, per tornare a nostro, Sai, che cosa farei, s’io fossi Tordo. Tor. E che cosa faresti? dillo un poco? Mas. Io vorrei congegnare Di fare un’occhialone, C’hauessi il fondo, e sopra il sfogatoio; E perche dici, che sempre embriaco Vuole stare il Buffone, Accio, ch’il vino non mi fessi male, Di quel mi servirei per servitiale? Così vacuerei, E se bevvto hauessi il rendereì. Tor. A fé, che tu non l’hai pensata male: Oh che ti pigli il granchio? Quel, che serve, per meglio veder lume. Vuoi, che serva per l’occhio del lor dume? E poi, come vuoi tu, ch’in medicina Io operi, se non hò mai medicato? Mas. Ch’importa il medicar? non stà al sapere? Da Medico puoi far senza pavra, S’il medicare é dato A chi sà far morire un’ammalato. Tor. A la ragion di stato, che dirai? Mas. A la ragion di stato, Come non vuoi sapere Più di quel, che ne sappia il Tedeschino, Non t’affannar di rimesciar le carte; Anzi, quanto più Asino sarai, Tanto più’l Tedeschin somiglierai? Tor. Masino, fallo tu, ch’a fe ti giuro, C’hai viso di Buffone, Bocca di Baldassarre, Vita del Tedeschino; E senza tua fatica Par sempre, che t’agranchi, e facci smorfie Credi a Tordo Masino, Piglia il lor posto in Corte, E poi dì, che ti passi Lo Spagnol con le smorfie, E con ragion di stato il Tedeschino. Mas. Tu vuoi la burla, Tordo: Come vuoi tu, ch’io faccia da buffone? Bisogna hauer gran ciarle, ed io la lingua Non hò staccata ancora dal filello. Tor. Hor sù lasciamo il posto a chi lo vuole, Facciam l’officio nostro; e già, che s’usa Il far l’homo faceto, ancora noi Facciam ridere altrui. Andianne a ritrovar la Principessa, Per dirle quel, che disse Baldassarre. SCENA TERZA Ancroia Gobo del Violino detto Trafedi Anc. HOr’hora ne la Regia (Prence. Andar me n’voglio a ritrovare il Ma la mi par pur dura. L’hauer’ a far con Prenci E’fuor del mio mestiero. In fatti son baiate Chi nacque per l’aratro, Malamente s’adatta al Cavaliero. Ma vé ecco il Trafedi? Gob. Ancroia, dove vai così allindata? Anc. Ne la Regia da Meo a merendare. Gob A merendar la Meo? che non sai nulla? Quell’ impertinenton del Tedeschino Con le tue proprie vesti in vece tua. V’andò poco anzi; ed è di già scoperta La mal tessuta tela al’ altrui danno. Tutti non son Trafedi. Com’io non v’hò le mani, Ogni cosa a la peggio; tu lo vedi. Anc. E come il Tedeschino? oh Boffonaccio? Che non gli basta di mal contrafare Il Gentil homo in Corte, Ch’anco me vuol scimiare? Ma chi l’habito mio il potè dare? Gob. La Filippetta al certo. Vuoi, ch’io ti dica Ancroia. Levatela da torno. Tu sai per prova homai Ne gli affari d’Amor, chi sia Trafedi? Nel portare Ambasciate Il saper di Cillenio tengo a vile; E più d’un può far fede, S’aggiustar sò tre oua in un bacile. Tu mi fai torto a fé; questa è arte mia; E di giá in altro posto, Ancroia, mi vedreste; Se si desse scoperta D’Amor l’imbascieria. Anc. Vuò far quel, che tu dici. Dammi il braccio, vien quà, andianne in casa. Hor sì, ch’io più non temo, Di perder le giornate; S’il Trafedi s’è fatto Il mio porta ambasciate. Gob. Andianne; e ogniun di noi Faccia le prove sue; E al paragon si veda Chi meglio sà spacciare, Per vitella di latte, anco del bue, SCENA QUARTA Bertuccia. Marmotta. Bert. PRincipessa, e che fia? Sù, Sù non più sospiri? Raffrenate gli affanni? Voi pur solei tal volta Con il canto passar la fantasia. Via, via cantate un poco. Rattempra il canto l’amoroso foco. Mar. Ah quanto il ver m’aditi, Mentr’a cantar m’inuiti Suol tal’hor sù’l Meandro Augel canoro Già vicino al morire Cantando palesare il suo martoro. Dunque cantar debb’io, E con voci dolenti Accompagnar co’l canto il morir mio. 10 Quì comincia il recita tiuo cantato in musica.. Ahi lassa, e pur partire Duorò senza morire! Pur lasciar deuo, Amore, La mia sede; il mio soglio, La mia vita, il mio bene anima, e core; Ah proterva Fortuna, ahi Fato indegno. A che farmi di Meo Real consorte? A che portarmi sù codeste arene? Se pure al fin doueuo Delusa ritornar nel Patrio Regno? Misera, e dove il piede Volgerò forsennata? Dove, dove smarrita N’andrò di Fessa disprezzata Erede! Ah Prence, ah crudo, e pure, Pure potrai soffrire, Di vedermi partire? Pur da te lunge, oh Cielo, Ne debbo andar schernita? Ohime, ch’io cado, io moro, ardo, e m’aggelo! Portentosa beltade, infausti vanti, Se solo al fine io sono Esca infelice di sospiri, e pianti? Oh Padre, e con qual ciglio Mi raccorrai nel seno? Con quai braccia dolente Accorrai la pua Prole? Se tra l’ombre son’io Ombra, ch’a forza fuggo il mio bel Sole? O stanza, oue il mio nido Già sì lieto godei, Fortunato ricetto, albergo caro, Hor per me fatto amaro. Prence, Prence, e pur fia, Ch’altra più fortunata. Nel tuo bel seno ad onta mia superba Riposerassi altera? Altra fra dolci scherzi Lieta godrà de la miseria mia? Ed io fra tante pene Lunge da’tuoi bei lumi N’andrò misera Amante, Nè permetter mi vuoi, perfido, e rio, Che nel partire almeno, Possa dirti, spietato, io parto a Dio. 11 quì finisce il recitativo in Musica.. Ma che vaneggio? ahi, che le Donna suole Sempre appigliar si al peggio: Io più quì non ne voglio? in Fessa in Fessa E stia in Marocco, chi ci vuole stare. Più tosto iui Zagnotta, Che con Meo Principessa! Bert. Deh per gratia non più? voi v’affligete, Che parete una cagna arsa di sete. SCENA. QUINTA. Marmotta. Bertuccia. Masino. Tordo. Mar. ECco a punto quì Tordo con Masino. Che v’è di novo Tordo? Trovaste Baldassarre? e vuole andare? Tor. Eccellentissima sì; egli ci disse, Che quanto tu comandi, egli vuol fare. Mas. Certo, che Baldassaree Sì mostrò così pronto ed ubbidiente; Che s’io l’hauea per nulla, hor l’hò per niente. Tor. Quando intese, che voi Voleui Ambasciador mandarlo in Fessa, Disse son’huomo de la Principessa. Farò prima i mie fatti, e poi gli suoi. Andate; e dite, ch’io Anderò in Fessa Capitan de l’armi, E se non basta al Padre, il farò al zio. In fine gli è un Fantoccio Da tenere più conto ne la Corte; E’ sà torre la vita à chi vuol’ morte. Mar. E’ pratico di Fessa, che vi disse? Ch’ei farebbe il servizio, come và, Saprà far l’ambasciata? Mas. Sì sì; credete certo Principessa, Ch’egli sia vero ambasciador di Fessa: Mar. Horsù, che si spediscano le lettre, Masino; ben formate Lettre di condoglienze al Padre mio. Scrivete, ch’in Marocco La sua unica Figlia Emula senza striglia, Che di Fessa l’Erede E’ fatta una pianella senza piede; E che l’investitura Non le tocca più giù de la cintura. Ch’Ancroia è de le carte il sette, e l’asso, Io con cinquantacinque faccio passo. Mi dice il cor, che per hauer’ io sia Da Baldassarre ogni allegrezza mia! Tor. Veramente gli è forte, Ch’ogni hora cambiar Meo vogli Consorte? Mar Gli è forte, e non si può più sopportare, Ch’egli de l’altrui case sia pontello, Mentre la sua stà quasi per cascare. Tor. Signora, io vi consiglio, Che voi più tosto Meo facciate bue, Ch’egli Marmotta debba far coniglio, Mas. Ed io vi dico, che s’egli vi cozza, Voi la cozziate seco, e se giumenta Di lui fià forste, hor d’altri siate rozza. Mar. Di ritornare in Fessa à la mia meta, E abbandonar marito così fatto, Che sol la Patria mia mi può far lieta. Tor. Oh così vadan tutti; e chi non vuole L’eclisse de la Luna in casa sua, Rimiri i rai d’un eclissato Sole Ber. Facciam, che con il Sol perda la Luna: Cambiar’ Cielo tal’ hor porta fortuna. Mar. Farò quel, che la Sorte Vorrà di me; tu intanto Bertuccia, vanne à trovar Baldassare, E dì, che venga, che li vuò parlare Di cosa, che mi preme, ed egli hà a fare. Ber. Io me ne vado; hor’ hora Quì Baldassar conduco a la mal’hora. Mar. Meo, Meo ben fia, che tosto Marmotta di te faccia aspra vendetta. Ben di mio Padre la debil potenza Farà quel, che non mai potei far’io. Bestia senza ragione, Animal senza senno, Prence ignorante, senza discrezione; Così così doueui Condur me, che ti fui Disturbo ne’ contenti, Diguno nel mangiare, Arsione nella sete, Esca ne l’appetenza, Cibo fuori di pasto, Male ne la salute, Dispetto ne’ piaceri, Salsa senza appetito, Moglie senza marito? Così, così, Marmotta Dee veder crudo Meo? Ma vè, questo è d’Ancroia il cibo amato Ecco Grasso, che viene Con la vivanda cotta; e Michelino Guardiano è fatto de’ miei mal bocconi. SCENA SESTA. Michelino, Grasso, e li medesimi. Mic OH Grasse, buone odore di cucine? O che robbe ben fatte Mi và in giù per le gole quelle gatte. Gras. E a questa Cutta sdrucciola l’unto Più, che non fà il sedere a’ pescatori. Mic. Oh ecco Prencipesse? Oh Grasse, Grasse, che le dirai tù? Gras. Corpo non sò che dirle? Ella vorrà sapere Chi del mio cucinato haurà a godere. Mic. Sempre il mal sciorne à la vostre escellenze. Portate pesce crude, e carne cotte Il Prenscie a la sua belle Ancroie, Gras. Che diavolo dirai razza di Boia? Mar. Chi? Che? Che Ancroia? che? Mic. Quelle Ancroie bellissime, Di Baldassarre scrofole Fà con il Prenscie à rozzole. Filippette dulcissime Con gatte, Scimie, e Topole Pasturar vuole il ventrule, Ventraglie ne le pentole. Gras. Che ti venga il morbo Ranocchione, E forse, che non parlar per isdrucciolo? Mar. Che diavolo di tù? parla, ch’intenda? Che cosa porti quì con Grasso à Meo? Mic. Ciuette, gatte, cornacchione, e cutte, Tope fritte in guazzette, e grille arroste, Con une brave zuppe a la Fransciese Tarantan trà, trà. Mar. Bestia rispondi à tono? Che cosa à quel, che porti? è crudo, o cotto? Mic. Crude, cotte, e non è cuscinate; Grasse coche l’hà fatte sciagurate. Gras. Il malan, che ti pigli, Bestiaccione; Mar. Mostra quà, mostra quà? che non sò io, Ch’è roba cucinata per Ancroia! Gras. Piano, piano, signora, ella non è, Egli è un certo liquore, Che voglion coltivare; E pria del fiore il frutto saporare. Mar. Tu non mi vuoi dir nulla? Michelino, Mostra quà? che cosa è dentro quel piatto? Mic. Queste è un fiasche di greche di cantine, Mar. Oh tò và, e porta la vivandamò? E tu Grassaccio coco del mal tempo, Cucina per Ancroia, e pe’l tuo Meo Quel, ch’in terra cadéo? La robba, che quì ascosa si tenea, E’ per me diventata fracassea. Mic. Adasete adascie, briccono. Sò, ch’il Prenscie, ed Ancroie pranserà. Tarantan, tarantan, tarantan tà tà tà. Mar. Oh vè, se gli l’hò fatta? Portate da mangiare nel giardino Razza di Porta polli? A le forche con Grasso Michelino. SCENA SETTIMA Meo. Tedesch. Mantuano. e li Medisimi. Ted. CHe rumore è cotesto? oh quanta roba? Era pur meglio in vece di gettarla Darla al mio cannarone a trangugiarla. Mic. A soscellenze, a soscellenze; adesse Vuoglie dirle ogni cose. Scellentissime, Tutte Gatte, tope, e le scivette, Le Cornacchie, le cutte tutte in terre. Il buon fiasche di Greche Micheline Hà saluate ne le sue maghezzine. Meo. Chi, Chi gettò per terra Quel, ch’io volea mangiar? che lo risappia; E poi, se la vendetta Non fó del Prence Meo, Mi sì strappi la stringa a la branchetta. Mar. Io, Io, Io, son quella, C’hò rouesciato al piano Quel, che doueua empirti le budella. Hor, c’hai mangiato lauati la mano. Meo. Dunque cotanto ardire hauete havuto Di mal trattar la roba, e chi mi serve? Mar. Mi duole, ch’io non gl’hó rotto il mostaccio; Ma quel, che non hó fatto, adesso il faccio. Mic. Adascie, adascie queste son picchiate. Meo. O bestia da bastone, Tó, piglia stò sgrugnone. Mar. E tù pigliati questa, Vedi, s’anch’io nel dar la mano hò le sta? Ted. Olà, o là signori Fermateui, non fate; Marmotta, ecco per te il Tedeschino, Mic. E per Meo Michelino. Meo. Che dici ombra di notte? Ti piacciano le botte? Mar. E tu ombra di giorno, Ben và quel, che t’hò fatto In sú la fronte, rilevato corno? Ted. Marmotta, io son quì teco; Se ti dà più, l’havrà da finir meco. Mic. O belle bricconascie, ignorantascie, Fà, fà quel, che ti tocca forfantono, L’arte tua é del buffono, E non di far lo brave, e’l bel mustascie. Man. Oh vè se la và bene? Un buffone vuol far d’innamorate? Che ti venga Mostaccie d’appiccate. Mic. Vedete belle in piasce, oh Tedeschine, Io meglio faria te, te Micheline. Mar. Bisogna, ch’imbriaca la fortuna Fosse, quando ti diede a comandare; Oh ve faccia di Prence? che ti venga Nel meglio de l’urina la renella. La lebra ne le scarpe, La tosse ne le mani; La podagra ne’ denti, La rogna a la francese, e pelarella Meo. E a te possa venire Il sonno senza voglia di dormire. Ted. Ed a me venga hor’hora Marmotta mia signora. Mic. E al mio buon Cacciator Micheline. Venga piscione arroste, e del buon vine. Gras. E a Grasso coco a modo Venga da leccar piatti, e scolar brodo. Ted. E il Tedeschino Amore Faccia del suo giardin’ l’innaffiatore. Mic. E al Tedeschine fascie Meo, che Michelin rompa la fascie. Mant. E a Mantuan die segne, Che le rompa la schiena con un legne. Gras. E a Grasso dia licenza, Ghe gli dia d’una trippa in sua presenza. Tor. E a Tordo con Masino Mas. Su l’asino scopare il Tedeschino. SCENA OTTAVA. Baldass. Croatto Filipetta et i medemi. Fil PAdrona, eccoui quà Condotto Baldassarre? Cro. E’l serva sua Croatta, Che sempre a bresso và Com’ al larda solir’ andar la gatta. Mar. Baldassar’, ben venuto; Io hò bisogno Da te d’un gran piacere; E con un certo affetto, Che non sò da che nasce; Di te mi fido assai: me lo vuoi fare? Bal. De mui buona gana senora es mi servitio, Che los espagnolos Tenemos mas opras, che palauras. Mandamie in che soi buene, Che sarà servida. Mar. Voglio mandarti in Fessa; E già, ch’io sola sono Erede de lo stato, Io voglio nel mio regnó comandare. Bal. In huera buena sennora; Mar. Così questo ceruel da far lunari Per piede servirà de l’arcolaio Ad Ancroia, ch’è fatta il suo vivaio. Hor senti Baldassarre, Racconta al padre mio Quel, che la Meo sopporto. Digli, ch’il vedouile Egli m’ha dato prima d’esser morto, E digli ancora, che d’Ancroia affatto E diventato matto. In fin digli, ch’andare Io voglio in Fessa, e più con Meo non stare. Bal Biene: dieme la cifra, Y con l’ordin, che mi dares, Seghiremo; che son plattico en la tierra. Essendo nassido in eglia; Y entiendo la lingua. Che sagnale me derà, paraque sia Conossido da eglio? Mar. Solo per contrasegno, Come s’usa fra noi, mentre vogliamo Mandar certe ambasciate, Digli, che ciò gli dice, chi nel braccio Destro tien’ una perla, per segnale, Che Natura l’impresse nel Natale. Bal. Me scuse; creo, che vostra istiè me burle; Y che la mas collera Le haz salir de ghuditio. Mar. Io non hebbi altro sengo con mio padre Di quello, ch’io ti dico, Bal. Ia non es menester, che mas me burle. Che ià l’hò entendido. Cro. Oh star bella? Marmotta Giocar con Baldassarre a la bilotta. Mar. Che forse non lo credi? Ecco, ostinato, il segno? Bal. Es possibles tal cosas? Y a chi stà el mio. Mar. Ohime; che veggio? io sento Scotermi tutta l’alma. O Cielo, è forse Questo il fratello mio, che già perdei? Hor’ in Fessa, oh che provo? Perdo il Marito, ed il fratello trovo. Bald. Oh mi Ermana ermosa; Ermana de mi occhos, Mi alma, mi corzaon, mi vida, Dames sto brazzos. Ia, ia me pares, ch’il Sole, y la Luna Stien in coniunzion, mi alma, Donde potrà dar lus a nostras tierras, Y gustos a nostros padres. Mar. Sempre con Baldassarre Hò hauuto simpatia. Oh come i miei tormenti Hora cangio in contenti? Oh fratello bramato, ecco ch’è giunto L’hora, ch’insiem faremo del pan’unto. Meo. Oh quel, ch’io vedo, e sento? Oh quel, ch’appresso miro? Di star meco del pari, O Baldassar, vi sia Autorità concessa; Prencipe io di Marocco, e voi di Fessa. Signor Cognato caro, Del Principato mio vero contento, Io hò tant’ allegrezza, Che non hebbi già mai meggior tormento. E fra tanti disturbi A nova così cara Mi congratol’ con voi, o Principessa, Prole accoppiata del Regno di Fessa. Spesso vien, che si veda, Ch’il male nasce, perche il ben succedsa. Bald. Y, iò m’aliegro mas de vos Cognado, Mi parentes constumbrados, Puor puoder meghiorar lo estado vuostro; Che vuestro beneficios mereces muccio. Y io desio pagarlos; Voiste puede mandar de quel Reinos Puor secundas personas. Sarà vuestro servitio conossido; Y como buen Cognado Mi obligacion pagada. Cro. Oh Paesa più grada de pan unta, Oua comu star funga, Solir nascer’ i Brincipo in un punta. Mar, Prencipe in giorno di sì gran contento Vorrei mi compiacessi d’un piacere: Bal L’aghas lo, ch’ella chiere. Meo. Comanda pur, Marmotta, Ch’io farò quanto vuoi; Nè più fian differenze quì fra noi? Bal. Garbato Cavagliero puor mi vida. Mar. Voglio, che Filippetta Facci bandir dal regno di Marocco, Per ricompensa di quel, che mi fece, Quando, ch’Ancroia a te diede in mia vece. Meo. Hora, che Baldassarre Si scopre herede del Regno di Fessa, E sì grand’huomo; è fatto mio Cognato. Si faccia quanto vuoi; fate bandire Filippetta dal nostro circuito, Ed habbia questo per suo ben servito. Ed io per tanta gioia E l’hosterie rinuntio, ed i buffoni, E con Marmotta mia Ch’è capo di Marmotte, Io fedelmente voglio Passar’ il giorno, e consumar la notte. SCENA NONA Catorchia, e li medesimi: Cat. OH vè quà quanta gente radunata Bertuccia, ci è di novo qualche cosa? Bert. Pur troppo ci è di novo: si è scoperto Baldassarre fratello di Marmotta. Cat. Don Baldassarre, mi rallegro assai; Dopo i stenti tal’hor vengono i guai. Bal. E Io di vosta iftè senor Catorchio. Mar. Prencipe, se ti piace, Vuò mandar per’Ancroia, e’n una gabbia La vuò metter per cutta a cinguettare; E poi porre in un’altra Il Tedeschino per un Pappagallo. E con occasione de la nuova Di Baldassarre in Fessa Mandarle tutte duoi al Padre mio. Bal. Oh bueno, oh bueno, oh bueno Che si mandeno in Fessa a nostros Padres. Meo. In dì sì lieto gratia non si nieghi. Lo scoprimento, c’hora Di Baldassar s’ è fatto, Promettere mi puote Del Prencipe di Spagna anco l’amore. Sì che per lui già veggio Le Provincie del Mondo esser’unite; E contra ogni ribello Fessa, Spagna, e Marocco Esser l’arco, esser l’afta, esser lo stocco. Mar. A Bertuccia si dia in ricompensa Del piacer, che mi fè con Baldassarre. Sposo Catorchia con vostra licenza. Meo. Se gli dia: mi rallegro con Bertuccia. Bert. Vi ringratio signore: oh Catorchino, S’eri un Marte, ti vuò fare un Martino. Cat. Io ringratio la vostra signoria: Catorchia sposo? oh Bertuccia mia? Bal. Y io al mi Croatto agho Magherdomo de todas la mis casas. Cro. Lec, salem ber ti, e ber mi Badrona; Mi Magerdoma? Hor sì, che volir fare il Gentil’homa. Meo. Che si portin le gabbie. Anc Che diavolo sarà? Io che la gabbia Fui di tanti uccelli, hor’ ingabbiata Sarò da Meo. oh vè beneficiata? Meo; Che’l Tedeschin s’arresti, e non si parta. Ted. Che sarà di novo anco per me? Meo. Il Tedeschin, per troppo cicalare, Sia messo in una gabbia a suolazzare. Mar E ne l’altra si metta, o là, l’Ancroia, E sia una Cutta, se già fù na Troia. Anc. Temeuo il boccalone, E m’han dato una gabbia. Ted. Et io temea una fune, E m’han dato per gratia una prigione. Meo. A tutto il resto de la nostra Corte Cresco la provisione; ed un banchetto Per segno d’allegrezza a la reale Le vuò dar domantina a un hospedale. Tra tanto a questi belli animaletti Se li balli d’avanti una Ciaccona; E poi si manderanno al Rè di Fessa, Per spassatempo de la sua persona. E in questa festa mia Marocco, e Fessa riunita sia. IL FINE. Ganzonetta da cantarsi, e ballarsi in Ciac cona intorno l’ingabbiati personaggi in scorno della Cutta, e Pappa- gallo nella fine del Terzo, & ultimo Atto. SCenda quà, posi quì Strepitando il Cornacchione, Ed al suon del Nottolone. Ecco faccia il chi chiri chì. Ogni razza buscaina D’animali pennacchiuti De gli Uccelli la Regina, Delle bestie il Rè saluti. O’ che scherzo, ò che gioia. In gabbia è’l Tedeschin porta brachiero, E gioca a la balorda con l’Ancroia. Questa a bianco, ed a nero; E quegli veste a verde, a rosso, e giallo; E l’una è Cutta, e l’altro è Pappagallo. Che fai tù? che di tù, O statista Tedeschino, Tu non vali un raperino, E sei peggio d’un cù cù. O ritratto de’ Bagei Così mutulo che fai? Canta mò, ch’in gabbia sei, La canzona del cucai. O che scherzo, o che gioia. E tu homai lungi và, Da stiuali robba frusta: Più di te l’Affrica adusta Brutta Scimianon haurà. Ed a te questo canzone Cantar s’oda ò vecchia Ancroia; Il disciogliersi in carbone, E’ fin degno d’una Troia. Oh che scherzo, o che gioia. Così suole avvenir A chi senno in se non habbia, In catena, o voi in gabbia. Di sua vita i dì finir. Per pastura, per beuanda A tai Mostri, ed a tai belue Serva l’esca de la ghianda, Si dia il suco de le selue. O che scherzo, o che gioia In gabbia è’l Tedeschin porta brachiero, E gioca, a la balorda con l’Ancroia; Questi a bianco, ed a nero, E quegli veste a verde, a rosso, a giallo. E l’una è Cutta, e l’altro è Pappagallo. Questa sottoscritta canzonetta si canterà nella fine del primo Atto. Le Coppe in bastoni Cangiato hà Cupido. Fuggite Buffoni, Fuggite l’infido. Hà tolto il pennuto A vostri ardor vani In vece de l’arco la sferza de’Cani. La quì sotto Canzonetta da Cantarsi nel fine del secondo atto. PIangete, o folli Amanti La forsennata spene, Ch’Amore è Dio di pene: E son’esca le gioie a duoli, e pianti. Nostra fede, Per mercede Hà tocco altro, che bolzoni; Hai, ch’ei l’arco vi mostra, e dà bastoni. Fuggite, o stolti homai D’un’orbo, che v’offende, E sol busse vi rende, Il mentito gioir gli acerbi guai. Vi darà, Picchierà; Nè saranno più sferzate; Ma colpi di bastone, e piattonate:

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Margherita Costa's Li Buffoni (1641): A Basic TEI Edition Galileo’s Library Digitization Project Galileo’s Library Digitization Project Ingrid Horton OCR cleaning Crystal Hall XML creation the TEI Archiving, Publishing, and Access Service (TAPAS)
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LI BVFFONI COMEDIA RIDICOLA DI MARGHERITA COSTA Romana. A BERARDINO RICCI CAVALIERO DEL PIACERE Detto il Tedeschino. In Fiorenza Nella Stamp. nuova d'Amador Massi, e Lor. Landi.1641 Con licenza de' Superiori. Al Tedeschino Cavalier del piacere.

Il solito è sempre quello, i'insolito e più nuovo; oltre che il far le cose a proposito vien da tutti lodato. Il dedicare questa mia Comedia de' Buffoni ad altri, ch'al Tedeschino, mi sarebbe posto a gran trascuragine; poiche, se in essa non hebbi altra mira, che d'inventar scioccherie, rappresentar balordagini, ed imitar stoldidezze, a qual più di voi, vestito del mio pensiero poss'io appoggiarla? voi schiuma de'Buffoni, Padre delle scioccherie ed in fine politico inventore d'ogni balordagine; essendo dunque sicura, che sotto l'ali d’un buffone vostro pari la mia Buffoneria politicamente si manterrà viva, vengo sì a dedicarvi quella, come con novo assalto a ricomporre la vostra ira.

Lo sdegnarsi a ragione è d'anima elevato; ma per l'opposito, quelli spiriti, chesenza offesa per un mero capriccio, o per dir meglio, pazzia, tolgano ad altri quel termini di riverenza, che anche fra nemicisi deuono, hanno più dello spiritato, che dello spiritoso: con tutto ciò per farvi conoscere, che altrettanta è la mia cortesia, quanto la vostra sordidezza, senza riguardo del poco frutto, ch'io cavai dalla ventaglia de' Buffoni a vostro honoredata in luce; in questa mia burlesca compositione, per scopo principale hò preso il vantar le vostre glorie, e postovi per uno de'Principali Soggetti di essa, mi sono dilatata, in rappresentar vivamente le vostre virtù, in dinotar quegli honori, che forsi; in palese altrove riceuesti, e con viva copia dimostrare in voi que' talenti, che in un Cavalier del piacere della vostra tacca si richiedono. Gradite dunque il mio affetto; ese per la mia penna si esaltano i vostri meriti, confessandovi di quella obligato, datemi campo, che con essa possa perseverare a lodarui, con che assicurandovi, che la mia Musa sempre via più m'infonderà materia, con che per le rime risponda alle vostre cortesie, vi augurio ogni staggione in Carnovale. Firenze li 10. di Gennaro 1641.

Margherita Costa. A' Lettori:

Lettore, se in questa mia Comedia de' Buffoni troverai con la varietà de' linguaggi l'inconformità dello stile, non me ne dare accusa, poiché solo il mio pensiero è stato d'imitare i Personaggi, che rappresenta, i quali per esser de Pazzi, Buffoni, e Nani, come quì sotto vedrai, non d'altro habito potevo vestirli, volendo rappresentarli del naturale, il Cielo ti salvi.

Meo è nato scimonito. Masino è un storto di tutta la vita, e del viso. Michelino e un passo Tedesco italianato. Mantuano Tedesco italianato. Baldassarre Spagnuolo italianato. Pedina è un Nano. Gobbo è un scherzo di natura, che al Nano somi- glia, ma gobbo. Grasso cuoco è una persona grossa, e sciocca- Croatto Turco italianato. Catorchia Nano. Scatapocchio Nanetto piccolissimo. Gobbo del Violino è un Gobbo. Personaggi che parlano. La Comedia antica: Buffoneria Meo Principe di Marocco innamorato d'Ancroia Meretrice, Marmotta Principessa di Fessa Moglie del Principe Meo. Bertuccia Damigella di Marmotta Principessa. Masino Segretario di stato del Principe Meo. Tordo Consigliero di stato del Principe Meo. Michelino scalco del Principe Meo. Mantuano servidore di Michelino. Pedina Capitan della Guardia del Principe Meo. Gobo Capocaccia del Principe Meo. . Ancroia Meretrice Dama di Baldassarre Buffone. Filippetta ferua di Ancroia. Tedeschino Buffone innamorato della Principessa Marmotta. Graso Cuoco servidore del Tedeschino. Baldassarre Buffone Amante d'Ancroia; Croatto servidore di Baldassarre. Catorchia innamorato di Filippetta serua d’Ancroia. Scatapocchio Bravo di Catorchia. Gobbo del Violino. Choro di Cacciatori. La Scena si rappresenta in Marocco. Argomento.

MEO Principe di Marocco tutto rivolto all’hosterie, agli Amori, ed alli Buffoni dà cagione a Marmotta Principessa sua Moglie di voler partirsi dal Regno, ed andare a’ soui stati paterni di Fessa, e starvi co’l Padre, che non havendo più successione di Maschi, Lei resta sua erede; e dopo varij avvenimenti, che la disturbano, e la trattengono, determina mandar Baldassarre (tra Buffoni assai virtuoso) al Padre in Fessa; e nel dargli i contrasegni di se, lo trova essere suo fratello, ed Erede successore del Principato di Fessa, Meo in tanta allegrezza del Cognato Principe si distoglie dall'hosterie, lascia gli Amori, puniscei Buffoni, e torna in pace con la Moglie.

Canzonetta da cantar si a tre voci al principio della Comedia inanzi il Prologo. Che rumori, Stridori? Che fracassi, che grida Andate facendo, Ridendo? Deh non più tante strida? Son tutte baiate, Son tutte risate A vio Signori, Se prima di fuori Ciascun non vedete. Ah hora, hora ridete. Ah hora tutti ridete. PROLOGO La Comedia antica, e la Buffoneria. OH; voi mi rimirate? Io son pur dessa. Non m’hà l’ Antichità cangiato aspetto, E meco c’ è la rigidezza istessa. Ciascuno se l’aspetti; mal v’accolse Questo Teatro; al cinto mio sospesa, Sol, per farvi la barba a vostro costo, Hò la cesoia, ed il rasoio hò posto. Dormir nel letto altrui con l’altrui Donna? Oh buono: e poi voler dare ad intendere, Ch’ei ‘l fà, per rispiarmare i suoi lenzoli. Gnaffe: egli vuole, che co’l conio suo Sol la moneta, ch’ è d’altrui, si stampi; E gode arare in licenzioso modo Non già co’ Boi, ma con la fronte i campi. Ed altri di bocali è sanguisuca. Ed a cannella suona il suo stromento. Vede i colori hor verdi: hor rossi hor gialli; Ed instabil di testa, e mal’ in piedi Fà di canarij, e di spezzate i balli. E v’ hà, chi tutto dì sopra i buffetti Altro non fà co’ dadi, e con le carte, Che dico paro, e tengo; e l’infelice I bastoni tal’ hor prende per coppe. Ma più da vero, che per gioco al fine Perdi i danari, e si riduce in toppe. V’è, chi la Gatta di Masino finge, E scaltro Ippocriton per humiltade Tutto riconcentrato in se si stringe; Hà torto il collo, ed abbassato il ciglo, Ma poi, per arrivare un pouer’ homo, Di Ceruo hà’l piede, ed hà d’Arpia l’artiglio. Ed altri fà il Narciso, e’l Ganimede, E mille volti il dì more, e rinasce; Sempre il suo amore in dubbio stato inforsa; Di sonno è carco, e di ceruel leggiero Ma più, che di Ceruel, lieue è di borsa. L’Avaro poi, perche rispiarmi forse Il funerale suo, con smorto volto Pone tutti i pensier dentro una cassa; E con l’oro vi giace anch’ei sepolto. Il soldato pe’l gioco, che l’abbatte, Pugna più, che per l’arme del nemico; Spresato s’attraversa per le strade; A prede avvezzo và tra rischi a porse, E piú, che le Cittta, piglia le borse. E’l Cortegian, ch’a guisa di Lumaca Tutta la guardarobba indosso porta, Co’ denti asciutti in camera se n’ torna; Nè, per spender’, havendo entro lo scrigno L’auanzo del salario, o ver del suo, Si pasce ch’il Padron l’hà fatto un ghigno. Buff. O’ Veccia sgangherata, e fatta a volta; E ben come sei giunta in queste parti, E sì ben cinguettar libera agogni Usa a viver ne’ secoli vetusti, Quando il Mondo mangiaua agli, e scalogni? Com Oh vil Buffoneria, scherno de’ saggi, Che, per mangiare, eserciti la lingua, E bugie vendi, per comprar vivande. Buff Tanto il boccone mio val più del tuo, Quanto, ch’è’l mio di gemme, e’l tuo di ghiande. Com Tu con tanti stromenti saltellando D’Alocchi, e di Ciuette sei zimbello. Buff. E tu d’Apollo sei ne la cucina Co’l secco lauro un smunto fegatello. Com Oh quanto melio fora, che gli specchi, Che porti per altrui, per te portassi. Buff. Ed il bastone, onde la destra appoggi, La schiena a suon di colpi a te drizzasse. Com. Può la lattuca tua pascer’ un campo, Ma d’Asini, che ragghino nel Maggio. Buff. E, se non altro, il tuo rasoio almeno Può farti Donna segnalata al Mondo. Com. Oh come ageuolmente pigli vento. Buff. E tu com’ entri facilmente in barca. Com. Credimi, a te la gioventù non gioua. Buff Sappi, ch’ a te più la vecchiezza noce. Com. Tu come un’animal vivi a giornate. Buff. E tu la notte, come i Grandi, mangia, Razza apunto di Nottola, ch’avanzo Sei di quei Greci; e di quei tuoi Romani, Ch’ a la tua mala lingua il bando diero. Com. Sempre hà la Veritade i suoi nemici. Buff. E l’Insolenza il suo castigo aspetta. Altro è l’officio tuo, che di Pedante, Ch’è di natura sua bestia proterua; E tutto il mal, ch’in altri biasmar suole, Ei per fidecommisso in se conserva. Com. Il dir mal’; hoggi è l’arte del Boffone. Buff Ti duole, ch’io ti tolga la tua parte; Almen facciamo a mezzo; e amica godi; Che sia mio l’esercitio, e tua sia l’arte. Com. Tu forse scherzi, perc’hai pieno il ventre. Buff E tu fà, come la cicala suole, Che pria, che non si pasca, ella non canta; E poich’ella è pasciuta in sù’l meriggio Sì tal’ hor canta, che ci lascia il fiato. Và, và di quì lontana. A’nostri Eroi, Ed a’ Figli de l’Arno, o stolta Vecchia, Nocer non può il livor de’ detti tuoi. Com. Già sò, che ti risenti, perche scorgi, Che scacciarti di quì sola poss’io. Buff. Tu m’hai più cera co’l tuo brutto ceffo Di scacciar cani, che cacciar Buffoni: Nella felicità di questo Regno Maledicenza non hà loco alcuno. Torna ne la tua Grecia, e non più meco Vanta le tue bontà, quì non ad altro, Ch’a bersi in sù’l mattino è buono il Greco. Com Forza di vino rende il senso infermo. Buff, Chi de’ Prencipi Medici a la cura Dal Cielo è dato, non hà parte inferma. Onde tua lingua risanare il vaglia. Taci; che quiui la Comedia’ antica Non hà di farui tacca, o ripresaglia. Com. A sì gran Nome, e non à detti tuoi Ceder m’è forza; che la lingua mia Punger può, ma non nocere a gli Eroi. Se i Medici ancor’ essi da la Grecia Trasser l’antico sangue, Eroi sí degni Fia, che co’ Greci miei prezzi ancor’ io. Usa à maligni Cieli, hor da l’aspetto De le Medicee stelle, altroue io parto. E inchino lui, che da’ miei Greci sceso Degli Italici Regni è Gloria altera, Ed a gli Augusti unito a l’Arno impera. Buff. Così vada, chi sdegna i detti arguti Di più faceti, e più giocondi ingegni. Non più di grave suon voci mal grate, Se soglion nel terren ridere i fiori, Quì la Città di Flora ami risate, Non più severi, ed importuni detti; Suoni il Teatro Buffoneschi amori; S’Oda Comica scena ordir diletti. Roma, c’hebbe di senno i vanti primi, Odiaua i Gracchi, ed ascoltaua i Mimi. Ad una Cena è simil la Comedia, E sembra il palco suo tavola grande, Oue non altri alfin, che l’Allegria, Condisce saporose le vivande. Solo dunque di ciancie aspersa sia; Poich’i faceti sali, e i lieti detti Ciban l’ame, e nodriscono gli affetti: E se’l Buffone è’l sale de la cena, Senza Buffonerie sciocca è la Scena. ATTO PRIMO SCENA PRIMA Meo. Prencipe di Marocco. Marmotta Prencipessa sua Moglie. Meo. CHE, canchero, o Diavolo sarà? Tutto il giorno, co’barbotti; Ch’io non vada, ch’io non stia; Ch’io non faccia, ch’io non dica: (Quasi, che mi scappò) Che venir vi ti possa Il male del rovello, O’l bruscior de l’ortica. Io l’intendo a mio modo; Portar voglio i calzoni; Nè v’hauete a impacciare, Se mì piace la Zuppa, o li Buffoni. Mar. Ancora hai tanto ardir? non sò, se sai, Ch’io son di Fessa Erede, e che non venni In Marocco, per farti la fantesca? Meo. O’Fessa, o Sfessa, lo non sò, che ti vogli; Ch’Ercole non son’ io, Che vanti quì per te portar la gonna. Mar. Ancora questo, ancora? Io dico, che non voglio Più dur arla così? voglio esser Moglie. Meo. Così mon fussi tù; sia maledetto Chi mi fece dir sì per una volta. Mar. O Testa di zuccanccia senza seme, Cervellaccio di gatta, huomo da niente: Oh vè, s’io l’hò trovato il buon Marito? Tutto il giorno con gli Hosti a frugnolare Qualche vil Baronaccia, o fra Guidoni Fra mille scioccherie buffoneggiare. Maladetto di te l’orbo Cervello, Maladetto l’humor, la frenesia, Maladetto il tuo Prence, e Principato, E di Marocco la Geneologia. Meo. Tu sola maladetta, e tutta Fessa. Maladetto di te la tropparabbia; Maladetto chi fetti Principessa, E chi mi fece uccel de la tua gabbia. Mar. Oh balordo ceruel da far lunari. A fè, a fè, ch’io ti vuo far vedere Chi è Marmotta, e chi sono i Fessanti. Meo. E di gratia non fate. Oh vè, chi vuol bravare in casa d’altri: Hor sù; volete voi farla finita? Mar. Io mai non finirò fin, che non veda Finito te reo Prence, e mal marito. Meo. A fè, a fè Marmotta, Ch’io disciorrò li bracchi a tuo mal grado. Mar. O pazzo, scimottito? E quanto è, che gli bai scioltia tuo mal prò? Fà quello, che ti pare: Io voglio esser trattata da mia pari. Vuò, che mi sij Marito In altro, che buon dì; m’intendi tù? Meo. Io non t’intendo, che malanno vuoi? Mar. Voglio, che come il dì son Principessa; Anch’io mi sia la notte; m’hai tù inteso? Meo. E chi ti leva, che la notte ancora Non sij la Principessa di Marocco? Mar. Ah ah. o non intendi, o tu fai’l sordo. Dico, chio vuò la notte, Che Meo stia meco; e non vuò dormir sola? Meo. Oh questo non può stare. Io tutta notte Mi sogno stravaganze, e fernesie; Se tu mi fossi a canto, Forse potrei sognar, che una Bertuccia Mi morsicasse il naso, e sbalordito Darti un pugno su’l viso a questa foggia. Mar. Tira più là, bestiaccia? Eh ci vuol’ altro: Io non son pavrosa; Io vuò star teco. Meo. Marmotta, a fè, che te ne pentireste; Tal’ hor mi sogno di far’ al pallone, Potrei darti nel ventre, e disconciarti L’orginal di qualche scimonito. Mar. Ti volterò la schiena; e se mi dai, Risponderotti con un creppa pancia. Meo V’è peggio; hora, ch’è freddo, io piscio al letto Ogni notte, Marmotta, non ti burlo. Mar. Sò ben, che non mi burli, che la sera Prima, ch’io venni, me la caricasti. A questo ci è rimedio, l’orinale Terrò sempre allestito per tal conto. Meo. Pensa, se’l orinale Posso aspettare; Io dormo Quando rouescio l’acqua ne’ Lenzoli. Hor finalmente solo Io vuò dormir, che vuoi? Vuò far quel che mi par, vuó quel che piace. Mar. A fé, che non t’andrà sempre ben fatta. Veramente l’è cosa Da poterla soffrir’ (che sij appicato) Sentir si tutto il giorno Ch’un Prencipe par tuo Canta le mie bellezze a suon di corno. Meo. Che corni, o l corni? oh tu l’intendi male? Io non andai a Moglie; & a Marito Tu non venisti meco? Oh guarda ritrovata? Dunque s’a pranza io vado, Hò a domandar licenza A la vostra eccellenza. Mar. E pur lì: Tu ben sai Dove mi coce, ma tu fai lo sciocco Prencipe di Marocco. Io non presi Marito Per starmi con Bertuccia a sollazzare; Lo presi, come fanno l’altre Donne, Per ritrovarlo pronto a’ miei bisogni. Tutto il dì tra gli amor, e tra i Buffoni, E poi dir, che portar tu vuoi i calzoni. Meo Faccianmola finita: Vuò stare in libertade; Non hò bisogno di Pedante attorno. Oh vè, che bella tresca? Io vuò darmi bel tempo, o Prencipessa, Siamo in Marocco, e più non siamo in Fessa. Mar. O in Fessa, o non in Fessa. Io hò tolto Marito, per esser’ io la Moglie. E non perch’ ad ogni hora Vengan mille barone A far la Prencipessa. Meo. Oh la puzza: vuoi tu quietarti ancora? Una Donna tua pari Non s’hà da dar pensiero D’ogni cosa, che sente A te tocca a badare A le cose del Regno, E non saper, s’ io caccio, o voglio amare. Mar. Signorsi; a me tocca Di governar lo stato? Oh d’Amor scimonito? Oh sai, come m’abbotta? O Padre, o Fessa, o Povera Marmotta? Meo. Andate, se volete: Hò altro per il capo, Che le vostre parole? Oh Meo, quanto gli è duro Hauer tal Bestie intorno? La Donna? oh ch’io m’ affoghi, Se v’è’l peggio animale. Quand’ ella viene in casa, La par buona cosa; Ma quando hà fermo il piede, E’ peggio d’un Leone; Quanto v’è, quanto trova, Tutto mette in bisbiglio; Nè vi vogliono più nel vicinato, Che tre Donne a compire un sol Mercato. Mar. A fe, a fe, che te ne pentirai, Prencipe senza senno, Ceruel senza custode, Pensier senza giuditio; Oh guarda; hà tanto ardire, Di strapazzarmi ancora? Tu me la pagherai. Meo. Vattene in tua mal’ hora. Mar. Io non mi vuò partire. E che forse t’ hò fatto Qualche gran torto? per rimproverarti Ch’a un Prencipe disdice L’andar tutta la notte Zimbellando Ciuette? Che gli è vergogna, a darsi tanto in preda Al vino, a l hosterie? E che ci vuol misura in ogni cosa? Duncque, perch’ io ti dico, Ch’attendi al tuo governo; e de lo stato Sappi meglio gli affari; Che non ti fidi tanto Di questi Masnadieri, Mi deui discacciare? Ah Prence, Prence, quanto un di pentito Ti troverai di non hauer sentito? Io parto; resta, e godi; e tuo sia il danno: Chi vuol la mala pasqua, habbi il malanno. Meo. Oh la se n’è pur’ita. Oh vè, pazzo ceruello? Io hò tanto di capo. Ahime, che mai si quieta: Poss’io morir, se più la miro mai. Moglie? Moglie, e tò guai? Oh felice quel core, Che fuor di quel legame In dolce libertà scherzo è d’Amore. S’io dormo, la mi desta; S’io mangio, la m’inquieta; S’io vado, la mi stoglie; S’io parlo, m’interrompe; In fin la vita mia non hà mai posa. La vorrebbe, che sempre Le stessi sopra i scherzi; Ch’io fossi un coua Donna, un’ animale; E da mattina, a sera Io le pestassi l’acqua nel mortale. SCENA SECONDA Filippetta. Meo. Fil. O ben trovata la vostra eccellenza? A che cotanta furia? Con chi l’hauete voi con tanto sdegno? V’è forse macchinato Qual cosa contra il Regno? Meo. O Filppetta, a punto Tu giungi a tempo, per spassarmi un poco. Che si fà? come và? in che la passi? Com’ hai de le facende? Quant’ è, che da l’Ancroia Non hai condotto qualche passarotto? Fil. A punto hor’ hora ve n’infilzai uno. Ancroia è bella Donna, Gratiosa, pulita, e há il più bel viso, C’habbiasi de gli Amanti Il riposto comune. Hà un’occhio, com’ un porco disdruscito? Una bocca longaccia, e rilevata, Un nacino, ch’ancor non par finito, La Garne lustra, come invitriata In fine gli è un boccon proprio da Prence. Se vo una sol volta La vedeste vicino, Direste, ch’io hò studiato il Calepino. Meo. Fammela un pò vedere; ese mi piace, Ti vuò dar non sò che, ch’io non la trovo. Fil. E che per vita vostra? Meo. Una cosa, che gusta. Fil Eh volete la burla. A la Padrona si dan queste cose. Meo. Io la vuò dare a te. Fil. E se son Filippetta, Non son, come credete; Ancroia è bella è vero; Ma io non sono ancora A fatto tra le brutte; E se non hò bel viso, Son però gratiosa, Polita; e più di lei, Ne le cose d’Amor sperimentata. Se le gote hò cadute, Non son cadenti in tutto; Quando và, e quando vien’è buono il frutto! Meo. Hor sù, siamo d’accordo. Io voglio dare a te quel, che t’hò detto. Fil. E che m’hauete detto? Che cosa è quel, che me volete dare? Meo. Dirolti, e l’indouina. Una cosa sì lunga, E grossa, e dura; e stá cotanto tesa, Che pare uno Spagniol quand’ è in postura, Si piglia con le mano, e vi si mette. Fil. E che? Meo. Quel, che dentro vi và. Fil. Oh l’è la sporta: Io non la voglio; fio. Vi mancano le sporte in casa nostra? Meo. La Sporta: non è sporta, ne cistello. Oh sciocca, l’è un Cappello. Fil Un cappello sì, sì; Hor, che l’inuerno pioue, io son contenta. Adesso, adesso ve la meno quì. Meo. Ed io intanto me n’ vò verso la Regia; Fra poco spatio quì ci trovaremo. Fil. Oh l’è’l dolce boccone Per la mia Padroncina. Adesso, adesso è’l tempo, Ch’io seco mi guadagni una gonnella. Gnaffe? Meo per Amante? E chi gli potrà più toccar’ il naso? Esser Dama d’un Prence di Marocco? Ne cauer à de’soldi. Che per quanto s’intende, Egli suol gettar via quel ch’ altri spende. Vuò picchiar l’uscio. Olà. Che son tutti a dormire? Ella hà ragione, chi la notte veglia, Convien che dorma il giorno, per campare. Tic, toc, tic, toc. SCENA TERZA Ancroia alla finestra. Filipetta in strada. Anc. CHI bussa in sù quest’ hora? Fil. Son’io, son’io Padrona; Venite a basso, che v’hò da parlare. Anc. Oh vè, che bel partito? Non hò altro che fare? Fil. Oh se sapesse quel, che v’hò dadire, Voi non stareste tanto. Oh via venite aprire, E qual’anguilla, che tra diti sfugge, L’occasion, che viene, e non si piglia. Anc. Eccomi quì, che vuoi? Fil. Sentite. Meo, Meo. Anc. Oh tu forse sei cotta. Chi Meo dici? chi Mea? forse m’uccelli? Fil. Meo il Principe nostro, Il vostro Padronaggio, Il Prencipe di Gnocco. Anc. Di Marocco in mal’hora: E ben; che cosa vuole? Fil. Vi vuol fornir la casa Di panni di cucina. Ed addobbar la stalla, D’un porco grosso, e due porchetti grassi. Anc. Il malan, che ti pigli: oh vè regali? Horsù vuoi altro, o tu sei pazza, o cotta. Fil. Son’un campan da botta, Io vi dico così, che’adesso, adesso Verrà quì, per vederui, E se gli piace il vostro bel modello. M’hà promesso un cappello. Anc. Un cancher, che ti mangi. Fil. Un cappello da vero. Son tanto fuor di me da l’allegrezza, Che non sò dir parola. Oh via: m’hauete inteso? Il Signor di Marocco Vi vuol per sua Signora di piacere; Ne sete voi contenta? Sorella questo è’l modo Di procacciarsi il pane. Un Prence più in un hora Vi può dar, ch’un privato in mille lustri. E poi gl’è liberale; Non tien conto di nulla; E getta via ciò, che li dà in le mani. Anc. Filippetta, mi burli, ò fai da vero? Fil Non vi burlo a la fè; poco può stare A mostrarne gli effetti; e lo vedrete. Anc Hor sù; mi vuò lisciare; Vuò rilustrarmi un poco; Vuò farmi i ricciolini, E tutta linda comparirle avanti, Fil. Avertite, Padrona, A non portar collaro; Ch’egli v’hà simpatia molto diversa. Anc. E perche? non li piacciono i collari? E che parrei senza collare al collo? Fil. Ei non le vuò veder; gli piace ignudo Veder’ il collo de la cosa amata; Venite scollacciata, e sia, che vuole Anc. Adesso, adesso me ne torno a basso. Fil. In fin noi altre Donne, Come non siam lisciate, Ne la gota s’inostra, De la nostra beltà non facciam mostra. Anzi in noi senza l’arte La beltà non hà parte; E bene, se la Donna Hà sempre finte l’opre, Solo a se co’ difetti Il sembiante ricopre: E tra l’acque, e tra l’ostro Di Natura è prodigio; e d’arte è Mostro. Ed, io se fosse Amante, Vorrei tutte vederle la mattina, Quando ancor con le mani Non s’habbino lisciato il lor sembiante. Per veder chi è Ciprigna, e chi è Gabrina E la bellezza lor forza di braccia, E sette volte il dì muntan la faccia. Padrona, o via; non più; voi sete bella. A che tanto fregare; Che forse vi volete scorticare? Anc. Eccomi? che ti pare? Son’io quella di prima? Guarda, come campeggia Sù’l bianco il purpurino? Guardami un pò le labra? Ti paion di rubino? Fil. Sì; ma rubin, che cade; Se vi vien da sputare, Come farete voi? Anc Perche? s’ad ogni sputo Il Cinabro cadesse (oh tu sei sciocca) Hoggi non s’usa altro, che bocche tinte. Egli è ben fatto; si posson chiamare Trappole de gli Amanti. Poiche in veco del labro Se gli porge il Cinabro. Fil. Padrona, ecco quì il Prence? Fate gli un bell’inchino a la Spagnola. Sogghignate un pò, pò con l’occhio dritto; Bisogna usar de l’arte in questo Mondo. SCENA QUARTA. Meo. Ancroia. Filipetta. Meo. SIgnora Ancroia, molto ben trovata! Certo, c’havea ragione Filipetta a lodarvi. Voi sete una bellozza: Da ver, che mi piacete; Ed io vi piaccio a voi? Anc. Un Prence sempre piace, E per brutto, che sia, Pare bello ad ogn’uno. (piaccia, Meo. Dunque io son brutto? hor sù; pur ch’io vi La sia, come vi pare, e la volete. Anc. Non dico questo, dico, che nel Prence Non si scorge bruttezza; Ma fra cotanti lussi Ogni cosa è bellezza. Fil. Oh via sete d’accordo; o brutto, o tello, Beltade, e legiadria Non si portano in capo per pennacchio. Meo. Accostateui un poco, bella Ancroia. Fil. Se se sta sì discosto, Farem poco pan’ unto, e meno arrosto. Anc. Scusatemi signor, vosignoria; Chi’io non hò havuto mai Prencipi in mia. Meo. Ahi lasso, già mi pare Di sentir dentro il seno Tra’l fegato, e’l polmone una gran scossa. Già, già sento nel core Suscitarsi le fiamme; e nel mio petto Scolpita è Ancroia per le man d’Amore. Oh come dentro il foco Mi raffreddan le vene? Come glí incendij tuoi, messer Cupido. Senza soffietto accender sai ne l’alme. Ancroia, Ancroia mia. Tenebre de’ miti lumi, Raggio de la mia notte, Noia de la mie gioie, Affanno del mio seno, Disturbo del mio core, Anima de’ miri mali, Gelo de l’ardor mio, Esca sempre insieme al mio desio, Fil. E’ Colto ne la reto. Quanto puote un bel volto? Oh quanto, oh quanto vale Quel cattiuel d’Amore ne l’alme Amanti? Meo. Ancroia, o bella mia, Mio sol di meza notte, Mia luna in quintacecima, Mie stelle sempre infeste, Soave acquaio de le mie minestre. E qual per te prov’io Palgiaio acceso dentro il freddo petto? Qual nova brama (ahi lasso,) Mi rende satio de’tuoi vaghi lumi? Soccorrimi, ch’io moro; E, se troppo prolunghi a darmi aita, Mi Vendrai nel dolor tornare in vita. Fil, Come si raccomanda? oh quanto puó Il figlio Ciprigna? Quanto puon far duo lumi? Per quante vie la vigna altrui si zappa? Anc. Prence, s’il volto mio A te reca tormento Odio, chi mi fè bella Maldette bellezze, Gratie mal dispensate, Se voi sete cagione Di far’altri prigione. Dunque di gioie in vece Da me, mio bel difforme, Ti se reca tormento? Dunque quanto gioire Crede a fra la tue braccia, Dourò ne mio dolore Bestemmiar Meo, e maledire Amore? Ah, se tai danni io fè, Ti laiscio, e me ne vò. Fil. Oh la bella moresca, oh la sà fare, Guarda, come gli sàben dar la corda? Cappi: vacci di sotto: In fatti queste Donne di bel Tempo Non si lascian scappare De la ragna i fringuelli; Non son da Parolaj i lor zimbelli. Meo. Ah cruda non partire. Mi son care le gioie, Abborisco le pene, E più per te desio provar contento, Che per altra beltá pena, e tormento. Anc. Oh vita mia dolcissima, Mio vago volto amabile, Mio Sole splendidissimo, Mio foco, e refrigerio, Per te, per te, mio core, A poco, a poco il seno Si fà schiuma d’ardore; Io ardo, e più non posso Stare a roder quest’ osso. Fil. Hor sù, Prence, e che nova? a che si bada? Non è tempo di ciancie; andianne un poco. La stoppa a canto al foco O bisogna abbruciarla, o di là torla. Questo è un parlare al Sole, Un liquefarsi al vento; Un’ incordarsi senza a hauer la fune. A le prese, a le prese, a l’arme, a l’arme. Già del par son le voglie, A che si tarda il desiato colpo? Padrona, e che facciamo? Che ti sei smenticata Di sù la pania frognolar gli angelli? Scarica la balestra; egli è già tuo? Che, se s’avvede de la rete tesa, Non mai più per mia fè farai tal presa? Anc. Prencipe, che più brami? Oue vuoi, ch’io t’aspetti? Qual deue a’ nostri amori Esser la stanza de’ piacer bramati? Fil. Oh così? conclusione; Chi lascia correr tempo non fà preda. Meo. Fammi un piacere, Ancroia, Andianne a caccia insieme, Ed iui a suon di corno Diamo la notte a sì felice giorno. Anc. Andianne doue vuoi: Son pronta ad ubidirti, e de la caccia Mi piacciono i piaceri; Anch’io, anch’io tal volta Mi diletto cacciare; E sò le reti, e i bracchi maneggiare. Fil. A la caccia, a la caccia: oh la mi và: Quel cominciar cacciando Ne le cose d’Amore L’hò per buona derata tutto l’anno. Meo. Andianne, ch’a Pedina Capitan de la Guardia Hò commesso il partire; E’l Gobbo Capocaccia Ne condurrà co’cani Ogni ordigno, che s’usa per la caccia. SCENA QUINTA Pedina. Gobbo. Ped. OH vè che fantasia d’andar’a caccia? E dice bene il vero; Ch’in questo si conosce Il servo dal Padrone. L’un’ al comando, e l’altro a l’obedire. L’è una giornata da cacciar Ciuette. Oh che pochi pensieri? Gobbo, che piglieremo? Gob. De le ranocchie al certo. Che ci vuoi far fratello? E per acqua, e per neue Dee camminar che deue. Ped. Hor sù noi, che dobbiamo, Andianne à cacciar botte. Quì suona il corno. Dà una sonata al corno. Gobbo, credimi certo Che più d’ogn’altro tono Mi piace questo suono. Gob. Hai tù moglie, Pedina? Ped. E perche me’l domandi? Gob. Te lo dirò dopoi. Ped. Io non hò moglie, nè già mai pensiero Mi verrà di pigliarla Gob. Tu fai bene a la fè, poiche quel gusto Di quel suono di corno Ti potrebbe riuscire In vece di sentir di farlo udire. Ped. Vuoi, ch’io ti dica: l’è una certa usanza, Ch’io non mi vanterei di non sonare. Ma dimmi, Gobo, sai tu chi son quelli, Ch’a a la caccia se n’vengono co’l Prence? Gob. Io non lo sò; e quando le sapesi; Io non te lo direi: I fatti de’ Padroni Non si van recitando per le piazze. Attendiamo a servire, Non tutti quei, che fan, vuon lasciar dire. Ped. Ritocca un poco il corno. Eccoli a punto: Oh l’è Ancroia a la fè. Oh che le venga il morbo! E chi diavol mai Glie l’hà posta dinanzi? Poueri Prenci! in fatti E’questo Mondo una gabia de matti. Gob. Badiamo a fatti nostri, e non ci rompa I casi altrui il federe. Siam quì, per vbidire, E non per Rauuisor de gli altrui botte. Chi l’altrui fatti cerca, Procura il Sol di notte. SCENA SESTA Meo. Anc. Fil. Gobo Ped. Cacciatori. Cac. A LA caccia, a la caccia: Chi la scioglie, non l’allaccia Suoni il corno Tutto il giorno. Errin lepri, Corran cani. Cherchin bracchi, Fuggan volpi; Nè c’ingombri horror di polue; Chi la sà, non la risolue. Meo. S’incammini la Turba in ordinanza; Hoggi Cerui, e Cinghiali De la mia voce forte Hauranno e vita, e Morte. Voi tutti ad uno ad uno Seguitatemi in schiera; E voi, mia speme spenta, A me sempre vicina Mirate in dolce guisa Qual’il mio piede gli spontoni avventa? Cac. E noi siamo Cacciatori, Buoni Bracchi, e Curridori, Tutti in fila Ne la fila Infilziamo, E cacciamo. Ogniun fà, quel, che può più. Turutu, Turutu, tu, tu, tu, tu, tu. SCENA SETTIMA Tordo. Michelino. Tord. OH l’è pur l’esser Prence il bel mistiere, Comandar, dominare, E non sentir, se pioue, o vuol fioccare. Oh vè tempo di caccia? Giunon versa dal Cielo gli urinali, E. Meo Prencipe nostro è gito acaccia. Michel. cantando. E se voi vi dilettasso Venir con esso noie; Tor. Oh ecco quel pazzon di Michelino. Mic. Voi haureste mille spasse A cacciar ancor voie. Tor. Oh felice pazzia? Solo ne’pazzi è sempre allegria. Mic. E de le lepre, e golpe poi Gran quantità pigliame. Piasceuole noi siame. Trandirà, trandira, trà. Tor. Oh bene, oh bene; che sì fá Michelino? Oh buono Cacciatore Di roba cucinata, e di buon vino. Che fai de l’archibuso? Oh vè quant’arme porti? hai le pistole? Mic. Suscellenze Prencipe di Marocche, Ch’il Ciel salue, e mantenghe. Hà ordinate un bellissime caccie. E vuole, ch’ie vade in Fesse A casciar di notte Columbascie Servatiche, e domestiche piscione. E fare buon tempone. Trandirà, trandira tra! Tor. Ma come v’anderai? forse per acqua? Mic. A caualle con mie pistole a cante, Con mie archibuse lunghe; E con mie palloline, Come pepe, per far taffite, tiffe. E con mie palle grosse, Per far boffiti, toffi. Con mie carniere, e con bel pan pianche. Tor. Infatti è l’esser pazzo Un piacer’, un sollazzo. Il mal non si conosce, il ben diletta; E si gioca con tutti a la Ciuetta. Stà: vuò porlo in valice. Michelino vien quà. Dimmi il vero. Tu vai a cacciar gatte, Mic. Sì tu mangi le gatte, Scelerate, barone; Và và sotto l’officie A comperar gli occhiali, E poi vendele ad altre, e dì, che fatte L’hai con le tue Manascie. Che ti venghe le rabie baronascie. Tor. Oh via sù Michelino, Io hò burlato. Facciam pace, vien quà, dammi la mano. Mic. Gioue in Ciel di Venere, Marte, e Saturne casciateme in terre. Tu cascime tu nasascie di detre, Sù vie spesseme il cape, Spiascie, sciocatore, Prencipe di Marocche. Ti vuò fare impiccar per un ginocchie. Tor. Fino ne’ Pazzi hà la superbia il loco. Costui non hà cervello, E pur s’adatta anch’esso A lo stil de la Corte, al Cortegiano, Ch’é di procurar sempre, ch’il compagno Sia mandato in bordello. Michelino, non più, ti sono amico. Mic Son contente; sempre buon compagne Di Torde; un buon fiasche di perdee Voglie, che biueme a l’hosterie. Tor. Costor son giti a caccia; E tu non sei più a tempo di cacciare. Mic Torde andiame a cacciare al Greciaole Nelle studione buone fecatelle; E’l Prencipe Marocche suscellenze Vade con le sue drude nel pordelle Trandirà, trandirà, trà. Tor. Andiam, dove voi tu, Ch’io non ne posso piú. SCENA OTTOVA Marmotta. Bertuccia. Mar. BErtuccia, io più non posso Soffrir le stravaganze del mio Meo. Suenturata Marmotta, e che son’io? Forse un’Orsa nel bosco, Che cotanto mi fugge, e mi disprezza? Ah miseria douuta A Donna spenserata; Quanto meglio foria, ch’ad ogni figlia In vece di Marito il Padre desse Un bichier di veleno; Ouer fra tante doglie Lecito fosse di pigliarne un’altro. Ber. Oh quante non contente Sarebbone le Moglie, E di nou’ esca ciberian le voglie. Se ben son di parere, Ch’anco senza licenza Si faccia a’tempi d’hoggi tal mistiere. Mar. Ah Meo, Meo più crudo D’una serpe d’inverno; e che l’hò fatto, Che contanto mi fuggi, e mi disami? Che mi gioua, infelice. L’esser di te Consorte, S’io sempre da te lunge Traggo vita felice? Che mi val ne la Regia Fausta porre il mio piede, S’infausto è’l mio desio, E sempre senza te godo Meo mio? Ahi lassa, il duol m’uccide, e fra le pene Sento d’insania invigorir le vene. Bert. Prencipessa, che fate? eh state sù? Che tanto stralunar? che tanto affanno? S’egli non stà con voi, Voi non state con lui, e sia del pari, E che v’importa al fine? Dove non batte il Sol, non mancan brine. Lasciatelo sfogar, faccia, che vuole? Benche dilate errante Ne l’occidente alfin ritorna il Sole. Mar. En Bertuccia, egli è vero; Ma quello hauer mai sempre A calcetrar lenzola. Quello abbracciar guanciali, Adesso siam d’inverno; E’ male di dormir co’ capezzali. Dunque sempre debb’io Dibatter forsennata Queste misere membra sù le piume? Non sò, come ch’il capo Infranta non mi sono in ogni lato. Bert. E se voi no’l battete In altra pietra, che sù i matarazzi, Poco mal vi farete. Mar. Eh Bertaccia, tu stai pur sù le burlo. Non bastaua a la forte D’hauermi tolto (ahi lassa,) Il mio caro fratello, ch’i Corsali Sù le riue di Fessa mi rapirno; Ch’ancora del Consorte Volse farmi infelice. Bert. Che vi fù forse tolto da Corsali Un fratello signora? Mar. Ah così l’hauess’io, che forse Meo Pensarebbe a stratiarmi? Bert. E dove? e quando? e come? Mar. L’istoria e troppo lunga, basta solo Che da’ Corsali in Mare, Mentre egli era Bambino, in sù la riva Di Fessa ne fu tolto ahi duro fato. Bert. Oh gran caso? ne mai Nova di lui sapeste? Chi sà, che nel paese de le scimie Il povero Bambin non erri ancora? Soglion questi Corsali Tal volta iui lasciarli, acciò, ch’esperti Diventin più de gli altri in ogni cosa. Mar. Io non lo sò, sò ben, che più no’l vidi, E’l mio povero Padre, Per leuarsi di lui la rimembranza, Mi diede (oh pensier sciocco) Per vettouaglia al Prence di Marocco. Bert. Non fù mai trista cena Quella, ch’in apparenza Sa con il magro ancor mostrar la grascia. Egli, se non con voi Compie il gioir notturno, Il giorno vuol, che state Di Marocco Signora, e Prencipessa. Vi fà vestir de seta; e a la cintura Il cingolo vi dà qual soglion dare De la villa i più grandi a le lor Donne! Mar. Sì; ma non sai, Bertuccia, quel ch’inteso Hò con le proprie orecchie a la fenestra. Bert. E che sentiste voi? Mar. Quel, ch’intesi? Il buon Prence Ancroia, quella già di Baldassarre, Per man di Filippetta hora hà per Druda: Bert. Che ne sapete voi? oh questa è brutta? Ancroia, quella sozza, ben lisciata, Quel naso di Braccaccio a la francese, Che si tien Baldassarre a le sue spese. Oh veder lo vorrei, E poi lo crederei! Mar. Non cercar’ altro: gli è quel, che ti dico. Bert. Ma come ciò v’è noto? dite un poco? Mar. Gia che lo vuol saper, stammi a udire. Mi stauo poco dianzi a la fenestra Sopra pensiero, e mi tornava in mente Ad uno, ad uno i torti del mio Meo. Quando sento di sotto bisbigliare. Miro, e mi tiro dentro; e vedo, e sento, Ch’è Meo con Ancroia; e Filippetta Stringe d’Amore il parentado indegno. Sento, ch’egli le dice Che la vuol per signora, e ch’a la caccia Vuol, ch’ella vada seco a sollazzare; E sai; quella Monnaccia Di quella Filippetta L’andaua tanto in sugo, e saltellaua, Che parea tra gli Augelli una Ciuetta. In fine intesi, e vidi, e vidi, e intesi, Ch’egli Ancroia si gode a buona cera; Edio co’l stusso in man perdo primiera. Bert. Vi compatisco assai; ma che volete? Bisogna hauer pacienza, anco de l’altre Qual voi sono infelici, E forse ancor più belle, e più vezzose. Mar. Pacienzia? a fe, ch’assai Ho sopportato di Cosini gl’inganni. Vuò tornarmene in Fessa; Ed iui in casa mia Trarmi vita più lieta, e più noiosa. Bert. Signora, è bella Fessa? Come vi sono di bei guarda Donne? Mar. Se Fessa à bella? oh che tu non lo sai? Ah, ch’altro è Fessa, che non à Marocco. Vi son Donne bizarre; ed hanno tutte Un modo di trattar, ch’al forastiero Mostran di corte sie le voglie aperte. Lo ricevono in casa volentieri, E di quanto ne puon gli fanno parte. Bert. Come son belle strade, e bei palazzi? Mar. Le vie son quasi tutte a una misura, Son dritte, polite, e senza mota; E non, come che quà, si porta rischio, Di dar ne la pozzangola a lo scuro. Son superbi i palazzi; e perch’ il luogo Hà del’ humido al quanto, ha gran puntelli. Questo lo fan, perche s’attengan sodi. E chi teme, ch’il suo voglia cadere S’approveccia del muro del Campagno. Bert. Oh vè cosa garbata? la mi piace: Le Donne son s’assai? son Casareccie? Mar. Come se son d’assai, o Casareccie? Bert. Voglio dir, se si sanno Rimescolar per casa ne’ lor fatti? Mar. Oh quel, che tu domandi? Le Donne Fessatine Son per le case lor sempre un mercato: Sono approveccie, e tengon tanto stretto; Che se lor dà ne l’unghie un capitale, Mio danno, se gli scappa. Se’l Marito di loro in capo a l’anno Tirasse ben il conto; ei trovarebbe, Che più una Donna hà lor portato in casa, Che mille Mercatanti al lor paese. Gli huomini se ne stanno, e lascian fare. Se la Donna rinova un bel vestitio. Una bella collana, un bello anello, Non hà da darne conto al suo Marito. Bert. Vi s’usa il far’ l’amore, come quà? Mar. Tutto il Mondo è paese; E’ben vero, ch’in Fessa S’usa di far l’Amore a la franesce. Bert. E come a la francese? è foggia nova? Mar. Si fà l’amor con tutti a la scoperta. Ma sai; mode stamente. Chiede l’amante core A la sua Dea, che gli apra De’ pensieri d’Amor lo scattolino. Che le mostri il zucchetto de’ desiri. E che lasci il suo foco Smorzar ne la di lei cortese fonte. E ciò, perche ne lo lor case han tutte Una fontana: intendimi Bertaccia. Bert. Voi non parlare a sordi; e come s’usa Di regloare in Fessa le lor Dame? Mar. In Fessa il regalare è moto propio. E qual Città tu trovi, Che de la nostra sia più regalata? E’ Città ricca, e poi Ogniun vi fà l’ offerta del suo hauere. Ma sai, qual è quel don, ch’è più prezzato? Bert. E che? l’argento, e l’oro? Mar Ohibò; non nò; le femine di Fessa Di ciò non son bramose. Che credi, ch’a le Donne Piaccia l’argento, e l’ora? tu t’inganni. Bert. Intesi sempre dir, che de le Donne Questa à la calamita, che fà presa. Mar. Questo succede in quelle, Che di pane, e di vino Han scarso il Magazino. Ma s’avvien, che ricchezza Possieda amante core, Per altro, che pecunia, arde d’amore. Non lassi a prezzo d’oro Beltade, ch’ in amor prova martoro. Bert. Che si regala dunque? in che si dà? Mar. Quando vuole un’ Amante Gustare la sua Diva Gli manda un’hortolano con la piua. Bert. Son grassi, come i nostri gli hortolani? Mar. Eh tu sei pazza, o fingi. Non dico un’hortolano da mangiare. Bert. E che hortolani dunque, e perche fare? Mar. Perche tal’hor zappando La tratenga sonando, Non sai, che la mia Patria è tutta ortaglia; Ne a cosa più s’attende, Ch’ad empire fossi, e coltivar terreni: Insomma del mio Regno Son coltivate meglio le pianure, Che di questi Paesi le Colline. Bert. Puol’esser circa a l’acque, e l’Ortolani, Ma non alla pastura del terreno. Mar. Che pastura di tù? cosa cingotti? Bert. In Marocco vi son gran cerca stabbio, E però i suoi terreni Ingrassati gli stimo più de gli altri. Mar. Fiò, fiò; noi non usiamo Simil coltivatura, Poiche il nostro terreno Non hà, come ch’il vostro, dell’asciutto, E senza stabbi ne produce il frutto. Bert. Come s’usa il vestire? Che ne’ nostri Paesi Hormai non sò, qual sia la vera usanza. Mar. Di questo soncagione i Genovesi, Che sempre trovan qualche stravaganza. Hai visto, come dietro la Zimarra Hanno ridotta stretta queste Donne? La par la code del mio Somarello. E quel basto da Mulo, Ch’elle portano in cinto, Sotto le falde, per mostrar ne’ fianchi Un seder rilevanto da fachino. Ed io aspetto, ch’un giorno Si vestan d’Arlecchino. Bert. Ancora non m’hauete Detto di lor l’usanza del vestire. Mar. Si porta falda tesa, giubbon lungo, Veste sfibiata, e’n vece de la coda. Che dietro già s’usava quattro braccia, La portano dinanzi quattro dita; Questa serve per punta Giobone. Bert. A fè non mi dispiace; Ella è più propria, ed è di minor briga. Come v’è de l’erbagio, e lattecimi? Mar. De l’erbagio ve n’usa, ma non molto; E tra l’altre del cauolo le Donne Non ne voglion sentir nè men parlare. S’usa mangiar di molta mescolanza, De le radiche d’herba d’ogni sorte; Del resto vuon del buono a crepapancia. Bert. E de’ casci, e ricotte come fanno? Mar. Che mi domandi tu? s’usa altro in Fessa Che mugner Capre e liquefar butiri. Le fan tanto formagio le Pastore Che per le case loro Si potrebbe notar ne’latticimi. Ecco Masino, Taci. SCENA NONA Masino. Tordo, el le Medisimi. Mar. Masino, che si fà? dove n’andate? Mas. Da vostra signoria eccellentissima. Mar Da la mia miseria miserissima. Mas. E perche ciò signora? Mar. Perchè? Tordo vien quà; statemi a udire. Tor. Eccomi Eccellentissima Marmotta. Mar. E pur lì con i titoli. Io vi dico, Ch’infelice è il mio nome; ed io son quella Degna sol di miseria, e non di gradi. Tor. E che sarà signora? e perche questo? Mar. Dunque voi non sapete Le mie suenture ancora? Mas. Non Prencipessa al certo, e che sara? Mar. Principessa di pianti, e di sospiri. Ancroia à in loco mio la Prencipessa; Ed io sono Marmotta, Mal nata erede del Regno di Fessa. E non v’è noto ancora, Ch’il Prencipe a mio scorno Dopo cotanti affanni E’d’ Ancroia seguace? Non sapete, che Meo Non satio de’ miei mali Fatto è d’Ancroia Amante? Non sapete, che l’empio Non affatto contento D’hauermi mille volte E per il vino, e pe i Buffon sprezzato, D’Ancroia è innamorato? Non v’è noto, ch’il cane Vago di nova sposa Vedouo hà fatto il suo ghiacciato letto? Non vi è fatto palese, Ch’egli trà Veltri, e fere, e reti, e cani Hoggi con la sua Ancroia Appaga i sensi insani? Ah non più fia di Fessa il Regio sangue Così da Meo schernito? Ritornerò al mio Regno; Andronne a la mia sede; Ed in Fessa io mi sia Io Prencipessa de la Patria mia; Mas. Deh per Dio raffrenate Così aspro martoro. Chi sà; potreste ancora Ingannarui, signora? (quella, Mar. Ingannarmi? ingannarmi? Ah ch’io fui, Ch’intesi, e vidi (ahi lassa) Le mie suenture, e l’ignoranze altrui? Io, io Masino intesi Di caccia il suon de’ corni; Io fui presente a li miei poroprij scorni. Tor. Principessa, non più quetate il duolo! Non si pensi al partire. Straportano tal’hor gli sdegni, e l’ire: Non dee lasciarsi un Regno Per un freddo pensier di Gelosia: Troppo, troppo a gran prezzo La libertà da voi si venderebbe. Voi sete di Marocco Prencipessa, e signora. Sete di Meo Conforte; Nè puote Ancroia torui il vostro grado: E’ Meo troppo gran Prence; Non douete sprezzare Sì degna compagnia per vile sdegno. Il ritornare in Fessa, io non lo lodo. Che di voi si direbbe? State, state in Marocco, o Prencipessa, Che quì godrete, Meo, Marocco, e Fessa. Mar. Sia, che sia: vuò partire; E’ meglio esser signora d’una villa; Che d’una gran Città vana sibilla. Mas. Deh pensatela bene. Marocco è un bel paese; Il Prence di Marocco è un gran signore. Hà di gran grossi hauer, voi lo sapete. Credete a me, ch’in Fessa senza Meo Parreste esser’ a punto Scopa senza bastone, Fortezza senza botta di cannone. Bert. Oh che ti venga il morbo: oh guardagente, Da consigliar gli stati? Ogni cosa al roueseio egli hà proferto. Mar. Andar me n’ voglio, se ben mi credesse D’esser lunge da Meo Pollo senza governo, E state senza inverno. Tor. Ed io vi dico, che, se vi partite, Sarete (il dice Tordo) Piede senza pianella. Zoppo senza stampella. Bert. E Capo senza Ceruella. Oh che voi sete pure Duo Consiglier di stato di gran conto? Oh vè, se voi gli date i buon ricordi? Ed io vi dico, che la mia Padrona Sarà, lunge da Meo Gonna d’ogni frittella, E d’ogni piè pianella; E s’in Marocco stenta, In Fessa al fin sarà poco contenta. Tor. E tutti dissero: oh bene, oh bene, oh bene, Hor sù quieta Marmotta; Io l’hò trovata. Io vi prometto insieme con Masino Di trovar Baldassarre; e far, ch’ei meni Ancroia, è Filippetta in altra parte. Mas. E’ vero a fé; la ci riesce giusta. Mar. Guardate quel, che dite, non burlate? Tor. Non burliamo a la fè; volete voi? Mar. Come s’io voglio? se tal cosa fate Io vi prometto a fè da Principessa Farui venir dui barettin da Fessa. Mas. Vi ringratiamo; senza nulla è fatto. Mar. In Baldassarre pongo ogni mia fede. Tor. Anianne, e state pur di buona voglia; Che per le nostre man risanarete La non sentita, inaspettata doglia Mar. Per vita vostra fate, ch’io ne senta Qualche nouella in breve a modo mio. Bertuccia, oh quanto il duolo Per Costor m’è scemato. Chi sà; forse, ch’Amore Per tal via mi vorrà render men lieta. Bert Signora, habbiate speme, Che suol tal’ hor Cupido Fabbricar con gli affanni in noi le pene. Mar. Spero, Credo, e desio, E già parmi vedere Ancroia in Fessa, ed in Marocco Meo. Bert. Si suol dire; anzi è certo; Che Moglie disperata, Quando meno lo crede, E’ dal Marito amata. E’ Meo di buona pasta, Potrebbe ritornarli il sentimento, E questi suoi diletti Dare a le forche per tratenimentò. Mar. Oh ecco quella bestia Del Tedeschin, Bertuccia. SCENA NONA Tedeschino, e le Medesime. E Qual Saturno a me prepara gioie? Ecco la Prencipessa. In sù la vita, o Tedeschino, in Tono! Il Figlio de la Moglie di Vulcano, Il Dio senz’occhi, e con la schiena alata, L’inventor de le gioie, Il Nume de’ piaceri, Lo scherno de’ desiri, In fine il Fabro de la carne humana A voi, bella Marmotta, Percota nel bel seno, Qual’ a me diè, la botta. Ber. Oh, oh; ecco il pauone senza coda. Mar. Che si fà, Tedeschino? che ci è di novo? Ted. Fò sempre senza fare, e sempre vecchia E’ la nova, ch’io amo, e sono Amante. Mar. Il Tedeschino Amante? oh l’è douitia. E chi è la Dama di cotanta sorte? Ted. La Dama? oh Terra, o stelle, Amore, aiuto. Voi ben la conoscete, e sempre seco Dimorate signora? ch’ardirei, Quasi di dir, che voi fossiuo quella. Ah Marmotta, Marmotta, ahime pietà. Voi sete, quella, voi, Ch’il fraschettin d’Amore M’hà qual canna nel pozzo Posto traverso il petto; Voi sete sì, voi sete Quella, per cui Cupido Non con dardo, quadrella, arco, o spontone M’hà sbusciato il polmone. Ma del vostro uscio hà preso Il più grosso stangone, E con ambe le mani Tra capo, e collo (abi lasso) M’hà fatto altro, ch’inceso. Per voi, per ostri lumi, Ch’a me le stelle son di mezza notte. Provo interrotte notte; E son questi occhi miei Duo disseccati fiumi. Per voi l’anima mia Sempre dormendo sogna; La mente fà lunari, Il pensier nulla pensa, Il desir nulla brama; Sono stanche le voglie; E sempre in otio provo Per tua beltà non conosciute doglie. Per le tue labra, in cui Havvi Amor sparso a gara De le viole mammole il candore, Son quasi ne la bara; Per quei d’ebano fino Denti, che di mia Morte Portan pietosi il bruno, Tra le piume disteso Non dormo notte l’hore; E son fatto per te Mumia d’Amore. Mar. Hor sù; non ti turbar, ch’ancor potresti In Amor non languire. Ma dimmi qual tu sei, e qual vivesti? Ted. Io mentre ero piccino Vestito da Tedesco; Fui messo entro un Pasticcio; Ma poi; che co’l coltello Fù quella pasta aperta, Con improviso scherzo Feci fuor capolino. Tutte a l’apparir mio Risero le brigate; Ed acclamaro. Viva il Tedeschino. Ond’ hò poi sempre usato, Oue si faccion pasti, Correr, qual bracco, al fiuto. Scroccare a la gagliarda, Ed appoggiar per tutto l’alabarda! Ne la Corte di Roma Sempre per util mio Hò cangiato mantello; E rinegando l’esser’ Italiano, Hor Spagnolo, hor Francese, Secondo, che venivano i dobloni, O pur vestiti vecchi, Mutato hò setta, e variato arnese. E per vivere hò fatto A suono di fischiate Lo scopa corte, e’l frusta caualcate. Mar. Ma vorrei pur sapere, Qual potevan cauar gusto coloro Di vederti scherzare, e far l’astuto? Vien quì; facciamo un poco a dir’ il vero. Che cosa è quella, che si faccia in Corte, Che tu bene lo facci, e come và? Se tu vuoi far de lo Statista, sciocco, Tu non sai, che ti dici; e sei una bestia Se ti picchi di bel Trattenitore, Certo de’ forastieri in vece sua Sarai discacciatore. Se vuoi far’il buffon, non lo sai fare? A tal sorte di gente Convien saper cantare, Sonare, motteggiare, Hauer frasi galante, Botte ridicolose, Bei motti all’improviso, Saper tacere a tempo, Non parlar fuor di tempo. Il fin vuole il Buffone Hauer materia, scherzo, e discrezione, Tu di ciò non sai nulla; In che si deue Servir’un Prence de la tua persona? Se tu parli, Straparli? Se tu ridi, Disfidi? Se tu scherzi, Disprezzi? Se motteggi, Guerregi? In fin tu non sai formar parola, Che non chiami il ti menti per la gola? Il Buffone non vuole esser mordace, Vuol saper tra lo scherzo Frappor qualche bottetta, Ch’a tempo ella sia detta; Che lecchi, ma non morda, Che punga, e non offenda. Che tocchi, e non ferisca. Ma tu sei, come il Gatto, o graffi, o mordi, E non sai far, nè dire, Se non dir sempre mal di qualcheduno: In somma tu non sei morto, nè vivo Il caso per la Corte; E se non hai altra virtù, che questa; Vatti a far’ appiccar, razza di Bestia: Bert. Turù tu tu tu Da tal paese non ne venga più. SCENA DECIMA Tedeschino solo. Ted AH cruda più d’un serpe, Fera più d’un Leone, Mordace più d’un Cane, Ria più d’una Pantera, Più rozza d’una porca, Maligna più d’un Bue, Rabiata più d’un’ Orsa, Perfida più di Tigre, E rigida più d’Orca, Di Scorpione, di Drago, e di Chelidro. Così, così mi scherni? Così, così te n’vai? Così, così il Tedeschin s’offende? Oh Donna avaro Mostro, Mostro d’ogni malitia, Malitia d’ogni inganno, Inganno d’ogni petto, Petto nido di strage, Strage d’ogni ruina, Ruina d’ogni casa, Casa de l’atrui pena, Pena d’ogni alma amante, Amante di rapina, Rapina d’ogni bene, Bene del Rè de l’ombre, Ombra di ria bellezza, Pianto, scherno, furor, rabia, e tristezza. E chi di me potrà farti maggiore? Chi dar più ti potrà del Tedeschino? Chi fia Marmotta ingrata, Che sotto aurati auscpici Possa senza rapina De la vena de l’or farti Regina? Io, io sol’ era quello, Ch’a suono di Martello Potea con verghe d’oro Far Bertuccia d’argento, e te far d’oro? Sì, sì; Io co’l soffiare Ti poteuo indorare; E far potea per sempre Nume spennato di dorate tempre. Che forse qual’ io sono Troverai vago Amante? Forse, qual me, vedrai Altri senza artificio hauer vaghezza? Nel mio corpo risplende Lindo il piè, vago il lume, e snello il seno. I Principi con meco Se la beccano male. Ch’io cherte regoluzze Hò del governo, che non hanno eguale. Quando hauer ne gli stati La pace non potiam, s’habbia la guerra. E se v’è carestia, Comprar cara la roba: Lasciar passar le furie, quando vengono: Per non sentir gridar, dar poca udienza. Perch’altri non ti chieda della gratie, Spesso mancar con tutti di parola. Con chi tu non la puoi, A suo modo accordarsi, e non al tuo. Per hauer men fastidij Il non tenere mai conto di nulla; E perch’altri non faccia Più mal ne’ regni tui, Non tosar nò, ma scorticare altri. E per far buon tempone, I Regni dissipare, e le Corone. Sol co’ consigli miei Far grandi in questo stato La Principessa, e’l Principe saprei. Ch’al par del mio sapere ogni altro è sciocco. Nè titolo potrei Hauer per me più degno, Ch’esser Governatore di Marocco. E pur con queste regole, Di gran Politicone, In Napoli me fero Scrivano de Galea Con una penna di cinquanta palmi. E con un grave cambio, Ch’à tutti mal riesce, Mentre il fiero Agozino Me bastonava, io bastonavo il pesce: Ed anco i mertimiei Hà conosciuto Roma; Se ben s’è contentata (Per pietà forse del mio basso stato) Sol da le mura sue darmi l’esiglio. Che la pentola ancor, mentre’ alza il bollo, Ancor’ ella costuma Fuori de l’orlo suo mandar la schiuma. Oh ecco Baldassarre il Cicalone. SCENA UNDECIMA Baldassarre. Tedeschino. Bal. DON Baldassarre bravura del Mundo? Mi qualitad primiera es espagnolo, Puor todas las provincias conossido, Cavaglier del piaser, Escamberada des Prences; Amigho y conseghiero de lo Reis Entartenimiento de su gustos, Utilitades d’eglios, Para sù recreacion; Y passatiempo de mi persona, Y cosa nechegharia puor la Cuerte. Medigho, Astrologho, Herbolario, Especial, Compodista, Negromantico. Cherusigho valiente, ij Madematigho, Philosopho, Teologho, Buffone, Ombre de Reis des Converciaciones; Y todas qualitades de la sciencias, Mapamundo real todas dottrinas, Poeda, Musigho, y enprovisador, Y scherzoso facetico, y Dottor. Ted. Moresco Ciurmatore. Buon giorno al gran Dottor de la bravura; Che và facendo così scompagnato? Bal. Vostaiste benvendio puor’ aglià. Che tien, che hazer voiste de mis cosas? Ted. Hor, che la vostra Ancroia E’ del Prencipe Meo La pezzola de naso, Lo scattolin del Muschio, La Trappola de’ Topi, De la sua acqua il vaso Non ti sì può toccar la punta al naso. Bal. Los diavolo, che te lieue, Mentiroso, Io non soi nada d’eglia; mi Persona Non viene a festegarla. Io non son Tedeschiglio, Che soura a todos mercantiera a cuerna: Infame Piccarone, E’n ventiquattro lettras De l’Alfabedo eis vituperado. Ma scuccia. A. Asino, Begliacco, Cauezza, Desuergonzado, Eretico, Farfaron, Y todo lo, che dize la lettera. Gangosso, Lovo, Marioldo, Mierda, Mangia, Nada, Papagaglio, Tu te chieres comparare con migho Piccaro, begliacco, desuergonzado, Che te dò quattros puntas des piè, T’harò polue, puor hazer una lettras? Tu nassido in Italia T’hai faltado il nobre de la tierra, Hazendoti gliamar il Tedeschiglio? Comunitad ziuil, Baghezza de la Tierra, Infamia de los Mundo, Bravura de las pas, Poltroneria de la Ghierra? Ted. Adagio Ciormatore de la Corte; Vantator de l’orina, Becchin de gli ammalati, Vituperio de l’arte Medicina. Bald. Io: dize a mi? oh Puerco, Infame, locco, Io, ch’en tanta bravura Puerto mi medisina, Mi gliami Buffonaccio? Vantator de l’orina? Lo, che toma la mia Poluere, Ia, ia devienta poluere. Lo, che toma el Lattuario, De’vivient i non es nel calendario. A sì mi medisina, Il vegho matta, e’l ghovane deglhina: Ted. Non mai tanto dicesti; e così sano Parlasti, Baldassarre? fà a mio modo, Fuggi l’infermo, e scherza con il sano. Bal. Caglia desuergonzado, Cauronasso? Scuccia lo, che ti dize Baldassarre. Io puor todos los mundo Soi Miedigho valiente conossido, Muccio mas de ti estimados; Y puor mio merecimento Il Cuente di Condè ià mi dio Unas cadena d’oro. Da la Reghina Madres Reghebbei sientos dobles de cadena, Dal Rei un vestimiento Des dumila dughados. Y Cadena dal Duque di Navarres, El Duque Bocchincan una cogliana. Spignola una Cadena. Mantua una Cadena. D’Osson una Cadena, Conches una Cadena. Sù igho un Cavaglio. Filiberto una Cadena: Il Rei una Cadena, Da la Reghina d’espagna otra Cadena! Ted. E nessun ti seppe incatenare Con una corda da farti appiccare. Bal. Caglia Begliacco, che ti chiero dalde, Se non te chitti, sientos palos? Caglia? Ted. Oh razza di gentaglia, senza fede, Moresco, Infame, vantator di niente; Mangia entragne di sabato, e di venere, Rinegato, imbriaco, inpertinente. Chi mi tien, che non ti storci il collo; E ti facci calar cotanta gala, Nemico de la carne, che si sala? Dottor senza dottrina, Medico senza scienzia, Buffon senza politica, Ciarlon senza materia, Ebreo razza di mulo, Con quello, che ci và per condicillo. Bal. Oh Piccaro, begliacco, Piccherone, Cara de Verdugho, y ad orcado, Tiengo vergonza di ablar con tigho: Ted. Oh spaghol rinegato, A me dici appicato? Bal. Oh mui vituperio De chi abla con tigho, Piccardiglio. Ià, ià me chiero mattarmi con tigo. Ted. Ogni volta, che vuoi; sù metti mano. Io ti vuò far in pezzi adesso, adesso. Spada fuora, o Poltrone; Tu t’arrendi Marrano? Bald. Oh passicco, passicco Tedeschiglia, Assienta en la vaina la scuciglia. Me pesa de mattar de la Politica Il maghior Asino, ch’haia nel Mundo. Ted. Caccia mano forfante? hai tu pavra? Io non temo boccaccie, caccia mano, Ch’io non voglio ammazzarti con vantaggio? Oh tu non vuoi poltrone? cacciar mano? Che? tu ti arrendi? vittoria, vitoria? Voglio ch’in questo loco Si metta la mia statua, E le tue spoglie appese per memoria, Vittoria, vittoria. SCENA DUODECIMA Tedesh. Baldass. Michelino. Mantuano. Mic. FErmare, olà cacciarteui giù in terre. Baldassarre son quì; non sciè pavre. Oh vè che gran rumore, e che gran guerre, Tornare in dietre per le più secure. Fermate olà; fermate bricconascie? Non fasciete custione, Che queste son le strade de la Rescie. Trandira, trandira trà. Man. Padrone, o là, spartiamo, che rumore E’ tra di voi? fermare Baldassarre? Tedeschine non far, fermare un poche? Bald. Oh Piccaro, ladron, Igho di nada, Toma esto Cauron; toma esto otro. Tomas esto otro, Marmitto di Cusina; Mires, se io son Dottor di medisina. Ted. Ferma un pò Baldassarre; stamme a udire. Lascia, ch’io mi rileghi quel, c’hò sciolto, E già, che ci è chi sparte, Lasciamoci spartire. Bald. Oh dislegado Puerco, suergonzado. Mena le man, ghitton, Puerco, e mattado, Tò, toma esta, toma esta otra. Ted. E tu pigliati questa? oh maledette Sian le rotture, e chi porta tai lacci. Mic, Mantuane, soccorri; olà fermare? Non più tante custione bricconasci; Non vedete, che voi sete ammassate; E hauete tutte rotte le mostascie? Pascie, pascie; non più tante rumore. Che scià, che sete brave ognun lo sà. Tarantan tarantan, taranta, ta ta. Man. Padrone, padrone, se non vuon spartirse, Noi leuiame le spade a lune, e l’altre, A ciò, che non si forene il ventrone; E se non von finirla, Finianla noi a suone di fastone. Mic, Fermateui, fermate: Pascie, pascie. Man. Fermar fermar; non più? dalle Padrone. Mic. Ghiottonascie barone, pascie, pascie. Ted. Ohime le mie spalle. Scappa, scappa. M’han rotto tutta quanta la casacca. Bal. Ohi es laspiernas, la Cavezza, y el brazos. Mic. Dascie, Mantuane, dascie, olà. Tarantan, tarantan, tarantan, ta, ta. Fine del Primo Atto. ATTO SECONDO SCENA PRIMA Baldassarre. Catorachia. Bal. DIsdicciado le mi? che vi parez? Baldassar’ e’l Dottor maghior del Mundo, Haes da un Piccaron esser mattado? Ghuro Marte cauron co’l Nigno Infante. De Mattar Tedeschiglio. Cat. Piano, pian Baldassarre, e che v’hà fatto. Il Tedeschino, Bestia irrationale. Ingiuriar’ un Dottor non puol’un Matto. Bal. Benvenido Catorchio; la Cauezzi Tiengo alterada puor il Tedeschiglio, Gli chiero hazer dar da un mi Laccaio Doisientos palos il die; Paraque mui me pesa Puor hauer’ anco io mismo recibido Mas de doisientos palos. Ch’es maghior l’affruente de mi, Che’l dagno d’eglio. Cat. E non è nulla; non saran le prime, Nè l’ultime, c’habbiate ricevute; Trattriam di cose allegre, e sia più gusto. Come vi tratta Amore in questi freddi? Bal. Como es l’ordinar de los espagnolo; Siempre trattado bien dal Nigno Elado, Cat. Hor, che la vostra Ancroia E’lontana da voi, come la fate? Bal. Ausente estoi animoso, Muccio temo in presenzia, Entro varios pensamientos Muccio malinconoso. Cat. Son più varij gli affetti ne l’amore, Che la puzza, e l’odore. Bal. Varios es gli effetti Como vario es el fuegho en todos peccios. E voiste como passa Con la sennora dogna Filippetta? Che’l verdadiero Amore de l’amantes Es la comunicacion D’un verdadiero Amigho. Cat. E’ de l’Amor lo stato una grant Torre, Oue chi sale, scende; E chi và pian più corre. Io sono nella via quasi di mezzo La Filippetta m’ama; O se non m’ama almen dice d’amarmi, Bal. Mi digha puor sù vida, Sennor Catorchio, como la tratta? Cat. Sempre, ch’ella mi vede, con le mani Mi piglia il ferraiolo; e vuol, che dentro La sua porta il mio piè cacci per forza. Bal, Bueno por vida mia? dicami il resto? Cat. Mi piglia sotto il mento, Mi mira; e poi me dice. Il mio bel Cornacchione, Sconciatura d’Orlando, Viso scudo d’Alcide, Occhi de la mia gatta, Fronte de la mia Monna, Naso del mio Bracchetto, Scatolino al rouescio del Zibetto. Bal. Y a mi dize l’Ancroia, Viso de la mia fuente, Occhos del mio seder, Rostro de la mi buecca, Frente de mi la flocca. Me digha puor su vida, done piensa Voiste veder sù Dama? Io me creo, che con la sennora Ancroia Eglia sarà puor sierto a la ventana. Cat. Andianne, se vi pare, a ritrovarle. Bal. Bamus puor aglià, Vosignoria. SCENA SECONDA Marmotta sù la fenestra. Mar. DEh quanto stà Masino? Quanto ritarda Tordo? L’uno è inesperto, e l’altro fà il balordo? Oh pouera Marmotta, è pur’ è vero? Che Meo mio bel Cupido, Meo mio candido foco, Meo mia luce notturna, Meo mio Sole in Aquario, M’hà cancellata dal suo calendario? E chi potrà già mai darti maggiori I godimenti, che ti diede Fessa, In farti di Marmotta Aio, e Signore? Fessa, ch’a tè in tributo Diede le mie bellezze? Fessa, ch’a tè già porse De la gioie d’Amore ogni ricetto? Fessa, che ti fé Prence Di Marmotta sua erede, Dourá vedere Ancroia Di me fatta Agozzino, e di te Boia? Ah cieco più d’un orbo, Orbo più d’un senz’occhi, Rospo tra li Rancocchi. Possa ridurti Amore Fame senza cibo, Gelo senza foco, Sete senza vino, Ne gli affanni d’Amor sempre Zerbino. SCENA TERZA. Tedeschino. Marmotta. Ted. CHe le caschin le braccia: oh vè pensiere? Per leuarci da gl’urti, e da’ sgrugnoni, N’hanno spartiti a suono di bastoni. Ma vè; ecco Marmotta sù i balconi? Oh mio Sol di Gennaio, Mia Luna, quando pioue, Mia porta senza Cardini, O Cigli archi Africani, Belle carni da cani. Mio Fecado, Polmone, oh Milza mia, Foss’io del suo balcon la Gelosia. Io la vuò salutar con verso sdrucciolo. Vago allievo di Venere, Oue le brine accendere Suol lo Dio de la cenere; E i cori a l’amo prendere. A me volgete il lampolo Belle faci Lucifere; Da voi non trovo scampolo, Nè frasi, o contracifere. Ombra risplendidissima, Luna d’oscure Nottole, Alfana mia bellissima, I iù bianca de le grottole. A te ne vengo debile, Irrobustito, e flebile, E pria, che venga poluere, Vuò il sì, o’l nò risolvere? Mar. Benvenga il Tedeschino; a punto, a punto Tu giungi a tempo, come suole il Porco Venir di Carnevale co’l pan’unto. Vien quà; fatti più sotto. Vuoi tù farmi, Tedeschino, un piacer per vita tua? Hò in capo molti grilli; ed il cervello Mi và girando più d’un’arcolaio; Onde vorrei da te qualche bel gioco, Per traviarmi un poco. Ted. Eccomi pronto a ciò, che mi comandi. Farò, dirò, darò quanto domandi. Mar. O’ via alle mani? Ted. Che volete, ch’io faccia? eccomi pronto. Mar. Quattro botte di ballo, una Ciaccona, Cavalcere una canna a la disdosa, Far quattro capitomboli in persona. Ted. Voi mi pigliate in cambio; non son’io Un Boffonaccio da tutti mistieri. Son buon trattenitore, homo scaltrito; Nè in Corte i pari miei sono un pan perso! Ah Marmotta, Marmotta, voi scherzate; E mi vorreste con tai giochi fare Diventare il cucù de le Minchiate. Io non fò capitomboli, nè salto, Il caval sù la canna, o ballo, o scherzo; Son Politico accorto, e de gli stati Sò mescolar le carte quanto ogni altro, Oh vè, che fantasia? guarda pensiero? Bench’io faccia il Buffone, Ne la mia villa nacqui Cavaliero. Mar. Hor sù; l’hò intesa; Và, e fà, che ti pare; Nè più ti venga humore Di far meco il garbato; e’l bello humore. Non mi venir più avante; Ch’il negar gratie, è proprio da furfante. Ted. Oh Amor, Ceruel di bestia, Pur, pur mi farai fare Corvette, Capitomboli, e ballare, Ma sia, che vuole; io voglio Compiacere il mio ventre. Sodisfar la mia vista, Obedir’ il mio Mastro; E, se non basta i salti sù la canna, Vuò saltare un balcone, Ma che dico un balcone? anzi una Forca, Pure, ch’io cada ne la sua capanna. Bocca, porta d’Amore, Labra; poggi di Venere, Occhi, stelle del Suolo, Fronte, piazza di Marte, Cigli, Archi moreschi, Mento, meschol di Febo Gola, Corno d’Astolfo, Petto, scala di Gioue, Poppe, Zucche Toscane, Ventre, orcio di miele, Coscie travi di volta, Gambe d’Ercol colonne, Piedi, base di Torre, Ou’il mio capo vorrei poter porre. Quì il Tede:schino balla. Ecco, ch’io per te formo in vago giro La dislegata vita, e à te ballando Me ne vengo saltando. Mar. Oh bene, oh bene; così Oh così, Tedeschino, in capriole. Eccoti un Chitarrino; Accompagna co’l ballo Quattro colpi dicanto, Tedeschino. Ted. Si balli quì cata. Si salti, Si faccia per terra Co’l capo a’matsoni perpetua la guerra, Saltello, E snello, Corvetto, Passeggio, Qual sotto il Cozzone Somaro a maneggio. Mar. Hor sù, via quattro salti sù la canna. A cavallo, a cavallo, Tedeschino; Ecco a punto un caval pel tuo bisogno. Ted. Ap, Ap, Ap, ghà, ghà, ghà, ghà; acavo llosù la canna. Oh garbato Cavallo; o bella groppa. Ei pare un arombata di Galeo. Ghà, ghà, ghà; non mi far più il bizzarro; Non hai sopra qualche Ocha, o Pappagallo. V’hai, chi cavalcar seppe Prima, che tu tra noi fossicavallo: Come ben sù le volte Gli dò le giravolte. Come bene a la mano Lo fò voltar sù l’una, e l’altra mano. E come lo speron fra capo, e collo Gli fà tagliar per terra il caracollo. Questa è botta Maestra. Quì da una speronata al cavallo. Ma vè: come la bestia vi s’addestra? Oh garbato animale? Voleria sù le volte s’hauesse ale. Quattro curvette sù, Brunel d’Argante. Mar. Ah così, Tedeschino, oh buono, oh buono. Ted. Ghà, ghà, ghà, Ap, ap, ap, ap, Oh come ben la trita. Oh vè, ch’a l’aria Tira calci. Ei si rivolta; e par, che fin le stelle Calcitrar voglia co’ Castelli in aria. Ted. Oh Maladetto tempo: io son caduto. quì casca. Ma con quatro sferzate Ti vuò, bestia, imparare A farmi dar sì fatte crepacciate. To bestia maladetta, Che ti pensaui, che foss’io Ciuetta? Mar. Tedeschin, manco furia; ei non sapea, Che tu al suolo volessi mouer guerra; Il povero Animale si credea, Che l’hauessi co’l Ciel, non con la Terra. Hor sú, per minor briga, Fà quattro capitomboli garbati. Ch’io haurò più gusto, e tu minor fatiga. Ted. Oh bellezze cornute? Il Tedeschin’il savio, Lo Statista de’ Prenci, Il Politico altier di tutto il Mondo. L’inventor de l’Archimia, Il fondator de l’oro, il soffiatore, Del fornello alchemisticho Per amor si riduce Mirabilmente snello A far’i capitomboli, a ballare; E sù la canna fare il saltarello. Oh di Fessa, di Fessa Regia Prole nudrita, Quanto puon far tuoi occhi, Quanto può la tua bocca. Quanto vale il tuo naso, Quanto, quanto bram’io Diventar farfallone, Per ragir armi al lume De’ tuoi occhi lucenti, Ch’a me di notte sono, (oh mio contento) Le fiaccole d’Amore. Mie belle torcie a vento. Mar. E perche farne poi? Benche di Fessa io sia, D’altro, che farfalloni hò fantasia. Ted. Ah mia verdea frizzante, Ancor non hai provato Quel, ch’io provo per te d’amor pigato: Ancor non sai Marmotta, Quai siano i vezzi cari Del Tedeschino Amante. Vuoi tu, ch’io te l’impari? Mar. E di che sorte sono? Io crederei, Che tu nè men valessi A vezzeggiar la Monne. Tu pai un scaccia Donne; Io non t’hò fede; E s’hò da dirte il vero, T’hò per Cillenio, e non per Ganimede. Ted. Più tosto potei dire, Ch’io ti paia uno Adone. Io hò più tosto cera Del Drudo di Ciprigna, Che d’esser di Vulcan volta stidione. Mar. Al fare i capitomboli, che poi Discorreerem di quel, che tu m’hai cera. Ted. Eccone uno, oh garbato. Eccone un’altro, hor vedi, S’io sò leuarmi in aria senza i piedi. Oh bella forza; a fe, che, se s’usasse Di fare i capitomboli in la corte, Io v’haurei più d’ogni altro bella sorte. Mar. Tedeschin, Tedeschin, vè che ti cade? L’è una cigna, una fune, o che cos’è E’ una cigna a la fè. Oh che ti venga d’ogni cosa sette Almen, se rotto sei, Porta l’allacciature un pò più strette. Ted. Che rotture, che lacci? Amor l’altrier per gioco Mi prestò la sua benda, Mi disse, ch’io d’intorno A la regione de’rognioni in cura Quella stretta legassi, C’haurei d’amor sentito Meno ardente l’arsura. Amor mi diè quel laccio; A ciò, che stretto il ventre, Mirando tue facelle, Vacuar non mi fesse le budelle. Amor mi diè quel ferro; Accciò, de i dardi tuoi Fosse coperta al core; E, qual’egli è bendato, Allacciato foss’io novello Amore. Onde Cigna non è, ma ben’è benda; Oue fia, che Marmotta Dal Tedeschin si prenda. Mar. Son sodisfatta a pieno De le tue ritrovate; hor vedi, s’altro Sai far, per trauviarmi un pò l’humore. Ted. Oh mio verno d’estate, Primavera d’inverno, Mia rosa d’ogni mese, Mia stella fuor del Cielo, Mio Sole di Campagna, Trappola del mio core, e di me ragna. Dimmi, dimmi burlando; Ch’io del tuo Amor’ altero Nè andrò, mio lume oscuro? Dimmi, dimmi sdegnata, Ch’io sarò il tuo Cupido, Tu del mio core il nido; Che gìà di me invaghita Hai per mano d’Amore Una larga ferita. Io ardo, o Prencipessa, E sol brama il mio seno In Marocco goder Marocco, e Fessa: Io ardo, o mio te soro, E sol brama mia voglia, Che tu sij la mia terra di lavoro. In fine nel tuo mare Vorrei poter voghare; E tra le sponde, onde il mio cor s’aggela, Esser’io timonier, vogante, e vela. Mar. Oh bel modo di dire? Certo, ch’io non t’hauea Per sì bravo Ciarlone: Ma dimmi, e che vuoi fare? Io non son Mare, e tu non sai voghare! Ted. Ah che pur troppo sei Per me mutabil’onda; Ou’Amor mi sguazzuglia, non m’affonda. Ah che tu il mare sei, ed io son legno; L’un senza approdo, e l’altro senza segno. Mar. Hor sù; dimmi che vuoi? Ch’a fè da Prencipessa io ti prometto Fartene hor’ hor l’effetto. Ted. Hor’ hora; oh me filice. Amore, e sarà vero, Ch’io sia de la tua targa hasta e brocchiero? Sarà vero, Marmotta, Che dopo tanti affanni Io finisca le pene, habbia i malanni. Mar. Io ti prometto, e giuro Il presente non darti col futuro. Hor’ a Dio Tedeschino, a rivederci. Ted. Oh felice ballare, Oh beato saltare? Oh bel far capitomboli. Altri stia su le sue arrabbi, e sfondoli. SCENA QUARTA. Meo. Ancroia. Flipetta. Pedina. Gobbo, Cacciatori Meo. OH’che gran gusto è di cacciare Ancroia; Quanti sono i diletti de la caccia, Dimmi, come ti piace andare a caccia? Ancr. A me mi piace assai veder cacciare; Ma quel correr di dietro a gli animali Mi pare una fatica da crepare. Meo. Gobbo dà quà quel gatto? oh com’è grasso! E pur come correa dietro quel Topo? Non credo, che vi sia Animal, che più corra di costoro. Come per quella china Correva quella Cutta? Si vedeua, c’hauevano gran fretta. Gob. Credimi, signor, ch’io hò tanto gusto, Che dopo, che cacciamo, Non hò con maggior spasso fatto presa. Giù per quel monterozzo Sò, che ci feron correre. Vi giuro per la madre d’una Cutta, Ch’ella m’hebbe andar brutta. Meo. E che t’è intravenuto? Gob. Mentre correuo in posta, Il somaro inciampò In un piede di pino, E mi fè dare in terra Così gran stramazzone, Che mi strappò la stringa del calzone. Meo. Eh non è nulla? e a te Messer Pedina, Come t’è andata bene? Ped. Io porto ancor il dito Fasciato per il morso, che mi diede Quel Topo maladetto nel pigliarlo, Meo Eh che? non gli lasciasti il can, balordo? Ped. Glielo lasciai; ma il sciocco Smarrì la via, e lo perdè di vista. Meo. E i bracchi, che facevan? bisognava Pigliar’ un bracco a lassa, Ch’al Topo è sufficiente simil lassa. Ped. Io gli le lasciai tutti; ma che vale Tutta una braccheria Dietro un topo, che corre per la via? Gob, S’haueua a far con me, non gli riuscia; Questa cutta maligna Mi diè ne lo speron’ un morso tale, Che si riempì di sangue lo stiuale. Ma che gli feci a lei? Tosto la gettai in terra, e con le reti Gli fui sopra sì lesto, Ch’ella fè d’esser mia il manifesto. Meo. A me solo quel corvo Mi s’auventò ne gli occhi, e se non era Ancroia con il guanto Di mezo giorno mi facea far sera. Anc. A fè, a fè ch’a me quella Cornacchia, Se non era Pedina con lo spiedo La mi guastava tutti i ricciolini. Fil. E quel Gatto, Padrona, Ch’a torno a me parea, Che far volessi la caccia de Topi, Ma che? subito questi Cacciatori Gli si cacciorno sorto, E’l Gatto v’infilzarono di botto. Meo. Hor sù Gobbo vogliam noi far banchetto. Gob. Vostra eccellanzia sì; adesso, adesso Vuò a chiamar Grasso, e tosto Gli fò far guanzzapagli, fritto, e arrosto. Meo. Chiamalo, e fa la caccia Ben cucinare al Grasso; E di, c’habbia buon sito, e brodo grasso. Gob. Farò quanto comandi; hor’hora vado. Meo. Ancroia, e voi partite Verso la vostra stanza, E ripulita meglio Ritornate a la Regia, o lì vicino Spedite Filippetta, Ch’io vi vuò pasteggiare nel Giardino. Anc. Io vado, e tosto torno. Fil. Prencipe, a Dio, anch’io mi vuò pulire, Mi vuò lavar le scarpe, e la gonnella. C’hoggi con questa caccia Mi ci son fatto più d’una frittella. Meo. A Dio, Ancroia, a Dio; Vattene ch’io Marmotta In tanto ritirar farò di sopra. SCENA QUINTA Grasso. Gobbo. Cacciatori. Gras. OH quanta robba? oh vè uccellatori? Oh questo son le caccie, e Cacciatori? Gob. Senti Grasso, vien quà, vuol far banchetto A la sua bella Ancroia il nostro Prence; Però tutta la caccia Condur fatti in cucina, E mostra il tuo saper questa mattina. Gras. Lasciate fare a me; quest’arte mia L’hò fatto mille volte a l’hosteria. Gob. Grasso, fà quella Cutta a la lombarda Con una zuppa sopra senza cascio; Quella Ciuetta fallo in gelatina, Il Corbo fallo arrosto con la Gatta. La Cornacchia in guazzetto con il Topo: Tu sai meglio di ne l’arte del coco Gras. Lascia pur fare a me, Che sò mangiar la roba, quando ci è. Gob. Lascio la cura a te, ed io me n’vado Verso la Regia a ritrovare il Prence. Cac. Ecco quì tutta la caccia, Cucinate, e pappate? Quanto a voi Non a noi Ella piaccia. Non ne tocca a chi la caccia. SCENA SESTA Grasso. Tedeschino. Gras. OH com’è grasso questo Topo ghiotto? Ei pare una lanterna di Galea. E questa Cutta, oh l’hà la bella coda. Oh Gatto maldedetto, sò, ch’il ventre Ti sei ripieno per quella verdura; E tu Corvo Ciarlone, Haurai finito il presagir novelle? Ah Ciuetta frugnolo de gli augelli, Vuò far de gli uni, e gli altri pappardelle; Del foco haurete ne la mia cucina, Chi allesso, chi rifritto, e’n gelatina. Ted. Grasso, che nova ciè? che cosa è questa? Che fai did tante Cutte, gatte, e Topi? Gras. Oh buon giorno, Padrone, non sapete, Ch’il Prence è stato a Caccia, e c’ha predato Co’bracchi, e i Cacciator quel, che vedete? Ted. Sò, ch’egli è stato a caccia, ma perche Hai tanto roba tu da cucinare? Gras. Oh non sapete niente; egli banchetta Ancroia: quella Ancroia; Ancroia usata Di trattenere Baldassare Amante. Ted. Ancroia: e che vuol seco Il nostro Prence gracchiolar d’amore? Gras. Sì, sì; pur’egli seco è stato a caccia, Ed hora la banchetta nel Girardino, Ted. Oh povera Marmotta? ma che dico? E’ questa, è questa a punto L’orgin vera de le mie fortune. Và Grasso, và in cucina; Ch’ Amor per vie inusate Sà cuocer senza foco le fritatte. Gras. A Dio Padrone, a Dio quanto robba? Almen cotta ne fuss’io guardarobba? Ted. Oh Amor del ventre mio cibo soave? Mia vitella di latte, Ortolano bramato, Staggionato mio bue, starna mia buona, Mio piatto di lasagne co’l formaggio, Ravagiolo d’April, latte di Maggio Fiasco mio di Trebiano, Vin de Monte Pulciano, Mio liquor di Genzano, Verdea, ch’il duol mi molce, Mio bel fico brusciotto grosso, e dolce; E tu Madre di quel, ch’innesta i putti, Bella Madre d’Amore, Ben ver me spalancate Hai di pietà le porte; Non se dee fuggir mai benche si tema. Il dimostrar la fronte, Il fare il viso d’arme, E l’intrepido stare a le batoste Fà, che si mangi senza pagar l’hoste. Quanto hà potuto far la mia Politica: L’importuno tal’hor vince l’avaro. Hor, ch’io mi disperavo, e con Amore Non mi credevo più saldere i conti, Ei mi porge a la penna il calamaro. In fine gli è un fanciullo incanutito, Orbo, che più de gli altri il tutto vede, Un savio tra i balordi, uno scaltrito Fragente, ch’usan far le trufferie; Vuò chiamar la Bertuccia di Marmotta, E far, ch’ella da me sappia, ch’il Prence Con Ancroia vuol far’a la compagna Un banchetto Real’entro la grotta. SCENA SETTIMA Bertuccia. Tedeschino. Ted. BErtuccia, a punto adesso io ti cercavo. Bert. Oh mi maravigliavo; e che tu vuoi? Io hò altro, che far, che le tue ciancie? Ted E vien quà, se tu vuoi, stammi a sentire? Ber. Che cosa m’hai che dire? Forse de li tuoi foliti precetti Di politica sciocca, farfallone? Ted. E non star sù le burle? senti dico? Và, di a la Principessa, Ch’io hà da dirle cose di gran conto! Bert. Sopra di che? che forse gli vuoi fare Quattro altri capitomboli, o saltare? Ted. Che salti, e capitomboli? io vuò dirle Quai torti gli prepara il suo buon Meo. Bert. Il Prence, il Prence; adesso, adesso vado. Ted. Hora é tempo, ch’io tutta versi fuori La Politica mia dal bussolotto. Lingua aiutati pur, che ti bisogna? Questo è pur’ il bel modo Di grattar con l’altrui la propria rogna. SCENA OTTAVA Marmotta. Tedeschio. Mar. TEdechino, che ciè? che m’hai da dire? Che mi hà fatto il mio Prence? Gia, gia ben le sue brame a me son note, Ch’ei vagheggia un bel volto in crespe gote. Ted. Oh Luna, ch’ad Apollo i raggi togli? Sole ch’il sen m’aghiacci, Fà, ch’io fra i cenci tuoi esca di stracci? Sappi bella mia Diva, ch’il tuo Prence Con Ancroia la brutta Entro l’horto ridutto Vuol cor fra due seponi Il malcresciuto, e maturato frutto; E zappator novello D’allagato terreno Ad onta tua desia L’arena coltivare in sua balìa. Che ne dite, Signora? non vi pare, Ch’egli hà finito affatto d’impazzare. Mar. Io non sò, che ti dici, e ancor no posso Saper, che s’habbia fatto, o io m’abbia a dosso Ted. A voi non m’intendete per enigma. Vi parlero più chiaro. Ei nel giardino Vuole innaffiar il suolo, e soura il sodo Coltivar mescolanze d’ogni sorte. M’hauete inteso? Il Prence non di Fessa di Marocco Vuol giocar con Ancroia a la staffetta; E vuol, ch’il tutto attesti Filippetta. Mar. Che Filippa, che Fessa, che Marocco? Oh tu m’hai de lo sciocco? Ted. Hor sù, l’hò intesa: la dirò volgare. Il Prence con Ancroia a la verdura Vuol ratemprar l’arsura. Egli vuol farvi un cornicion sù l’arme, Un vestito a la moda; poiche s’usa, Quanto questo vestir simil lavoro. Mar. Che vuol dare ad Ancroia la verdura; E con un cornicion la vuò vestire? Ted. Sì zucche infarinate? egli sicuro A voi dà il cornicione, Da lei prende l’arsura, e le dà il verde. Le vuol dar la marenda hoggi ne l’horto; E di già in ordinanza Hà messo de la caccia Il mio Grasso l’insolita pietanza. Mar. A dunque Meo, Meo vuole Banchettar la sua Druda nel giardino? S’egli lo fà, mio danno? Farò ben tanto; e tanto saprò fare, Che gli farà mal prode il merendare. Ah Prence, Prence ingrato, Ad altra fai banchetto Di quello, ch’a me fai star’a stecchetto. Altra fia, che disfame Di quello, che a me fai morir di fame. Ah quanto meglio fia Satiar la voglia mia; e non altrove Il tetto racconciar, s’in casa pioue. Dunque ad altra il conuito Fai mal dispensatore Di quel, ch’a me non cavi l’appetito? Ad altra la vivanda Porgi, che non la chiede, Per negarla a chi sempre la domanda? Altrui co’cici tuoi porgi fortuna, E me senza cibar lasci digiuna? Ah Meo, Meo, t’arriverò ben’io, Se tu mangi, ch’io possa Morir sempre di fame, eroder l’ossa. Ted. Non dee la Principessa Co’l Prencipe usar stemma. Poiche questo saria darli licenza. Ma con consiglio scaltro, Per spaventarlo, anch’essa Proverdersi d’Amanti. Poinch’un male tal’hor discaccia l’altro. Ed è gentil costume Di chi Regna, tal’hor darne al comune. Che non spuntano i torti Le fronti, che son grandi; Nè il sol, che chiaro splende, Benche trà’l fango sia, macchia v’apprende, Horsù spina traversa del mio core, Febre maligna de la vita mia, Pettecchia del mio volto, mio dolore, De la gola catarro, e schinanzia; Lasciami homai fruire, Lasciami homai godere, Lasciami homai beare, Non far, non far, che mora, Chi, per vivier, t’adora? Lasciami nel tuo sen fare il mio letto, Lascia, ch’il petto tuo sia il mio coltrone; Lascia, ch’il matarazzo De le mie stanche membra Sia la tua bella imago, Lasciami riposare in te mezz’hora, Poi mandami in mal’hora. Mar. In mal’hora, e in mal punto, oh vè discorso Di nudrito Asinaccio ne la Corte? Ted. A marmotta, mia Anguilla nel vivaio, Mio pasticcio a l’inglese, Mia ricotta sfiorita senza sale; Fà conto, mio tesoro, Tu sij la paglia, ed io sia l’animale; Fa conto, ch’io m’annegri. A’rai del tuo bel Sole, Servimi per ombrello, Se non vuoi, ch’io stia sempre In piè senza cappello. Mar. Che vorresti da me parlami chiaro? Ted. Vorrei, dirollo al fine, Esser del vostro letto le cortine. Volete voi, ch’il dica? Vorrei da voi Signora, Che mi deste licenza Ch’io con voi dimorasse una mez’hora Mar, Horsu; taci, t’hò inteso; Hor non è tempo, ch’è tornato il Prence; Tu dici, c’hoggi deue Venire Ancroia in Corte, Vestiti, come lei, muta sembiante, E vien da me sì travestito Amante Così senza sospetto Ne la Regia entrerai, E sarai la Cortina del mio letto. Ted. Io vado; e travestito Hor, hor’in corte a rivederui io torno. Mar. Và, ch’io di quà mi parto; e ne la Regia Ti stò attendendo hor, hora. Per torlo da la noia, Il Tedeschino è diventato Ancroia. SCENA NONA Catorchia. Scatapocchio. Cat. INfine io Fliippetta Adoro, come adora il pesce l’amo, La Gatta il Topo, il Tordo il teso lascio, Lo smeriglio la quaglia, il lepre il cane, La volpe il Cacctatore, il Gufo il giorno, L’acqua il villano, il Cavalier lo scorno. Flilippetta è il mio leto, oue non poso; Il mio nido, il mio porto, Ou’erro, senza mai giungere in porto. Scat. Io sento, e nel sentir sento, e mi pare, Che tu tutto possiedi, e nulla godi. Cat. Possiedo, e non possiedo, amo, e non amo. Ah Filippetta, Filippetta cruda, Mira dentro il mio seno, Fatto d’Amor la stalla, Qual son de’lumi tuoi arsa farfalla Scorgi dentro il mio core Fatto d’Amor lo scudo Il tuo ben fatto drudo? Queste mie gambe arcate Son di Marte novello Sotto il peso incuruate Di trattar some, e di portar fardello. Sca. Bisogna, che l’Amore Sia un pazzo pizzicore. Vuoi, ch’io faccia qual cosa di mia mano? Cat. E che ci vuoi tu fare? Ella stà quì; chiamarla. Tu batti Scatapocchio. Scat. Tic toc, tic toc, olà di casa. O’ la non sente, o ch’ella non è in casa. Cat. Ribussa Scatapocchio, buffa forte. Scat. Tic toc, ò là venite a basso, Se non ch’io rompo l’uscio con un sasso. SCENA DECIMA Catorchia. Scatapocchio. Filippetta. Gobbo del Violino. Fil. CHi batte l’uscio? Scat. Son’io, che voglio entrare; E se mon apri, getterò per terra La porta, il chiavistello co’l battocchio. Cat. Fermati Scatapocchio? Fil Oh vè chi vuol bravare Razza di tartaruca. Se ci calo da basso, Ti ficco con un calce in una buca. Cat. Filippetta son’io, lascialo dire. Fil. Catorchia tu sei tù; hor vengo a basso. Cat. Oh come hà fatto Amore Destarsi in me la febre a la sua vista. Fil. Dov’è questo bravaccio? oh vè Catorchio; Che gran gigante, che tu porti teco. Scat. Così, come mi vedi, Non hò bisogno di banchetto a’ piedi. Cat. Com’ hai sì lugo tempo, Filippetta, Sofferto a non vedere il tuo Catorchia? Deh per tua fè mia Filippetta bella, Fà conto, ch’io sia un soldo, E mettimi pian piano Con le tue belle mani a la scarsella. Scat. Fa conto Filippetta, Ch’egli sia il Tordo, e tu sij la Ciuetta. Fil. Catorchio vuoi tu nulla, il hò che fare? Cat. Deh Filippetta cara, Non lasciar, che si perda la semente De’ Catorchi nel Mondo. Fil. Che vorresti da me? Cat. Vorrei, se ti contenti, starmi teco A magniar’ un cantuccio, e ber del greco. Fil. Và torna, come Ancroia Và a desinar da Meo; e Scatopocchio Conduciteco, che con l’uno, e l’altro Vuò, che giochiamo al tiro nel giardino. A Dio mio Catorchino. Gob. Oh vè che bella coppia? del Filippetta, che forse hai nimicitia? viol. Che si ben sei provista di Giganti? Cat. Che fà quiui il Trafedi! Oh Gobbo sciagurato. Che forse Filippetta, Apprendi da Costui A portar polli fuori del mercato? Scat. Oh l’è il Gobbo Trafila, Che torce senza fuso l’altrui fila. Gob. Che dici sconciatura d’una botta? Nanaccio, male in piedi, Ti fo leuar di quì senza i tuoi piedi. Cat. A chi dici, Gobbaccio? Quì tu non hai, che fare. Non v’è nessun, che si voglia arruffare. Oh bell’huomo di Corte, Spaccare il sonator di violino, E senza morti fare altrui Becchino. Gob. Oh mal fatto Gigante, Và, và; và fà l’amore con la Fante. Oh vè chi fa l’Adone Balordo animaletto da stidione? Fil. Catorchia, oh via non più; lascialo dire? Ogniun deue adattarsi, Per poter sostentarsi, E poi non è difetto In un, che sà sonare, Il saper dar lezione di cornetto, Cat. A Dio Filippetta, adesso, adesso Ritorniamo da te mettiti in punto. Và, và Gobbaccio và; Và porta i polli in là. Sca. Io nò, non vuò tornare, Che non vuò, che vi sia qualche pantano, Ou’io portassi rischio d’affogare. Fil. A Dio tutti, a Dio tutti, a Dio trafedi, A rivederchi poi: Lor non san quel, che passa fra di noi. Gob A Dio Filipetta, Non ti scordar del gioco di Ciuetta. SCENA UNDECIMA: Tedeschino vestito d’Ancroia. Ted, VE, come per l’appunto Il vestito d’Ancroia mi s’adatta. In fine Amore è quello, Che fà fare ogni cosa; E a’ Matti, e a’ Sauij togli anco il cervello. Un, che sia innamorato, Per hauer quel, che brama, Ad ogni atto più vile accomodato Hà l’animo il pensiero; e per amore Farebbe il Birro, il Boia, e l’Appicato. In me ecco l’effetto pié d’ogni altro. Io, che sempre sù’l grave Da Cavalier di scherzo ne la Corte Mi trattenni famoso? Io, che di maggior Prenci lo Statista Fui con tanto mio vanto; E ad ogni Potentato Imparai di Politica il donato? Hor per man d’un Arciero Muto voce, sembiante, opra, e mestiero! D’Ancroia in vece hor’hora Entrar’io voglio in Corte. E con la Prencipessa Per questa via tentare Di languir sempre per non più penare E s’io Donna pur fossi, Quanti, quanti Merlotti Haurei pigliato nel mio serbatoio. In mia fe, ch’in tal’ habito Mi par più gratioso comparire. Con questi occhi furbeschi Sembro dardo de’ cori; Con queste labra orlate Sembro de la mezina di Cupido La più sdrucita bocca. Con questo curuo naso Di Vener sono il naspo; La diradata fronte Gallinaio è d’Amore. In fin questa mia vita sì ben fatta, Se, qual’huomo son’ io fossi una Donna, De le gioie amorose Sarei la più ben fatta, e bella gonna. Ah Marmotta, Marmotta, quanto meglio T’era non così farmi a te venire. Forse, se m’aspettavi a te dauante Di Tedeschino in forma, Non così tosto divenivi Amante. Ma in questo habito a fé, Che tu ci cadi affatto, Ed io son di Marmotta fatto il Rè. In Licia ancor Achille Portò fra le donzelle Habiti feminili; E pur’alfin mandò Troia in faville. Ed Ercole con Iole, E con Onfale stette A tessere, e filare Hor un manto, hor’un vele; E pur con le sue spalle Fù buon fachino a sostenere il Cielo. SCENA DUODECIMA Meo. Tedeschino d’Ancroia Meo OH ecco apunto la mia bella Ancroia. Ted. Oh fortuna maluaggia, che sarà? Amore, aiuto, Amore, io son già perso. Meo. Ancroia, anima mia, con e cotanto Sei tardata a venir dal tuo bel Meo? Ted. Ah Cupido cornuto, e che farò? Meo. Ancroia: a che così? con chi raggioni? Perche da me ti scosti, epar, che fuggi? Vien quà, vien quà Cattiva; ah tu conosci, Ch’è dato il fringuellone ne la ragna. Fatti più quà, che fai? oh via non più? Traditora sì sì; così si fa? Adesso, che tu vedi, Ch’io non ti voglio male, Mi fai il grugno di porco, e’l pela piedi. Ted. Eh lasciatimi stare? hò altro humore. Nel venire a la Reggia a me quì presso S’è sciolta de la testa la correggia. Meo. Che correggia? vien quà, vien quà balorda, Ch’io ti darò na stringa d’allacciarti. Ted. Sí buono, buono, mi è successo peggio. Meo. E che mai t’è successo? dillo a Meo? Ted. Lingua, aiutati a fè, che n’hai bisogno? Quando, che serrai l’uscio de la porta Vi serrai dentro meza la gonnella. Guardate l’è stracciata, e senza coda? Meo. E questo ancora è nulla; se non vuoi, Altro, che far la coda a la gonnella, Io te ne voglio fare una più bella. Ted. E pur lì, ci vuol altro. Se tu sapessi quel, che m’è accaduto, Non scherzeresti meco così franco? Meo. Che diavolo mai t’è succeduto? Ted. Tra via diedi in un sasso, e caddi in terra Con tutta la persona, E mi squarciò la bocca la pianella. Meo. Mostra, dove l’hai rotta, Ancroia, Ancroia Dove fuggi vien quà: mostra la bocca, Oh vè, che ritrovata? Tu non vuoi esser tocca. Ted. Deh Prence, per tua fe lasciami stare! Chi cherca, tal’hor trova Quel, che forse non brama di trovare. Meo Io son fuor di me stesso, ingrata, è forse, Questo sto tuo tiro, per strapazzar Meo? Io, che tanto t’hò amata, Io, che ti diedi tanto gusto a caccia, Io, che meco a banchetto t’hò invitata, Deui trattar così? và via vaccaccia, Che forse fra quei corni A me più mansueta fia, che torni? SCENA DECIMA TERZA Baldassare. Meo. Tedeschino. Croatto. Cro. BAldrona, mirar’Ancroia, e’l Brincipio? Che voltar, che fuggire? Fermare, non partire? Bal. Non es possibles Sì pares; non creo di veser: Creo, m’aglegar mas erea, Eglia has, como fusse queglia. Infame, mal nassida, Piccherona, hoi mui tiempo granchiado, Puor hazerte bien; Mandil de la cuerte; Lavandiera de la comunitades, Glieuares quattros Cosses, y dos buffettas. Ted. Piano, piano, co’l dare? oh vè Spagnolo? Insolentaccio? oh vè quanta superbia? Croat. Risbettar veramente Per ti douer la Brincipessa Ancroia, Che de l’honora, e de la nobilitata Un quarta hà boste in Fessa, e ladrain Tro-(ia. Ted. In fin questi don Corni, Come, che se le dà tantin di dito, Sì pigliano la man con tutto il braccio. Smerdarol d’Avicenna, Più non son calamar de la tua penna! Meo. Guarda, come tu tratti? Non hai a far con matti? Oh vè ch’impertinenza? Sfacciato, hai tanto ardir’in mia presenza? Bald. Y tu Principe de cuerno, Borroccio, Cuero, Cauronasso, Tales pagas hauereis, Come eglia hà recebido. Fà finta di darli. Toma esta a buena cuenta, A memoria de los servisios. Toma esta otra begliacco, begliaccone, Prencipe de Mierda. Meo. A me, a me forfante, a me si dà? O Guardia, o Guardia, corri; Corrio Guardia, che fai, Corri, vien quà? Bal A ti, a ti, a ti. Puerco, Piccaro lovo. Meo Ah Spagnolo Marrano, Ti vuò far’ appricar’ per una mano. SCENA DECIMA QUARTA Michelino. Gobo. Pedina, e li medesimi. Mic. FErme, ferme fermate furfantascie. Bal. Mi has faltado mi dama. Toma esta, toma est’orra. Mic. Voler’ al nostre Prenscie Rompere le mostascie. Ted. Oh Spagnol senza fede, Questa é la riverenza Che verso il signor nostro si richiede? Gob. Oh vè questo nemico De la Carne di porco? Schernir così Marocco? Fermati, Morescaccio senza fede, Ti vuò far strangolare per un piede. Mic. Pedina dascie; dascie, Gobbo, dascie Spasciacamine de le merdarole, Ti vuò fare impiccare per le gole. Ted. Oh che venga la peste A chi mi diè tale veste. Oh pover Tedeschino: Fermati Michelino? Mic. Oh questo non è Ancroia, è Tedeschine. Oh brutte furfantascie, come stà, Tarantan tarantan, tarantan ta, ta. Gob. Oh brutta Ancroia, oh fetido barone. Oh guarda il bel politico Buffone. Bal. Mires, che linda Ancroia, Puerco desuergonzado. Cro. Oh quanta per ti degna di star fatta! Vere Donne per tì per man d’un gatta. Meo. Oh Tedeschin statista, Tu fai la bella vista? Ped. Oh Proprij di Barone, Oh degni di castigo Sciocchi andamenti, ed insolenti fatti: Convengon piattonate a lecca piatti. Ted. Io me ne vuò fuggire: Maladetta Marmotta, e’l travestire. Mic. Toffi, taffe briccone. Gob. Gli sian le scosse a furia radoppiate; Seguitiamolo a suon di piattonate. Cro. Badrona, a chisda mala, Per ti, e per mi fuggire la mal’hora. Bal. Un bel fuggir toda la vida honora. ATTO TERZO SCENA PRIMA Michelino. Mantuano. uscirà cantando queste parole. Mic. OH calde Pasticcie V scite dal forne Condieci fiaschi de vin del miglior; Acciò ch’a a l’odor Il mi nase s’arriccie. Oh calde Pasticcie, oh calde pasticcie. Trandira, trandira, trandira trà, trá BVone Piscione arroste, ar-roste allesse, Vitelle, fegatelle, e buon pul-pette, Sanguinascie, salciscie, e scervellate. Quattre pollastre fritte a la padelle, Un buon fiasche di greghe, e du frittate: Andare a trovar Grasse coche, e coche Grasse, E dir’, che Cutte in stufe, e Corue allesse, Gatti in le padelle, e Tope arroste. Cornacchioni in teame; e’n gelatine Le Ciuette co’l Grasse de Cucine. Man. Padrone, andiame, che fra di mez’hora Meo vuol desinar con la Signora. Mic. Andiame Mantuane; Marmotte stà disciune, E Ancroia nel sciardine Con le sue belle Trude pranserà. Ancroia hà’l Tope, e Marmotte non l’hà. Trandirà, trandirà, trandirà trà. Man. Padrone, andiame via, Troppe il Prencipe nostre Di giocare a ciuette hà fantascie. SCENA SECONDA Masino. Tordo. Mas. TOrdo, vedesti tu con qual rispetto Al nome di Marmotta Baldassarre Si mostrò riverente ad ubedire? E un garbato par suo per vita mia. E par, che fra di loro Vi sia di sangue qualche simpatia. Tor. Certo, ch’io ne restai tutto confuso. Credeuo, che sta bestia Non servissi per altro, che per smorsie; E che sol ne la Corte Egli sapessi fare Una boccaccia, una risata a ufo. Un dar nel ravaniccho, Uno star sempre teso co’l palicco. Ma vedo, ch’egli è buono in ogni cosa! Vuoi, ch’io ti dica? stimo, che costoro Faccino il pazzo, per far pazzo altrui. Mas. Pur troppo è vero, Tordo: Via: Baldassar di noi si lasci stare. Ma il Tedeschin, che cosa serve in Corte. Tor. A dir mal di qualch’uno, et in tinello Mangiar’ a ufo senza discrizione. Mas. Chè un pan perso da vero; ei non è buono, Se non a far lo sciocco di politica. Tor. Sicuro, che politica migliore Non si può trovar di questa sua, Bere, mangiar, vestire; e a l’altrui spese Fare il Cavallerzzao pe’l paese. Mas. E sai, come sigonsia, e come sbuffa? E i pare una gallina Mantoana. A fé, a fé, che, s’hauesse a far’io, O vorrei, che facesse da buffone, O mandarlo al barone. Tor. Che vuoi fare? hoggi dì questo mestiero A segno s’è ridotto, Che tanto val l’astuto, che’l balordo. Mas. L’è una bell’arte a fè. Da Masino ti giuro, Ch’io cambiarei il mio stato co’l buffone. Tor. Ed io prima di te lo cambierei: Che fatica si sente In fare una risata, in motteggiare, Far con una boccaccia un viso arcigo, Pigliare una Chitarra, e schitarrare; Dir quattro sfiondature a la spagnola; Accommodar si sempre a l’altrui voglie. Se quegli dice sì, dir sì due volte, Se nò, non sia; e sempre sù lo scherzo. Mostrar di piccardia hauer bei motti: Questi son ne la Corte i Corteggiani, Che fan gli altri Merlotti. Mas. Veramente l’è un’arte benedetta: Ma sai cos’è; ch’io non vi hò quel talento. Che vi bisognerebbe; e tu ci hauresti. Che, se ciò fosse, a fé ch’il segretario Altri farebbe in corte. Tor. Ed io, se qual’hai tu, la vista heuessi; Vorrei, ch’il consigliero altri facesse. Nel dir non hò pavra. Io sò sonare, Sò ballar, sò cantare, e mi s’avviene Il far ridere altrui con belle botte. Sai, che cosa non hò? la complessione Assuefatta a star sempre imbriaco, Oltre, che non sò nulla in medicina; Nè saperei mai fare Altri, e me vacuare; E ancor sono ignorante De la ragion di stato, e non sò come Tratti de la Politica il buario? Non nó: meglio é, ch’io stia fra le due acque, Così son Consigliero; e appresso il Prence Nome hò di bell’humore, e di faceto. Mas. Eh Tordo; il star così non ti può dare Quello, che ti darebbe esser’in tutto Ne la Corte Buffone, e non a mezzo. Tu dici, che non sai far cosa alcuna? Non sai tu far gliocchiali? Io veggio pur, che tu n’hai tanti attorno, Che pari l’occhialaio del Comune. Tor. Si sò fare una Zucca. Che credì, che gli occhiali, Ch’io vendo, siano fatti di mia mano? Mas. E chi dunque li fà? Io sempre tenni, Che tu di tal mestier fossi inventore? Tor. Oh buono: Masino, è questo Mondo Una palla, che chi non sà sbalzarla, La caccia perde, ed il suo colpo falla: Sai tu sotto gli offici, Che vi son quelli Armeni? Da lor compro gli occhiali; E poi per miei li vendo A chi per miei li tiene: oh ch’Animali? Mas. In fatti dice il vero. Non luce senza truffa alcun mestiero. Oh vè come s’ingannan le persone? Che tu sij per gli occhiali Il primo huomo del Mondo è l’opinione. Tor. L’opinion fà caso, Ed hoggi dì gli è sciocco Colui, ch’altrui non sà menar pe’l naso. Mas. Hor tira dunque avante; Ma, per tornare a nostro, Sai, che cosa farei, s’io fossi Tordo. Tor. E che cosa faresti? dillo un poco? Mas. Io vorrei congegnare Di fare un’occhialone, C’hauessi il fondo, e sopra il sfogatoio; E perche dici, che sempre embriaco Vuole stare il Buffone, Accio, ch’il vino non mi fessi male, Di quel mi servirei per servitiale? Così vacuerei, E se bevvto hauessi il rendereì. Tor. A fé, che tu non l’hai pensata male: Oh che ti pigli il granchio? Quel, che serve, per meglio veder lume. Vuoi, che serva per l’occhio del lor dume? E poi, come vuoi tu, ch’in medicina Io operi, se non hò mai medicato? Mas. Ch’importa il medicar? non stà al sapere? Da Medico puoi far senza pavra, S’il medicare é dato A chi sà far morire un’ammalato. Tor. A la ragion di stato, che dirai? Mas. A la ragion di stato, Come non vuoi sapere Più di quel, che ne sappia il Tedeschino, Non t’affannar di rimesciar le carte; Anzi, quanto più Asino sarai, Tanto più’l Tedeschin somiglierai? Tor. Masino, fallo tu, ch’a fe ti giuro, C’hai viso di Buffone, Bocca di Baldassarre, Vita del Tedeschino; E senza tua fatica Par sempre, che t’agranchi, e facci smorfie Credi a Tordo Masino, Piglia il lor posto in Corte, E poi dì, che ti passi Lo Spagnol con le smorfie, E con ragion di stato il Tedeschino. Mas. Tu vuoi la burla, Tordo: Come vuoi tu, ch’io faccia da buffone? Bisogna hauer gran ciarle, ed io la lingua Non hò staccata ancora dal filello. Tor. Hor sù lasciamo il posto a chi lo vuole, Facciam l’officio nostro; e già, che s’usa Il far l’homo faceto, ancora noi Facciam ridere altrui. Andianne a ritrovar la Principessa, Per dirle quel, che disse Baldassarre. SCENA TERZA Ancroia Gobo del Violino detto Trafedi Anc. HOr’hora ne la Regia (Prence. Andar me n’voglio a ritrovare il Ma la mi par pur dura. L’hauer’ a far con Prenci E’fuor del mio mestiero. In fatti son baiate Chi nacque per l’aratro, Malamente s’adatta al Cavaliero. Ma vé ecco il Trafedi? Gob. Ancroia, dove vai così allindata? Anc. Ne la Regia da Meo a merendare. Gob A merendar la Meo? che non sai nulla? Quell’ impertinenton del Tedeschino Con le tue proprie vesti in vece tua. V’andò poco anzi; ed è di già scoperta La mal tessuta tela al’ altrui danno. Tutti non son Trafedi. Com’io non v’hò le mani, Ogni cosa a la peggio; tu lo vedi. Anc. E come il Tedeschino? oh Boffonaccio? Che non gli basta di mal contrafare Il Gentil homo in Corte, Ch’anco me vuol scimiare? Ma chi l’habito mio il potè dare? Gob. La Filippetta al certo. Vuoi, ch’io ti dica Ancroia. Levatela da torno. Tu sai per prova homai Ne gli affari d’Amor, chi sia Trafedi? Nel portare Ambasciate Il saper di Cillenio tengo a vile; E più d’un può far fede, S’aggiustar sò tre oua in un bacile. Tu mi fai torto a fé; questa è arte mia; E di giá in altro posto, Ancroia, mi vedreste; Se si desse scoperta D’Amor l’imbascieria. Anc. Vuò far quel, che tu dici. Dammi il braccio, vien quà, andianne in casa. Hor sì, ch’io più non temo, Di perder le giornate; S’il Trafedi s’è fatto Il mio porta ambasciate. Gob. Andianne; e ogniun di noi Faccia le prove sue; E al paragon si veda Chi meglio sà spacciare, Per vitella di latte, anco del bue, SCENA QUARTA Bertuccia. Marmotta. Bert. PRincipessa, e che fia? Sù, Sù non più sospiri? Raffrenate gli affanni? Voi pur solei tal volta Con il canto passar la fantasia. Via, via cantate un poco. Rattempra il canto l’amoroso foco. Mar. Ah quanto il ver m’aditi, Mentr’a cantar m’inuiti Suol tal’hor sù’l Meandro Augel canoro Già vicino al morire Cantando palesare il suo martoro. Dunque cantar debb’io, E con voci dolenti Accompagnar co’l canto il morir mio. Quì comincia il recita tiuo cantato in musica.. Ahi lassa, e pur partire Duorò senza morire! Pur lasciar deuo, Amore, La mia sede; il mio soglio, La mia vita, il mio bene anima, e core; Ah proterva Fortuna, ahi Fato indegno. A che farmi di Meo Real consorte? A che portarmi sù codeste arene? Se pure al fin doueuo Delusa ritornar nel Patrio Regno? Misera, e dove il piede Volgerò forsennata? Dove, dove smarrita N’andrò di Fessa disprezzata Erede! Ah Prence, ah crudo, e pure, Pure potrai soffrire, Di vedermi partire? Pur da te lunge, oh Cielo, Ne debbo andar schernita? Ohime, ch’io cado, io moro, ardo, e m’aggelo! Portentosa beltade, infausti vanti, Se solo al fine io sono Esca infelice di sospiri, e pianti? Oh Padre, e con qual ciglio Mi raccorrai nel seno? Con quai braccia dolente Accorrai la pua Prole? Se tra l’ombre son’io Ombra, ch’a forza fuggo il mio bel Sole? O stanza, oue il mio nido Già sì lieto godei, Fortunato ricetto, albergo caro, Hor per me fatto amaro. Prence, Prence, e pur fia, Ch’altra più fortunata. Nel tuo bel seno ad onta mia superba Riposerassi altera? Altra fra dolci scherzi Lieta godrà de la miseria mia? Ed io fra tante pene Lunge da’tuoi bei lumi N’andrò misera Amante, Nè permetter mi vuoi, perfido, e rio, Che nel partire almeno, Possa dirti, spietato, io parto a Dio. quì finisce il recitativo in Musica.. Ma che vaneggio? ahi, che le Donna suole Sempre appigliar si al peggio: Io più quì non ne voglio? in Fessa in Fessa E stia in Marocco, chi ci vuole stare. Più tosto iui Zagnotta, Che con Meo Principessa! Bert. Deh per gratia non più? voi v’affligete, Che parete una cagna arsa di sete. SCENA. QUINTA. Marmotta. Bertuccia. Masino. Tordo. Mar. ECco a punto quì Tordo con Masino. Che v’è di novo Tordo? Trovaste Baldassarre? e vuole andare? Tor. Eccellentissima sì; egli ci disse, Che quanto tu comandi, egli vuol fare. Mas. Certo, che Baldassaree Sì mostrò così pronto ed ubbidiente; Che s’io l’hauea per nulla, hor l’hò per niente. Tor. Quando intese, che voi Voleui Ambasciador mandarlo in Fessa, Disse son’huomo de la Principessa. Farò prima i mie fatti, e poi gli suoi. Andate; e dite, ch’io Anderò in Fessa Capitan de l’armi, E se non basta al Padre, il farò al zio. In fine gli è un Fantoccio Da tenere più conto ne la Corte; E’ sà torre la vita à chi vuol’ morte. Mar. E’ pratico di Fessa, che vi disse? Ch’ei farebbe il servizio, come và, Saprà far l’ambasciata? Mas. Sì sì; credete certo Principessa, Ch’egli sia vero ambasciador di Fessa: Mar. Horsù, che si spediscano le lettre, Masino; ben formate Lettre di condoglienze al Padre mio. Scrivete, ch’in Marocco La sua unica Figlia Emula senza striglia, Che di Fessa l’Erede E’ fatta una pianella senza piede; E che l’investitura Non le tocca più giù de la cintura. Ch’Ancroia è de le carte il sette, e l’asso, Io con cinquantacinque faccio passo. Mi dice il cor, che per hauer’ io sia Da Baldassarre ogni allegrezza mia! Tor. Veramente gli è forte, Ch’ogni hora cambiar Meo vogli Consorte? Mar Gli è forte, e non si può più sopportare, Ch’egli de l’altrui case sia pontello, Mentre la sua stà quasi per cascare. Tor. Signora, io vi consiglio, Che voi più tosto Meo facciate bue, Ch’egli Marmotta debba far coniglio, Mas. Ed io vi dico, che s’egli vi cozza, Voi la cozziate seco, e se giumenta Di lui fià forste, hor d’altri siate rozza. Mar. Di ritornare in Fessa à la mia meta, E abbandonar marito così fatto, Che sol la Patria mia mi può far lieta. Tor. Oh così vadan tutti; e chi non vuole L’eclisse de la Luna in casa sua, Rimiri i rai d’un eclissato Sole Ber. Facciam, che con il Sol perda la Luna: Cambiar’ Cielo tal’ hor porta fortuna. Mar. Farò quel, che la Sorte Vorrà di me; tu intanto Bertuccia, vanne à trovar Baldassare, E dì, che venga, che li vuò parlare Di cosa, che mi preme, ed egli hà a fare. Ber. Io me ne vado; hor’ hora Quì Baldassar conduco a la mal’hora. Mar. Meo, Meo ben fia, che tosto Marmotta di te faccia aspra vendetta. Ben di mio Padre la debil potenza Farà quel, che non mai potei far’io. Bestia senza ragione, Animal senza senno, Prence ignorante, senza discrezione; Così così doueui Condur me, che ti fui Disturbo ne’ contenti, Diguno nel mangiare, Arsione nella sete, Esca ne l’appetenza, Cibo fuori di pasto, Male ne la salute, Dispetto ne’ piaceri, Salsa senza appetito, Moglie senza marito? Così, così, Marmotta Dee veder crudo Meo? Ma vè, questo è d’Ancroia il cibo amato Ecco Grasso, che viene Con la vivanda cotta; e Michelino Guardiano è fatto de’ miei mal bocconi. SCENA SESTA. Michelino, Grasso, e li medesimi. Mic OH Grasse, buone odore di cucine? O che robbe ben fatte Mi và in giù per le gole quelle gatte. Gras. E a questa Cutta sdrucciola l’unto Più, che non fà il sedere a’ pescatori. Mic. Oh ecco Prencipesse? Oh Grasse, Grasse, che le dirai tù? Gras. Corpo non sò che dirle? Ella vorrà sapere Chi del mio cucinato haurà a godere. Mic. Sempre il mal sciorne à la vostre escellenze. Portate pesce crude, e carne cotte Il Prenscie a la sua belle Ancroie, Gras. Che diavolo dirai razza di Boia? Mar. Chi? Che? Che Ancroia? che? Mic. Quelle Ancroie bellissime, Di Baldassarre scrofole Fà con il Prenscie à rozzole. Filippette dulcissime Con gatte, Scimie, e Topole Pasturar vuole il ventrule, Ventraglie ne le pentole. Gras. Che ti venga il morbo Ranocchione, E forse, che non parlar per isdrucciolo? Mar. Che diavolo di tù? parla, ch’intenda? Che cosa porti quì con Grasso à Meo? Mic. Ciuette, gatte, cornacchione, e cutte, Tope fritte in guazzette, e grille arroste, Con une brave zuppe a la Fransciese Tarantan trà, trà. Mar. Bestia rispondi à tono? Che cosa à quel, che porti? è crudo, o cotto? Mic. Crude, cotte, e non è cuscinate; Grasse coche l’hà fatte sciagurate. Gras. Il malan, che ti pigli, Bestiaccione; Mar. Mostra quà, mostra quà? che non sò io, Ch’è roba cucinata per Ancroia! Gras. Piano, piano, signora, ella non è, Egli è un certo liquore, Che voglion coltivare; E pria del fiore il frutto saporare. Mar. Tu non mi vuoi dir nulla? Michelino, Mostra quà? che cosa è dentro quel piatto? Mic. Queste è un fiasche di greche di cantine, Mar. Oh tò và, e porta la vivandamò? E tu Grassaccio coco del mal tempo, Cucina per Ancroia, e pe’l tuo Meo Quel, ch’in terra cadéo? La robba, che quì ascosa si tenea, E’ per me diventata fracassea. Mic. Adasete adascie, briccono. Sò, ch’il Prenscie, ed Ancroie pranserà. Tarantan, tarantan, tarantan tà tà tà. Mar. Oh vè, se gli l’hò fatta? Portate da mangiare nel giardino Razza di Porta polli? A le forche con Grasso Michelino. SCENA SETTIMA Meo. Tedesch. Mantuano. e li Medisimi. Ted. CHe rumore è cotesto? oh quanta roba? Era pur meglio in vece di gettarla Darla al mio cannarone a trangugiarla. Mic. A soscellenze, a soscellenze; adesse Vuoglie dirle ogni cose. Scellentissime, Tutte Gatte, tope, e le scivette, Le Cornacchie, le cutte tutte in terre. Il buon fiasche di Greche Micheline Hà saluate ne le sue maghezzine. Meo. Chi, Chi gettò per terra Quel, ch’io volea mangiar? che lo risappia; E poi, se la vendetta Non fó del Prence Meo, Mi sì strappi la stringa a la branchetta. Mar. Io, Io, Io, son quella, C’hò rouesciato al piano Quel, che doueua empirti le budella. Hor, c’hai mangiato lauati la mano. Meo. Dunque cotanto ardire hauete havuto Di mal trattar la roba, e chi mi serve? Mar. Mi duole, ch’io non gl’hó rotto il mostaccio; Ma quel, che non hó fatto, adesso il faccio. Mic. Adascie, adascie queste son picchiate. Meo. O bestia da bastone, Tó, piglia stò sgrugnone. Mar. E tù pigliati questa, Vedi, s’anch’io nel dar la mano hò le sta? Ted. Olà, o là signori Fermateui, non fate; Marmotta, ecco per te il Tedeschino, Mic. E per Meo Michelino. Meo. Che dici ombra di notte? Ti piacciano le botte? Mar. E tu ombra di giorno, Ben và quel, che t’hò fatto In sú la fronte, rilevato corno? Ted. Marmotta, io son quì teco; Se ti dà più, l’havrà da finir meco. Mic. O belle bricconascie, ignorantascie, Fà, fà quel, che ti tocca forfantono, L’arte tua é del buffono, E non di far lo brave, e’l bel mustascie. Man. Oh vè se la và bene? Un buffone vuol far d’innamorate? Che ti venga Mostaccie d’appiccate. Mic. Vedete belle in piasce, oh Tedeschine, Io meglio faria te, te Micheline. Mar. Bisogna, ch’imbriaca la fortuna Fosse, quando ti diede a comandare; Oh ve faccia di Prence? che ti venga Nel meglio de l’urina la renella. La lebra ne le scarpe, La tosse ne le mani; La podagra ne’ denti, La rogna a la francese, e pelarella Meo. E a te possa venire Il sonno senza voglia di dormire. Ted. Ed a me venga hor’hora Marmotta mia signora. Mic. E al mio buon Cacciator Micheline. Venga piscione arroste, e del buon vine. Gras. E a Grasso coco a modo Venga da leccar piatti, e scolar brodo. Ted. E il Tedeschino Amore Faccia del suo giardin’ l’innaffiatore. Mic. E al Tedeschine fascie Meo, che Michelin rompa la fascie. Mant. E a Mantuan die segne, Che le rompa la schiena con un legne. Gras. E a Grasso dia licenza, Ghe gli dia d’una trippa in sua presenza. Tor. E a Tordo con Masino Mas. Su l’asino scopare il Tedeschino. SCENA OTTAVA. Baldass. Croatto Filipetta et i medemi. Fil PAdrona, eccoui quà Condotto Baldassarre? Cro. E’l serva sua Croatta, Che sempre a bresso và Com’ al larda solir’ andar la gatta. Mar. Baldassar’, ben venuto; Io hò bisogno Da te d’un gran piacere; E con un certo affetto, Che non sò da che nasce; Di te mi fido assai: me lo vuoi fare? Bal. De mui buona gana senora es mi servitio, Che los espagnolos Tenemos mas opras, che palauras. Mandamie in che soi buene, Che sarà servida. Mar. Voglio mandarti in Fessa; E già, ch’io sola sono Erede de lo stato, Io voglio nel mio regnó comandare. Bal. In huera buena sennora; Mar. Così questo ceruel da far lunari Per piede servirà de l’arcolaio Ad Ancroia, ch’è fatta il suo vivaio. Hor senti Baldassarre, Racconta al padre mio Quel, che la Meo sopporto. Digli, ch’il vedouile Egli m’ha dato prima d’esser morto, E digli ancora, che d’Ancroia affatto E diventato matto. In fin digli, ch’andare Io voglio in Fessa, e più con Meo non stare. Bal Biene: dieme la cifra, Y con l’ordin, che mi dares, Seghiremo; che son plattico en la tierra. Essendo nassido in eglia; Y entiendo la lingua. Che sagnale me derà, paraque sia Conossido da eglio? Mar. Solo per contrasegno, Come s’usa fra noi, mentre vogliamo Mandar certe ambasciate, Digli, che ciò gli dice, chi nel braccio Destro tien’ una perla, per segnale, Che Natura l’impresse nel Natale. Bal. Me scuse; creo, che vostra istiè me burle; Y che la mas collera Le haz salir de ghuditio. Mar. Io non hebbi altro sengo con mio padre Di quello, ch’io ti dico, Bal. Ia non es menester, che mas me burle. Che ià l’hò entendido. Cro. Oh star bella? Marmotta Giocar con Baldassarre a la bilotta. Mar. Che forse non lo credi? Ecco, ostinato, il segno? Bal. Es possibles tal cosas? Y a chi stà el mio. Mar. Ohime; che veggio? io sento Scotermi tutta l’alma. O Cielo, è forse Questo il fratello mio, che già perdei? Hor’ in Fessa, oh che provo? Perdo il Marito, ed il fratello trovo. Bald. Oh mi Ermana ermosa; Ermana de mi occhos, Mi alma, mi corzaon, mi vida, Dames sto brazzos. Ia, ia me pares, ch’il Sole, y la Luna Stien in coniunzion, mi alma, Donde potrà dar lus a nostras tierras, Y gustos a nostros padres. Mar. Sempre con Baldassarre Hò hauuto simpatia. Oh come i miei tormenti Hora cangio in contenti? Oh fratello bramato, ecco ch’è giunto L’hora, ch’insiem faremo del pan’unto. Meo. Oh quel, ch’io vedo, e sento? Oh quel, ch’appresso miro? Di star meco del pari, O Baldassar, vi sia Autorità concessa; Prencipe io di Marocco, e voi di Fessa. Signor Cognato caro, Del Principato mio vero contento, Io hò tant’ allegrezza, Che non hebbi già mai meggior tormento. E fra tanti disturbi A nova così cara Mi congratol’ con voi, o Principessa, Prole accoppiata del Regno di Fessa. Spesso vien, che si veda, Ch’il male nasce, perche il ben succedsa. Bald. Y, iò m’aliegro mas de vos Cognado, Mi parentes constumbrados, Puor puoder meghiorar lo estado vuostro; Che vuestro beneficios mereces muccio. Y io desio pagarlos; Voiste puede mandar de quel Reinos Puor secundas personas. Sarà vuestro servitio conossido; Y como buen Cognado Mi obligacion pagada. Cro. Oh Paesa più grada de pan unta, Oua comu star funga, Solir nascer’ i Brincipo in un punta. Mar, Prencipe in giorno di sì gran contento Vorrei mi compiacessi d’un piacere: Bal L’aghas lo, ch’ella chiere. Meo. Comanda pur, Marmotta, Ch’io farò quanto vuoi; Nè più fian differenze quì fra noi? Bal. Garbato Cavagliero puor mi vida. Mar. Voglio, che Filippetta Facci bandir dal regno di Marocco, Per ricompensa di quel, che mi fece, Quando, ch’Ancroia a te diede in mia vece. Meo. Hora, che Baldassarre Si scopre herede del Regno di Fessa, E sì grand’huomo; è fatto mio Cognato. Si faccia quanto vuoi; fate bandire Filippetta dal nostro circuito, Ed habbia questo per suo ben servito. Ed io per tanta gioia E l’hosterie rinuntio, ed i buffoni, E con Marmotta mia Ch’è capo di Marmotte, Io fedelmente voglio Passar’ il giorno, e consumar la notte. SCENA NONA Catorchia, e li medesimi: Cat. OH vè quà quanta gente radunata Bertuccia, ci è di novo qualche cosa? Bert. Pur troppo ci è di novo: si è scoperto Baldassarre fratello di Marmotta. Cat. Don Baldassarre, mi rallegro assai; Dopo i stenti tal’hor vengono i guai. Bal. E Io di vosta iftè senor Catorchio. Mar. Prencipe, se ti piace, Vuò mandar per’Ancroia, e’n una gabbia La vuò metter per cutta a cinguettare; E poi porre in un’altra Il Tedeschino per un Pappagallo. E con occasione de la nuova Di Baldassarre in Fessa Mandarle tutte duoi al Padre mio. Bal. Oh bueno, oh bueno, oh bueno Che si mandeno in Fessa a nostros Padres. Meo. In dì sì lieto gratia non si nieghi. Lo scoprimento, c’hora Di Baldassar s’ è fatto, Promettere mi puote Del Prencipe di Spagna anco l’amore. Sì che per lui già veggio Le Provincie del Mondo esser’unite; E contra ogni ribello Fessa, Spagna, e Marocco Esser l’arco, esser l’afta, esser lo stocco. Mar. A Bertuccia si dia in ricompensa Del piacer, che mi fè con Baldassarre. Sposo Catorchia con vostra licenza. Meo. Se gli dia: mi rallegro con Bertuccia. Bert. Vi ringratio signore: oh Catorchino, S’eri un Marte, ti vuò fare un Martino. Cat. Io ringratio la vostra signoria: Catorchia sposo? oh Bertuccia mia? Bal. Y io al mi Croatto agho Magherdomo de todas la mis casas. Cro. Lec, salem ber ti, e ber mi Badrona; Mi Magerdoma? Hor sì, che volir fare il Gentil’homa. Meo. Che si portin le gabbie. Anc Che diavolo sarà? Io che la gabbia Fui di tanti uccelli, hor’ ingabbiata Sarò da Meo. oh vè beneficiata? Meo; Che’l Tedeschin s’arresti, e non si parta. Ted. Che sarà di novo anco per me? Meo. Il Tedeschin, per troppo cicalare, Sia messo in una gabbia a suolazzare. Mar E ne l’altra si metta, o là, l’Ancroia, E sia una Cutta, se già fù na Troia. Anc. Temeuo il boccalone, E m’han dato una gabbia. Ted. Et io temea una fune, E m’han dato per gratia una prigione. Meo. A tutto il resto de la nostra Corte Cresco la provisione; ed un banchetto Per segno d’allegrezza a la reale Le vuò dar domantina a un hospedale. Tra tanto a questi belli animaletti Se li balli d’avanti una Ciaccona; E poi si manderanno al Rè di Fessa, Per spassatempo de la sua persona. E in questa festa mia Marocco, e Fessa riunita sia. IL FINE. Ganzonetta da cantarsi, e ballarsi in Ciac cona intorno l’ingabbiati personaggi in scorno della Cutta, e Pappa- gallo nella fine del Terzo, & ultimo Atto. SCenda quà, posi quì Strepitando il Cornacchione, Ed al suon del Nottolone. Ecco faccia il chi chiri chì. Ogni razza buscaina D’animali pennacchiuti De gli Uccelli la Regina, Delle bestie il Rè saluti. O’ che scherzo, ò che gioia. In gabbia è’l Tedeschin porta brachiero, E gioca a la balorda con l’Ancroia. Questa a bianco, ed a nero; E quegli veste a verde, a rosso, e giallo; E l’una è Cutta, e l’altro è Pappagallo. Che fai tù? che di tù, O statista Tedeschino, Tu non vali un raperino, E sei peggio d’un cù cù. O ritratto de’ Bagei Così mutulo che fai? Canta mò, ch’in gabbia sei, La canzona del cucai. O che scherzo, o che gioia. E tu homai lungi và, Da stiuali robba frusta: Più di te l’Affrica adusta Brutta Scimianon haurà. Ed a te questo canzone Cantar s’oda ò vecchia Ancroia; Il disciogliersi in carbone, E’ fin degno d’una Troia. Oh che scherzo, o che gioia. Così suole avvenir A chi senno in se non habbia, In catena, o voi in gabbia. Di sua vita i dì finir. Per pastura, per beuanda A tai Mostri, ed a tai belue Serva l’esca de la ghianda, Si dia il suco de le selue. O che scherzo, o che gioia In gabbia è’l Tedeschin porta brachiero, E gioca, a la balorda con l’Ancroia; Questi a bianco, ed a nero, E quegli veste a verde, a rosso, a giallo. E l’una è Cutta, e l’altro è Pappagallo. Questa sottoscritta canzonetta si canterà nella fine del primo Atto. Le Coppe in bastoni Cangiato hà Cupido. Fuggite Buffoni, Fuggite l’infido. Hà tolto il pennuto A vostri ardor vani In vece de l’arco la sferza de’Cani. La quì sotto Canzonetta da Cantarsi nel fine del secondo atto. PIangete, o folli Amanti La forsennata spene, Ch’Amore è Dio di pene: E son’esca le gioie a duoli, e pianti. Nostra fede, Per mercede Hà tocco altro, che bolzoni; Hai, ch’ei l’arco vi mostra, e dà bastoni. Fuggite, o stolti homai D’un’orbo, che v’offende, E sol busse vi rende, Il mentito gioir gli acerbi guai. Vi darà, Picchierà; Nè saranno più sferzate; Ma colpi di bastone, e piattonate: